620.  Per verità gli Annal. Laurissens. ad ann. 800, dicono: qui benedictionis causa claves sepulcri dominici ac loci calvariae, claves etiam civitatis et montis cum vexillo detulerunt (oppure, secondo il Chronic. Moissiacense ad ann. 801: et montis Sion cum vexillo crucis); ma l’Einhardo, loro compilatore e continuatore, nulla dice delle chiavi «anche della Città,» e parla soltanto di quelle del sepolcro e del monte Calvario. — Nel secolo decimoquarto Mattia di Westminster (Flores Historiar. — de reb. Britann. ad ann. 801) narrava che il Patriarca di Gerusalemme aveva mandato a Carlo un vessillo d’argento e le chiavi dei luoghi santi (claves locorum sanctissimorum dominicae resurrectionis). Eginardo, Vita Carol. c. 16, dice di Harun soltanto, che egli Carolo sacrum illum et salutarem locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit.

621.  Io rifiuto l’opinione del Le Cointe (Annal. Eccl. Francor. ann. 796, n. 11), il quale crede che queste chiavi fossero gli amuleti costumati in antico; convengo invece coll’Alemanni (De Lateran. parietinis, c. 14, p. 95), il quale dice: Sed quibus templi Vaticani aptabantur fores, vel quibus Petri monumenti adyta et penetralia servabantur. Che questa fosse la mente di quel tempo ce ne ammoniscono i versi di Teodolfo di Orleans (Dom. Bouquet, V, 421): egli dice a re Carlo:

Coeli habet hic (sc. Petrus) claves, proprias te jussit habere,

Tu regis Ecclesiae, nam regit ille poli,

Tu regis ejus opes, clerum, populumque gubernas.

E i versi dei Poeta Saxo del nono secolo (vers. 4, 5, ann. 796), dicono:

Confestim claves, quibus est confessio sancti

Conservata Petri, vexillaque miserat urbis

Romuleae.

L’Alemanni avrebbe potuto giustificare splendidamente la sua idea con questi documenti. — I Vescovi franchi, già fin d’allora, senza più consideravano Carlo come capo e reggitore di tutta la Chiesa, e di lui il Papa era suddito.

622.  Pagi, Critic. ann. 796, n. IV e ann. 740, n. XI.

623.  Il Pagi appella la bandiera col nome di vexillum s. Petri oppure Ecclesiae, e l’Alemanni non dice soltanto vexillum urbis, ma anche patriciatus.

624.  De Marca, De Concordia etc. I, c. XII, n. 4: Patricii nomen duo quaedam complectebantur, et jurisdictionem qua Reges in urbe ex consensu Pontificis et populi Romani potiebantur, et protectionem seu defensionem quam Romanae Ecclesiae polliciti erant: e lo segue il Pagi, anno 740, n. VIII. — Il Le Cointe s’industria di sostenere la sua opinione, che Roma fino al tempo di Leone III avesse ancora obbedito all’Imperatore greco, e pertanto nel patriziato di Carlo nulla vede fuor della protectio (Annal. Eccl. Francor., anno 754, n. 57; anno 796, n. 15). — L’Alemanni vuol ravvisare nel Patricius soltanto il Defensor e il filius adoptivus (De Lateran. parietin., p. 64).

625.  Prima di adesso egli si sottoscriveva: Carolus gratia Dei Rex Francorum, vir inluster. Vedi il Mabillon, De re diplom., c. II, 3, p. 73, e i Diplomata Caroli Magni in Dom. Bouquet, V.

626.  Eginhard. Vita, c. 23: Romae semel, Adriano pontifice petente, et iterum Leone successore ejus supplicante, longa tunica et clamide amictus, calceis quoque Romano more formatis utebatur. — Il Mabillon (Supplem. de re diplom. c. IX, III, 39) dà la dipintura di Carlo da patrizio, traendola da un codice antico di Paolo Petavio.

627.  Quest’è anche opinione del De Marca ecc., III, c. XI, n. 8: Fides illa et subjectio populi Romani jure patriciatus debebatur Carolo; quam novis sacramentis adhibitis confirmari Leo cupiebat.

628.  Il concetto di «Stato della Chiesa» nel suo senso fondamentale non si acconcia in verun modo alle condizioni di quella età. Il Papa teneva in Roma i diritti di Dux (Ducatus), parimente come altri Vescovi conseguivano i diritti di Comes (Comitatus).

629.  I musaici della tribuna di santa Susanna furono distrutti intorno al 1600, ma se ne conserva una copia. Le figure di Leone e di Carlo possono vedersi nell’Alemanni, de Lateran. pariet., p. 7, e nel Ciampini, Veter. Mon., II, tab. XLII. Peraltro, laddove l’Alemanni ombreggia il volto di Carlo soltanto di mustacchi, il Ciampini lo dipinge con faccia tutta piena di barba, e gli pone in capo una benda che termina in giglio. L’Ugonio vide il musaico; senza alcun fondamento egli attribuisce all’anno 800 l’età della sua costruzione.

630.  Il disegno dei musaici di Ravenna è nel Ciampini, Veter. Mon. II, tab. XXII.

631.  Anast. in Leone III, n. 367: Triclinium majus super omnia triclinia nomine suae magnitudinis decoratum. Leone III costrusse ancora nel Laterano un’altra sala da mangiare con undici tribune, e l’Alemanni la appella triclinium minus. Questo custode della Vaticana, editore della Historia arcana di Procopio che egli trasse alla luce, dedicò a quel primo triclinio la sua opera De Lateranensibus parietinis restitutis (Roma, 1625), edito nuovamente a Roma nel 1756 con un’appendice. Egli fu invitato a comporla dal cardinale Francesco Barberini, nipote di Urbano VIII, che fece restaurare la tribuna di Leone. Il disegno del celebre musaico si vede oggidì nella nicchia isolata della cappella S. Sanctorum, perocchè, dopo la caduta della tribuna, Benedetto XIV intorno al 1743, ne facesse ivi collocare una copia fedele, ricavata col sussidio di disegni esistenti nella Vaticana.

632.  Euntes docete omnes gentes baptizantes eos in nomine Patris, et Filii et Spiritus sancti ecc., e Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Nel mezzo della tribuna, il nome di Leone si avvolge intorno al monogramma di Cristo.

633.  Oggidì non v’ha alcuna scritta che denoti la figura del Papa. In questa dichiarazione io seguo l’Alemanni, e respingo l’opinione del Muratori (ad. ann. 798), il quale reputa la figura del Papa essere quella di san Pietro, e quella di Costantino rappresentare Costantino V. Ancor meno sostenibile è la sentenza dell’Assemanni (Excerpta de sacr. Imag., appendice all’Alemanni) che quivi fossero raffigurati Adriano e Carlo. L’Alemanni dimostra che la prima figura era quella di Silvestro, e il parallelismo lo manifesta chiaramente. Chi poi può credere che in questa età il Papa allogasse in un musaico del palazzo Lateranense il ritratto di un Imperatore bizantino? Il quadrato che incornicia la testa di Costantino, si spiega dal contrasto colla aureola di gloria, che cinge il capo a Silvestro, a meno che qui ed altrove non si voglia accoglierlo coll’Alemanni per il simbolo allegorico delle quattro virtù cardinali. Il Pagi spiega la lettera R, che è sopra Costantino, per Rex; altri, poco acconciamente, per Roma. Ben è la traduzione del Basileus che significa autocrazia.

634.  Una moneta di Leone III, dal Baronio falsamente attribuita di già a Leone I, tiene da un lato la scritta: D. N. Leoni Pape, e sul rovescio il busto di san Pietro, colla chiave che gli scende sulla spalla. Ma su di essa si elevano dei dubbi, e non le è dato accoglimento nella più recente opera di Angelo Cinagli intitolata: Le Monete dei Papi descritte ecc. Fermo 1848. Del tempo carolino non v’hanno monete pontificie, fuor delle apocrife di Gregorio III e di papa Zaccaria. Le prime monete dei Papi che sieno giunte fino a noi, appartengono ad Adriano I, una delle quali porta ancor la leggenda: Victoria Dnn. Conob. — Vedasi l’opera del Cinagli, che è più completa dei lavori del Vignolio e del Fioravanti.

635.  Riunisco qui queste importanti sentenze: Pauli (Diaconi) Gesta Episcop. Metens. (Mon. Germ. II, 265): Romanos praeterea, ipsamque urbem Romuleam, jam pridem ejus praesentiam desiderantem, quae aliquando mundi totius domina fuerat, et tum a Langobardis depressa gemebat, duris angustiis eximens, suis addidit sceptris. — L’Epitaph. Hildegardis reginae di Paolo (ibid.) dice:

Cumque vir armipotens sceptris juxisset avitis

Cigniferumque Padum Romuleumque Tybrim.

Il Chron. Moissiac. (Mon. Germ., I, 305) dice: Quia ipsam Romam matrem imperii tenebat, e, copiando da esso, la Vita S. Willehadi (II, 381), Annal. Lauresham. ad ann. 801: ut ipsum Carolum — regem Francorum, imperatorem nominare debuissent, qui ipsam Romam tenebat.

636.  L’Alemanni cerca di dimostrare che i musaici sieno di tempo posteriore all’anno 800, e monumento così della restaurazione di Leone, come della Translatio imperii. Peraltro, io convengo col Pagi (ann. 796, n. VI), il quale dice, Carlo essere appellato Dominus nella sua condizione di patrizio per cui esercitava in Roma la giurisdizione. — Il De Marca ecc., de Concor., III, c. XI, si esprime parimenti che i musaici fossero monumento del Patriziato, ma afferma erroneamente che il consortium dominii durasse fino all’800, e perciò accoglie perfino l’idea di un consortium imperii. Nat. Alexand. (Hist. Eccl., dissert. 24, tom. IV), segue servilmente quelle opinioni, ed anche il Giannone, VI, c. 5, si fonda sul De Marca. Peraltro non è certo necessario di prenderla così a rigore col concetto di Dominus; Paolo I, già nell’anno 756, era appellato Dominus dai Romani, e gli Atti del Concilio del 799 hanno queste parole ad introduzione: Praecipiente gloriosissimo ac piissimo domino nostro Carolo.

637.  Teodoro era Dux et Consul, e parecchie volte fu ambasciatore di Adriano: Cod. Carol., nel Cenni p. 353, 356, 359: Theodorum eminentissimum nostrum nepotem (di tal guisa incomincia in Roma il nepotismo); p. 385: Theodorum eminentissimum Consulem et Ducem, nostrumque nepotem; p. 358: Paschalem nostrum nepotem.

638.  Certo è che furono massimamente i nepoti di Adriano ad eccitare la ribellione. Lo dice anche Theophanes, Chronogr., p. 399: οἱ ἐν τῇ Ῥώμῃ συγγενεῖς τοῦ μακαρίου πάπα Ἀδριανοῦ συγκινήσαντες τὸν λαόν ecc. Campulo nell’anno 754 era notaio della Chiesa; il Cenni reputa che egli fosse fratello di Pasquale (Cod. Carol., Ep. 78, alias 72, e Nota 5, ivi, pag. 427).

639.  Vita Leonis, n. 368: Scindendo expoliantes eum, crudeliter oculos ei evellere, et ipsum, penitus coecare conati sunt. Nam lingua ejus praecisa est. — Annal. Lauresham., ann. 799: Romani — absciderunt linguam ejus, et voluerunt eruere oculos ejus. — Annal. Einhardi: Erutis oculis, ut aliquibus visum est, lingua quoque amputata etc. — Il poeta Angilberto dice con barocca eleganza:

Carnifices geminas traxerunt fronte fenestras,

Et celerem abscindunt lacerato corpore linguam.

(Monum. Germ., II, 400).

640.  Alcuino (Ep. XIII ad Regem) si contenta di dire: Deus compescuit manus impias — volentes — lumen ejus estinguere; e il poeta Teodolfo (in Domenico Bouquet V, 421) esclama:

Reddita sunt? mirum est. Mirum est auferre nequisse.

Est tamen in dubio: hinc mirer, an inde magis.

Giovanni Diacono, Chron. Episcop. S. Neap. Eccl. del secolo nono (Muratori, I, 2, 312), dice: cum vellent oculos eruere — unus ei oculus paululum est laesus. Il Papa affermò la credenza di un miracolo; egli consecrò in san Pietro un arazzo habentem historiam caeci illuminati, et resurrectionem (Vita Leon., n. 379). Ancora in tardi tempi si rammemorava questo prodigio, e Mattia di Westminster narra perfino che la Madonna restituisse a papa Leone la mano che egli si era fatto troncare, poichè la aveva baciata una femmina, colla quale un tempo egli aveva avuto commercio.

641.  Anast., n. 370, nomina Mauro Nepesino come uno dei capi oltre a Pasquale e a Campulo. Gli Annales Einhardi ad ann. 801, dicono: Hujus factionis fuere principes Paschalis nomenculator, et Campulus saccellarius, et multi alii Romanae Urbis habitatores nobiles. Parimenti gli Annal. Bertinian.

642.  I messaggeri videro Roma da monte Mario:

Culmina jam cernunt Urbis procul ardua, Romae

Optatique vident legati a monte theatrum.

Il frammento del poema di Angilberto è nel Canisio, II, 474, nel Duchesne, II, p. 188, in Dom. Bouquet, V, p. 388, e nel Pertz, II, p. 393. È una delle migliori poesie del tempo dei Carolingi; la vena poetica di Angilberto è vivace più di quella di Alcuino.

643.  Exoritur clamor, vox ardua pulsat Olympum.

644.  

Aurea namque tument per mensas vasa falerno.

Rex Carolus simul et summus Leo praesul in orbe

Vescitur, atque bibunt pateris spumantia vina.

Post laetas epulas et dulcia pocula Bacchi

Multa pius magno Carolus dat dona Leoni.

La miscela di idee pagane coi concetti cristiani si ripetè quasi in tutte le epoche. Alcuino scrive (Ep. IX): Mitis ab aetherio clementer Christus olympo; nei poemi di Angilberto e di Teodolfo, Iddio è spesso chiamato Tonans, come all’età di Aratore. I Poeti di Carlo si appellavano Mopsus, Damoetas, Candidus, Flaccus, Corydon, Homerus, come se eglino avessero appartenuto all’Arcadia di Roma. Carlo stesso prendeva nome di David. Non v’ha maggior contrasto di quello che corre tra il Carlo dei libri cavallereschi e il Carlo della storia, dal quale procedette questa prima età di rinascimento.

645.  Falsa adversus sanctissimum Pontificem imponere crimina, et post eum ad praedictum mittere Regem: Vita Leon. III, n. 372.

646.  Alcuin. Op., Ep. XI, ad domnum Regem: Componatur pax cum populo nefando, si fieri potest. Reliquantur aliquantulum minae, ne obdurati fugiant: sed in spe retineantur, donec salubri consilio ad pacem revocentur. Tenendum est quod habetur, ne propter adquisitionem minoris, quod majus est amittatur. Servetur ovile proprium, ne lupus rapax devastet illud. Ita in alienis sudetur, ut in propriis damnum non patiatur. — Per propria significansi certamente i diritti di Carlo su Roma, gli aliena sono le cose di Sassonia, e cioè il territorio straniero del popolo sassone non peranco soggiogato. Lo ha dimostrato il Döllinger nello scritto: L’Impero di Carlo Magno e dei suoi successori (Annali storici di Monaco del 1865).

647.  Il luogo ove avvenne l’accoglimento del Papa, fu subito innanzi a ponte Molle. Anast., n. 372: Tam Proceres clericorum cum omnibus clericis, quamque Optimates et Senatus, cunctaque Militia, et universus Populus Romanus — connexi ad pontem Milvium — susceperunt.

648.  Nella inquisizione, condotta contro Potho abate di san Vincenzo sul Vulturno, che era reo di maestà, sedevano nel tribunale, fra altri, Possessore legato franco e arcivescovo, quattro Abati, Ildebrando duce di Spoleto, Teodoro duce nipote di Adriano, e gli officiali pontificî di palazzo, che erano il Bibliotecario, il Saccellario, e Campulo notaio, quel desso che ora era citato a giudizio: Cod. Carol., Ep. LXXII, nel Cenni LXXVIII.

649.  Me fumo sordentia Turonorum tecta auratis Romanorum arcibus praeponere etc. Alcuin. Ep. XIII.

650.  Questi versi degni di nota, che pronosticavano l’Imperatore, sono nel Poema CCLXXI, Oper. Alcuin., ed. Parigi, 1617:

Roma caput mundi, primi quoque culmen honoris,

In qua gazarum munera sancta latent.

Quae modo dirupto plangent sua viscera foetu,

Per te sanet saucia membra cito...

Talia compescat tua, rex, veneranda potestas,

Rectorem regni te Deus instituit...

Ipsa caput mundi spectat te Roma patronum

Cum patre et populo pacis amore pio...

Rector et Ecclesiae per te rex rite regatur,

Et te magnipotens dextra regat Domini.

Ut felix vivas lato regnator in orbe,

Proficiens facias cuncta Deo placita.

651.  Annal. Lauriss. ad ann. 800: Occurrit ei pridie Leo papa et Romani cum eo apud Nomentum, duodecimo ab urbe lapide. Nomentum però era situato a quattordici miglia e mezzo fuor della porta. Questa antichissima terra latina portava dunque tuttavia il nome antico che si legge in Virgilio (Eneide VI, 773). Più tardi, nel medio evo, ebbe nome di Castrum Nomentanae, da cui derivò l’odierna Lamentana ossia Mentana. La piccola terra fu resa illustre dalla famiglia dei Crescenzi, che combatterono in Roma, campioni della libertà, contro il Papato e l’Impero. Dopo lunga età in cui difettò di storia, Nomentum ridivenne chiara negli annali dei giorni nostri, per la pugna sanguinosa che Garibaldi ivi diede, addì 3 del Novembre 1867, contro i Pontificî e i Francesi collegati, continuatore dell’antichissima lotta che fu combattuta contro quel potere temporale dei Papi, che ebbe Carlo magno a fondatore. Sto scrivendo questa pagina, in Roma, tre giorni dopo la battaglia di Mentana. Sono pur meravigliosi i raffronti di epoche lontane della storia, come sono queste del 23 di Novembre 800 e del 3 di Novembre 1867[652]!

652.  L’illustre Autore attendeva nel 1867 alla revisione di questo Volume, e ne preparava la seconda edizione, che fu publicata nell’anno 1869 (N. del T.).

653.  Vita Leonis in Anastas., n. 374.

654.  Qui universi dixerunt: nos sedem Apostolicam, quae est caput omnium Dei Ecclesiarum, judicare non audemus. Nam ab ipsa nos omnes, et vicario suo judicamur, ipsa autem a nemine judicatur, quemadmodum et antiquitus mos fuit. Sed sicut ipse summus pontifex censuerit, canonice obediemus. Venerabilis vero praesul inquit: praedecessorum meorum pontificum vestigia sequor etc. Anastas., n. 374.

655.  Gli Annal. Lauresham., ad ann. 800 (oppure i Lambeciani nel Muratori, II, 2) dicono: Et venerunt in praesentia qui ipsum apostolicum condemnare voluerunt, et cum cognovisset rex, quia non propter justitiam, sed per invidiam eum condemnare volebant etc. Il Biografo di Leone tace con avvertita intenzione; gli Annal. Lauriss. e quelli dell’Einhardo dicono: Postquam nullus probator criminum esse voluit (meglio si legga: potuit) — se criminibus purgavit.

656.  Questa formula universale, tratta dall’Ordo Romanus, è nel Rasponius, De Basilica et Patriarch. Lateran., lib. IV, appendice all’Alemanni, p. 120; nel Sigonio; nel Baronio; nel Labbé ecc. Il fatto poi è narrato in Anast., n. 375, negli Annal. Lauriss. e in quelli di Einhardo, ad ann. 800. Gli Annal. Lauriss. minor. pongono la purificazione di Leone al giorno terzo innanzi il dì di Natale.

657.  Anast. n. 374. ha soltanto: Tunc illos comprehendentes praedicti missi magni Regis, emiserunt in Franciam. Gli Annal. Lauriss., e quelli di Einhardo, pongono il giudizio in tempo posteriore all’incoronazione di Carlo, e dicono: Ut majestatis rei, capitis damnati sunt — exilio deportati sunt. La sentenza fu pronunciata sullo spirare dell’anno 799. I condannati si appellarono, furono sostenuti in custodia, e, dopo che il Papa prestò il giuramento di purgazione, furono mandati in bando. La breve scrittura: De imperatoria Potestate in urbe Roma (nel Pertz, V, 719) narra per verità altre cose di Carlo: uno die in campo Lateranensi fecit trecentos decollari; ma tutti i Cronisti tacciono di questa fola.

658.  Quia jam tunc cessabat a parte Graecorum nomen imperatoris, et femineum imperium apud se habebant, tunc visum est et ipso apostolico Leoni...: Annal. Lauresham. ad ann. 801.

659.  Lo dice espressamente Giovanni Diacono, Vita s. Athanasii (Murat., I, n. 2, p. 312): Hic autem fugiens ad Carolum Regem, spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, Augustali eum diademate coronaret.

660.  Oltre alla lettera accennata, si aggiunga anche la Ep. 103, p. 153, colla quale Alcuino trasmetteva a Carlo un codice della Bibbia in presente natalizio, accompagnandolo colle parole: ad splendorem Imperialis potentiae. Vedasi Fr. Lorentz, Vita di Alcuino, p. 235 sgg. Gli altri argomenti addotti dal Lorentz non sono assai validi; io attribuisco maggiore importanza alla presenza del figliuolo di Carlo, di quello che al dono natalizio. Secondo due diplomi degli anni 780 e 781, sarebbesi diggià attribuito a Carlo il titolo di Imperator prima ch’ei fosse tale; ma della genuinità di quelli, dubita il Muratori. Vedasi la Diplomatica Pontif. di Marino Marini, p. 50.

661.  Lo dice espressamente l’imperatore Lodovico, nell’anno 871, nella sua lettera indiritta all’Imperatore greco Basilio: Nisi Romanorum Imperator essemus, utique nec Francorum. A Romanis enim hoc nomen et dignitatem assumsimus: Anon. Salernit. c. 102. Sempre affermarono i Romani che Carlo magno ricevette la corona dal Senato e dal popolo. Nel secolo undecimo il Cronista di Farfa scriveva: Carolum coronavit — et una cum omni senatu Romano imperium illi per omnia confirmavit (Mur. II, 2, p. 641). Nell’anno 1328, il Parlamento dei Romani proclamava: suas esse partes Imperium conferre, Pontificis autem consecrare, iisdem auspiciis: Carolum enim magnum tunc demum coronatum esse, postquam Populus Romanus eum imperare jussisset (Nicol. Burgundus, ad a. 1328).

662.  La Vita Villehadi (Mon. Germ. II, 381) dice: Per electionem Romani populi; ed electio non è acclamatio. Vedasi il Chron. Moissiacense (ibid. I, 305). La frase: Omnes majores natu Romanor., sembra qui significare tutti gli abitatori della Città, abili a dar il voto. Il Lib. Pontif. dice con brevità: Ab omnib. constitutus est imperator Romanorum.

663.  Vedi Eginardo, c. 28, e l’invitus Papa cogente del Poeta Saxo.

664.  Vedasi l’opinione del Waitz, Storia della costituzione germanica, III, 175, e quella del Döllinger nell’accennata Dissertazione sull’Impero di Carlo Magno.

665.  Carolo piissimo Augusto, a Deo coronato, magno, pacifico Imperatori, Vita et Victoria. Anastas. ed i Cronisti Ann. Lauresham. e Moissiac. — La prima incoronazione di un monarca, che siasi compiuta per mano di un Vescovo, fu quella dell’imperatore Leone il Trace, che avvenne per opera del Patriarca di Bisanzio, nell’anno 457.

666.  Theophanes (Chronogr. 399) dice con maligna esagerazione che Carlo fu unto dal capo alle piante: χρίσας ἐλαίῳ ἀπὸ κεφαλῆς ἕως ποιῶν καὶ περιβαλών βασιλικὴν ἐσθῆτα καὶ στέφον. La Chronica Synopsis di Costantino Manasse (Dom. Bouquet V, 397) segue quella narrazione in alcuni versi, nei quali il Greco scismatico sembra deridere lo spreco dell’olio, perocchè i Bizantini ungessero i loro Imperatori soltanto nel capo:

Ἐκ κεφαλῆς μέχρι ποδῶν ἐλαίῳ τούτον χρίει;

Οὐκ οἶδα τίσι λογίσμοις ἤ ποίαις ἐπινοίαις.

667.  A Pontifice more antiquorum Principum adoratus est: Chron. Moissiac.

668.  La questione della traslazione dell’Impero è assai dibattuta. Il Baronio e il Bellarmino (De translatione imperii Romani adversus Illyricum) ne hanno affermato l’avvenimento a beneficio dell’autorità pontificia, laddove, contrariamente alle massime dei Canonisti, sorsero oppositori il Conrigius (De imperio Romano-Germanico), lo Sponheim (De ficta translatione imperii), il Goldast (De translatione Imperii Romani a Graecis ad Francos), ed altri. Ancor di recente il Döllinger, nella sua Dissertazione sull’Impero di Carlo Magno, dimostrò ad eccellenza la falsità del concetto della traslazione. Sopra di queste teorie vedasi anche James Bryce, the Holy Roman Empire, p. 120 segg. — Il Pütter, Specimen juris pudici et gentium Medii aevi, Goetting., 1784, p. 34, molto esattamente afferma che il rapporto di Carlo coll’Impero derivò da unione personale. Dall’errore, dic’egli, onde si affermò che il romano Impero fosse trasferito ai Franchi ed alla Germania, discese l’altro errore della monarchia mondiale dell’Impero: De dominio mundi, p. 164.

669.  

Οὔτω μητρὸς καὶ θυγατρὸς μέσον ἐπέπτη σπάθη,

Διχάζουσα καί τέμνουσα μετὰ θυμοῦ ῥομφαία

Νεάνιν τὴν εὐπρόσωπον τῆν νεωτέραν Ῥώμην,

Ἐκ τῆς ῤυότης καὶ παλαῖας καὶ τριπεμπέλου Ῥώμης.

Constant. Manasse.

670.  Il rinnovellamento dell’Impero è rappresentato in una bolla di piombo, sulla quale da una parte è il ritratto di Carlo colla scritta: Dominus Noster Karlus Pius Felix Perpetuus Augustus; sul rovescio è figurata una porta di città, fra due torri, con sopra una croce inalberata; sotto è scritto: Roma, ed intorno alla cornice: Renovatio Romani Imp. Trovasi nel Vignoli, Anast. Vita Leonis III, p. 254.