Il giudizio cruento pronunciato da Ottone, più terribile ancora della sentenza data, tempo prima, dall’avo suo, fe’ tremare la Città per ogni vena; e il giovane Imperatore, con animo soddisfatto, notò uno dei suoi Diplomi per la data del giorno in cui s’era giustiziato Crescenzio: credeva egli di avere a sè incatenato Roma per sempre[545]. Anche i congiunti di Crescenzio avevano previsto le conseguenze del trionfo imperiale; finchè era stato potente avevano fatto causa comune con lui, per crescere di dominio nel Sabinate, ma dalla sua caduta s’erano accortamente tenuti in disparte. Nel territorio della provincia romana non alitò mai sentimento di nazione; fuor di Roma Romani non v’erano, nè v’aveva unità che associasse fra loro le classi degli abitatori del contado, divisi per ragione di stirpe e di legge. Nelle città di provincia, in cui la costituzione curiale romana s’era da lunghissimo tempo estinta, appena adesso incominciava, la prima volta, a formarsi una cittadinanza libera; per lo contrario, sulla moltitudine dei coloni e delle persone che stavano in dipendenza altrui, emergevano colla violenza e da soli, i Baroni, i Vescovi, gli Abati. Tutti costoro cupidamente chiedevano possessi di città provinciali e di castella, e i Papi di qua e di là concedevano di quelle terre a famiglie cospicue, o a Vescovati, o a conventi. Il feudalismo andava estendendosi nella Campagna; alcuni signori toglievano padronanza di distretti intieri, e l’ordinamento baronale di natura laica e clericale poneva, da dopo la metà del secolo decimo, salde radici nel territorio romano, per durare, maleficio dell’agricoltura, fino ai dì nostri.
Al secolo undecimo, nelle più prossime vicinanze di Roma troveremo Tusculum e Preneste da sedi maggiori della signoria feudale; sulla fine del secolo decimo vediamo invece imperare nella Sabina la famiglia di Benedetto conte, congiunta per cognazione a Crescenzio. Quel potente uomo aveva sua dimora nel castello di Arci; s’era impadronito di molte terre di Farfa, e i suoi figliuoli, Giovanni e Crescenzio, rubavano a mano ardita al paro di lui. Benedetto strappava a sè perfino la città vescovile di Cere o Agylla, quell’antichissima etrusca che allora non peranco s’appellava Caere vetus (oggidì Cervetri). La caduta di Crescenzio metteva gravi pensieri in capo a quei signorazzi; Giovanni conte restituiva tosto la metà di una terra che aveva rapito a Farfa, e l’Abate allora investivagli in feudo «di terzo genere» l’altra metà, col castello Trabuco, del cui possesso fra loro si contendeva[546]. Però, altre proprietà del monastero, ed eziandio della Chiesa romana, rimanevano ancora in mano di Benedetto, in quello che Ugo abate s’affrettava a chiederne a Roma giustizia. Il giovane Crescenzio, fratello di Giovanni, andava allora da spensierato nella Città, tuttavia atterrita del supplizio dello zio suo; e forse con quell’atto di impavida sicurezza voleva darsi l’aria di non essersi frammischiato negli affari del suo congiunto: sennonchè l’Imperatore e il Papa se lo pigliavano, e tenevanlo in ostaggio. Benedetto, padre di lui, veniva, ciò stante, a Roma; con formalità giudiziarie restituiva Cere al Papa, ma l’aveva fatto appena, che correva a quel castello e vi si afforzava. Se subito dopo il supplizio di Crescenzio, un Barone della Campagna, parente suo, ardiva sfidare a quel modo l’Imperatore ed il Papa, ei si può di leggieri giudicare di che qualità fosse il fondamento della signoria di questi in Roma. Era essa e rimase soltanto cosa di breve momento; e gli Imperatori, che si gloriavano d’essere successori di Augusto, vedevansi costretti sempre, ogni qual volta venivano in persona nelle terre romane, ad assediare colle loro genti d’arme piccoli manieri baronali. Il vincitore di Roma dovette muovere con soldatesche a cacciar Benedetto fuor di Cere; lo accompagnarono il Papa e l’Abate e lo seguì Crescenzio prigioniero. Sulle prime il padre irrise alla minaccia che gli si impiccherebbe il figliuolo, però quando dalle mura del castello vide che cogli occhi bendati lo si trascinava al patibolo scese a dedizione. Cedette Cere al Papa, e ne ebbe restituito il figliuolo; allora Imperatore, Papa e Abate tornarono a Roma per andarne poi nella Sabina, dove offersero a Benedetto una scritta d’investitura di terzo genere, che quegli peraltro rifiutò: e quantunque, alla fine, giurasse di rinunciare alle sue illegittime pretese, i suoi figli si burlarono della promessa, e non fecero che peggiori violenze al convento di Farfa[547].
L’Imperatore e il Papa vollero metter briglia all’arroganza dei tirannelli Sabinati, e perciò cercarono di mantenere in integro stato i possedimenti di Farfa. Abbiamo in addietro descritto le condizioni di questo monastero celebre; diamo adesso un’altra occhiata alla sua storia. Morto Campo, l’Abazia fu concessa, nell’anno 966, in commenda a Leone, abate di sant’Andrea sul Soratte; e questo non fece che accrescere le intemperanze di vita dei monaci. Indi abate fu Giovanni, crapulone sfrenato; Ottone lo depose, e gli diè Adamo a succeditore. L’Abazia ne fu smembrata in due, chè, Ottone morto, Giovanni la fece da padrone dei beni situati nella Sabina, nel territorio Tusco e in quello Spoletino, mentre Adamo tenevasi in signoria nella marca di Fermo. Soltanto Ottone III, venuto a Farfa nell’anno 996, riunì i dominî del convento sotto a Giovanni abate, alla soggezione di cui, per lo meno, confermò con un Diploma tutta intiera la estensione dei beni dell’Abazia[548]. Giovanni passava di vita nel 997, e allora Ugo, contrariamente alle statuizioni canoniche, comperava da Gregorio V la dignità di abate. Quell’uomo, irrequieto e operoso, era entrato a sedici anni nel convento di Monte Amiata, e adesso, a ventiquattro, impugnava il bastone pastorale di Farfa per imperarvi lunghi anni gloriosamente, e per compilarvi libri preziosi in cui descrisse i casi della sua età[549]. Ottone III lo depose come intruso, e diede ad un altro l’Abazia, ma le instanze dei monaci e l’ingegno dell’uomo deposto trovarono grazia appo di lui, per guisa che, addì 22 di Febbraio dell’anno 998, ripose in dignità Ugo, e rinnovò altresì l’antica legge di Farfa, giusta la quale l’Abate, liberamente eletto dai frati, doveva essere confermato primamente dall’Imperatore, patrono del convento, indi ordinato dal Papa[550].
La ristorazione di Ugo fu del resto assai salutifera all’Abazia, chè quegli allora severamente vi introdusse la riforma cluniacense, e curò con opera instancabile la rivendicazione dei beni monastici. Perciò lo troviamo parecchie volte a Roma comparire innanzi al tribunale imperiale, armato dei suoi bravi diplomi; e ogni volta lo vediamo uscire vittorioso di liti, i cui documenti leggiamo ancora con grande sollecitudine, perocchè ci offrano diritta notizia degli ordini, coi quali s’amministrava in Roma a quei dì la giustizia. A buon dritto pertanto lo Storico può far suo pro di uno di quei litigî giudiziarî, e produrlo come un quadro in cui sono impresse a vivi caratteri le condizioni del tempo. L’età che descriviamo selvaggia era e violenta, ma s’addolciva a umanità per via della maestà, di cui la legge si circondava. Al dì d’oggi, Papi e Re terrebbero per contrario alla loro dignità, se si esigesse che scendessero in persona nelle aule di un tribunale civile per risolvere dei piati di ordine privato: da lunga pezza il concetto della podestà regia è uscito della cerchia di un’opera immediata e personale, e si tramutò in un’astrazione impotente; ma in quei tempi, ancora mezzo patriarcali per costume, la maestà giudiziaria era tenuta in conto di opera sublime e santissima della podestà di dominio. Dopo di Carlo magno gli Imperatori sedettero moltissime volte in Roma sullo scanno di giudice; quei giudizî col proceder del tempo divennero per verità più rari, e sotto agli Ottoni troviamo soltanto alcuni Placita romani, che si associavano in ispecialità alla ragione dell’Imperium.
Addì 8 di Aprile del 998 l’Abate di Farfa fu citato in giudizio a Roma dai preti di santo Eustachio, i quali pretendevano alla restituzione di due chiese pertinenti a Farfa, ch’erano quelle di santa Maria e di san Benedetto nelle terme di Alessandro, ed affermavano che il convento ne aveva loro pagato un censo. Il tribunale ordinario romano, costituito di Judices imperiali e pontificî, si raccolse fuor delle porte del san Pietro, presso a santa Maria in Turri. A suo vicario e a presidente del collegio giudiziario l’Imperatore elesse l’arcidiacono del palazzo imperiale, e nominò a suo assessore Giovanni, prefetto della Città e conte palatino; da parte del Papa furono aggiunti, in qualità di assessori, due giudici palatini, il primo defensore e l’arcario, oltre a tre Judices dativi. Ugo abate rifiutò di appigliarsi al diritto romano e di valersi di un avvocato romano, perocchè Farfa fosse stata sempre retta colla legge dei Longobardi; e, siccome era uomo germanico, accampò il suo diritto d’origine, in Roma, dove riconosciuto era da dopo della Costituzione di Lotario. Il presidente era uomo impetuoso; lo prese per la cocolla e se lo trasse a sedere vicino a sè[551]; ma Ugo, col beneplacito dell’Imperatore, volle tornare a Farfa per andarvi a levare il suo avvocato longobardo, e, tre dì dopo, comparve, accompagnato da Uberto, patrocinatore del convento. Dimostrò allora che l’Abate di Farfa non soleva acconciarsi al diritto romano; produsse un Diploma di Lotario e la confermazione di Pasquale papa, giusta i quali il suo monastero, al paro di altri chiostri dell’Impero franco, non poteva esser giudicato che colla legge dei Longobardi, e protestò esser pronto a giurare l’autenticità dei documenti, oppure a provarla con duello e con testimonî. La parte avversaria respinse la prova, e tentò di impedire che fosse fatta applicazione del diritto longobardico, ma il presidente la costrinse ad assoggettarvisi. Quindi ai preti attori fu dato un avvocato romano, Benedetto figlio di Stefano a Macello sub Templo Marcelli, e quegli formulò tosto la domanda contro all’Abate. Poichè però non v’erano giudici longobardi, il presidente se la cavò sommariamente; nominò giudice lo stesso Uberto avvocato del convento, facendogli giurare sugli Evangelî che avrebbe giudicato con giustizia; e poichè l’Abate alzava gran gridìo, dicendo che veniva così privato di patrocinio, gli fu subito eletto per difensore un uomo della Sabina. Questi, interamente ignaro del diritto, non seppe di che parte incominciare a rispondere; laonde fu concesso ad Uberto, diventato adesso giudice, ossia assessore, di dargliene primamente spiegazione. Il giudice longobardo volle, conformemente alla sua legge, che la parte convenuta giurasse il fatto, che Farfa da quarant’anni si trovava in possesso delle chiese; però i preti cercarono di scansare quel giuramento, volendo provare, secondo il giure romano, che, nello spazio di quarant’anni, avevano eglino riscosso censo da Farfa. I testimonî, assunti disgiuntamente l’uno dall’altro, caddero in contraddizione fra loro, e furono trovati in falso; e poichè i preti avevano rifiutato l’indetto giuramento di verità, la loro azione fu rejetta, ed eglino condannati a rilasciare al convento le chiese controverse[552]. Giusta le forme che il rito giudiziario ordinava, si procedette così: si tolse dalle mani della parte soccombente la scrittura che conteneva l’oggetto della domanda (in caso di falso, le si toglieva il documento falsificato); un giudice trafisse in croce la scritta col coltello, e così lacerata la consegnò alla parte vittoriosa, affinchè la conservasse come documento, e, in caso di bisogno, potesse allegarla a favor suo. In pari tempo che ciò fu fatto, si divietò la riproduzione della domanda sotto pena del pagamento di dieci libbre d’oro, le quali sarebbero ricadute per una metà al palazzo imperiale e per l’altra metà a beneficio del convento[553]. Però, la massima instabilità in cui trovavansi le cose politiche e civili faceva sì che gli stessi processi si ripetessero innumerevoli volte; anzi, per quasi un secolo si prolungavano con pertinacia incredibile le quante volte i contendenti speravano di condurre a buon fine le loro maliziose pretensioni, perchè li favorissero circostanze più prospere, o corruzione di giudici, o mutamento di Principi[554]. Gli atti della causa notevole onde dicemmo si raccolsero indi in un documento, che fu sottoscritto dai giudici e dagli avvocati, e consegnato all’Abate; gli è precisamente quello che ancora leggiamo nei Regesti di Farfa, e giova a provarci quanto ingenue e brevi fossero le forme delle procedure giudiziarie romane a quell’età, ma altresì di quanto la varietà dei diritti speciali le rendesse difficili e confuse. La incertezza del diritto non aveva limite; tutte le porte erano aperte al raggiro e alla corrutela, e può imaginarsi qual fatta di protezione la legge concedesse ai cittadini poveri od ai coloni.
Il Placito romano ci offre opportunità di associarvi alcune considerazioni sugli ordini giudiziarî, com’erano costituiti in Roma al tempo di Ottone III. A proposito della lite, di cui dicemmo, trovammo due classi di giudici; i palatini e i dativi. I primi abbiamo conosciuto fin dal secolo ottavo come sette ministri pontificî: rinnovato l’Impero, continuarono eglino ad essere il magistrato ordinario di giustizia del Papa nelle cose civili. Allorchè poi il Laterano assunse forma eziandio di Palatinato imperiale i Judices palatini ebbero funzione altresì di giudici imperiali, e in qualità di assessori pronuncianti sentenza poterono essere adoperati così dall’Imperatore che dal Pontefice. Le attenenze speciali per cui l’Imperatore era signore supremo di Roma, e il Papa erane signore territoriale, educarono la strana miscela delle due podestà, ond’esse furono rappresentate in comune nelle cose di giustizia. Il Primicerius e il Secundicerius, l’Arcarius e il Saccellarius, il Protoscriniarius, il Primus defensor e l’Adminiculator furono in pari tempo rivestiti della dignità di officiali imperiali. Passati erano i tempi in cui questi ministri pontificî avevano tiranneggiato su Roma, chè la gerarchia antica di officiali era stata distrutta dai Carolingi e dai Papi; però i Judices palatini, sotto il praesidium del Primicerio, durarono da primo collegio dei magistrati di Roma. Eran dessi che regolavano anche l’elezione pontificia; presiedevano essi alle ceremonie della coronazione dell’Imperatore, cui stavano intorno, e, per così dire, ordinavano, parimenti come i sette Vescovi lateranensi ordinavano il Pontefice. Il Primicerio e il Secondicerio facevano da cancellieri dell’Impero, e, a quel modo che conducevano il Papa nelle processioni, medesimamente, nelle occasioni di festa, stavano ai fianchi dell’Imperatore[555]. Dacchè poi formavano il supremo consesso giudiziario permanente del duplice Palatinato, i sette Palatini avevano anche nome di Judices ordinarii. Non avevano perduto la competenza giudiziaria loro propria in nessuna delle rivoluzioni di Roma; ed infatti notammo che Alberico usò di loro sì, come facevano l’Imperatore e il Papa. Per lo contrario, i Duces di altra volta erano stati privati della loro autorità di giudici. Nella Costituzione data da Lotario nell’anno 824 sono ancora messi accanto dei Judices, ma, ai tempi degli Ottoni, non possedono più siffatta qualità. Fin dall’età di Carlo magno, per vero, gli ordinamenti romani in fatto di giustizia avevano sofferto mutazioni parecchie; l’autorità giudiziaria di officiali militari e civili, che anticamente, durante il periodo bizantino, avevano tenuto la supremazia, spariva al tempo dei Franchi, e dava luogo al più libero moto delle istituzioni germaniche che si svolsero nello Scabinato: infatti, dopo la prima metà del secolo decimo, troviamo anche in Roma i Judices dativi, e assai spesso ve li incontriamo in documenti posteriori all’anno 961, dopochè di loro s’ebbe fatto nome a Ravenna, intorno all’838.
L’essere proprio di questi Dativi non è venuto ancora affatto in chiaro; secondo che il nome loro dice, erano «costituiti», in qualità di assessori[556], per volontà delle supreme podestà di giustizia, dell’Imperatore, del Papa, del Patricius, oppure, nelle città di provincia, del Comes. A ragione si tennero in conto di istituto germanico, e si paragonarono agli Scabini, assessori franchi permanenti, che, sotto l’influenza del Conte, erano eletti fra gli uomini, possessori di liberi allodî, del «Gau» ossia territorio giurisdizionale, affinchè sedessero in tribunale come periti di diritto, e pronunciassero sentenza[557]. Da alcuni documenti si ritrae che nell’Italia superiore i Dativi erano nominati per città; in esse facevano da giudici, e il titolo si associava al loro nome, anco dopo ch’erano morti[558]. Per riguardo a Roma peraltro non può darsi prova che si scegliessero per coelezione del popolo; anzi compaiono sempre «dati» dall’Imperatore e dal Papa, e sì poco in qualità di assessori del comune cittadino (com’erano nell’Italia settentrionale), che talvolta potevano benanco essere denotati per giudici palatini[559]. In officio di Dativi vedonsi i sommi dignitarî laici; troviamo infatti Teofilatto «console e Dativus Judex»; Giovanni, prefetto, conte palatino e Dativus Judex; laddove molti altri Dativi si presentano senza che siano insigniti di dignità di diversa maniera: con tal nome di Dativus Judex si appellò anche Uberto avvocato del convento di Farfa, non appena che fu chiamato a fare da giudice sentenziante[560].
La magistratura giudiziaria di Roma era pertanto composta degli Ordinarii e dei Dativi. Di regola, non però sempre, sotto al giudice presidente si riunivano tanti Ordinarii e Dativi quanti occorrevano a formare il numero di sette, mentre un numero indeterminato di ottimati (nobiles viri), simili ai liberi ossiano boni homines dei Franchi, assistevano al giudizio (adstare, circumstare, resedere)[561]. Come veri giudici romani gli Ordinarii e i Dativi insieme erano appellati: Judices Romani o Romanorum; chiamavansi: per grazia di Dio, Giudici del sacro romano Impero (Dei Gratia sacri Romani Imperii Judex). Ei pare che al tempo degli Ottoni la nomina del Dativus fosse associata ad una ceremonia solenne. «Quando è a costituirsi il Giudice», così dice la formula di quell’età, «deve il Primicerio condurlo all’Imperatore. L’Imperatore gli dice: Avverti, o Primicerio, che egli non sia schiavo dell’uomo, nè povero, affinchè non nuoca all’anima mia con corruzione. Al Giudice dica l’Imperatore: Bada, in tutti i casi, di non ledere la legge del nostro santissimo predecessore Giustiniano. E quegli: Maledizione eterna cada su me se io lo faccia. Indi l’Imperatore deve fargli giurare che in nessun caso offenderà la legge; poi lo vesta del mantello, e gli assetti il fermaglio a destra, e gli chiuda a sinistra il mantello, in segno che gli deve essere aperto il libro della legge e chiuso il falso testimonio. E gli dia in mano i Codici, e dica: secondo questo libro giudica Roma, e la città Leonina e il mondo tutto; indi con un bacio lo congedi»[562].
La frase orgogliosa, se pure ridicola, che il Giudice romano dovesse giudicare secondo il Codice giustinianeo, oltre che la città Leonina, anche l’orbe delle terre, s’attagliava al concetto, ora nuovamente ravvivato, che Roma fosse città capitale del mondo; e già l’età di Ottone III lo esprimeva in quel noto verso leonino: Roma caput mundi regit orbis frena rotundi. Ristoravasi a quei dì anche lo splendore del diritto civile romano; e i Romani si compiacevano tutto quanti allorquando vedevano uomini franchi o longobardi impetrare il privilegio di potersi porre sotto la protezione del giure romano. Allora erano fatti cittadini romani con pompa solenne: «Se taluno», dice la formula, «brama di diventare romano, ei deve umilemente mandare all’Imperatore alcuni suoi fedeli, e pregarlo che lo accolga sotto il diritto romano, e gli conceda di venire inscritto nel registro dei cittadini romani. Se l’Imperatore vi acconsenta, deesi procedere così: sieda egli coi suoi nobili giudici e mastri; due Giudici gli vanno innanzi a capo chino e dicono: Imperatore nostro, cos’è che comanda il tuo altissimo imperio? E l’Imperatore: Che il numero dei Romani si accresca, e che l’uomo da voi oggi annunciatomi, sia posto sotto al giure romano»[563].
Poichè i Judices palatini erano preti, e perciò non potevano pronunciare sentenze di sangue, necessario era che in Roma vi avessero tribunali criminali permanenti. Per verità, il noto frammento «quot sunt genera judicum» non fa cenno del Prefetto, che ancora esisteva, e neppure dei Judices dativi; esso specifica soltanto i Palatini e i Consules, i quali sono ripartiti per giurisdizione di territorio, eleggono i Pedanei, puniscono i rei secondo la legge, e, a misura del delitto, pronunciano sentenza[564]. In essi noi ravvisiamo veri giudici criminali permanenti, or detti Consoli, non più Duces, ed i cui giudici subalterni ricevono nome di Pedanei. I loro «Giudicati», che in Roma certamente si dividevano per regioni, dipendevano dall’autorità del Prefetto della Città, avvegnachè sia difficile che quei Consoli facessero da giudici soltanto fuor di Roma, e che i «Giudicati» fossero tribunali posti in luoghi da Roma diversi. Peraltro, un documento dato da Velletri nell’anno 997 dimostra che i giudici dei territorî provinciali avevano nome di Consoli: in quella carta un Abate manda ad un castello datogli in investitura dei giudici monastici in cose civili, con titolo di Consules[565]. Ad ogni modo confessiamo, che la nostra scienza degli ordini giudiziarî della Città a questo periodo di tempo è assai difettiva; dai documenti assai poco profitto abbiam tratto, e gli Storici moderni del diritto romano nel medio evo, ristretti a siffatte scritture e a quell’imperfetto frammento, pur rimproverandosi i reciproci errori, vanno tutti tentoni nel bujo[566]. Se così incompletamente ci è noto l’ordinamento giudiziario di Roma, avviene pur lo stesso per ciò che riflette le città fuor di Roma. Erano esse tuttavia amministrate da Duces, da Comites, da Vicecomites ed anche da Gastaldi e da Missi apostolici, i quali, alla loro volta, eleggevano i loro Judices. I Duces antichi compaiono a questa età assai rari; manifestamente eglino erano stati soppiantati dai Conti franchi, i quali adesso emergono dappertutto, così che i Ducati antichi si tramutano in Comitati[567]. Anche i Tribuni di un tempo cessarono di essere rettori di piccole città; sol di rado viene a galla il loro titolo; qua e là è semplicemente cosa d’onore, oppure significa vera qualità di officiali municipali e di giudici di terre minori[568].
Molto dicemmo dei giudici palatini romani, ma l’essere vero del Palatinato imperiale di Roma, a questo tempo, è in qualche parte involto di oscurità. Nell’origine s’era inteso ad unirlo col Palazzo pontificio, ma ben tosto, come voleva la natura delle cose, ne fu separato. Esso aveva uno stato di corte suo proprio, redditi suoi proprî. Da dopo di Carlo gli Imperatori avevano posto loro dimore presso al san Pietro, e talvolta tenevano stanza in Laterano, avvegnachè non possedessero una vera loro residenza nella Città. Ottone I s’era costruito un palazzo a Ravenna, ma non avea pensato di far cosa pari anche in Roma, e sembra che soltanto Ottone III, ideasse, per primo, di erigere un castello imperiale a Roma: l’avrebbe piantato sull’antico palazzo dei Cesari, se non ne lo avesse impedito la gran moltitudine di rovine. Prendeva egli sua residenza sul monte Aventino, in vicinanza di san Bonifacio, forse in un palazzo antico[569]; ivi si circondava della pompa ceremoniale bizantina, e costituiva molte dignità palatine, con nomi che sapevano di suono straniero, e alla cui testa era posto il Magister Palatii Imperialis[570]. Una guardia imperiale, composta soltanto di nobiluomini cospicui, romani e tedeschi, vegliava intorno alla sua persona. La Graphia tenne nota della forma adoperata quando taluno era accolto fra i cavalieri della guardia: il Tribuno consegna al Miles gli sproni, il Dictator la corazza, il Capiductor la lancia e lo scudo, il Magister Militiae gli stinieri di ferro, il Caesar l’elmetto crestato, l’Imperator gli porge la cintura ornata di segnacolo, la spada, l’anello, la collana e i bracciali. Chiaro è che qui si mescolavano insieme costumanze bizantine e romane. La milizia imperiale era divisa in due coorti di cinquecento cinquantacinque uomini per una; ognuna era comandata da un Comes, ma a capo di entrambe stava il Conte Palatino imperiale, il quale «era locato sopra di tutti i Conti del mondo, ed incaricato della cura del Palazzo»[571]. Al tempo di Ottone III, per la prima volta, è nominato il Comes sacrosancti Palatii Lateranensis; nell’anno 1001 era investito di cotale dignità il romano Pietro, e, nel 998, sembra che la tenesse Giovanni prefetto, poichè in quel Placito farfense, onde dicemmo, ei si sottoscrive: Comes palatii; però anche allora v’avevano Conti parecchi del Palatinato[572]. Quell’officio eziandio aveva spettato alla corte pontificia; da essa indi era passato nella corte imperiale; e nei secoli successivi Imperatori e Papi ne distribuivano il titolo, così che la dignità alla fine perdeva qualsiasi rilevanza. Non può credersi che, nel tempo onde parliamo, l’officio mancasse di giurisdizione corrispondente; è piuttosto probabile che fosse tribunale di appello in cose riguardanti il tesoro imperiale.
Nè puossi dubitare che un fisco imperiale esistesse in Roma, avvegnaddio l’Imperatore possedesse ivi diritto a regalìe di varia maniera. È cosa naturale che conventi, quali erano Farfa e sant’Andrea sul Soratte, pagassero imposta al tesoro del loro patrono; ma, anche senza di questo, si nota che esistevano dominî di altra natura[573]. Allorquando Lodovico Imperatore, nell’anno 874, costituì la dotazione al suo convento Casa aurea, nuovamente fondato, vi donò tutte le entrate che egli possedeva a Roma, nella Campagna, nella Romagna, nello Spoletino, a Camerino e in Tuscia[574]. Che in quei redditi poi si dovessero raccogliere soltanto diritti fiscali lo dimostra in ogni modo la irrilevanza dei patrimonî posseduti dall’Imperatore in Roma e nel territorio romano: però s’ignora massimamente di che fatta proventi l’Imperatore ritraesse da Roma. All’età dei Carolingi era debito di mandare al palazzo di Pavia un dono annuale di dieci libbre d’oro, di cento d’argento e di dieci finissimi pallî; in pari tempo, il Missus imperiale era mantenuto a spese della Camera apostolica[575]. Del resto non s’ode di alcun balzello che Roma pagasse; soltanto che la metà delle ammende in cose civili (ammontavano di consueto a dieci libbre d’oro) erano versate a beneficio del Palatium imperiale. Il reddito poteva non esserne tenue, a causa del gran numero delle liti, ma era incerto; similmente altri redditi erano cosa del momento: così avveniva del Foderum, della Parata, del Mansionaticum, ossiano oblighi di mantenere cavalli e soldati, di restaurare strade e ponti, di dar quartiere all’esercito. Le quante volte l’Imperatore veniva a Roma il suo esercito e la sua corte erano spesati dalla Città, e cel sappiamo da ciò che, un tempo, Ottone I avea allontanato le sue soldatesche per non gravare Roma soverchiamente. L’obligo del Foderum si estendeva a tutte le città d’Italia, dalle quali l’Imperatore passava, e non era piccolo peso per il paese[576].
La Camera apostolica, per lo contrario, aveva natura diversa. Il tesoro pontificio (in origine era il Vestiarium) fu anch’esso a quest’epoca chiamato Palatium; ad esso si pagavano le imposte e i redditi dei beni ecclesiastici, che in generale comprendevansi nei concetti di dationes (dazî), tributa, servitia, functiones, pensiones. Nelle specialità i titoli delle imposte erano innumerevoli, perocchè i nomi dei dazî e dei balzelli che affliggevano i ponti, le vie, le porte, i prati, i boschi, i mercati, i fiumi, i lidi, i porti ed altro, formano un registro lungo, che chiarisce i caratteri barbarici della economia publica di quell’età[577]. Gli Actionarii percepivano la moneta che proveniva da tutti i possedimenti della Chiesa, e in Roma stessa troviamo la Camera pontificia essere altresì padrona di balzelli, che erano imposti sulle rive dei fiumi, sulle porte delle città, e, di qua e di colà, su’ ponti[578]. Non sappiamo in modo alcuno che si riscotessero in Roma gabelle dirette o tributi, e dubitiamo affatto che il Fisco pontificio esigesse dai Romani liberi testatico o imposta fondiaria. Era arte politica del Papato di non vessare Roma con gravezze; ma non vi si avrà, per lo contrario, fatto difetto di spillare quelle percezioni che erano conosciute con titolo di doni, di collette, di decime, di consuetudini. Per quanto grande possa parerci la barbarie di quell’età, essa era ancor lungi dal sistema dissanguatore sorto nelle monarchie dei tempi posteriori: il concetto della sovranità era significato massimamente nella podestà giudiziaria suprema, e tutte le altre prestazioni dei sudditi riposavano in un patto o contratto, per cui eglino pagavano emolumento di tutto ciò che apparteneva allo Stato ed era da loro usato a profitto proprio. Perciò, le rendite effettive della Chiesa consistevano nei suoi molti patrimonî, e la Camera poteva professar diritto soltanto su ciò che le apparteneva a titolo di census. Invece, al Fisco pontificio erano devolute le multe, le composizioni e le sostanze eziandio di chi moriva senza eredi[579]. Anche la zecca era tuttavia una regalìa esclusiva del Palazzo pontificio, dacchè non altri che i Papi avevano diritto di batter moneta.
Ma i proventi del Laterano s’erano diminuiti di molto. La restaurazione dello Stato ecclesiastico, avvenuta per opera di Ottone I, non riparava alle conseguenze della grande rivoluzione, che i possedimenti papali avevano subìto omai da più che settant’anni. Laddove, ai tempi di Adriano I e di Leone III, i patrimonî erano stati fiorenti, dopo il decadimento dell’Impero avevano essi sofferto un saccheggio di mille maniere. La confusione nelle cose di amministrazione usciva fuor d’ogni limite; parecchie volte il Laterano era rubato e devastato, il suo archivio distrutto, i rettori dei patrimonî abbandonati a sè stessi, senza alcuno che li proteggesse. I coloni, sopraffatti d’angherie, non pagavano più le tasse di mercede; i fittavoli nobili si rifiutavano di soddisfare i censi, o negavano di esserne debitori. I Pontefici poi erano trascinati al bisogno di cedere altrui beni e diritti di fiscalità; e l’ordinamento feudale germanico, a combatter cui Roma s’era lungamente dibattuta, faceva invasione da tutte le parti. Dominî senza numero, alienati per astuzia o per violenza, diventavano patrimonî ereditarî, e i Papi ne facevano scialaquo di dono a nepoti o a partigiani, cui andavano debitori della tiara. Necessità gli obligava a lasciarsi sfuggire di mano qualche bel possedimento per cavarne denaro pagato con moneta pronta; indi, tanto per salvare alla Camera il diritto di proprietà, vi imponevano soltanto un censo annuale di valore sì tenue, che diventava risibile cosa. Più ancora, le guerre, gli Ungheri, i Saraceni, avevano colato a fondo la proprietà di san Pietro. La più parte dei dominî era ridotta al nulla, e i Pontefici vedevansi costretti a concedere borgate intiere a Vescovi o a Baroni, perchè le difendessero e le ripopolassero. Le esenzioni ottenevano il sopravvento anche nel territorio romano. Regalie antichissime erano prodigate a Vescovi e ad Abati sempre in maggior numero, ed eglino, del paro che la nobiltà, prendevano possesso di città. Questo rilevammo avvenire a Subiaco ed a Porto, ma più sorpresa ci desta trovare che Gregorio V cedeva in perpetuo le contee di Comacchio e di Cesena, e la stessa Ravenna e il suo territorio, a quell’Arcivescovo, con tutti i tributi publici e col diritto di batter moneta; Ottone vi aggiungeva eziandio la Potestas o Jurisdictio. Di siffatta maniera i Papi rinunciavano a quella proprietà, sopra cui avevano vigilato sì lungo tempo, e con cure sì fervide[580]. Anche Abati e Vescovi davano loro beni a signori potenti, che allor diventavano loro vassalli o Milites; così vivevano sicuri di vedere quelle terre difese contro ai Saraceni od altri nemici. Concedevano a loro città perchè le munissero di fortificamenti, terre selvatichite perchè vi piantassero colonie; e in tal modo, nel secolo decimo, sorgevano per la Campagna di Roma castella e torri molte. Sebbene simili contratti avessero pur sempre indole di enfiteusi, la cosa presto mutava, dacchè il feudalismo veniva incalzando ognor più, e di già nell’anno 977 si rinviene un contratto di natura feudale. Giovanni, abate di santo Andrea in Selci, vicino Velletri, investiva il celebre Crescenzio de Theodora del castrum vetus, coll’obligo espresso, che «farebbe guerra e pace secondo il comandamento del Papa e degli Abati del monastero». Notevoli ne sono poi i patti accessorî. Il convento vi si riserva il diritto di tenere presidio ad una porta del castello, di mandare nella terra fittata suoi Consoli (giudici), e suoi Viceconti (prevosti), perchè vigilino sui privilegî del chiostro, percepiscano il censo, e giudichino nelle controversie civili; Crescenzio invece ne consegue il diritto di giustizia criminale e la capitananza della soldatesca. Il censo consisteva in frutti naturali, fra’ quali noveravasi un quarto del prodotto del vino; e nel dì festivo di santo Andrea dovevano essere forniti un paio di torce e un mezzo sestaro di olio. Quantunque anche questo contratto abbia sempre sembianza di una locazione di terza maniera, nondimeno l’obligo del servizio di armi vi attribuisce impronta feudale[581]. Cotale scrittura è il primo documento romano di siffatta natura che ci sia noto; ma, poco tempo dopo, una carta eretta nell’anno 1000 ci dimostra che il sistema dei Beneficia aveva ottenuto riconoscimento pieno della Chiesa romana.
In essa carta Silvestro II concede la città e il comitato di Terracina a Dauferio longobardo ed ai suoi discendenti, e gli impone obligo di prestazioni militari, nelle quali precisamente consisteva il carattere essenziale del vassallaggio feudale. Opera tale avevano partorito pertanto le guerre di fazioni ed i Saraceni: il reggimento dei beni della Chiesa, tenuto in origine da’ Suddiaconi, si cambiava in un sistema di locazioni private, e questo, di per sè stesso, si trasformava nell’ordinamento del possesso feudale. Trascorsa la prima metà del secolo decimo, il grande patrimonio di san Pietro era occupato d’ogni parte da Milites, i quali fervidamente intendevano a tramutare in possedimento ereditario famigliare ciò che avevano conseguito dalla Chiesa soltanto in via temporanea[582].
Torniamo alla storia. Prima che cominciasse l’estate dell’anno 998 Ottone partiva di Roma per andare nell’Italia settentrionale, ma di già nel Novembre era anche di ritorno nella Città, per assistervi ad un Concilio; indi, sospinto da irrequietudine interiore sempre crescente, moveva pellegrino nell’Italia meridionale. La morte di martirio incontrata da Adalberto aveva scosso la sua anima fanatica per ogni fibra; le insinuazioni dei monaci di Ravenna, gli ammonimenti di santo Nilo avevano atterrito la sua coscienza, perocchè lo crucciasse il pensiero che troppo crudele fosse stata la punizione inflitta ai ribelli romani: pertanto deliberava di imprendere un pellegrinaggio. Se sia vero che partisse di Roma a piè nudi ben dava egli ragione alla voce, che lo affannasse il rimorso della fede mancata a Crescenzio; e, sebbene la superstizione fosse abituata a vedere atti di cotale umiliazione, può darsi che se ne diminuisse la reverenza verso l’Imperatore, che a quelle opere si assoggettava[583]. Ottone pellegrinò a monte Gargano, promontorio selvaggio che s’eleva sul mare di Puglia, dove era eretta una chiesa antica, dedicata all’arcangelo san Michele. Santità operosa di miracoli, lontananza di sito, solitudine magnifica di natura, rendevano il luogo, meta frequentatissima dei pellegrinaggi di quell’età, così che il Gargano nell’Occidente corrispondeva a ciò che il monte Athos o Hagionoro era pei Cristiani d’Oriente. Ottone visitò in prima Monte Cassino, dove era vissuto Adalberto, indi orò sulla tomba di san Bartolomeo a Benevento, finalmente salì a piè scalzi il santo monte. Rimase colà, fra i monaci salmeggianti, in abito di penitente, mortificando lo spirito e la carne, e di quell’altezza gettò sguardi desiosi alla Grecia e all’Oriente, e andò sognando della remota Gerusalemme: nel suo ritorno visitò santo Nilo. L’eremita viveva allora con altri uomini fanatici nella campagna di Gaeta, vero nomade, sotto a tende «splendide di povertà». Però, l’occhio di Ottone non altro discerneva in esse che «le capanne di Israello», e venutone appena in vista, si gettò giù di cavallo, corse a prostrarsi appiè del vecchio seguace di Macario, lo condusse nella cappella del convento, e, Davide contrito, si immerse ivi nella preghiera. Invano egli sollecitò Nilo ad andare a Roma, e gli promise qualunque grazia che potesse bramare; il patriarca, che non bisognava di cosa alcuna, fece soltanto voti per la salute spirituale del giovane Imperatore; e Ottone, piangendo amaramente, depose la sua aurea corona fra le mani di santo Nilo, e, in mezzo a benedizioni, se ne accomiatò per volgere il suo cammino a Roma[584].
Giusto allora Roma era in festa perocchè fosse morto il giovane papa Gregorio. L’energico Tedesco, odiato acerbamente dai Romani, moriva di repente sul principio di Febbraio dell’anno 999, probabilmente di veleno: così il supplizio di Crescenzio era vendicato sul Pontefice, cui massimamente se ne poteva dar colpa[585]. Alla nuova di quella morte Ottone, atterrito, correva a Roma; per lo meno sappiam questo, che egli si trovava colà addì 7 di Maggio: nè i Romani tentavano di sollevare al papato un uomo di loro elezione, ma accoglievano con silente rabbia il succeditore di Gregorio, che l’Imperatore loro imponeva. Fu quegli Gerberto, un genio che in guisa mirabile precorreva splendidamente il suo tempo.
Gerberto era nato nel mezzogiorno di Francia, di basso stato. Monaco in Aurillac, s’era dato con fervore allo studio delle matematiche, che allora gli Arabi avevano messo in fiore, e in Reims apparava le filosofiche discipline con tale risultato di valentìa, che più tardi induceva a meraviglia la Francia, di colà insegnando. Ottone I aveva fatto conoscenza di lui in Italia, e, compreso di ammirazione del suo ingegno, lo colmava di favori; Ottone II dappoi gli dava la ricca abazia di Bobbio. Però Gerberto s’era partito assai presto di qua, perchè vi soffriva persecuzione continua; tornava a Reims, indi recavasi alla corte tedesca, dove metteva a pro la sua maestria di adulare la famiglia imperiale. Diventò precettore di Ottone III, e, dopo di aver vissuto qualche tempo in Reims, ascese nell’anno 991 alla cattedra arcivescovile di quella città per protezione di Ugo Capeto, del cui figliuolo parimente era stato maestro. Nel Concilio, che pronunciava la deposizione (contraria ai canoni) di Arnolfo predecessor suo, Gerberto aveva riversato nei suoi protocolli sinodali le audacie dei Vescovi di Francia; ma, nel Sinodo di Mouson dell’anno 955, essendo stato costretto da Leone di san Bonifacio, legato del Papa, a scendere dal seggio di Reims, Gerberto tornava alla corte di Ottone III, e, di lì a tre anni, diventava arcivescovo di Ravenna.
Questa celebre città splendeva allora, grazie alle virtù di un Santo, dello splendore di Cluny; chè, mentre l’Italia meridionale si riempieva del grido di santo Nilo, la rinomanza di un Ravennate risonava per tutto il settentrione della penisola. Romualdo, discendente dei duchi Traversara, dopo una vita agitata, s’era fatto, nell’anno 925, eremita; aveva introdotta riforma nel chiostro di santo Apollinare di Classe, indi s’era nuovamente ritirato in una solitudine delle terre venete, e, in sull’anno 971, aveva fondato una congregazione di eremiti nell’isola di Pereo presso Ravenna: d’allora in poi questo chiostro diventò un insigne seminario di anacoreti, chè Romualdo non costituiva già monasteri, come Odone aveva fatto, ma piantava romitaggi che presto si diffondevano per l’Italia. Una novella estasi di misticismo si apprendeva in quel tempo alla gente umana; la brama del martirio antico si ridestava; gli uomini ricchi tornavano a donare i loro beni alla Chiesa; Principi andavano peregrinando e si assoggettavano a penitenze; Pietro Orseolo, doge, e Gradenigo e Mauroceno, nobili veneziani, facevano vita di solitarî come Romualdo loro maestro; e sulle montagne, e dentro alle caverne, e sulle spiagge del mare, e fra le foreste, ponevano loro dimora nuovi eremiti, siccome ai tempi di Antonio egiziano[586].
Erano pure i due strani contrapposti, Romualdo e Gerberto, tutti e due a Ravenna. Questi, maestro di astuzie e di sofismi, perito diplomatico, erudito grande e matematico di genio, doveva mirare con isguardo di compassione l’eremita, che a stento riusciva a compitare il salterio, e che cercava nella solitaria selvatichezza di un mistico stato di natura la più alta missione dello spirito umano. Eppure, appiè di Romualdo s’inginocchiavano Principi del più illustre stato, attendendo con umiltà ai suoi discorsi; ed Ottone III stesso, che, ammiratore del genio del suo maestro, gli scriveva lettere coll’indirizzo: «al sapientissimo Gerberto, coronato nelle tre classi della filosofia», Ottone stesso si prostrava in pari tempo innanzi all’eremita ignorante, ne baciava con reverenza il lembo della tonaca, e si stendeva penitente sul suo giaciglio di giunchi. Gerberto sedette un solo anno sulla cattedra di Ravenna, chè Ottone ne lo chiamava al pontificato, splendida prova che la istruzione di un sì grande maestro non era stata sterile di frutto[587].
La elezione di lui recò onore a Ottone, ma umiliò Roma, perocchè il genio del novello Pontefice, il quale, tempo prima, aveva scagliato tanto pungenti censure contro alla barbarica ignoranza dei suoi predecessori, facesse sì che la tenebra di Roma comparisse ancor più oscura. Addì 2 di Aprile dell’anno 999 Gerberto fu ordinato, ed egli arditamente si impose il nome di quel Pontefice che era onorato con venerazione santissima, ed era omai diventato persona di mito. Silvestro II faceva pensare che in Ottone dovesse rivivere un Costantino secondo; nè la scelta di quel nome era fatta senza motivo: amicizia e gratitudine univano maestro e discepolo, e la associazione del Papato e dell’Impero, cui Ottone aveva mirato di ottenere per via di Gregorio cugino suo, doveva adesso giungere a buon fine sotto di Silvestro II. Chi poneva fede nella donazione di Costantino poteva per verità susurrare all’orecchio dell’Imperatore, che il nome di Silvestro significava restaurazione dello Stato ecclesiastico e donazioni nuove; e l’arguzia dei Romani avrebbe potuto ricordare ad Ottone, che, appunto dopo di quella donazione, Costantino aveva abdicato Roma per sempre a favore del Papa, e s’era ritirato umilmente in un canto d’Europa, sulle rive del Bosforo. Ottone, per lo contrario, voleva fare di Roma la sede dell’Impero e diventare nuovo Trajano di una nuova monarchia universale. Innanzi ai suoi occhi si agitava l’idea di Carlo, ma il giovane immaturo di consiglio non era capace di formarsi l’idea di un sistema politico tale, che si acconciasse allo stato dell’Occidente germanico-romano. La sua educazione di greco costume lo aveva allontanato dal mondo nordico; invece di considerare, sì come Carlo aveva fatto, che Roma, decaduta per sempre nell’ordine politico, doveva essere soltanto fonte di un titolo e sede della Chiesa da lui dominata; invece di raffermare piuttosto in Alemagna il centro di gravità dell’Impero, Ottone intendeva a rialzare nuovamente Roma al grado di residenza imperiale, senza neppur pensare che in tal caso avrebbesi dovuto primamente sbassare la Chiesa alle proporzioni di un patriarcato (come era avvenuto di quella bizantina), e spendere in siffatto còmpito lotte senza fine. Nella sua mente si confondevano, sovrapponendosi l’uno sull’altro, i limiti della Chiesa con quelli dello Stato, e insieme coi principî monarchici si andavano in lui mescolando le ricordanze degli istituti antichi di Roma aristocratica e di quella democratica. La potenza di Germania aveva risollevato il Papato dalla ruina e vinto ancor una volta Roma, ed egli credeva in buona fede di avere incatenato a sè quella nobiltà, che cercava, con pensieri più pratici di quello che fossero gli intendimenti suoi, di restringere la cerchia del reggimento di Roma alla misura entro cui Alberico s’era tenuto. Dopo di avere appeso a’ patiboli gli uomini che avevano lottato per dare a Roma una grandezza tanto modesta, pareva ad Ottone di avere eguagliato Augusto vincitore di Azio, e la sua fantasia ardente allargava le dimensioni di Roma ruinata a quelle dell’orbe mondiale. Con pompa artificiosa faceva egli dunque risorgere il titolo della Republica antica, e perfino discorreva di accrescere la potenza del popolo romano, e parlava di Senato. Davasi, a preferenza d’altro, nome d’Imperatore dei Romani, ed ancora quello di Console del Senato e del Popolo di Roma, e, se più lungamente avesse vissuto, avrebbe restaurato il Senato[588]. Nessun documento dice che questo ei facesse, ma non mettiamo pur dubbio che egli desse ai Romani una specie di costituzione cittadina, poichè le forze della nobiltà erano diventate troppo grandi, ed egli aveva duopo di conciliarla a sè. In un tempo, nel quale i diritti di corporazione si andavano ordinando in modo deciso, in cui la podestà dei Principi non si cingeva in guisa alcuna di forme despotiche, era impossibile che Roma restasse priva di una sua propria costituzione municipale. L’architettura delle sue cime era composta dall’Imperatore o dal Papa, ma i diritti fondamentali della corporazione cittadina erano guarentiti per ragione di patto.
Ottone, a questa età, traeva in moda le forme pedantesche della corte greca; saltando di là dell’abisso che il tempo aveva spalancato, e che, per buona ventura, separava Roma da Bisanzio, cominciò a vestire col fasto usato da Diocleziano; e questa fu cosa che gli attirò addosso il biasimo dei suoi concittadini nutriti a idee di serietà. L’Imperatore, dice un Cronista tedesco, desiderava rinnovare i costumi antichi dei Romani, che in parte erano andati in dissuetudine, e molte cose fece che variamente furono giudicate: soleva sedere da solo ad una mensa di figura semicircolare, sopra un trono che superava di altezza gli altri[589]. L’amore passionato che Ottone aveva per il grecume era alimentato da Gerberto. Il Principe, avido di addottrinarsi, aveva fatto fervidi inviti a quest’ultimo, prima che diventasse papa, affinchè lo istruisse nelle lettere classiche e nelle matematiche, ma Gerberto rispondeva, non comprendere per qual fatta di mistero divino avvenisse, che Ottone fosse greco di nascita, romano di podestà imperatoria, e quasi erede dei tesori della sapienza greca e di quella romana: in tal modo si sciupava coll’adulazione la natura del giovane fornito di ingegno[590]. Affine di piacergli i cortigiani affettavano forme che sapessero di greco; financo cavalieri giganti di Germania, fior di gente onesta, cominciavano a biascicare quella lingua, parimente come a tutte le corti alemanne del secolo decimottavo e del nostro tempo, si balbettava e si balbetta il francese: tanto antica è quella miserevole smania dei Tedeschi di adulterare la propria natura coll’orpello degli stranieri. Oggidì ancora, in alcune ingiallite carte giudiziarie, troviamo le sottoscrizioni di giudici tedeschi di Ottone, dai nomi di Sigfredo e di Gualtiero, composte a caratteri greci, giusto come era Stato costume di farlo a Roma e a Ravenna nei tempi bizantini, quando benanco usavasi scrivere frasi intiere di latino a lettere greche[591].
Ottone studiò i costumi della corte di Bisanzio, con cui egli, figliuolo di una donna greca, intendeva imparentarsi per via di matrimonio; e, per uso di lui, fu allora compilato un formulario latino, che in parte attinge alle Origines di Isidoro, in parte concorda col Libro ceremoniale di Costantino Porfirogeneto. Le dignità bizantine vi sono commentate con dottrina d’antiquario, e sono messe in applicazione a Roma; vi si enumera e vi si spiega la foggia delle vestimenta fantastiche dell’Imperatore, e vi si descrivono le sue dieci corone, tutte diverse una dall’altra. Erano di ellera, di olivo, di pioppo, di quercia, di alloro; v’aveva fra esse la mitra di Giano e dei Re trojani, il frigium trojano di Paride, la corona ferrea simboleggiante che Pompeo, Giulio, Ottaviano, Trajano avevano domato il mondo colla spada; v’era la corona di penne di pavone, e finalmente quella d’oro seminata di gemme, che Diocleziano aveva tolto a imitazione dal Re di Persia, e su cui leggevasi scritto all’ingiro: Roma caput mundi regit orbis frena rotundi[592].
Tutto ivi è notato, cavalli, armi, istrumenti di musica, financo gli eunuchi, e vi sono registrate le diverse maniere di trionfo. «A nessuna dignità, a nessuna podestà, a nessun’anima vivente nel mondo romano, neppure all’eccelso monocrate, è lecito salire il Campidoglio di Saturno, capo del mondo, se non in vestimento di abiti bianchi. Quando poi il monocrate vuol ascendere al Campidoglio deve prima vestire nello spogliatoio (Mutatorium) di Giulio Cesare la porpora bianca, indi, circondato di musici d’ogni maniera, andare all’aureo Campidoglio, mentre a lui si acclama in lingua ebrea, in greco e in latino. Colà tutti devono inchinarsi innanzi ad esso tre volte, prostrandosi fino al suolo, e, per la salute del monocrate, alzare preci a Dio, che lo ha posto a capo del mondo romano»[593]. Però Ottone di queste magnificenze antiquate doveva tenersi pago a leggerle nel Libro ceremoniale; ad ogni modo, se più a lungo avesse vissuto in Roma, e se avesse menato una donna di Grecia per moglie, non v’ha dubbio ch’egli avrebbe introdotto tutta la pompa della corte bizantina, e avrebbe celebrato trionfi e dato giuochi nel circo. Le sue fantasie contribuivano di molto ad alimentare il borioso concetto in cui i Romani tenevano la Città eterna, capitale del mondo. Può darsi che cervelli bollenti si confortassero della libertà civile perduta, pensando che Ungheri, Polacchi, Spagnuoli settentrionali e la stessa Alemagna sarebbero province romane, ed eglino ne farebbero da proconsoli; benanco può darsi che gli aristocratici ignoranti, i quali conoscevano il greco soltanto di udito, non ridessero, neppur eglino, gran che delle fanciullaggini di un Greco sassone, il quale lusingava il loro orgoglio nazionale; onde avidamente facevano ressa a torsi le cariche della corte e della milizia, che Ottone loro offriva. Se anche non si legge che egli creasse dei Tribuni della plebe, dei Consoli, dei Dittatori e dei Senatori, v’avevano però alla corte di lui degli officî chiamati con nomi superbamente sonanti, e, parimente come a Bisanzio, vi si trovavano Protovestiarî, Protoscriniarî, Logoteti, Archilogoteti, Protospatarî. Gregorio di Tusculum portava il titolo nuovo di Prefetto della flotta. In mezzo al decadimento dello Stato ecclesiastico aveva cessato di esistere in Ostia il quartiere navale pontificio; ma adesso Ottone III, ravvolgendo nel suo animo disegni arditi contro a Sicilia, pensava alla creazione di una marineria romana, e, coll’elezione di un ammiraglio, precorreva alla realtà vera delle cose[594].
Più importante era l’officio del Patricius, che sembra essere stato rinnovato da lui, affine di blandire le idee dei Romani, pei quali quel titolo era fornito di tanto grande importanza. Tratto tratto se ne fregiavano ottimati romani, forse soltanto come segno di onore che i primi Ottoni avevano concesso, ad esempio di Bisanzio[595]. Ottone III vi diede rilevanza nuova, e della ceremonia solenne usata per la nomina del Patrizio tien nota la Graphia. Il Protospatario e il Prefetto conducono all’Imperatore il futuro Patrizio, il quale gli bacia le piante, le ginocchia e la bocca, e bacia tutti i Romani circostanti che gli danno il benvenuto; indi l’Imperatore lo nomina suo ausiliario, suo giudice e suo difensore nelle cose riguardanti le chiese ed i poveri, lo veste del mantello, gli mette l’anello nel dito indice, e ne adorna il capo dell’aureo serto[596]. Vien detto che Ziazo fosse primo patrizio al tempo di Ottone[597]; sull’incominciare poi del secolo undecimo troviamo Giovanni essere «Patrizio della città di Roma», e quivi, nel suo proprio palazzo, egli tiene un Placito; allato di lui, come giudice, sta Crescenzio prefetto della Città, ma quell’altro occupa il primo luogo[598]. L’officio però rinserrava dentro di sè l’attrattiva alla rivolta, chè quei maggiorenti romani, i quali combatterono la podestà pontificia e la imperiale, sempre s’appellarono con nome di Patrizio; laonde, più tardi, lo si ricacciò nell’ombra, per via della dignità cresciuta al Prefetto. Anche di questa carica sembra che Ottone III abbia rialzato la importanza. All’età dei Carolingi di Prefetto della Città non si ha vestigio; tornammo con esso ad imbatterci negli anni 955 e 965 e, presto dopo, lo stato di lui guadagnò di considerazione. Egli faceva veramente da vicario della podestà imperiale, era insignito di aquila e di spada, ed amministrava la giustizia criminale nella Città e nel suo territorio. In pari tempo aveva incarico di avvocato ordinario della Chiesa, con podestà giudiziaria.
Frattanto Silvestro II dimostrava con quali spiriti intendesse fare da papa. Roberto re francese era costretto a rinunciare ad un matrimonio contratto contrariamente ai canoni; sul ribelle lombardo Arduino pronunciavasi scomunica; i Vescovi erano sermoneggiati per iscritto, che il nuovo Papa aveva risoluto di castigare senza misericordia la simonia e l’immodestia di vita, affinchè l’officio vescovile nuovamente si rialzasse, puro di ogni macchia, al di sopra della podestà regia, che era tanto inferiore al primo, di quanto il piombo triviale è vinto dallo splendore dell’oro[599]. Silvestro trovava in Ottone il sostegno più volonteroso, per ciò che si trattava di condurre a buon fine la riforma ecclesiastica, cui Gregorio V s’era sforzato di operare; e di lui il Papa abbisognava per giungere a questo scopo generoso, e per raffermare sè medesimo in Roma. Deliberato di fondare una nuova signoria mondiale del Papato, Silvestro trovava accosto a sè un Imperatore giovine, desioso di gloria, compreso del concetto della grandezza antica, e fervido di speranze che da sè incominciasse una nuova êra per l’Impero. I rapporti che si stringevano fra il maestro, esperto delle cose del mondo, e il suo discepolo, inspirato a idee di romanzo, sono in altissimo grado degni di considerazione, avvegnachè in fondo i loro intendimenti si osteggiassero. Ottone III ben comprendeva sè essere l’Imperatore, ricordava aver egli creato due Papi, e tornargli necessario di battere le vie dell’avo suo, cui la Chiesa aveva prestato obbedienza senza esitare. Queste teorie Ottone proclamò, allorchè fece al Papa graziosa donazione di otto contee, sulle quali la Chiesa vantava pretese. L’Imperatore protestava in questa occasione, che Roma era capo del mondo, che la Chiesa romana era madre della Cristianità, ma che i Papi medesimi avevano rimpicciolito il loro splendore, disperdendo beni ecclesiastici per farne quattrini. Oltracciò diceva, che nella confusione degli ordini giuridici alcuni Papi, col pretesto della donazione falsa di Costantino, avevano usurpato alcune parti dell’Impero, e che si era fabbricata una donazione di Carlo il Calvo, falsa tanto quanto la prima. A siffatte finzioni non dava egli che sprezzo, ma al suo precettore, che aveva creato papa, donava i comitati di Pesaro, di Fano, di Sinigaglia, di Ancona, di Fossombrone, di Cagli, di Jesi e di Osimo. Quella protesta significava la coscienza della maestà imperatoria che Ottone accoglieva nell’animo, e Silvestro doveva sentirne temenza[600].
Nel suo grande intelletto il Pontefice sorrideva dei sogni dorati del giovinetto generoso, ma ben si guardava dal dissiparli; infatti, allorchè Ottone ebbe alzato il suo maestro al seggio pontificio, sperò egli di avere trovato in questo chi secondasse le sue idee, e soltanto la morte lo premunì da veder ciò che gli sarebbe stato dolorosissima delusione. Silvestro invece aveva in mente di educare a suo pro il giovine idealista, e di restaurare col mezzo suo lo Stato della Chiesa. Approvava il proposito che l’Imperatore ponesse in Roma stabile residenza, perciocchè questa eragli arra di quiete, e poneva impedimento a’ tumulti ribelli. Adulava Ottone in tutte le maniere; diceva lui essere monarca del mondo, cui obbedivano Italia e Alemagna e Francia e le terre degli Slavi, e chiamavalo più savio dei Greci, lui uomo di greca origine: così scaldava la fantasia del giovine Principe, che in pari tempo correva le vie dell’antichità e quelle del monachismo.
Quantunque per eletta cultura si alzasse al di sopra della sua età, tuttavia anche Silvestro II ne divideva parecchie tendenze, perchè di quel tempo era anch’egli figliuolo: e merita che si noti, essere partita da lui la prima esortazione alla Cristianità, perchè liberasse Gerusalemme dalle mani degli Infedeli[601]. La Chiesa e l’Impero celebravano allora novelli trionfi: Sarmati convertiti compensavano la perdita della Bulgaria; Polonia si assoggettava a Roma; gli Ungheri feroci, che poco tempo prima erano stati i più formidabili devastatori d’Italia, domati dappoi dalle armi tedesche, sottoponevano sè stessi al culto romano, e accoglievano istituti germanici nelle cose di Chiesa e di Stato. Anastasio, ossia Astarico, ambasciatore del loro savio principe Stefano, veniva a Silvestro acciocchè questi desse ricompensa alla conversione dell’Ungheria, accordandole dignità regia. Il Papa, con gran gioia, metteva una corona nelle mani del legato; e sebbene per verità ciò avvenisse col beneplacito di Ottone, il quale concedeva il reame ad uno sperato vassallo dell’Impero, tuttavia l’Ungherese otteneva in Roma, per opera del Pontefice, la consecrazione: v’aveva dunque ogni apparenza che la dignità regia derivasse dalla podestà della Chiesa, e il Pontefice, il quale già possedeva il diritto di coronare l’Imperatore, accordava per la prima volta il diadema anche ad un Principe straniero, come se fosse stato un dono di san Pietro[602]. D’allora in poi la Città albergò entro di sè eziandio dei Magiari pacifici, pei quali Stefano fondava una casa di pellegrini presso al san Pietro, nel tempo stesso che costituiva un seminario ungherese di preti, quello che oggidì è riunito al Collegium Germanicum. Ancora a’ nostri giorni il primo Re ungherese è venerato nella sua chiesa di santo Stefano degli Ungari, che sta in vicinanza al san Pietro, nel luogo dove anticamente era la casa di quei pellegrini; però la chiesa degli Ungheresi è quella di santo Stefano in Piscinula nella Regione detta Parione, in cui deve avere esistito l’antica Collegiata dedicata a Stefano protomartire.
La conversione dell’Ungheria era opera della missione di Adalberto, che Ottone cominciò a divinizzare come patrono suo. Portava egli grande affetto al convento dell’Aventino dove il Santo aveva vissuto; ne confermava e ne accresceva i beni, e, affinchè se ne facesse un pallio di altare, vi donava perfino il manto usato nella sua coronazione, tutto adorno di figure dell’Apocalisse[603]. In un edificio prossimo a questo convento stabiliva il suo castello imperiale, e di là, «dal Palazzo del Monastero», datava alcune delle sue scritture[604]. Non v’aveva a quel tempo alcun altro colle di Roma che fosse così animato di vita, come era quel monte Aventino, oggidì tanto deserto; oltre ai conventi di santa Maria, di san Bonifazio ed al castello imperiale, pieni di santi uomini e di abitatori illustri v’avevano molti bei palagî, e reputavasi che l’aria, ivi in ispecialità, spirasse balsami di salute[605].
In quello che Ottone, a foggia dell’antichità romana, si imponeva, per nomi di trionfo, appellazione di Italicus, di Saxonicus, di Romanus, con mistica umiltà sè stesso chiamava servo di Gesù Cristo e degli Apostoli; e reputava sua missione eccellente essere quella di far rifiorire la Chiesa di Dio, in società coll’Impero e colla Republica del popolo romano[606]. Inspirato a idee cotali, contraddicendo a sè stesso, s’immergeva tratto tratto in opere di mortificazione monastica. Grecia e Roma sollevavano l’anima sua alle spere dell’idealità, ma i frati la cingevano coi loro lacci e la annebbiavano. Deposto il manto d’Imperatore, si copriva di veste di cilicio, e insieme con Franco, giovine vescovo di Worms, si stava rinchiuso quattordici giorni entro una cella di romito in san Clemente in Roma; risensato, moveva nell’estate a Benevento, indi passava a nuove mortificazioni a Subiaco nel convento di san Benedetto[607]. Tosto dopo andava a Farfa, accompagnato dal Papa, da maggiorenti romani e da Ugo di Tuscia favorito suo; poi, preso dalla brama di tornarsene in Alemagna, sembra che a Farfa desse assetto al reggimento d’Italia per il tempo che ne sarebbe rimasto lontano, e pare che a suo vicerè nominasse Ugo[608]. Turbato per la morte di Matilde zia sua, e per quella immatura di Franco, che trapassava di vita in Roma, ancor mesto della fine di Gregorio V, l’Imperatore malato e inquieto di animo, partiva di Roma nel Dicembre dell’anno 999: presto gli giungeva novella eziandio della morte dell’imperatrice Adelaide. Le cose di Germania lo chiamavano in quel paese; s’avvicinava l’anno 1000 temuto, ed egli aveva fatto voto di peregrinare alla tomba di Adalberto. Prendeva seco parecchi romani, e conduceva anche Ziazo patrizio e alcuni Cardinali, mentre che Silvestro restava, con gravi cure, a Roma. Il Papa gli mandava dietro una lettera per indurlo a ritornare, ma Ottone gli rispondeva: T’amo di reverente affetto; però necessità mi costringe ad andare, e l’aria d’Italia è nociva alla mia fibra. Parto soltanto col corpo, ma lo spirito rimarrà a te sempre vicino; a tua difesa poi lascio i Principi d’Italia[609].
Il vincitore di Crescenzio, il ristoratore del Papato, il rinnovatore dell’Impero, il pellegrino del Gargano fu salutato, meraviglia del mondo, dai popoli d’oltralpe, stupefatti a vederlo. Dalle feste di Regensburg ei passava rapidamente a Gnesen: e colà, circondato dai Sarmati dalle lunghe chiome, mentre orava sulla tomba di Adalberto, il suo pensiero con fervido desiderio volava alla santa, all’aurea Roma, all’Aventino benedetto di sole, alla piccola isola Tiberina, dove aveva comandato che si rizzasse una basilica ad onore di Adalberto. Fondava a Gnesen un Arcivescovato, indi proseguiva il suo cammino ad Aquisgrana, alla Roma alemanna. Nella Cripta di quel duomo riposava Carlo, il grande fondatore dell’Impero di nazione germanica, quel desso cui il giovane fanatico intendeva di rendersi eguale. Ed Ottone non si faceva riguardo di rompere la porta della tomba, e di entrare nella camera sepolcrale; che se il gran Carlo si fosse svegliato del suo sonno, avrebbe guardato con occhio di compassione il giovine invasore, e, sgridandolo, lo avrebbe biasimato, che, per cupidigia della falsa Roma, lasciasse in abbandono e traesse in vie non nazionali quella gagliarda Alemagna, cui i re Enrico e Ottone I avevano conquistato unità dentro, e podestà fuori, sui Romani e sugli Slavi[610].
Bramosia di riveder Roma richiamava Ottone in Italia, omai nel Giugno dell’anno 1000. Il millesimo dell’êra cristiana aveva avuto incominciamento, ed era progredito nel suo cammino senza che il mondo inabissasse. Il secolo undecimo s’iniziava, gravido di mistero, nella storia; la gente umana lo aveva atteso con angustia mortale, come di nessun altro secolo prima o dopo di esso v’ebbe aspettazione. Gli uomini credevano che sarebbe venuto, demonio orrendo, imboccando la tromba del giudizio finale, ed agitando la fiaccola dell’incendio universale: venne invece tutto mitezza, e involto in un fitto velame; scoperta indi la faccia, si mostrò agli occhi dei popoli in figura di Sibilla profetica, la quale nel suo vase di Pandora teneva celate le meraviglie di una cultura nuova. Acconciamente disse uno Scrittore ecclesiastico, che, durante il secolo decimo, Cristo aveva dormito nella sua Chiesa, e che all’undecimo si era desto del suo sonno. Dell’oscurità di quello conforta la vista di questo che sorge, e già in esso s’ergono in bello aspetto due persone, che sul suo primo albore spariscono dentro il sepolcro; Gerberto, il Papa, il mago, il sapiente divinatore delle crociate, e il giovine imperatore Ottone III, che sognava il dominio di un novello Impero mondiale.