Dedicheremo l’ultimo capitolo di questo libro a esaminare lo stato in cui trovavasi la cultura dello spirito nel secolo decimo, e vi porremo termine, dando un’occhiata alla configurazione della Città. Nessun tempo aveva visto in Roma una barbarie parimente grande; le ragioni storiche omai ne conosciamo, le conseguenze non ci desteranno sorpresa. All’età dei Borgia e dei Medici, la corruttela morale di Roma si inorpellò di una cultura classica esteriore, ed i vizî della Chiesa si nascosero sotto arazzi raffaelleschi; il secolo decimo, per lo contrario, non conobbe che cosa fosse apparenza di bello. Il ritratto di Giovanni XII sarebbe, nel fondo, tanto differente da quello di Alessandro VI succeditore suo, quanto il secolo decimo lo fu dal decimoquinto; eppure ambidue, per più di un rispetto, tal qual poco si rassomigliano. La gente della età onde diciamo aveva fronte di bronzo; si svelava nuda e feroce, quale in fatto era. I vizî più sfrenati poneva accanto ad una superstizione crassa, la quale, se ottener poteva perdonanza al tempo di Gregorio I, ci spaventa adesso sì, come manifesto regresso della stirpe umana. All’epoca di Carlo un raggio di poesia era sceso ad illuminare l’Occidente, che lottava per riconquistarsi la vecchia civiltà; vi si scrivevano versi, si coltivava la pittura, si tiravano su edificî, si studiava, e, con assiduo lavoro, si trascrivevano in bei caratteri opere antiche. Ma l’Impero di Carlo cadde; irruppero Saraceni, Normanni, Ungheri; il Papato si tramutò in una baronia romana; la scienza e l’arte minacciarono di spegnersi, e l’Occidente, franto in pezzi, ricadde nel culto della materia. Il grado della vita civile dei popoli può misurarsi da ciò che gli uomini, nelle sfere più eccelse, bramano, credono e onorano. Ora, puossi agevolmente giudicare di che fatta fosse la religione di uomini, i quali pensavano che l’angelo Michele cantasse in paradiso ogni domenica la messa, o che si proponevano di mandare degli assassini alle spalle di santo Romualdo, il quale aveva minacciato di partire d’Italia, perchè, dicevano, franca la spesa di conservarlo in paese, se non altro come reliquia preziosissima.
Benchè grande fosse in tutta Italia la ignoranza del clero, di quel clero che esser doveva maestro de’ popoli, la ignoranza dei preti romani giungeva a tale, che tutti ne meravigliavano nel modo più grave[627]. A Reims i Vescovi di Gallia schernivano al modo onde era in Roma trattata la cultura dello spirito, e dicevano con tutta serietà: «A Roma non v’ha al presente quasi alcuno che abbia apparato quelle scienze, senza di cui, sta scritto, un uomo è appena capace di far da portinajo: or, con qual fronte oserà farsi dottore di discipline chi non le ha imparate? Per verità, se se ne faccia paragone col Vescovo romano, l’ignoranza può in certo qual modo tollerarsi appo gli altri preti; ma nel Vescovo di Roma non si può sofferire, perocchè sia egli che deve giudicare della fede, del tenore di vita e della disciplina del clero, anzi di tutta la Chiesa cattolica.» Ma Roma, per bocca di Leone abate di san Bonifacio e legato apostolico, si difendeva da quelle invettive, e pronunciava queste testuali parole: «I Vicarii di Pietro, e i discepoli di lui», così diceva l’amico di santo Adalberto, «non vogliono andare a scuola da Platone, nè da Virgilio, nè da Terenzio, nè dall’altro pecorame dei filosofi, che, a volo superbo, s’alzano in aria come gli augelli, e s’immergono nel mare profondo come i pesci, e come le pecore, tratto tratto fermandosi, pascolano nel campo. E per questo voi dite che coloro, i quali non ingrassano in questi poeticumi, non valgono neppure a far l’officio di portinaio? Ma io dico a voi, che questa asserzione è bugia. Infatti, san Pietro nulla ne sapeva di siffatte cose, eppure fu posto da portinajo del cielo, avvegnaddio propriamente il Signore gli abbia detto: a te darò le chiavi del regno celeste. Per la qual cosa i suoi vicarî e i discepoli suoi sono eruditi nelle dottrine apostoliche ed evangeliche; non si azzimano della pompa dell’eloquio, ma si adornano del senso e dell’intelletto della parola. Sta scritto: Dio, nel mondo elegge i semplici per umiliare i potenti. E da che è mondo, Iddio scelse non i filosofi e gli oratori, ma gli illetterati e gli indotti»[628]. In questa audace maniera, Roma, nel secolo decimo, si confessava qual era; la Chiesa romana, senza arrossirne, faceva professione della sua ignoranza nelle umane scienze, anzi del suo disprezzo per la filosofia: con tutta compostezza rinnegava san Paolo, l’erudito dottore delle genti, e mostrava che le chiavi del cielo erano podestà di san Pietro, ignorante pescatore: così, le dotte armi dei culti Vescovi di Gallia e di Germania si spezzavano all’urto del marmo di san Pietro, rozzo sì, ma saldo come rupe.
Insieme coi monasteri di Roma, entro ai quali i Benedettini avevano, per un tratto di tempo, coltivato le scienze, decaddero eziandio le scuole. Quantunque ancora durasse in vita, doveva esser discesa assai in basso anche quella scuola di canto posta presso al Laterano, la quale, da dopo di Gregorio magno, poteva considerarsi che in Roma fosse università unica, dove essenzialmente si attendeva alla cultura della mente. Perite erano le biblioteche, i frati dispersi, o, se v’erano, non lavoravano più; e se pur fra loro trovavasi taluno di letterato, il difetto di carta rendeva difficile l’opera del copiare. Dopochè l’Egitto, patria antica del papiro, era caduto in mano degli Arabi, Italia aveva sopportato grande penuria di carta, ed a questa circostanza, il Muratori, con buona ragione, attribuisce una parte della barbarie intellettuale del secolo decimo. Il comporre codici costava a esorbitanza[629]; laonde in tutta Italia si profittava di altri già scritti in pergamena; se ne raschiavano i caratteri primitivi per tornarvi a scrivere; ed è a questi palinsesti che noi tanto spesso abbiamo dovuto la perdita e la ricuperazione di molte opere dell’antichità. Il frate ignorante raschiava i libri di Livio, di Cicerone, di Aristotele, e sulle carte, da cui s’era cancellata la vecchia sapienza, trascriveva antifonarî o storie di Santi. Così, i codici degli antichi si trasformavano parimente come i loro templi; la dea che aveva abitato una magione magnifica di colonnati, ne sloggiava per cedere il posto ad un Martire; le idee divine di Platone dovevano sbrattare della pergamena, per far largo ad un messale. Però, non udiamo che in Roma a quel tempo esistessero biblioteche, nè che vi fervesse operosità di copisti; in Germania ed in Francia con fatica indicibile si raccoglievano biblioteche; in Roma si sperdevano i codici[630].
Il clero rozzo restringeva la sua dottrina alla intelligenza del Simbolo, del Vangelo e delle Epistole, se pur, massime, avrà saputo leggerli e decifrarli. Le matematiche, l’astronomia, la fisica non davano segno di vita, e la cultura classica si raggomitolava nel rachitico concetto della «grammatica.» Un’età, le cui scritture non erano altro che una continua storpiatura delle regole grammaticali, e la cui stessa lingua volgare sorgeva dalla dissoluzione completa di tutte le leggi del latino, sentiva per verità bisogno, in altissimo grado, di quella scienza. Anche in Roma essa aveva allora insegnamento, chè talvolta ci avveniamo nel titolo di «Grammaticus», ond’era fregiato Leone VIII[631]. La instabilità di tutte le cose, le continue guerre di fazioni, i rivolgimenti, non permettevano che in Roma prosperassero istituti di lettere, sempre dato che a cura di essi si pensasse. Per lo contrario, non si può dubitare che una scuola romana di diritto durasse anche in questo periodo, nel quale la lex romana conseguiva novello splendore, ed al giudice romano con ceremonia solenne si affidava il Codice di Giustiniano, affinchè con esso giudicasse Roma, il Transtevere e l’orbe delle terre. Tuttavolta, quantunque la Graphia descriva minuziosamente quella ed altre formalità della corte di Ottone, e parli di eunuchi, di musicanti, di cavalieri e di parecchie specie di officiali di corte, non fa motto di dottori di leggi, come non ne fa di scolastici e di grammatici. Essa, invece, fa menzione del teatro, come di magnificenza, che alla corte non poteva mancare.
Il gusto dei sollazzi teatrali, che un tempo aveva avuto in Roma tanto grande dominio, cominciò (ed è cosa degna di considerazione) a rivivere nell’età dei Carolingi, per via delle feste cristiane. I giuochi scenici, condannati dalla Chiesa come invenzione del diavolo, s’erano conservati in tutti i paesi. Terenzio era noto dappertutto, dove la classica antichità aveva culto; e Rosvita di Gandersheim scriveva i suoi drammi latini, ossiano «Moralità», precisamente allo scopo di torre il pagano Terenzio dalle mani delle monache. Ancora oggidì, la Vaticana possiede, celebrato tesoro suo, un codice di Terenzio del secolo nono, le cui miniature grandemente espressive ed imitate dall’arte classica, rappresentano scene tratte dalle commedie di quel Poeta: però, lo scrittore del codice, Rodgario, com’egli appella sè medesimo, manifesta origine non di Roma, ma di Francia, dove può darsi che quell’opera si componesse. È cosa di fatto che, al secolo decimo, si davano rappresentazioni teatrali nell’Italia settentrionale. In quell’età, nella quale tante espressioni greche venivano in uso, gli attori avevano nome di «Thymelici», perlochè la Thymele antica della scena di Sofocle e di Euripide, in un tempo tardo e barbarico che non aveva più contezza de’ tragici, prestava il suo nome ai commedianti. Attone di Vercelli biasimava la vaghezza che i preti avevano per le scene teatrali, e gli ammoniva di levarsi di mensa non appena che entrassero i Thymelici: per tal guisa egli ci ammaestra, che, alla stessa maniera dei banchetti antichi, usavasi spassare i convitati con giuochi di mimi, e ci informa che nelle feste nuziali si davano rappresentazioni teatrali: massimamente poi egli ne fa conoscere che di cosiffatti spettacoli era costumanza, e che specialmente darne si soleva nella ottava di Pasqua[632]. I fatti della Passione ed altre storie bibliche si recitavano in tutti i paesi durante la settimana di Pasqua, e, senza dubbio, erano conditi di sali burleschi a gusto del popolo; ma, oltre ad essi, in occasioni solenni, si rappresentavano anche spettacoli di argomento profano. Poichè si può dare dimostrazione che, a questo tempo, erano di voga nell’Italia settentrionale, giova credere alla possibilità che essi lo fossero anche in Roma. Per verità dubitiamo che ivi si recitassero commedie di Terenzio e di Plauto; e forse la vicinanza delle case dei Santi avrebbe impedito che ciò avvenisse (anche come lusso di corte) nel palazzo di Ottone III. Non udiamo parola di giuochi dell’anfiteatro, nè delle cacce di animali, rinnovate in tempi più tardi; e dei gladiatori e dei venatores durava la ricordanza soltanto come di cosa antica. Tuttavolta in Roma v’erano, senza dubbio, mimi, cantori, danzatori e comici; e noi pensiamo che essi, non soltanto dessero rappresentazioni in chiese e in palazzi; ma tal fiata lo facessero anche dentro del Colosseo, o nelle ruine di qualche teatro, come sogliono fare anche oggidì nell’arena di Verona, o nel mausoleo di Augusto a Roma. La Graphia ha dedicato due paragrafi ai sollazzi teatrali, e quelle sue considerazioni sugli spettacoli di Roma sono le sole in cui ci si incontri, da Cassiodoro in poi. Poeti, comedianti, tragici, scena, orchestra, istrioni, saltatori e gladiatori, tutto questo vi si registra; e l’espressione di «Thymelici», allora veramente venuta in uso, dimostra, per lo meno, che quello onde parla la Graphia era qualche cosa più che ricordanza di antiquario[633]. Nè opinione troppo temeraria affermiamo se diciamo che alle corti di Ugo, di Marozia e di Alberico si rappresentavano scene mitologiche: allorquando Giovanni XII, con capriccio faceto, faceva brindisi a Venere e ad Apollo, può darsi che la sua fantasia si fosse accesa in aver visto dei comici, a qualche festa nel Laterano, rappresentare di quelle persone pagane.
Per ciò che concerneva la letteratura classica, i Romani avevano sempre, se non altro, il vantaggio che quella era vecchia proprietà di loro, e che la lingua volgare ad essi ne agevolava l’intelligenza. Mentre la cognizione degli antichi, in Francia e, massime, in Alemagna, era conquista laboriosa dei soli addottrinati, ed il popolo non vi prendeva parte alcuna, ai Romani del secolo decimo invece non costava sforzi ancor troppo gravi l’intendere la lingua degli avi, se anche il senso ne era divenuto difficile alle loro menti. Le scritture e i documenti del secolo decimo dimostrano per fermo che il linguaggio volgare aveva fatto un gran passo innanzi verso la formazione dell’idioma italiano, e financo, per la prima volta, troviamo in Roma fatta menzione del volgare, come di vera lingua posta accanto al latino. La inscrizione funeraria di Gregorio V celebra di lui, che sapeva in tre lingue ammaestrare alla pietà i popoli, in tedesco, in latino ed in volgare, ossia in italiano[634]. La lingua volgare era divenuta universale; la parlavano anche i dotti, e sembra che Giovanni XII, da ottimate romano, non sapesse esprimersi per bene che in italiano. Il latino spariva dall’uso; rimaneva soltanto lingua del culto, delle lettere e della giurisprudenza; e i pochi scrittori di quella età lottavano faticosamente contro il volgare, che traeva in errore la loro penna, perciocchè avesse tanto prossima attenenza col latino[635]. Giusto per questo, la intelligenza dei poeti antichi riusciva tanto facile agli Italiani, laonde, sebbene Orazio, Virgilio e Stazio non si recitassero più nel foro di Trajano, i grammatici gli spiegavano nelle loro scuole, per quanto queste povere fossero.
Dopochè, sotto ai Carolingi, le scienze erano risorte, la cognizione dei poeti antichi divenuta era elemento indispensabile della cultura letteraria, e le scuole fondate, eziandio in Italia, da quei Principi, davano a cotale studio sostegno. Sulla fine del secolo decimo un caso stranissimo occorso a Ravenna destava gran chiasso, e dimostrava il fervore con cui alcuni uomini attendevano a siffatta scienza. Vilgardo, scolastico, s’era innamorato con tanto ardore di Virgilio, di Orazio e di Giovenale, che questi poeti ei vedeva in sogno comparirgli e promettergli vita immortale: e poichè proclamava che le loro dottrine avevano la forza di tanti articoli di fede, veniva accusato di paganesimo e citato davanti al tribunale ecclesiastico. Germania era assai addentro in cotali studî eleganti. Per verità, Ottone I parlava appena il latino, ma il figliuolo e il nepote di lui conoscevano a fondo la letteratura antica; e l’arcivescovo Brunone, fratello suo, un Mecenate sassone, rinnovava benanco la scuola palatina di Carlo, e raccoglieva altresì grammatici greci intorno a sè. Fra le donne di Roma una sola, Imiza, ci apparisce essere stata matrona culta di quel tempo, perciocchè troviamo alcune lettere di Gerberto indiritte a lei; ma le dame più illustri erano literae nesciae, non sapevano di scritto; laddove in Alemagna, la bella Edvige di Svevia, in compagnia di Eccardo monaco, leggeva Virgilio ed Orazio. Nelle scuole delle monache di Gardersheim e di Quedlinburg nobili fanciulle erano annoiate dai loro educatori collo studio dei classici, che ad esse riuscivano inintelligibili, e, mentre loro restava ignota la storia e la geografia della loro terra patria, le si faceva domestiche colle più favolose confinazioni d’Italia, insegnate sulla fede di Virgilio. Rosvita, monaca tedesca, scriveva versi epici e drammi in latino; e Adelaide e Teofania, per classica cultura, potevano misurarsi con Amalasunta, regina dei Goti, o con Adelberga, principessa longobarda. Per tal guisa Roma dalla sua famigliarità colla lingua classica non ritraeva profitto alcuno, e la società romana stavasi molto al di sotto della cultura di Germania e di Francia. In quello che Ottone III si proponeva di restaurare l’impero del filosofo Marco Aurelio i Romani credevano che la statua equestre di questo Principe rappresentasse un contadino che, in antico, aveva sorpreso e imprigionato un Re, mentre questi badava ai bisogni del ventre. Però, se il favoleggiare è sempre privilegio poetico del popolo ignorante, la storia della letteratura deve scagliare a buon diritto le sue accuse contro la zotichezza di Roma, perocchè quella dimostri che, in tutto il secolo decimo, nessun uomo d’ingegno letterario emerge in mezzo ai Romani[636].
In Lombardia splendevano alcuni insigni stranieri, come era Raterio di Verona, un errante Liegese che doveva la sua educazione alla scuola monastica di Laubes, o vi tenevano luogo ragguardevole uomini longobardi, fra i quali erano, ad esempio, Attone di Vercelli, il Panegirista di Berengario e Liudprando di Cremona. Danno tutti prova di una dottrina scolastica e pedantesca, e le loro prose e le loro poesie sono adorne di frammenti di classici, che, incastonati ivi dentro, fanno lo stesso effetto delle cornici e delle colonne, allogate ad innesto nelle chiese e nei palazzi del medio evo. I medesimi caratteri scoprimmo già in Giovanni Diacono, biografo di Gregorio, e li troviamo eziandio in alcuni scrittori romani del secolo decimo: pari natura di quella che è visibile nell’Impero di Ottone III, il quale avidamente accoglieva titoli, abiti, idee, brandelli dell’Impero romano, e gli innetteva nel suo Stato medioevale, dove avevano l’apparenza di piastricci classici appiccicati, che conservavano pur sempre indole straniera all’ordine nuovo delle cose. Il vestimento di cui si copriva quel tempo, era di panni rozzi, abbelliti di galloni e di disegni antichi. Da dopo di Carlo si andavano adoperando, con fervore passionato, citazioni di frasi di Virgilio o di Stazio; e l’arte di verseggiare, a’ tempi dell’Apologista di Berengario, era diventata così comune, che nell’esordio del suo poema quegli domanda venia di comporlo, sebbene nessuno a quei suoi giorni vada più a cerca di poesie, se già gli stessi uomini rustici dettino versi al paro che i cittadini[637]. Tuttavolta, in Roma, adesso come già prima, non si coprivano di distici che le urne dei morti o le porte e le tribune delle chiese; in mezzo a quelli molti ne troviamo di orrendamente barbarici, di gonfî, di esagerati; pochi di mediocri, come segnatamente sono gli epitaffî che si riferiscono ai Crescenzî. Dappertutto si scorge la tendenza alla copia, alla fioritura; e il concetto del pensiero è rozzo, pesante, e misticamente oscuro come quella età. Probabilmente, autori di siffatti versi erano allora laici ossiano grammatici, anzichè monaci.
Il lume della cultura umana però non può spegnersi più. Non la caduta dell’Impero romano, non la ripetuta devastazione portata da’ Barbari migranti, non il primo furore pio del Cristianesimo, hanno potuto estinguere il fuoco sacro di Grecia. Talvolta, la cultura sembra scorrere attraverso canali sotterranei, celati sotto il piano della storia, ma alla fine, allorchè meno sel suppone, essa appare in un luogo o nell’altro alla luce del giorno, e, fattasi manifesta a guisa di fonte che spruzza con alto getto, abbevera, un dopo l’altro, una moltitudine di intelletti. Quando più pareva che il lavorio di Carlo, nell’ordine della cultura, si fosse sepolto sotto di una barbarie nuova, la Germania e la remota Inghilterra si facevano, tutto ad un tratto, centri di nuova vita della scienza, e di Francia aveva origine la riformazione del monacato.
Lo stesso Odone di Cluny non fu un semplice santo, come era Romualdo; fu eziandio un erudito uomo, che a Reims aveva studiato filosofia, grammatica, musica e arte poetica. Perciò, lorquando riformò i conventi romani, ei dev’essersi anche preso sollecitudine di rinnovare la scienza ecclesiastica; avvegnachè studio e scuola sieno doveri del chiostro, che, insieme colla modestia claustrale, ottengono restaurazione. Per verità, non sappiamo che i Papi di quell’età promulgassero, in riferimento alle scuole conventuali e parrocchiali, dei decreti simili a quelli che Raterio e Attone bandivano per le terre lombarde; tuttavia, ci giova supporre che di cotali ne dessero i Papi migliori vissuti al tempo di Alberico. Lente, lente, le scienze tornavano ai conventi romani; e già vedemmo segnalarsene uno, posto sul monte Aventino, congregazione di monaci pii. Quei fanatici uomini, dai soprannomi di «Semplice» o di «Tacito», invero non contraddicevano, per erudizione loro propria, all’audace apologia che, dal punto di vista del diritto divino di Roma, il loro abate, Leone il Semplice, faceva della ignoranza; nondimeno eglino influivano ad affrettare il tempo in cui sarebbe avvenuto, che i monaci attendessero a più serie occupazioni.
Negli ultimi trent’anni del secolo decimo si squarcia omai la tenebra spaventosa di Roma. Un uomo tedesco ed un francese pongono termine finalmente alla serie oscura dei Papi di quel periodo, e mondano il Laterano dalla barbarie accumulatavi da lungo tempo. Se l’erudito Gregorio V avesse regnato più a lungo e con maggior quiete, egli avrebbe indiritto le sue riforme anche alla cultura scientifica: ciò ancor meglio può dirsi di Silvestro II. Gerberto splende in Roma come una face solitaria in mezzo a notte buja; sembrò che i Romani, avvezzi per lungo tempo all’oscurità, restassero abbarbagliati della sua luce. Pertanto, cosa abbastanza sorprendente, il secolo della massima ignoranza si chiude con uno splendidissimo genio, con quello stesso Silvestro che, da profeta, spalanca le porte del secolo undecimo, vaticinando le crociate. Roma, per fermo, non ha altro onore che quello di avergli servito, durante alcuni torbidi anni, da sede dei suoi studî, i quali nella Città non trovarono accordo di eco alcuna. Infatti, quel savio visse da solitario in Roma, là dove non capivasi iota delle matematiche e dell’algebra, da lui apparate nelle Spagne arabe; dove l’astronomia e le fisiche non avevano maestri nè discepoli; dove la dialettica si restringeva a qualche esercitazione di grammatica. Lorquando i Romani avranno mirato il loro vecchio Pontefice, che da una torre del Laterano, fatta sua specula, contemplava le stelle, o quando lo avranno veduto nelle sue stanze, circondato da pergamene, inteso a tracciare figure geometriche, o ad abbozzare di sua mano un orologio solare, od a studiare sopra una sfera astronomica cerchiata di cuoio di cavallo, i Romani, forse fin d’allora, avranno creduto che egli stesse a patto col diavolo[638]. Sembrava che un novello Tolomeo portasse la tiara, e la persona di Silvestro II, come quella di un dottore Faust, è omai indice di un periodo novello del medio evo, del periodo scolastico, che sgombra a Platone e ad Aristotele una signoria nuova.
Silvestro però conseguì intelligenza della filosofia greca (ed è cosa che può tornare ad onoranza di Roma), per la mediazione di uno fra gli ultimi Romani. Quando dicemmo dell’età dei Goti, descrivemmo la vita e la morte di Boezio; ora, dopo un cinquecento anni, la sua persona si solleva come un’ombra dal sepolcro, e ci ricompare davanti, a mostrarci che i posteri segnarono con lui l’ottima delle conciliazioni, avvegnachè le opere sue abbiano meditato, e ne abbiano ricavato sempre ammaestramento. Lo studio di esse s’era ridestato nella età dei Carolingi; il suo libro «della Consolazione della filosofia» correva per le mani di tutti; le sue traduzioni ed i suoi compendî di scrittore di Aristotele e di Platone erano ancor lette; e quelli, al paro delle sue versioni di Archimede, di Euclide, e di Nicomaco, matematici greci, avevano valso ad acquistargli, presso Silvestro, massima reverenza. In mezzo alla tenebra del secolo decimo Boezio risplendeva come stella di grandezza prima; lo si studiava con fervore pari a quello, onde applicavasi la mente alle opere di Terenzio o di Virgilio. Perfino si ravvisa che all’esemplare della «Consolazione» Liudprando modellava le sue scritture, avvegnachè questi, al paro dell’antico Romano, sia vago di mescolare dei versi nella sua prosa: Alfredo il grande volgarizzò il libro «della Consolazione» in anglo-sassone; ancor più tardi Tommaso d’Aquino ne scrisse un commento; e lo sventurato filosofo, ultimo dei Romani, continuò ad essere maestro e conforto di tutto il medio evo. L’intelletto versatile di Silvestro riuniva, al paro di Boezio, l’ingegno del teologo, del matematico, del musicante, del filosofo e del poeta; perciò egli onorò il suo maestro dedicandogli una poesia laudatoria; ed è degno di nota a sapersi, che l’invito gliene venne fatto da Ottone III. Quello stesso Imperatore, il quale con fede superstiziosa toglieva da Benevento il cadavere di Bartolomeo, e devotamente seppelliva a Roma, nella sua basilica, un braccio di Adalberto, erigeva al filosofo Boezio un monumento di marmo in Pavia: per esso sembra che Gerberto abbia scritto quella poesia pregiabile assai[639].
La città di Roma non può vantare che sieno parti suoi quei versi, nè gli scritti matematici, teologici e filosofici di Gerberto; però, il secolo decimo non è affatto sprovveduto di componimenti. Valore letterario essi non hanno, ma, come documenti di quest’epoca oscura, sono preziosi, e di molte notizie lo Storico va a loro debitore. La storiografia italiana, anche nel secolo decimo, dava vita ad alcune opere; nell’Italia settentrionale Liudprando scriveva i suoi libri coloriti di tinte poetiche; Venezia componeva la sua storia antichissima, opera pregevole del diacono Giovanni, ministro di Pier Orseolo II; nella Campania si compilava quella Continuazione della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, che va conosciuta sotto nome di Cronica dell’Anonimo Salernitano. Anche in Roma, e nelle sue vicinanze, avevano origine alcuni scritti storici. Una Cronica vera, nei tempi ottoniani, dettava Benedetto dal suo convento di santo Andrea sul monte Soratte. Il frate ignorante era sedotto a farlo dall’esempio di quei Cronisti nella cui lettura s’era immerso, e tanto più fortemente lo era, dacchè vedeva agitarsi innanzi a’ suoi proprî occhi tanto bollore di avvenimenti: perciò intese a comporre una Cronica universale, di cui compilò la prima parte raccogliendone le notizie da altre scritture parecchie, sia che la biblioteca del suo convento gli offerisse opportunità di consultare Anastasio, Beda, Paolo Diacono, Eginardo ed alcuni Cronisti di Alemagna e d’Italia, sia che altrimenti egli ne leggesse i libri a Farfa ed a Roma. Pei tempi vicini a lui egli si giovò non soltanto della continuazione di Anastasio, ma eziandio di tutte quelle narrazioni che erano giunte al suo orecchio, avvegnaddio di pochi fatti egli fosse stato testimonio di veduta. Anche là dove scrive da contemporaneo i suoi racconti hanno un valore dubbioso, e per certo sono spesso attinti a fonti non pure; tuttavolta deploriamo che egli non abbia descritto i casi della caduta di Crescenzio. Se mancanza assoluta di conseguenza logica di pensiero e bruttezza orrenda di lingua possano a buona ragione essere tenuti a indici della barbarie più profonda, la Cronica di Benedetto fa prova dell’estremo decadimento, cui era potuto giungere l’idioma di Cesare e di Cicerone. Per somiglianza di stile, assai presso gli vengono soltanto la Cronica del prete Andrea da Bergamo, compilazione del secolo nono, e carte molte di questa età; però delle centinaja di documenti che noi abbiamo letto pochi giungono a quell’eccesso di barbarismi che in Benedetto si trova. La lingua volgare d’Italia sorse essenzialmente da ciò, che si abbandonarono le desinenze latine dei verbi e dei casi, onde ebbe nascimento l’articolo, non già per imitazione della lingua germanica, ma per necessità intrinseca; chè, senza di esso, i casi non avrebbero potuto distinguersi più. Se Benedetto avesse scritto italianamente sì come avrà egli parlato, il suo libro sarebbe diventato un monumento preziosissimo della lingua volgare di quell’età; ma egli volle invece scriver latino, e perciò compose un’assurda sconciatura. Pertanto, al filologo che investiga le origini della lingua italiana la sua Cronica presta minor servigio di quello che facciano altre scritture, massime documenti di quel tempo; ad ogni modo, essa saprà dargli ammaestramento, che le leggi della lingua si associano nel modo più intimo con quelle del pensiero, e che la ruina delle une partorisce quella delle altre. La lingua latina, divenuta sforzo di arte (sì come esser doveva in Benedetto), ricadeva quasi in forme puerili; somiglia a quei busti conservati in Campidoglio, che sono opere dell’ultimo tempo imperiale di Roma, quando la statuaria non era dappiù che arte di vasajo; o somiglia a quelle sculture ornamentali di chiese cristiane, che sono opere del secolo decimo e dell’undecimo, nelle quali ogni foglia ed ogni figura ha perduto il suo contorno naturale, parimente come la parola latina aveva perduto la sua flessione.
Benedetto fece suo pro del trattato di un suo contemporaneo, partigiano dell’Impero, che è intitolato: «Della podestà imperatoria nella città di Roma». Questo scritto mirabile di piccola mole, celebra con gran fervore l’Imperium dei Carolingi, mostra qual fosse la loro podestà imperatoria su di Roma, e lamenta il suo decadimento avvenuto colla coronazione di Carlo il Calvo. L’Autore cade in parecchi errori là dove parla delle condizioni di Roma a’ tempi prima di Carlo magno, ed anche altrove desta dubbiezze parecchie. Barbarica è la composizione scucita dei concetti, però, come lingua, può leggersi: difficile cosa è che l’autor suo fosse uomo romano; piuttosto era longobardo, e forse scriveva dal convento imperiale di Farfa o dal monte Soratte, ancor prima che l’Impero fosse rinnovato da Ottone I[640]. Se mai abbia avuto origine in Farfa, ben è la sola opera di cui questo chiostro, ridotto a così grave disordine, possa far mostra in tutto il secolo decimo; soltanto dopo che l’ordine vi sarà restaurato nell’undecimo, noi ne loderemo le cure date da Ugo abate alle lettere, e la grande operosità di frate Gregorio di Catina.
In Roma la storiografia s’era fatta muta. Alla fine del secolo nono vedemmo che Giovanni scriveva della vita di Gregorio I, e trovammo che Anastasio traduceva scrittori greci e raccoglieva le Vitae Paparum, che da lui hanno nome. A que’ due lavori corrispondono, nel secolo decimo, alcune scritture più fiacche di simil genere. Il prezioso «Libro Pontificale», il quale, nella forma che ci è nota, termina colla Biografia di Stefano V, ebbe chi vi diede in Roma continuazione. Nel modo istesso con cui quella grande collezione aveva avuto origine da notizie raccolte in calendarî e in annali, parimente formavansi brevi Tavole dei Papi di quell’arida età, e vanno sotto nome di Cataloghi. Si conservarono in manoscritti parecchi; la lingua ne è barbarica, e la loro compilazione non contiene vestigia di senso storico. Poichè non v’era più a dire cosa alcuna di edificî e di doni votivi, quelle compilazioni non facevano che registrare brevemente i nomi, la stirpe e il tempo di governo dei Papi, aggiungendovi scarsissimi appunti di singoli avvenimenti. Nulla dimostra sì chiaramente la barbarie in cui era caduta Roma nel secolo decimo più di quello che lo faccia questa Continuazione del celebre «Libro Pontificale», il quale ora ritorna alla scarsità dei suoi primi incominciamenti[641].
Alla Biografia di Gregorio fa riscontro adesso quella di santo Adalberto. Tosto dopo la morte di lui un monaco del convento di san Bonifacio scriveva, per desiderio di Ottone, la vita del Martire: si crede che autore di quel libricciuolo sia stato l’abate Giovanni Cannapario; e di tal maniera l’opera letteraria più importante che si componesse in Roma nel secolo decimo è la Biografia di un Santo slavo. La scrittura non ha fiore di mente storica, ma è opportuna a dar contezza di quell’età, avvegnaddio al suo compilatore fossero conosciuti gli uomini che allora andavano per la maggiore. Anch’egli si mostra compreso delle idee che Ottone III accoglieva sulla grandezza di Roma, e nel fervore del suo còmpito, s’eleva talvolta a voli arditi, come aveva fatto Giovanni Diacono, nella Vita di Gregorio. Di Giovanni, lo scrittore per fermo non eguaglia il sapere; tuttavolta la sua lingua non è cattiva, e sebbene spesso si travolga in ampollosità bibliche, essa la vince di gran lunga sulla prolissità fraseggiante di santo Brunone di Querfurt, il quale, nell’anno 1004, ampliò quella medesima Biografia di Adalberto[642].
Sollecitudine maggiore che tutte quelle scritture desta in noi una specie di letteratura, la quale, dapprincipio ebbe origine locale in Roma, e proprietà sua rimase anche dopo, sebbene pur vi prendessero parte scrittori stranieri: vogliamo dire dei libri che prendono a còmpito di descrivere i monumenti, i santuarî e la grande antichità della Città. Lorquando i pellegrini venivano nell’eterna, nell’aurea Roma, eglino trovavano, nelle Scuole degli stranieri, alcuni uomini del loro paese che facevano ad essi da condottieri, attraverso quel mondo enigmatico di meraviglie, dove antico era omai diventato eziandio il Cristianesimo: oltracciò, non difettavano nemmeno di libri di notizie, che loro servivano, con brevi appunti, di guida. Alcuni pellegrini, franchi o tedeschi, appo i quali, da dopo di Alcuino, s’erano risvegliati l’amore e lo studio delle antichità romane, incominciarono a fare osservazione di Roma coll’occhio dell’antiquario e dello storico; compilarono registri delle cose della Città, degne a vedersi, e li diffusero poi nelle loro terre settentrionali. Siffatte Descrizioni furono i precursori delle odierne «Guide» di Roma, e parimenti come si vedono oggidì forestieri di tutte le nazioni andarvi all’ingiro, tenendo in mano di quei grossi volumi, così, nel medio evo, miravansi i pellegrini avvolgersi per le vie di Roma, seguendo il filo di alcune scarse notizie, che erano scritte sopra piccolissimi fogli di pergamena. Quei «Regionarî», detti anche «Grafie» o «Mirabilia», non erano così estesi, nè così nojosi come sono le nostre «Guide»; e di buon grado noi permuteremmo per sempre queste con quelli, se ci fosse ancora concesso di vedere i molti monumenti, che ai nostri antenati ignoranti era dato di affisare.
Il duplice carattere della Città segnava la sua impronta su quelle scritture, perocchè in esse dovesse tenersi nota così di Roma antica, che di Roma cristiana. Di quella offerivano descrizione, nel maggior fondamento, la Notitia e il Curiosum; di questa, i Cataloghi delle «Stazioni», dei cimiteri, delle chiese, i quali del continuo erano compilati ad uso dei pellegrini. Vi si aggiungevano leggende di Santi o di chiese, tradizioni che ponevano Roma pagana in associazione col Cristianesimo, e vi si accumulavano benanco notizie della corte pontificia e di quella imperiale. Di tal guisa, poco a poco, ebbero origine le «Grafie» e i «Mirabilia» della città di Roma.
La letteratura descrittiva della Città, cresciuta oggidì tanto, che se ne potrebbero empiere gli scaffali di una biblioteca, cominciò (lo abbiamo veduto) cogli indici officiali delle Regioni, dei quali ci siamo giovati per iscrivere del secolo quinto. Duranti quattro secoli interi dappoi non ci avvenimmo più in alcuna scrittura di questa specie, e, soltanto all’età di Carlo, insieme col risorgimento di Roma e della scienza classica, incominciarono ad aver vita nuova di quei registri. Un pellegrino, che forse fu discepolo di Alcuino, dettò degli appunti sui cimiteri e sulle chiese di Roma; ed un altro, sconosciuto di nome, compose quelle notizie che vanno sotto il titolo dell’Anonimo di Einsiedeln: in questo convento trovolle il Mabillon, e, per primo, le publicò[643]. La loro compilazione rimonta alla fine del secolo ottavo od al principio del nono, prima che fosse edificata la città Leonina. In un paio di fogli, scritti a due colonne, l’Anonimo vi registra, senza darne descrizione, i nomi dei monumenti, che potevano vedersi dalla destra e dalla sinistra mano di chi percorreva le vie della Città fino alle porte; e v’aggiunge ottanta epigrafi trascritte da monumenti e da chiese, anche fuori di Roma. Con ciò ha incominciamento la scienza della epigrafia; e questa prima e breve collezione di inscrizioni antiche, opera di un culto pellegrino nordico, rimane, fino ai primi anni del secolo decimoquinto, la sola di cui abbiamo contezza[644]. I «Regionarî» antichi prendevano nota soltanto di Roma pagana, ma l’Anonimo registra e gli edificî antichi e quelli cristiani, e così traccia, in un contorno topografico, i caratteri che si aveva la Città a’ tempi di Carlo magno. Da uomo erudito, attribuisce tuttavia ai monumenti i nomi usati dalla Notitia, e perfino disdegna di dire Colisaeus a vece di Amphiteathrum; peraltro denota alcune ruine colla voce popolare di Palatium, sebbene di palazzi non fossero ruderi[645]. Parimente, nelle inscrizioni, all’arco di Tito dà nome di VII Lucernarum, onde il popolo lo aveva battezzato dalla figura scolpitavi del candelabro a sette braccia. L’Anonimo vide e tenne conto della massima parte delle terme, di cui erano tuttavia grandiosi gli avanzi; al foro Romano ed a quello di Trajano impone egli i loro veri nomi, ma gli altri sorpassa in silenzio. Vide ancora il circo Flaminio e quello Massimo ed il teatro di Pompeo; presso il Campidoglio registrò tuttavia la inscrizione della statua equestre di Costantino, nè gli scappò d’occhio, senza notarlo, l’Umbilicus Romae. Passeggiò ancora sotto i portici a colonnami della via Lata; vide l’acquedotto della Vergine e quello di Claudio, il Nymphaeum Alexandri, ed il Septizonium, e ne fece avvertenza coi loro nomi che ancor perduravano; scrisse a taccuino i nomi antichi di porte e di vie, e da un registro officiale desunse il numero di tutte le torri, dei merli, delle porte di sortita e delle feritoie, che v’avevano nelle restaurate mura di Aureliano[646]. In lui orma non v’ha di favole, e quel secco Catalogo ci palesa che il suo compilatore era uno scolastico erudito, cui la Notitia era ben conosciuta. Oltre a questa, dovettero servire di base al suo lavoro altri elementi officiali, che papa Adriano, od altrimenti Leone III, aveva fatto molto probabilmente raccogliere. Forse, fin d’allora eransi compilati dei piani, ossiano delle carte topografiche della Città, sui quali può darsi che venissero tracciate le vie principali ed i monumenti maggiori; se non si fossero compiuti di simiglianti studî, non sapremmo per lo meno comprendere come si avesse potuto comporre quelle mense preziose, fregiate dei disegni di Roma e di Costantinopoli, che Carlo magno aveva ricevuto in dono, probabilmente dal Papa e da Irene imperatrice. Ove non avesse avuto soccorso di siffatti documenti officiali, un pellegrino nordico, massimamente, non avrebbe potuto conoscere e descrivere Roma; nè è difficile che, oltre a quelli, lo sovvenisse di ajuto qualche grammatico romano, di mezzana sapienza[647].
Frattanto, la tradizione, genio leggiadro che incomincia a porre sua stanza nei monumenti appena che diventano deserti, aveva già da lungo tempo tessute le sue fila attorno alle meraviglie di Roma, e divulgato fra il popolo molte istorie e molti nomi. Ogni dì più che i Romani si dilungavano dall’antichità, tanto più affaccendata era la tradizione a coprire del suo velo i monumenti pagani, in quello che la leggenda operava similmente colle chiese cristiane. Entrambi, muse del popolo, sono sorelle gemelle; e la duplice natura di Roma spesso le congiunge in meravigliosa associazione. Intorno al mille molte tradizioni locali dovevano omai essersi raffermate in Roma, laonde non stemmo dubbiosi di considerare la tradizione del «Cavallo di marmo» e quella del «Caballus» di Marco Aurelio, come appartenenti a questa età. Un’altra favola può dar prova, che nel secolo decimo, anzi ancor prima, s’erano composte molte di quelle tradizioni, che noi troviamo registrate nei Mirabilia, compilati più tardi. L’Anonimo di Salerno, che scrisse intorno al 980, narra che gli antichi Romani avevano eretto nel Campidoglio settanta statue di bronzo, in onore dei popoli tutti. A ciascuna di esse, dic’egli, si era inscritto sul petto il nome del popolo che rappresentava, ed a ciascuna s’era appeso al collo un campanello: dì e notte i sacerdoti, dandosi il cambio, ne vegliavano a guardia. Quando si ribellava una provincia dell’Impero la statua si agitava tutta, il campanello sonava e i preti ne davano avvertimento all’Imperatore. Però, il Cronista racconta che, da tempo, quelle statue erano state trasportate a Bisanzio, e che Alessandro, figlio di Basilio imperatore e fratello di Leone il Savio, le aveva fatte vestire di abiti di seta in segno di venerazione; perlochè, una notte, san Pietro gli compariva innanzi, e con gran collera gli diceva: «Principe dei Romani son io!» Al mattino dopo l’Imperatore era morto[648].
Meravigliosa cosa è questo nesso che intercede fra una tradizione locale di Roma e la cronologia bizantina; tuttavolta questa favola istessa ricompare, senza riferimento a Bisanzio, in una Descrizione della città di Roma, in quello che si vuol dare chiarimento dell’edificazione del Panteon. Eccone la narrazione: A’ tempi in cui Agrippa, prefetto dell’Impero romano, aveva soggiogato Svevi, Sassoni ed altri popoli occidentali, ed era ritornato in patria, squillò il campanello che pendeva dalla statua dell’Impero persiano: era questa collocata nel tempio di Giove e della Moneta sul Campidoglio. I Senatori affidarono pertanto ad Agrippa l’incarico della guerra di Persia, ma egli chiese una dilazione di tre giorni. La terza notte, quando, dopo smaniare lungo di pensieri, aveva preso sonno, una donna gli apparve e disse: Che hai, Agrippa? tu sei in gran cure. Rispos’egli: Sì, o signora. Ed ella: Confortati, prometti di edificarmi un tempio come io ti mostrerò, ed io ti annuncierò se vincerai. Egli soggiunse: Lo farò, o signora. La donna gli mostrò in visione la forma di un tempio, ed egli le chiese: Signora, chi sei? Ed ella: Io sono Cibele, madre degli Dei; sacrifica a Nettuno dio del mare, ed egli ti ajuterà: fa consecrare ad onore di Nettuno e di me questo tempio, perocchè noi saremo con te, e vincerai. Agrippa s’alzò di letto tutto giulivo, e narrò la cosa al Senato, e partì con una grande armata e con cinque legioni, e vinse tutti i Persiani, e li ridusse nuovamente sotto il tributo dei Romani. Reduce in patria, edificò il tempio, lo fece consecrare a Cibele, madre degli Dei, a Nettuno e a tutti i demonî, e gli impose nome di Panteon. Ad onoranza di questa Cibele ei fe’ fare una statua dorata, che collocò alla sommità del tempio, sopra il forame della cupola, e lo coperse di un mirabile tetto di bronzo dorato. Sulle cime poi del tempio venivano posti due tori di bronzo dorato[649].
Tale è la narrazione contenuta nel notevole libro intitolato Graphia aureae urbis Romae, ossia Descrizione dell’aurea città di Roma, che, nella serie di questa letteratura, succede per noi alle notizie di Einsiedeln. Può darsi che all’età degli Ottoni, e forse omai dal tempo di Alberico, avesse origine una nuova Descrizione della Città, e che, in corrispondenza alla restaurazione del dominio secolare di Roma, vi si tenesse nota soltanto dei monumenti pagani, nel tempo medesimo che, ad uso dei pellegrini, v’avevano libri che raccoglievano le notizie delle «Stazioni» delle chiese e dei cimiteri. Un qualche Scolastico, che aveva conoscenza degli antichi, componeva un registro dei monumenti di Roma, e vi aggiungeva il racconto di tradizioni popolari. Egli non seguiva più la divisione regionale osservata dalla Notitia; e laddove l’Anonimo di Einsiedeln aveva conservato i vecchi nomi, quegli invece, tratto tratto, adoperava le appellazioni popolari, secondo la loro origine volgare. I significati di Palatium, di Templum, di Theatrum, di Circus, perdevano presso di lui la loro severa distinzione, chè allora il popolo chiamava con nome di Palatium tutte le grandi ruine dei templi ed i Fora, e di regola appellava Theatrum le ruine di terme e del Circo. Cotale Descrizione della Città, che or subentrava in vece della Notitia antica e del Curiosum, oppure che ampliava quelle due scritture, forse veniva compilata ancor prima del secolo decimo. A Benedetto di Soratte fu precisamente nota, avvegnachè egli abbia tratta la enumerazione delle torri e delle castella di Roma da una Descrizione della Città, che dev’essere stata la forma prima della Graphia[650]. Però, sotto questo titolo, nel secolo decimoterzo una ne andò celebre, che è citata come libro «assai autentico» dal milanese Galvano Fiamma. Fu lungo tempo conosciuta nella biblioteca Laurenziana come codice del secolo decimoterzo o del decimoquarto, ma non se ne trasse profitto alcuno, e soltanto nell’anno 1850 venne data alle stampe[651]. Ebbe essa subìto, nel corso degli anni, parecchie revisioni, finchè ottenne la forma che si vede nel codice fiorentino. I due limiti estremi di tempo riconoscibili della sua compilazione sono l’età degli Ottoni e la prima metà del secolo duodecimo, perocchè vi sia fatta menzione del sepolcro di Anastasio IV, morto nell’anno 1154. Al tempo di Ottone II o a quello di Ottone III si fanno rimontare quei paragrafi aggiuntivi, che trattano delle ceremonie di corte, della nomina del Patrizio e del Giudice, e dell’accoglimento delle persone nella cittadinanza romana; e il titolo del libro corrisponde alla leggenda Aurea Roma, che di già al tempo di Ottone III era impressa sopra suggelli imperiali. Altresì, le nominazioni date ai monumenti la fanno risalire al tempo anteriore del grande incendio, che scoppiava durante la presa di Roma fatta da Roberto Guiscardo.
Sta nella natura di cotali libri che essi diano occasione di continue aggiunte; pertanto la Graphia contiene parti diverse che derivano da tempi varî. Essa incomincia narrando, secondo la tradizione, che Noè fondava, non lungi da Roma, una città appellata dal suo nome, e che Giano, figliuolo di lui, Japeto e Camese edificavano sul monte Palatino la città di Gianicolo, e nel Transtevere il palazzo Gianicolo[652]. Giano dimorava sul Palatino, e dappoi, con Nemrod ossia Saturno (evirato da Giove suo figlio), erigeva la città di Saturnia sul Campidoglio[653]. Indi, re Italo, coi Siracusani, costrusse, presso al fiume Albula o Tibris, la città di pari nome; ed altri Re, Hemiles, Tiberis, Evandro, Coriba, Glauco Enea, Aventino, altre città innalzarono, finchè, quattrocento trentatre anni dopo la caduta di Troja, nel giorno 17 di Aprile, Romolo le cinse tutte quante di muro, e vi diè nome di Roma: allora, non soltanto tutti gli Itali, ma quasi tutti i nobili uomini di tutto il mondo, vennero con loro donne e con loro fanciulli ad abitarvi[654]. Il nesso in cui si pone il Noè dell’antico Testamento colla fondazione di Roma, dà prova della maestria di combinazioni che possiede la tradizione; del resto, non potremmo fare che inutili tentativi, se volessimo determinare il tempo in cui quella tradizione sia sorta. Più tardi, nei secoli decimoterzo e decimoquarto, libri parecchi andarono tessendo le favole della origine prima di Roma; ed ebbero vita il Liber Imperialis, il Rumuleon, la Fiorita d’Italia, la Historia Trojana et Romana. Queste tradizioni vennero massimamente in fiore allorchè le città italiche incominciarono a ottenere le loro libertà, chè ognuna bramò ornarsi del pregio di antiche genealogie[655].
Fra le tradizioni raccolte nella Graphia certo è una delle più antiche quella della sepoltura di Giulio Cesare. Narravasi fra il popolo, che le sue ceneri fossero racchiuse nella palla d’oro collocata sulla cima dell’obelisco Vaticano. Con grande stupore si additava il pomo d’oro posto a quella sommità, cui nessun predone aveva saputo giunger mai; e si diceva ch’era guernito di gemme, e che recava scritto questo bell’epitaffio: «Cesare, grande fosti come il mondo; adesso ti chiude una tomba angusta». E raccontavasi che lo si aveva sepolto in quell’altezza, affinchè anche in morte gli restasse suddito il mondo, qualmente a lui, vivo, era stato. Perciò l’obelisco fu chiamato Memoria od anche Sepulcrum Caesaris, parimente come la tomba di Adriano appellavasi Memoria: e questa parola ha per Roma un grande significato, perocchè tutto ivi parlasse memorie. Così denotato, trovasi l’obelisco in una Bolla di Leone IX, dell’anno 1053, dove, nel tempo istesso, è chiamato eziandio Agulia, come anche oggidì in italiano si addomandano guglie gli obelischi. Tuttavia, può darsi che il nome di Agulia, da antichissimo tempo, si fosse tramutato nella bocca del popolo in quello di Julia, e che questo potesse indi dare origine a siffatta tradizione del grande Giulio Cesare, per guisa che qui dalla parola avesse derivazione il mito: e ciò tanto più a ragione, che sul basamento dell’obelisco leggevasi l’iscrizione Divo Caesari[656].
Fra le tradizioni locali, che sono registrate nella Graphia o nei Mirabilia, appena ve n’ha una (compresa altresì quella della Sibilla e di Ottaviano), che non possa essere sorta dapprima del mille; però noi preferiamo di dire di cotali tradizioni ai luoghi dove ce ne sarà offerta più acconcia opportunità[657].
È nostro intendimento di comporre una piccola «Grafia» di Roma, tale qual era nel secolo decimo: la vogliamo trarre non già da quei libri di favole, bensì da documenti; ma per verità riuscirà essa così irregolare, come lo sono i Mirabilia, avvegnaddio siamo privi di un condottiero che ci guidi attraverso il labirinto di Roma. Abbiamo tentato di abbozzare questa descrizione, seguendo la divisione delle Regioni, sennonchè, a comporla, i documenti non ci soccorsero che incompletamente. È cosa meravigliosa che continuamente rimanga visibile un ripartimento regionale, quando i sette distretti ecclesiastici sono scomparsi dal nostro sguardo; nondimeno, quello non s’accordava più allo scompartimento di Augusto, e può darsi che le alterazioni ne fossero avvenute in epoche parecchie. Nei secoli decimo e undecimo la città vera di Roma contava dodici Regioni; probabilmente il Transtevere formava la decimaterza. Erano denotate per numeri rispettivi, ma avevano eziandio un nome loro proprio.
Delle dodici Regioni, che emergono da documenti di Roma del secolo decimo e dell’undecimo non possiamo determinare il luogo in cui erano situate quelle X e XI[658].
La Regione I comprendeva l’Aventino, e per Marmorata e Ripa Graeca si stendeva giù fino al fiume; dai magazzini di granaglia che ivi erano aveva, anche adesso, nome di Horrea[659].
La Regione II racchiudeva il Celio e una parte del Palatino fino all’Aventino. Come compresi in essa sono registrati i IV Coronati, la Forma Claudia, il Circus Maximus, il Septizonium, e la Porta Metrovia o Metrobi, innanzi alla quale erano situati i prata Decii o Decenniae[660].
La Regione III si trova denotata dalla Porta Maggiore, dalla santa Croce, dall’Aqua Claudia (che scorreva attraverso due Regioni), dal convento di santo Vito e di santa Lucia Renati, dal santo Pastore, e dall’Arcus Pietatis. Comprendeva quindi alcuni luoghi, che avevano spettato alla Regione V di Augusto, detta Esquiliae[661].
La Regione IV è, in un documento, determinata dal Campus s. Agathae; forse fronteggiava con S. Agatha in Suburra (che faceva parte della Regione VII) e comprendeva il Quirinale e il Viminale[662].
Entro la Regione V si racchiudeva una parte del Campo di Marte: ed in essa erano situati il mausoleo di Augusto, la colonna Antonina, la via Lata, il san Silvestro in Capite, la Posterula s. Agathae al Tevere, ed eziandio il Pincio e la porta di san Valentino (del Popolo). Il suo territorio aveva nel tempo antico appartenuto in parte alla Regione IX, appellata Circus Flaminius, in parte alla Regione VII, detta Via Lata[663].
Della Regione VI parlano pochi documenti soltanto, e ne risulta che vi capivano i giardini di Sallustio e quel territorio che oggidì forma il quartiere di Trevi[664].
La VII Regione a quest’età viene denotata dalla S. Agatha super Suburram, dalla colonna di Trajano e dal Campus Kaloleonis che vi era confinante[665].
La Regione VIII nel secolo decimo appellavasi Sub Capitolio, come nei Cataloghi dei Papi parecchie volte è chiamata; per conseguenza il Forum Romanum antico aveva conservato il numero regionale onde era stato contrassegnato nel vecchio tempo.
La IX Regione era il distretto che raccoglieva dentro di sè il santo Eustachio, la Navona, il Panteon, le terme di Alessandro, il san Lorenzo in Lucina. Comprendeva il vero Campo di Marte, e quindi chiudeva nei suoi confini l’antica Regione IX, detta Circus Flaminius, da cui avevano avuto origine due Regioni. Volle il caso che, propriamente per questa Regione del secolo decimo, si conservasse la maggior copia dei documenti: questi, assai di frequente ci tengono parola di un luogo appellato ad Scorticlarios o in Scorticlam, il quale dava il nome all’intiero distretto. Era esso il quartiere dei conciatori di cuoi; oggidì è situato presso il fiume, nella Regola, ma allora trovavasi posto in vicinanza alle terme di Alessandro, presso al Tevere[666].
In nessun documento di quella età incontrammo parola della Regione X e di quella XI; però la XII Regione compare in un Diploma, col nome antico di Piscina Publica, il quale pertanto non aveva subìto mutazione di sorta[667].
Parimente, come s’erano conservati i nomi della Via Lata, del Caput Africae e della Suburra, così altre vie antiche dovevano essere ancora note in Roma; però la parte maggiore di esse era omai denominata da chiese, altre eranlo da monumenti notabili: lo abbiamo già veduto a proposito del Colosseo, del teatro di Marcello, e dei Colossi di marmo. Spesso, nei documenti, a esprimere le vie di Roma animate di maggior moto, si usa l’espressione Via publica o communis; e già nel secolo decimo esisteva una Via Pontificalis, la quale, passando dal Campo di Marte, conduceva al san Pietro[668]. Queste strade irregolari del primo medio evo, di cui alcune erano ancora le antiche, altre erano aperte in mezzo a cumuli di rottami ed a rovine, dovevano offrire una veduta tetra e bizzarra insieme. La tortuosità, la strettezza di esse e l’aspetto rozzo delle case ci avrebbero messo repugnanza, ma la pittoresca architettura ci avrebbe reso insieme meravigliati. Come nella massima parte è anche oggidì, ogni casa di Roma aveva un poggiuolo di pietra; porte e finestre erano arcuate a foggia romana; le cornici, rilevate a teste acute di mattoni; i tetti, il più di frequente, coperti di embrici di legno; le muraglie si componevano di terra cotta senza intonaco di calce. Di consueto, le case erano fornite di solaio, perlochè tanto sovente ci incontriamo nella espressione di casa solorata. Erano di uso universale, e si mantennero lungo tempo anche in Roma i vestiboli, che in tutta Italia si denotavano colla parola tedesca «Laubia», e posavano sopra pilastri o su colonne antiche. Ei conviene oggidì andar girando per Transtevere, o nel quartiere chiamato «Pigna» e in quello detto «Parione», per farci un’idea degli ultimi avanzi di quella architettura medioevale. Non possediamo alcuna descrizione autentica di un palazzo romano quale allor fosse, e quella, casualmente conservataci, di un palazzo che esisteva a Spoleto, ci risospinge ai tempi antichi, o, per lo meno, all’età bizantina. Vi si distinguevano dodici parti, così appellate: il Proaulium ed il Salutatorium; il Consistorium, dove si radunavano i convitati prima del pranzo e dove si dava l’acqua alle mani; il Trichorus ossia sala da mangiare; lo Zetas hiemalis, camera riscaldata per l’inverno; lo Zetas estivalis, salotto fresco per l’estate; l’Epicastorium (meglio Epidicasterium), sala ove si trattavano i negozî: v’erano inoltre triclinii da più che tre letti, terme, un ginnasio o luogo destinato al giuoco, le cucine, il Columbum da cui si riversava l’acqua alle cucine, l’ippodromo, e gli Arcus deambulatorii, porticati a colonne, con cui era messo in comunicazione anche lo scrigno[669].
Sebbene divenuti irreconoscibili per causa di decadimento e di trasformazioni, può darsi che, ancora nel secolo decimo, si fossero conservati alcuni dei palazzi antichi, che avevano, un tempo, appartenuto alle ricche famiglie dei Ceteghi, dei Massimi, dei Gracchi e degli Anicii. Ed invero, perchè mai non dovevano aver durato un cinquecento anni quelle case private, costruite di pietre inconsumabili, sì come s’era conservato un tempio od un arco trionfale? Altri palazzi, dalla forma di castella, erano sorti a nuovo, e sempre sulle fondamenta di edificî antichi. Se ci fosse dato di aver dinanzi agli occhi il palazzo di Marozia sull’Aventino, quello di Alberico presso ai santi Apostoli, la casa dei Crescenzî, il castello imperiale di Ottone III, ne vedremmo fabbriche costruite a muraglie di mattoni rossi, ornate in modo mirabile di mensole e di cornici antiche, e forate a finestre arcuate romane, con loro piccole colonne, parimente come ne offre un esemplare l’architettura della così detta «Casa di Crescenzio», la quale è il più vecchio edificio privato del medio evo che in Roma si conosca. I monumenti antichi prestavano i più begli ornati così a chiese, come a’ palazzi; e se, oggidì ancora, ci fermiamo ammirati nei luoghi più antichi di Roma, mirando tante colonne, spesso magnifiche, di stile corinzio od ionio, che, infisse nel muro, sostengono, in funzione di pilastri, le più povere case, si può di leggieri imaginare, qualmente, nel secolo decimo, quasi tutte le case della Città fossero tirate su colle reliquie dell’antichità. Se potessimo varcare la soglia del palazzo di Alberico, nelle sue camere fatte a volta secondo il costume romano, saremmo certi di trovare parecchi pavimenti antichi di musaico, vi vedremmo antichi vasi e stoviglie, ma a mala pena una statua; ci fermeremmo attoniti a mirare, lavori di quel tempo, i lectuli ossiano lettucci di riposo, fregiati di disegni d’oro, e coperti dei broccati e delle sete di Oriente, quali adornavano le abitazioni dei Vescovi, ed erano oggetto delle censure di Raterio. La fantasia si accende pensando alle decorazioni di queste stanze fornite di suppellettili pesanti, sculte in oro, di sedie che ancora traevano all’antica forma, di candelabri di bronzo, di scansie sulle quali non istavano adagiati codici di scritture, ma si schieravano in mostra bicchieri d’oro preziosi (Scyphi), o coppe d’argento, o conchiglie ridotte a recipienti da bere (Conchae): però, la mente giunge a indovinare tutto quello che ciò fosse, soltanto per gli indizî che ritrae dai musaici e dalle miniature di quell’età, i quali ci fanno conoscere che la moda del lusso toglieva essenzialmente a prestito da Bisanzio le forme fantastiche, la varietà dei colori che imitavano l’arabesco, e il gusto degli ornati di musaico.
In quell’epoca la copia degli edificî antichi era ancor grande assai. Il più degli archi trionfali, dei portici, dei teatri, delle terme, dei templi durava tuttavia in ruine magnifiche, e ad ogni piè sospinto mostrava alla generazione vivente le grandezze delle età passate, la piccolezza del tempo che correva. E questo solo carattere antico, che domina su Roma, pone in chiaro, durante l’intiero medio evo, molti fatti storici. Da dopo di Totila nessun nemico aveva più recato guasto a Roma, ma neppure v’era stato un solo Imperatore od un sol Papa intento più a vigilare sui monumenti e a proteggerli. Già Carlo magno aveva trasportato colonne e sculture di Roma ad Aquisgrana, e i Papi, i quali dapprima avevano tenuto i maggiori monumenti di Roma in conto di proprietà dello Stato, bentosto non avevano più sentimento, nè tempo, nè potenza di darsi cura della loro esistenza. Roma fu abbandonata al sacco dei Romani: i preti trascinavano colonne e marmi nelle loro chiese; i nobili e gli stessi Abati piantavano torri sopra vecchi monumenti magnifici; i cittadini rizzavano nelle terme e nel circo le loro botteghe di lavoro, le loro fucine, le loro officine da canapa, i loro filatoi[670]. Quando il pescatore del Tevere, quando il macellaio ed il fornaio esponevano in vendita al buon mercato, le loro derrate lungo i ponti, o presso il teatro di Marcello, la mercanzia era sdraiata in mostra sopra bellissime tavole di marmo, che, forse, anticamente avevano servito, nel teatro o nel circo, da sedili ai padroni del mondo, a Cesare, a Marc’Antonio, ad Augusto, a tanti e a tanti Consoli e Senatori. I bei sarcofaghi degli eroi andavano all’ingiro, come avviene anche adesso, in funzione di tini d’acqua, di mastelli da lavandaia, di truogoli da porci; probabilmente la panchina del calzolaio e la tavola del sarto erano state nè più nè meno che il cippo di un Romano illustre, o una lamina d’alabastro, su cui, in antico, qualche nobile matrona romana aveva disteso le minuterie della sua acconciatura. Seppure Roma nel secolo decimo non possedesse più che poche statue di bronzo, assai grande doveva essere pur sempre il numero di quelle di marmo. In tutte le piazze, in tutte le vie, l’occhio s’imbatteva in capi d’arte della vecchia Roma, caduti o mutilati; nè peranco i portici, i teatri, le terme erano così ridotti in cumuli di ruine, che molte delle loro decorazioni di statuaria ne fossero sparite. Il Romano del tempo di Ottone III mirava ancora, per certo, emergere sopra il suolo il gruppo del Nilo nel Minervium, ed era ancora oggetto di sua conoscenza il gruppo del Laocoonte nelle terme di Tito, e, forse tuttavia, la Venere medicea nel portico di Ottavia. Migliaia di statue degli Imperatori e di grandi Romani stavano ancora ritte o giacevano alla scoperta sul terreno; molte dipinture antiche vedevansi ancora ai loro luoghi sulle pareti. Ma il senso di queste opere dell’arte bella era così ammutito, che neppure uno scrittore di quell’età spendeva per esse una sola parola. Che più? i Romani imbarbariti tenevano i più preziosi monumenti dei loro antenati in conto soltanto di materiali da lavoro; li segavano per trarne il bel marmo onde componevano il pavimento delle loro chiese e delle loro case, o li facevano in polvere affine di cavarne calce. Da secoli Roma era pari ad una grande fossa da calce, nella quale si cacciavano dentro nobilissimi marmi per trarne cemento: nè senza una grande ragione in Diplomi del secolo decimo e dell’undecimo si trova di frequente sparso il nome di Calcarius, fornaciaio, il quale non deve già attribuirsi a persone che attendessero al lavoro delle fosse di calce, ma a chi ne possedeva in Roma o vi dimorava presso[671]. Da secoli dunque i Romani saccheggiavano e devastavano la vecchia Roma, la facevano in pezzi, la foravano, la abbruciavano, la trasformavano; nè la finivano mai.
Voglia il lettore accompagnarci in una breve scorsa per Roma, qual essa era a’ tempi di Ottone, o piuttosto voglia soltanto venire con noi in cerca di alcuni fra i luoghi più celebri della Città. Muoviamo anzi tutto al Palatino. I palagî imperiali vedevansi ancora in loro ruine colossali, ed erano pieni di obliate opere d’arte di ogni maniera. In quel labirinto, nel quale a mala pena si metteva piede per temenza degli spiriti, parecchie camere erano ancora fornite dei loro preziosi intonachi di marmo; e, perfino a’ tempi di Innocenzo X, vi si discopriva una sala adorna di tappeti d’oro, e stanze, le cui pareti erano coperte di finissime lamine d’argento e di piastre di piombo[672]. Non altro che rada poteva essere allora la popolazione del colle Palatino, chè, su di esso, poche e piccole chiese soltanto erano state costruite: una era quella di santa Maria in Pallara (Palatio), ovvero di san Sebastiano in Palladio, eretta nel luogo in cui ergevasi in antico il Palladium, là dove vuolsi che quel Santo sia stato ucciso, nel tempio di Eliogabalo; un’altra era la chiesa di santa Lucia in Septa solis o Septem viis, che già a’ tempi di Leone III si elevava presso al Septizonium[673]. Questo edificio magnifico di Severo nel medio evo aveva nome di Septemzodium, di Septodium, di Septisolium, di Septemsolia, e benanco di Sedem Solis, sede del sole, ed era situato all’estremo del Palatino verso mezzodì e quasi di fronte al san Gregorio. L’Anonimo di Einsiedeln lo notò con nome di Septizonium, e, nell’anno 975, con esso ci incontriamo in un documento degno di considerazione. Lo si appellava allora Templum Septem solia major, per distinguerlo da un monumento ignoto, che era in vicinanza. Questo aveva nome di Septem solia minor, e Stefano, figlio di Ildebrando, console e duce, lo donava a Giovanni abate di san Gregorio, affinchè a suo piacimento ne usasse, o lo atterrasse, secondo che meglio potesse far mestieri alla fortezza del convento. In quei tempi di guerre di partito sorgevano in Roma torri e rocche, non soltanto della nobiltà, ma anche dei conventi; molti monumenti erano caduti in possedimento dei privati cittadini, ed erano adoperati in cotale uso; ed il grande Septizonium dipendeva in proprietà da quel monastero, e già lo si aveva trasformato in rocca. I frati di san Gregorio possedevano allora anche l’arco trionfale di Costantino, che per certo era stato elevato a tanta altezza da comporne una torre: così il loro convento s’era munito tutto all’intorno, dietro la trincea di monumenti antichi. Nella detta carta si contiene parola così dell’Arcus triumphalis, come del Circus (Maximus), sebbene non altro che nominarli si faccia, e ne rileviamo che quell’illustre romano Stefano possedeva una parte dei palazzi imperiali, della quale notava, specialmente sopra tutto il resto, un portico con trentotto cripte, ossiano camere edificate a volta[674]. Ignoriamo quale aspetto avesse allora il Circus Maximus; i due obelischi erano omai ridotti in rottami, ma ancora, da un capo e dall’altro, era avvertito dalla Graphia esistere due archi di trionfo: neppure sappiamo cosa fosse del Colosseo, il quale non peranco erasi tramutato in fortezza; ma con buon fondamento imaginiamo, che questi edificî cadenti in polvere, conservassero ancora la massima parte delle loro muraglie di cinta esterna, ed i loro ordini di sedili.