CAPITOLO QUINTO.

§ 1. Principia la supremazia di Roma. — Lo Stato della Chiesa. — Decretali pseudo-Isidoriane. — Nicolò I muore nell’anno 867. — Adriano II è fatto papa. — Lamberto di Spoleto entra con violenza in Roma. — Nemici di Adriano dentro di Roma. — Delitti di Eleuterio e di Anastasio, e loro punizione.

La fiacchezza personale dei succeditori di Carlo, le loro passioni, le lotte con cui si disputavano la monarchia che la feudalità ruinava senza speranza di salvezza, avevano, intorno a questo tempo, fatto crescere di assai l’autorità del Pontefice. La sua dignità santa spiegò con Nicolò I così alti sensi di grandezza e di ardire, che pochi Papi soltanto ne ebbero pari. Natali illustri, bellezza di corpo, cultura eletta, per quanto concedeva il suo tempo, rendevano compiuta la persona di lui, e, da dopo di Gregorio magno, nessun Papa era stato, come egli fu, favorito dalla fortuna che si rende soggetta la forza. A lui riuscì di umiliare la Podestà regia e l’Episcopato; e l’Impero affralito discese ad una sembianza di forma priva ognor più di valore, allorquando la sua corona toccò a Lodovico, che fu privo di discendenza e che seppellì, per così dire, l’Impero in quelle guerre energiche sì, ma minute e senza fine, ch’ei combattè nell’Italia meridionale. Nel Pontificato invece alitava il pensiero della monarchia ecclesiastica universale, quello che più tardi ebbe vita con Gregorio VII e compimento da Innocenzo III. Il concetto che Roma era centro morale del mondo, continuava a dominare con tradizione indestruttibile: e, quanto più adesso l’Impero andava perdendo di unità e di potenza, quanto meno esso era capace di formare dentro di sè il centro politico delle comunità dei popoli cristiani, tanto più facilmente il Pontificato andavasi confermando nella pretensione di essere anima e principio informatore della Republica cristiana, ed i Principi temporali si abbassavano a farsene organi mutevoli e caduchi.

Necessità di avvenimenti e un grande impulso storico avevano indotto il Papato a rinnovellare la podestà imperiale romana, ma, appena che questa era fondata, incominciava la lotta secreta dell’ordinamento ecclesiastico contro al sistema politico. Se l’Imperatore romano avesse potuto governare da monarca cristiano, come fatto avevano Costantino e Teodosio, se fosse stata spenta ogni autonomia delle province, allora il Papa avrebbe potuto dividere coll’Imperatore la signoria, a lui lasciando il laborioso reggimento temporale, e per sè tenendo il dominio spirituale. Ma la forza delle tendenze proprie alla natura umana creava nel mezzo della monarchia di Carlo una moltitudine di potenze separate fra sè, che tutte elevavano ostilmente il loro capo contro al Papato e all’Impero; l’indole di nazione, le Chiese, i Duchi, i Vescovi nazionali, i Re, i diritti, le franchigie, i privilegî e le immunità di ogni maniera, erano principî di naturale disgregazione e di ragioni individuali che indicevano guerra ai sistemi: laonde resero debole l’Impero, perocchè l’unità sua fosse soltanto di fattura meccanica, e il suo fondamento restasse pur sempre di natura materiale e peritura. Per lo contrario, il principio morale e indivisibile del Papato, ad onta di passeggiere sconfitte, aveva tanta potenza da signoreggiare quei principî; non interrotto di tempo, nè ferito all’interno da rivoluzioni politiche, esso vinse sempre e rivinse i suoi avversarî, la Monarchia regia, l’Episcopato, l’Impero. Ed infatti la fede della gente umana, sola potenza cui nelle cose della terra nulla resiste, venerava nel Papato un’origine non terrena ma sovrumana, e lo paragonava all’asse del mondo religioso, cui nessun crollo valeva ad infrangere.

La coscienza della monarchia di Roma s’incarnò nella persona di Nicolò. Sebbene si possa affermare che il possedimento dello Stato della Chiesa e della Città (di cui l’Impero aveva dato conferma), non avesse importanza essenziale in riguardo al primato religioso, ei si deve però confessare che esso giovò gagliardamente agli intendimenti del Pontificato, gli concesse independenza preziosa, e gli compose una sede di valore inestimabile. Il possedimento di un grande reame in qualsivoglia altra parte del mondo, non avrebbe mai dato al Papato quel fondamento che esso ottenne grazie al suo piccolo territorio, che aveva Roma per città capitale. All’età di Nicolò I i patrimonî di san Pietro erano proprietà tuttavia intatta della Chiesa, e il tesoro di essa riboccava di dovizie immense. I predecessori del Pontefice avevano fondato città e armato eserciti e navigli, avevano conchiuso una lega italica, difeso e salvato Roma, ed egli, da re, dominava poderoso sopra le bellissime terre che si stendono da Ravenna fin giù a Terracina. Vien detto che Nicolò, primo dei Papi, si coronasse della tiara; però soltanto più tardi la superbia sconfinata de’ suoi successori la cinse di un triplice serto‍[195]. Per l’animo di un tal uomo, veramente temprato alla monarchia, la corona non aveva cosa alcuna di strano, ma nella corona egli mirava significarsi assai più che il simbolo dello Stato temporale, che la Chiesa possedeva e presto doveva perdere. La falsa donazione di Costantino aveva prestato buon servigio alle pretese dei Papi, e la estensione che quella goffa astuzia aveva dato a tali pretese, mostrava in pari tempo massimamente fin dove giungevano le idee del Papato. Però, maggiore importanza ebbero le Decretali pseudo-Isidoriane, che accolsero nel loro testo la donazione. Questa meravigliosa raccolta di molte lettere e di decreti favoleggiati, che s’attribuivano a Papi antichi, interpolati in una collezione di atti di Concilî, fu supposta opera del celebre Isidoro di Siviglia, ed ebbe origine sulla metà del secolo nono: Nicolò fu il primo Papa che se ne servì a codice dei diritti pontificî‍[196]. Essa forniva propriamente la Chiesa di privilegî siffatti che la affrancavano onninamente dallo Stato; poneva la Podestà regia profondamente al di sotto di quella pontificia, al di sotto perfino dell’autorità vescovile, ma nel tempo stesso sollevava il Papa al di sopra dell’Episcopato, dacchè prefiggeva che non potessero obligarlo le decisioni dei Sinodi provinciali: gli dava facoltà di giudice supremo dei Metropoliti e dei Vescovi, il cui officio e la cui autorità, sottratta alla influenza regia, doveva essere subordinata ai comandamenti papali: in una parola, attribuiva a Roma la dittatura del mondo ecclesiastico e religioso. Nicolò I afferrò con lieta avidità quelle false Decretali; avvisò che gli prestavano le armi più formidabili a combattere i Re e i Sinodi provinciali; e sopra ambedue queste potenze egli trionfò, nel tempo stesso che l’Imperatore, il quale pur comprendeva il pericolo onde era minacciato il principio politico, non potè essere altro che spettatore della vittoria pontificia.

Allorchè il grande papa Nicolò I scese nella tomba, addì 13 di Novembre dell’anno 867, la sua morte fece sensazione profonda. Il mondo gli diè testimonianza di averlo temuto ed ammirato‍[197], ma coloro che erano stati colpiti o minacciati dei suoi fulmini, alzarono il capo con gioia, sperandone libertà e annullamento dei decreti papali.

I Romani furono concordi ad eleggere Adriano, uomo vecchio d’anni e cardinale di san Marco, figlio di Talaro, della famiglia di Stefano IV e di Sergio II. I legati dell’Imperatore presenti in Roma ebbero a male che non gli avessero invitati ad assistere alla elezione, ma furono acchetati colla protesta che i Romani non avevano leso i diritti della corona, e che la Costituzione ordinava bensì la confermazione imperiale dell’eletto, ma non prescriveva che la sua elezione si compiesse innanzi agli occhi dei legati‍[198]. Ne furono soddisfatti; l’Imperatore confermò la elezione, e Adriano II fu consecrato papa nel giorno 14 di Dicembre.

Egli fe’ onore all’inizio del suo pontificato concedendo un’amnistia. Permise che alla sua prima messa assistessero alcuni dei preti che erano stati scomunicati dal suo antecessore; fra gli altri era il famoso cardinale Anastasio, ed altresì Teutgaudo di Treviri: a questo ei perdonò, perocchè avesse mostrato pentimento del suo peccato e gli statuì a dimora una cella nel convento di sant’Andrea nel Clivus Scauri[199]. Alcuni prelati accusati di alto tradimento languivano in esilio; l’Imperatore aveva pronunciato il bando anche contro i Vescovi di Nepi e di Velletri, ed è argomento per cui si nota come egli esercitasse in tutta la sua pienezza l’autorità imperatoria; Adriano ora otteneva che si restituissero alle loro sedi. Altri Romani laici erano stati cacciati nelle galere come rei di maestà; anche di loro il Papa conseguiva liberazione. Ei sembra che durante la vacanza della sede, parecchie persone fossero state vittime di accuse, false o vere che fossero, portate agli orecchi dei Missi imperiali; chè fin d’allora ogni interregno produceva anarchia di cose, e dava adito alla tirannia dei potenti‍[200]. Ne dava prova un avvenimento assai meraviglioso. Poco tempo prima che Adriano fosse consecrato, Lamberto, duca di Spoleto, era irrotto con violenza nella Città. D’intesa coi malcontenti di Roma, dove abitavano parecchi uomini potenti Longobardi e Franchi, che avevano perfino titolo di Duchi, nè forse sapendo che la elezione era stata confermata, Lamberto osò di far cosa che sorpassava di gran lunga la sua autorità. Questa infatti, fondata nella Costituzione imperiale, consentiva al Duca di Spoleto il diritto che alla morte del Papa vigilasse alla nuova elezione; e pare massimamente che il Duca a quest’epoca facesse quasi da vicerè nelle cose romane‍[201]. Entrato in Roma, ch’era indifesa, Lamberto si comportò da conquistatore; confiscò beni della nobiltà e li vendette o regalò ad uomini Franchi; die’ il sacco a chiese ed a conventi, e permise che i suoi armigeri rapissero donzelle romane della Città e dei dintorni: indi se ne andò. Il Papa scrisse all’Imperatore dolendosi, e scomunicò tutti quei Franchi e que’ Longobardi che avevano chiamato Lamberto, o che gli avevano dato mano a saccheggiare la Città. La invasione dimostrò che sull’Impero de’ Carolingi pendeva omai la dissoluzione, e schiuse l’età delle tristi desolazioni d’Italia, delle lotte dei Duchi disputantisi Roma, e della guerra di fazioni divampanti nella Città stessa, di cui presto dovremo dire‍[202].

Lodovico trovavasi allora nell’Italia meridionale. Egli aveva bandito una leva universale dei vassalli italiani, perocchè intendesse assalire in Bari i Saraceni; ed era in procinto di cominciare la sua campagna dalla Lucania‍[203]. Di colà udì i lagni dei Romani, ma gli mancò il tempo di punire Lamberto, togliendogli il ducato; forse non volle; lo fece soltanto nell’anno 871, e per altre ragioni.

Nei primi momenti del suo pontificato, Adriano II ebbe a sostenere prove gravissime; quei suoi nemici che erano stati aderenti del morto Pontefice, gli invidiavano la tiara; spargevano il grido che egli, fatto pauroso per temenze umane, volesse annullare quegli atti del suo predecessore, che avevano sollevato a tanta altezza la podestà pontificia. Ei fece presto a reprimere quelle voci; acchetò coloro che erano fautori della autorità romana, accertandoli che non diserterebbe la via di Nicolò I; se li guadagnò ordinando publiche preci per il defunto e dando solenne confermazione ai suoi decreti; e comandò che si compiesse la basilica onde Nicolò aveva incominciato l’edificazione. Mentre ei così pacificava gli amici del suo predecessore, ne inacerbiva gli avversarî, che ora gli davano, con doppio senso, soprannome di «Nicolaita»‍[204].

In mezzo a questo partito, che aveva suo sostegno nei Franchi, primeggiavano il cardinale Anastasio e il fratel suo Eleuterio, uomini della più eletta nobiltà, figli del ricco vescovo Arsenio, il quale si crucciava non poco che il figliuol suo fosse stato scomunicato da Leone IV, e per causa di Nicolò I avesse perduto la tiara. Prima che fosse entrato negli ordini sacri, Adriano aveva avuto una figlia di legittimo matrimonio; divenuto papa, aveva promesso la donzella in moglie ad un patrizio romano. Eleuterio, ve lo inducesse l’amore oppure l’odio, rapiva la fidanzata e se la sposava. Il Papa oltraggiato, non potendo punire l’uomo potente che si era chiuso nel suo forte palagio, mandava lettere pressanti all’Imperatore, chiedendo che mandasse suoi legati a far giustizia del reo. In pari tempo, il padre del rapitore correva a Benevento, ove intendeva guadagnarsi con suoi tesori il favore dell’avara Imperatrice, ma ivi la morte rattamente lo colpiva. Venivano frattanto in Roma i Missi imperiali, ed Eleuterio era preso da sì furibonda ira che pugnalava la figlia del Papa e Stefania madre di lei, la quale, costretta o volonterosa, era andata insieme colla figliuola. Gli Imperiali s’impadronirono dell’assassino e gli mozzarono il capo.

Sotto l’impressione di questi fatti terribili, lo sventurato Adriano congregò un Sinodo. Pronunciò nuovamente la scomunicazione contro Anastasio, cui non a torto si attribuiva una parte nel delitto del fratel suo, e lo minacciò di anatema se si fosse allontanato più di quaranta miglia dalla Città, o se si avesse ingerito in qualche funzione di chiesa. Il Cardinale ricevette il decreto, addì 12 di Ottobre 868, nella basilica di santa Prassede, e giurò di sottomettersi alla sentenza‍[205]. Erano avvenimenti i quali dimostravano fino a che segno di arroganza omai si spingesse la nobiltà romana: frenata allora tuttavia dall’autorità imperiale, essa doveva strapparsi la signoria sulla Sede apostolica, non appena che quella si fosse spenta in Roma.

§ 2. Rinnovansi le controversie a cagione di Gualdrada. — Spergiuro di Lotario. — Umiliazioni ch’ei soffre in Roma. — Sua presta morte. — Lodovico imperatore, nell’Italia meridionale. — Concetto dell’Imperium in quell’età. — Lettera di Lodovico all’Imperatore di Bisanzio. — Smacco che l’Impero riceve a Benevento. — Lodovico viene a Roma. — È coronato una seconda volta. — I Romani proclamano che Adalgiso di Benevento è tiranno e nemico della Republica.

Adriano continuò, con pari fermezza d’animo, l’opera che Nicolò aveva incominciato. La storia della Chiesa loda la energia con cui egli combattè le contrarietà dei Vescovi, ma noi non possiamo, neppure di volo, soffermarci a dire del celebre ottavo Concilio ecumenico, che nell’anno 869 fu tenuto a Bisanzio sotto la presidenza dei legati pontificî, e dove ebbero confermazione i decreti di Nicolò I riguardanti la deposizione di Fozio‍[206].

Frattanto, causa la debolezza morale dei Principi, seguiva a crescere la potenza dei Papi. Le loro armi, folgori di scomunica battute sulla incudine della superstizione, si facevano poderose ogni dì più. La malaugurata passione che Lotario nutriva per una cortigiana aveva aperta una breccia profonda nell’autorità regia; Nicolò era passato arditamente dalle ruine di quella, e Adriano ve lo seguiva con eguale pertinacia. Tosto dopo che Tiutberga era stata restituita alla sua casa conjugale e a’ suoi diritti di sposa, la infelice Principessa, maltrattata dal marito e angosciata per gravi sofferenze dell’animo, era fuggita a Carlo il Calvo, e aveva protestato a papa Nicolò di voler rompere i suoi legami con un Principe tiranno, di voler cercar pace nel silenzio di un chiostro: ma invano; quella tragica vittima di un dogma, era condannata ad una tortura senza fine. Il Papa aveva niegato di concederle che si separasse dall’adultero consorte, se Lotario anche da parte sua non si fosse assoggettato a legge di celibato; scomunicava Gualdrada, e mandava una lettera di fuoco a Lotario, minacciandolo di eguale condanna‍[207]. Il Re, forte soltanto nella sua debolezza per una femmina, chinò il capo a queste umiliazioni, e supplicò il Pontefice che lo ammettesse alla sua presenza in Roma, dove sarebbe venuto per giustificarsi: il Papa glielo divietò‍[208]. Come Nicolò fu morto, Lotario si rivolse al suo succeditore, sperando di piegarlo ai suoi desiderî, e sembra che Adriano gli concedesse di venire a Roma. Il Re pregò l’Imperatore di intercedere presso il Papa, affinchè volesse separarlo da Tiutberga e gli permettesse di sposare Gualdrada; e gli annunciò che sarebbe andato a visitarlo. Nel Giugno dell’anno 869 Lotario giungeva infatti a Ravenna, ma i messaggieri dell’Imperatore, che era affaccendato nell’assedio di Bari, gli significavano che non procedesse più avanti, poichè il loro signore non voleva avere di quei rompicapo. Però l’uomo ammaliato d’amore, pensava soltanto alla felicità che lo aspettava fra le braccia di Gualdrada e per la quale egli avrebbe prodigato tutti i tesori del suo regno; nulla lo trattenne, corse al fratello, profuse supplicazioni e donativi, finchè guadagnò alla sua causa l’imperatrice Engelberga. L’Imperatore chiese allora ad Adriano che venisse a Monte Cassino, ed Engelberga ivi accompagnò il cognato. Lotario tentò di vincere il Papa con gran doni, ma non seppe cavarne altro costrutto fuor della comunione che Adriano gli porse nel dì primo del Luglio 869, dopo che il Re con faccia tosta ebbe solennemente giurato di non essersi più accostato a Gualdrada dopo la scomunica di lei‍[209]. Engelberga, da Monte Cassino tornò al marito; tornò il Papa a Roma, e Lotario senza vergognarsi gli tenne dietro alle calcagna. Obbrobrioso fu il modo onde entrò nella Città; nessun prete mosse ad incontrarlo; colla sua accompagnatura guizzò a capo basso nel san Pietro, e, senza che alcuno lo salutasse, pose dimora nel palazzo vicino, le cui camere non avevano pur avuto un po’ di pulitura dalla granata‍[210]. Il Papa gli negò che assistesse alla messa, ma lo invitò a mensa in Laterano, e per beffa ricambiò i ricchi donativi regî col presente di un vestimento di quella foggia che era appellata «Laena», di una palma e di una «ferula»‍[211]. Il debole Principe con quelle contentezze partì di Roma per proseguire il suo viaggio a Lucca; qui giunto, egli e le genti del suo seguito ammalarono delle febbri estive; procedette fino a Piacenza, e vi morì nel giorno 10 di Agosto. La sua morte fu tenuta in conto di punizione, che il cielo aveva inflitto allo spergiuro ed alla lussuria.

Mentre adesso Carlo il Calvo e Lodovico il Tedesco si gettavano sul patrimonio del morto, il Papa aveva opportunità di levarsi contro a loro come se fossero stati predoni, perocchè l’Imperatore, cui ne veniva il danno, lo avesse pregato di frapporsi paciere. Infatti, la guerra contro ai Saraceni teneva sempre Lodovico occupato nell’Italia meridionale, e finalmente ei conquistava Bari, dove faceva prigioniero lo stesso Sultano nell’anno 871. La gelosia dei Greci, che in quell’impresa importante gli avevano prestato fiacco soccorso, si accese perciò di maggior livore; e Basilio scriveva a Lodovico una lettera sprezzante, in cui gli negava il titolo di «Basileus», e con ironia gli dava nome di «Riga.» Notevole è la risposta che gli diede Lodovico; noi vi ci riportiamo per far conoscere in che concetto si tenesse l’Imperium romano a questa età, e per mostrare che, di confessione propria dello Imperatore, la santità della dignità imperiale omai si derivava dal crisma, con cui era consecrata per mano del Pontefice.

«I nostri zii», diceva, «gloriosi Re, ci appellano Imperator, e non ne sentono gelosia, quantunque d’anni sieno più vecchi di noi, avvegnaddio essi volgano mente al crisma e alla consecrazione onde noi per volontà divina siamo saliti all’Imperium romano, mercè l’imposizione delle mani e l’orazione del Pontefice. Uno è l’Imperium del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, di cui è parte la Chiesa costituita sulla terra; nè di questa il reggimento Iddio concesse a te od a me esclusivo, ma ad ambidue, che dobbiamo comporre una sola unità»‍[212]. E parlando del modo con cui i Re dei Franchi hanno ottenuto l’Imperium, soggiunge: «Noi l’abbiamo ricevuto dall’avo nostro, non, come tu pensi, per usurpazione, ma per volontà di Dio, per sentenza della Chiesa e del sommo Pontefice, per la imposizione delle mani e per lo crisma. Tu però dici che noi dobbiamo appellarci Imperator dei Franchi e non dei Romani, ma tu dei sapere che se non fossimo Imperatore dei Romani, nemmanco potremmo esserlo de’ Franchi. Per verità, dai Romani conseguimmo questo nome e questa dignità, avvegnacchè appo di loro primamente splendesse questo culmine di autorità suprema; e con essa avemmo il reggimento divino del popolo e della Città, e la missione di difendere e di esaltare la madre di tutte le Chiese di Dio, da cui la stirpe degli avi nostri prima conseguì l’autorità regia, indi quella imperiale‍[213]. Infatti, i Principi dei Franchi s’appellavano dapprima Re, indi Imperatori, ossiano quelli che tali furono unti dal Papa col santo olio. Così il bisavolo nostro Carlo magno, per la unzione datagli dal Papa, per l’amore che lo ispirava, primo del nostro popolo e della nostra stirpe fu nomato Imperatore e diventò l’Unto del Signore; a maggior ragione lo fu egli, quando spesse volte altri giunse allo Imperium senza opera divina espressa nella consecrazione pontificia, la dignità imperiale ottenendo soltanto per elezione del Senato e del popolo. Anche senza di questa elezione, taluno fu elevato al trono imperiale, soltanto per acclamazione dei soldati; altri in differente guisa s’impadronì dello scettro imperatorio di Roma. Che se tu mal dicessi dell’opera del Pontefice romano, potresti allora censurare anche Samuello, perocchè egli, rigettando Saulle che aveva prima consecrato, non ebbe riserbo di unger re Davide.»

Dopo di avere istituito questi maestrevoli paralleli fra il repulso Saulle, ossia l’Imperatore greco, e Davide, ossia il Re de’ Franchi (si ricordi che Carlo magno godeva di esser chiamato David), egli conchiude dicendo al Bizantino: «Noi giungemmo dunque al romano Impero grazie alla nostra ortodossia; i Greci, per lo contrario, lo hanno perduto per colpa della loro cacodossia; nè soltanto hanno abbandonato la Città e la sede dell’Impero, ma anche il popolo romano, e financo ripudiarono la lingua romana, e si gettarono al forestierume»‍[214].

Questa lettera, scritta con arguto ingegno da un prete, è il documento più importante che si posseda riguardo al concetto dell’Imperium romano dopo di Carlo magno. Riferendosi al tempo passato, dalla catena delle ipotesi storiche la lettera ricava una conseguenza ben chiara. La duplice usurpazione commessa a danno della legittimità, Davide che soppianta Saulle, si copriva adesso col manto della grazia di Dio e dell’opera sua, significata nell’autorità del sommo sacerdote della religione. Il crisma che l’Imperatore riceveva, derivava da quella stessa fonte onde era stato consecrato il maggiordomo dei Franchi quando aveva rapito la corona ai Merovingi; e poichè i diritti della legittimità non potevano tollerare l’esistenza di tutte le altre fonti giuridiche ricavate dalla ragione politica o dalla forza degli avvenimenti, si cancellava quei diritti invocando come titolo la volontà divina. Per vero, Lodovico rammenta tuttavia con frase generica i Romani quali sorgente dell’Imperium, ma li ricaccia assai nell’ombra, e, mentre più non si dà pensiero dell’elezione avvenuta per opera del popolo o della dieta dell’Impero, ei si appella sempre di bel nuovo al giudizio della Chiesa ed al crisma del Papa. Questa idea in parte discendeva dall’arte politica degli Imperatori stessi, i quali preferivano di far derivare la loro dignità dalla consecrazione pontificia, cioè da Dio, anzi che dalla elezione di vassalli fattisi ognora più temerarî, i quali bramavano di rendersi soggetto l’Impero, e indebolivano il reame di Carlo, e lo frastagliavano in pezzi per farsi potenti sui ruderi di esso. Più tardi avvenne, che l’Impero si concepì sorto in via assoluta dalla consecrazione pontificia, e accadde che i Papi poterono protestare, la podestà imperiale essere largita soltanto da loro, nè più, nè meno che un feudo; essere emanazione della loro autorità suprema di sacerdozio.

Un’inaudita opera di violenza in questo istesso anno 871, manifestava al mondo, quanto l’Impero avesse omai perso della sua maestà. Il vincitore di Bari, il salvatore dell’Italia meridionale era andato coi tesori del raccolto bottino a Benevento, in quello che il suo esercito si sparpagliava per sottomettere alcune città ribellate. La sua donna Engelberga, i maggiorenti ed i guerrieri suoi irritavano i Beneventani con loro angherie di ruba e colla loro oltracotanza. Adelchi, principe della terra, cupido dell’oro predato ai Saraceni, formava l’ardito disegno d’impadronirsi dell’Imperatore, che spesso aveva offeso con sue inobbedienze, e di cui temeva le ire: il giogo imperiale sopportava egli di mal animo, e nell’odio aveva compagno tutto il mezzogiorno d’Italia, dove covava la ribellione. L’Imperatore fu sorpreso nel dì 25 di Agosto nel suo palazzo, e dopo uno spettacolo selvaggio di pugna e di difesa che durò tre giorni, Adelchi s’impadronì dell’ospite imperiale, della sua donna e di tutti i Franchi. Tolse loro tutti i tesori, li sostenne in carcere per quasi un mese, e costrinse Lodovico a promettergli con giuramento solenne di non entrare più con eserciti nel ducato di Benevento, e di non torre mai vendetta dell’offesa sofferta. Indi ripose in libertà i prigionieri, solo quando giunse ad atterrirlo la novella che i Saraceni erano sbarcati a Salerno. Così l’Impero era maltrattato e vilipeso dagli stessi vassalli suoi‍[215].

La notizia di questo vitupero sollevò un chiasso indicibile. I giullari tolsero soggetto di cantarne per le vie; se ne sparse il grido per tutte le terre, e si diffuse credenza che Lodovico fosse morto. Sitibondo di vendetta, ma colle mani legate dal fatto sacramento, lieto in pari tempo di essere scampato da male maggiore, l’Imperatore riunì le sue milizie sparse. Entrò in quello di Spoleto, dove depose Lamberto dalla sua dignità di duca; indi mosse a Ravenna. L’anno dopo, intorno alle Pentecoste dell’anno 872, venne a Roma. Qui, ed è cosa che fa meraviglia, cinse ancora una volta la corona, a causa forse di quelle terre che gli erano venute dall’eredità di Lotario‍[216]. Ospitato dal Papa in Laterano con tutti gli onori, gli fe’ preghiera che lo sciogliesse del giuramento che eragli stato strappato a Benevento: gli fu concesso in un’adunanza del clero e dei maggiorenti. Infiammati dai suoi discorsi, quelli che aderivano a lui od all’Impero, si trasportarono colla mente alle ricordanze dell’antichità. Il parlamento romano, che di certo non s’era raccolto fra le rovine del Campidoglio, ma nella basilica del Laterano ossia del san Pietro, proclamò essere Adelchi nemico della Republica, e una dichiarazione di bando fu promulgata contro il vassallo ribelle‍[217]. Però, nell’universale, l’infiacchimento dell’Impero era visto con secreta gioia. I Romani, gli Italiani, i Duchi, i Vescovi, i Conti, il Papa, i Saraceni, i Normanni contribuivano tutti quanti a demolire l’Impero, e allorquando, cooperandovi il rapido decadimento della casa di Carlo, ciò avvenne, tempi e avvenimenti terribili piombarono addosso di Roma e del Papato, il quale tutto a un tratto dal culmine della potenza cadde nella umiliazione più profonda.

§ 3. Giovanni VIII è fatto papa nell’anno 872. — Muore Lodovico II imperatore. — I figli di Lodovico di Germania e Carlo il Calvo si contendono il possedimento d’Italia. — Carlo il Calvo diventa imperatore nell’anno 875. — Decadimento dell’autorità imperatoria in Roma. — Carlo il Calvo è eletto re d’Italia. — Fazione tedesca in Roma. — Violenze della nobiltà. — Formoso di Porto è scomunicato.

Però in quell’epoca Roma ebbe ancora la bella ventura che si succedessero, uno dopo dell’altro, dei Papi d’animo valoroso, sì come quelli che l’avevano liberata dal giogo bizantino. Mentre i reami dei Carolingi erano tenuti da reggitori sempre più fiacchi, alla cattedra di Pietro salivano invece uomini che per arte diplomatica, per fermezza di volontà e per energia di propositi, erano di loro immensamente maggiori.

Adriano II moriva, e Giovanni VIII, tempra ancor più gagliarda, figlio di Gundo, romano che forse discendeva di origine longobardica, era ordinato papa addì 14 di Dicembre dell’anno 872‍[218]. Anche Lodovico II imperatore, ultimo dei Carolingi in cui s’accogliessero forti spiriti e intendimenti degni dell’Impero, passò di vita di lì a pochi anni. Aveva combattuto a lungo nell’Italia meridionale, facendo sforzi gloriosi per salvare dai Saraceni il reame e per comporlo ad unità, ma era stato incapace di porre un argine all’interno decadimento, che di necessità doveva derivare dal sistema feudale e dalle immunità dei Vescovati: morì in vicinanza di Brescia, addì 12 dell’Agosto 875, ed ebbe sepoltura in santo Ambrogio a Milano‍[219]. Fu il primo Imperatore del medio evo che si intricasse nel fatale labirinto delle cose d’Italia, e, fatto quasi uomo italiano, nella procella di quei casi sommerse. La sua morte segna un nuovo periodo nella storia dell’Impero dei Carolingi, che con lui perdette forza e dignità: ed invero, l’Impero or diventava un burattino palleggiato dalla mano del Papa e dei maggiorenti italiani, nel tempo stesso che Italia cadeva in quelle vicende di contraddizioni, durate fino ai giorni nostri, che, a motivo della posizione geografica di questo paese, lo riducono ad essere il pomo della discordia tra Francia e Germania: e oggidì pure esso somiglia a quel navigante che, per fuggire di Scilla, intoppa in Cariddi‍[220].

Lodovico non aveva lasciato altri eredi che Ermengarda sua figliuola. I suoi zii, Carlo il Calvo di Francia e Lodovico di Germania vennero a controversia, chè ciascuno di loro pretendeva al possedimento d’Italia e della corona imperiale. Un’adunanza dell’Impero, congregata nel Settembre a Pavia per opera dell’Imperatrice vedova che prediligeva la parte tedesca, non riuscì ad alcun risultamento, e le sorti dovettero essere decise colle armi. I figli di Lodovico, Carlo il Grosso e Carlomanno, erano protetti dal possente margravio Berengario di Friuli, che, per parte di sua madre Gisela, era nipote consanguineo di Lodovico il Pio. Un dopo l’altro eglino scendevano dalle Alpi per combattere il loro zio, ma costui a forza d’oro e di bugie sapeva renderli inoperosi. Roma aveva già guarentito a questo meschino Principe la corona dell’Impero, chè, ancora al tempo in cui viveva Lodovico II, di cui Roma aveva temuto e sperimentato la possanza, la Chiesa gettava il suo sguardo a Francia, e Adriano prometteva segretamente a Carlo il Calvo, che, dopo la morte dell’Imperatore, egli non avrebbe accordato la corona a qualsiasi altro Principe che lui non fosse‍[221]. Darla ad un Re nazionale tedesco, era pensiero ancor di là da venire, o pareva pericoloso a causa dell’associazione troppo prossima d’Italia con Alemagna; nè Giovanni VIII stava in dubbio di decidersi per la parte francese, perocchè fosse la più potente e gli desse speranza di valido ajuto contro agli ottimati di Roma e contro ai terribili Saraceni‍[222]. Col mezzo dei vescovi Formoso di Porto, Gaderico di Velletri, e Giovanni d’Arezzo, invitava Carlo il Calvo a venire a Roma per ricevervi la corona, e Carlo scendeva in fretta e in furia. Addì 17 di Dicembre dell’anno 875 il Papa lo salutava con grandi solennità nel san Pietro, indi, nel giorno di Natale, lo coronava imperatore dei Romani‍[223].

Così larga moneta profuse Carlo per ottenersi il voto del Papa e dei Romani, che i suoi nemici lo paragonarono a Giugurta, il quale aveva comprato il Senato venale di Roma‍[224]. Poichè ora Carlo, a differenza dei suoi predecessori, non aveva già ricevuto la corona d’imperatore dalla volontà di un padre imperiale e dall’elezione di una dieta dell’Impero raccolta fuor di Roma, ei sembrava che il suo esaltamento al trono non avesse altro titolo fuor di quello che gli concedeva il favore del Pontefice e dei Romani. Gli toccava umiliarsi a brogliare, nè più nè meno di un candidato, per ottenere i voti della nobiltà; e il Papa con un linguaggio, di cui prima d’ora non s’aveva udito mai il simigliante, si faceva lecito di dire in publico che l’Imperatore romano era un creato suo‍[225]. Non abbiamo conoscenza perfetta del trattato che Carlo il Calvo conchiuse colla Chiesa, ma poichè egli aveva ricevuto la corona dalle mani di un donatore benevolo, grandi dovettero essere le concessioni ch’ei fece. Se le donazioni di un Principe senza potenza avessero avuto pari valore di quelle di un Imperatore poderoso, di quelle di Lodovico il Pio, ben avrebbero esse tenuto luogo eminente nella storia del Pontificato, come diplomi di gran rilevanza‍[226]. Con Carlo il Calvo, la maestà imperiale cadde profondamente e obbrobriosamente; quella pontificia si sollevò assai in alto. Le Costituzioni di Carlo magno e di Lotario diventarono lettera morta; i diritti imperatorî cessarono o non furono dappiù di un nome senza efficacia; probabilmente non fu mandato più nella Città un legato imperiale permanente; l’Impero presto diventò un fantoccio nelle mani dei Papi; presto se ne trastullarono i grandi feudatarî, e presto gli ambiziosi Conti italiani poterono pavoneggiarsi col serto di Carlo, del cui Impero eglino erano sorti in condizione di vassalli.

Il novello Imperatore non si fermò in Roma che fino al dì 5 di Gennaio dell’anno 876. Mosse indi rapidamente a Pavia, accompagnato o seguito dal Papa in persona, ed ivi, in un’adunanza dei Vescovi e dei maggiorenti del reame d’Italia, non soltanto ebbe confermazione della dignità imperiale, ma altresì, per la prima volta, conseguì formale elezione di re d’Italia, e ne fu coronato da Ansperto, arcivescovo di Milano: per lo contrario i Re antecessori suoi, da dopo di Carlo magno, vi erano stati eletti unicamente per volere dell’Imperatore e di una Dieta imperiale delle province non italiche. Per tal guisa, la elezione di Carlo il Calvo forma massimamente il polo di un nuovo indirizzo nella storia d’Italia; con essa si manifestò la potenza sommamente cresciuta del Papa, dei Vescovi, degli ottimati italiani, e s’ebbe decisa dimostrazione del sentimento nazionale cui s’inspirava l’Italia settentrionale‍[227]. Il nuovo Re eletto dagli Italiani, confidò il reggimento delle cose italiche a Bosone duca, la cui sorella Richilda egli aveva menato in donna; poi mosse a Francia per farsi riconoscere imperatore anche dalla dieta imperiale di quei paesi, che si congregò nel Luglio a Pontigon: ei vi si presentò in pompose vestimenta di foggia bizantina, e dalle mani dei legati del Papa ricevette uno scettro d’oro, come se fosse stato un feudatario.

Dopochè Giovanni VIII con sì fortunate combinazioni s’ebbe reso suddita la podestà imperiale, tornossene di Pavia a Roma, dove lo richiamava l’avanzarsi dei Saraceni e l’atteggiamento ostile della nobiltà. Alla vittoria riportata sull’Impero, succedevano condizioni anarchiche di cose che non avevano parità d’esempio, per guisa che assai tosto quel trionfo si tramutava in una deplorevole sconfitta del Papato, il quale non aveva più un braccio imperiale che lo proteggesse: rare volte la Storia insultò ai disegni dell’ambizione con un’ironia parimenti amara, come toccò in quell’epoca ai Pontefici di Roma. Nella Città v’aveva una parte potente, d’intendimenti germanici, che coltivava accordi colla Imperatrice vedova, con Berengario di Friuli, con Adalberto di Tuscia e col Margravio di Spoleto e di Camerino. Essa aveva combattuto l’elezione di Carlo il Calvo; in ispecie poi si sforzava di conseguire independenza in Roma, e tribolava con ogni maniera di angustie il Papa. L’indole di questi maggiorenti era educata alla rozzezza della loro età; ma siccome si trova in società con loro un uomo che tutti i contemporanei tenevano in concetto di santo, il vescovo Formoso, s’eleva qualche dubbio sulla veracità delle accuse che contro di loro furono scagliate.

Formoso di Porto, illustre per la missione che aveva sostenuto nella terra dei Bulgari, eccelleva per ingegno e per sapienza fra i preti di Roma, e s’aveva procacciato l’odio del Papa sospettoso e di molti Cardinali. Allorchè, poco tempo prima, era stato mandato a Carlo il Calvo per invitarlo alla coronazione, egli s’era sobbarcato a quella ambasceria di mala voglia, od altrimenti vi si era acconciato perchè necessità lo costringeva a navigar con prudenza e a dissimulare i suoi sentimenti che lo trascinavano alla parte germanica; avrebbesi potuto temere che egli aspirasse alla corona pontificia, dacchè, uomo eminente, possedeva il favore di una grande fazione. Aveva abbandonato, incerto è il perchè, il suo vescovato di Porto, laonde gli si moveva rimprovero di aver congiurato coi Romani contro l’Imperatore ed il Papa.

Quei maggiorenti erano congiunti fra loro per potente parentela nepotesca. Fra loro erano dei generali della milizia e dei ministri di palazzo, un Gregorio nomenclatore, Giorgio genero di lui, Stefano, Costantino e un Maestro de’ militi di nome Sergio‍[228]. Giorgio aveva assassinato la sua donna, ch’era nipote di Benedetto III, per maritarsi con Costantina figlia di Gregorio; l’influenza del suocero suo e la corruzione dei giudici facevano sì che ei n’uscisse netto e senza pena. Anche Sergio, nipote del grande papa Nicolò I, aveva ripudiato la moglie per imitare l’esempio di un Re adultero, e per vivere colla sua concubina Walwisindula, femmina franca. La nuova elezione imperiale e il ritorno del Papa costringevano questi uomini rei a partire di Roma, nel tempo stesso in cui i Saraceni davano il guasto alla Campagna, e scorseggiavano fino sotto alle porte della Città. Giorgio e Gregorio, prima di andarsene, rubavano il Laterano e altre chiese, indi, aperta di nottetempo la porta di san Pancrazio, fuggivano per cercarsi un nascondiglio nelle terre spoletine. Ciò dava motivo al Papa di accusarli che avessero voluto mettere i Maomettani dentro di Roma; ed egli congregava, addì 19 di Aprile dell’anno 875, un Sinodo nel Panteon. Letta l’accusa, Giovanni pronunciava la scomunicazione contro a que’ Romani ed al Vescovo di Porto, se non fossero comparsi entro il termine di un giorno che loro determinava. Nol fecero; la pena ebbe esecuzione, e Formoso fu deposto del suo vescovato e di ogni grado ecclesiastico‍[229]. Non v’ha alcun dubbio che Formoso ed i fuggitivi Romani fossero in lega col Margravio di Spoleto e di Camerino, e con Adalberto di Tuscia, chè tosto li vedremo sotto la protezione di quei Principi, ma improbabile è che coltivassero traditrici intelligenze coi Saraceni: almeno Formoso deve andare assolto da questa accusa‍[230].

§ 4. I Saraceni danno il guasto alla Campagna. — Giovanni VIII scrive lettere di doglianza. — Lega dei Saraceni colle città marittime dell’Italia meridionale. — Splendida operosità di Giovanni VIII: arma una flotta, negozia coi Principi della bassa Italia, vince i Saraceni a Capo di Circe. — Condizioni dell’Italia meridionale. — Giovanni VIII edifica Giovannipoli in vicinanza al san Paolo.

Da dopo l’anno 876, i Maomettani erano penetrati nella Campagna romana; saccheggiavano la Sabina, guadavano l’Anio e financo il Tevere, davano il guasto al Lazio ed alla Tuscia, e parecchie volte le loro orde si mostravano fino alle porte della Città. I conventi, i possedimenti del contado, le Domus cultae, fondazioni laboriose di tanti Pontefici, erano rasi al suolo; i coloni tagliati a pezzi o condotti in ischiavitù; la Campagna si tramutava in un deserto, non fecondo d’altro che di febbri. Nelle lettere di doglianza, che Giovanni, duranti gli anni 876 e 877, scriveva a Bosone, a Carlo il Calvo, all’imperatrice Richilda, ai Vescovi dell’Impero, al mondo tutto, Roma rinnovella quei gridi di agonia che aveva gettato al tempo dei Longobardi e di Gregorio; ma i guerrieri di Maometto erano nemici più feroci di quello che fossero stati gli uomini di Agilulfo. La Città poteva a mala pena dar ricetto e pane alle turbe di fuggenti del contado, di frati e di preti che lasciavano dietro a sè le loro chiese in cumuli di ruine. «Le città, le castella, i villaggi sono periti coi loro abitatori; dispersi e raminghi i Vescovi; dentro delle porte di Roma si raccolgono gli avanzi del popolo affatto nudo; fuori non v’ha che aridità e deserto; non ci sovrasta più, lo tolga Iddio, che la caduta della Città. Tutta la Campagna è vuota di popolo, nulla è più rimasto a noi od ai conventi od agli altri luoghi pii, nulla avanza al Senato romano per sostentamento; e i dintorni della Città sono devastati così, che non si può scoprirvi orma di abitatore, neppure un uomo, neppur un fanciullo.» In questi termini Giovanni scriveva a Carlo il Calvo, che egli in quelle stringentissime necessità avrebbe desiderato di mutare in un Imperatore possente, e con supplici istanze «prostrandosi quasi al suolo innanzi alla magnificenza di lui», lo pregava di ajuto‍[231]. Ma Carlo lasciava Roma in balìa al ferro dei Saraceni, sebbene, allorchè era stato coronato, avesse giurato di proteggerla col suo braccio imperiale.

Italia tutta capiva adesso di che danno fosse stata la morte del battagliero Lodovico II, in un tempo nel quale le condizioni politiche del mezzogiorno agevolavano le conquiste dei Saraceni. Il sentimento di religione non aveva opposto impedimento di sorta al traffico e perfino alle alleanze fra loro ed i Principi dell’Italia meridionale. Ancora dai tempi di Lodovico II, i reggitori della bassa Italia s’erano giovati ai loro scopi degli Arabi; e quell’Imperatore aveva fatto alte lagnanze, che segnatamente i Napoletani se gli avessero fatti alleati, e che Napoli fosse diventata una seconda Palermo o un’Africa vera‍[232]. In tal modo, il lucro dei commerci e il soccorso che i Saraceni prestavano ai Principotti nelle lotte che essi combattevano l’uno contro all’altro e contro agli Imperatori d’Oriente e d’Occidente, facevano sì che quegli Italiani conchiudessero delle leghe cogli Infedeli: le stipulavano o le scioglievano secondo che davano le circostanze. Oltracciò, era loro ben noto l’intendimento della Chiesa romana, la quale, dopo di Carlo magno, volgeva cupidi sguardi ai patrimonî di Napoli e delle Calabrie, levava pretese su di Capua e di Benevento, e si giovava della immensa confusione in cui erano le cose della bassa Italia per guadagnarsi colà possedimenti di terre. Dopo la caduta di Bari, i Saraceni ristretti a Taranto, avevano mandato nuove armate contro Italia; la morte dell’Imperatore che gli aveva vinti aveva sgombrato loro l’impedimento maggiore; eglino costringevano Napoli, Gaeta, Amalfi e Salerno non soltanto a conchiuder paci, ma eziandio ad unire le loro armi a quelle maomettane per assalire le marine dello Stato ecclesiastico e Roma medesima‍[233]. Solo avversario che loro si opponesse robustamente, era papa Giovanni. La operosità che usò quest’anima energica, fu vergogna pei Re, e lui ornò di splendida gloria guerriera. In verità che un tanto uomo meritò di esser signore di Roma; ei vedeva contro a sè armata questa lega terribile, la quale, dicevasi, faceva rotta contro di Roma con cento vascelli, eppure non si smarriva di coraggio. Scriveva lettere pressanti a Carlo il Calvo affinchè gli mandasse soccorsi, e l’Imperatore gli spediva Lamberto di Spoleto, che nell’anno 876 era stato riposto nella sua ducea, e Guido fratello di lui, affinchè lo accompagnassero a Napoli e a Capua, e lo appoggiassero nei suoi sforzi intesi a mandar a monte la lega. Ma i due Principi erano alleati di dubbia fede. Giovanni VIII, sul principio dell’anno 877, andò a Napoli in persona. Con preghiere e con minacce gli riuscì di far disertare dalla alleanza saracena, Guaiferio di Salerno; indi entrò in fervidi negoziati con Amalfi, fiorente già nei commerci e governata allora da Pulchario, duca elettivo ossia Prefecturius, e in pari tempo si indirizzò a Gregorio e a Teofilatto, ammiragli greci, affinchè gli mandassero delle navi nel porto del Tevere‍[234].

Neppur Gregorio I aveva dato prova di maggiore energia quando s’era trovato sotto la pressura dei Longobardi: gli è altresì che Giovanni disponeva in suo servizio di potenza assai maggiore. Egli stesso armava ed equipaggiava un naviglio romano, e per la prima volta potevasi parlare di una marineria pontificia, per quanto piccola fosse. Quelle navi di guerra avevano ancor nome di dromone, come a’ tempi di Belisario; di regola avevano centosettanta piedi di lunghezza, erano munite di castelli da prora e da poppa, con macchine di guerra, fromboliere, incendiarie, e da arrembaggio; cento remi maneggiati da’ galeotti le spingevano al corso, mentre i soldati marinai stavano nella corsia di mezzo e nei castelli‍[235]. Il possedimento di questa piccola flotta, che tenne stazione in Porto, fu orgoglio del Papa; laonde scriveva egli giubilando all’imperatrice Engelberga, che non aveva adesso più bisogno di quei di Gaeta, perocchè egli potesse apparare ajuto a sè stesso‍[236]. Ma gli sforzi suoi avevano a Napoli esito meno avventurato. Non era possibile di indurre Sergio II duca, a rompere l’alleanza coi Saraceni che a lui era tanto giovevole. Il Papa scagliava la scomunica contro di lui e della sua città, gli armava contro Guaiferio, e, senza pensarci su gran fatto, faceva mozzare il capo a ventidue Napoletani prigionieri‍[237]. Tornando a Roma, e vedendo guaste dai Saraceni le costiere che erano prossime a Fondi e a Terracina, sostò cinque soli giorni a Roma, indi egli stesso partì colla flotta da Porto, veleggiò prendendo il largo, incontrò i Maomettani presso a Capo di Circe, tolse loro dieciotto navi, liberò seicento schiavi cristiani, e uccise nemici in gran numero. Fu questa la prima volta che un Papa movesse a battaglia armato da ammiraglio; e, mentre or trionfava dei Saraceni, ei volgeva in pari tempo l’occhio suo alle terre dei Principi meridionali d’Italia, dove ferveva il disordine, sperando di sottometterle alla santa Sede‍[238].

S’affrettava d’andare a Traetto, che apparteneva alla Chiesa, per comporvi una lega di Principi, in quello che la flotta greca, sotto gli ordini di Gregorio e di Teofilatto, recava una sconfitta ancor maggiore ai Saraceni nel mare di Napoli. Tosto dopo, egli attizzava colà una rivoluzione. Atanasio vescovo, s’impadroniva di Sergio fratel suo, lo orbava degli occhi, e in quello stato lo mandava a Roma, dove il Papa lo faceva languire in un carcere. Il fratricidio, opera di un Vescovo, fu da lui, Papa, tenuto in conto di un fortunato evento politico; l’assassino era pagato a peso di quell’oro onde prima aveva stipulato il patto, e riceveva una lettera di lode‍[239]. A siffatte enormezze le necessità terrene del reame strappavano il Pontefice, facendogli dimenticare quelle virtù apostoliche del sacerdozio, che moralmente non potevano accordarsi col regno mondano.

Poco dopo però, avvenimenti che succedevano nella primavera dell’anno 878, costringevano Giovanni VIII a fuggire in Francia, e facevano tramontare i disegni che egli andava volgendo sull’Italia inferiore. Innanzi che lasciasse Roma, ei si vedeva perfino costretto a comprare la pace dai Saraceni con un tributo annuo di venticinque mila «mancusi» d’argento‍[240]. Alcun tempo prima aveva conchiuso un trattato cogli Amalfitani, i quali in esso s’erano obligati di pagargli l’annua moneta di diecimila «mancusi», e di difendere con loro navi la costiera che si stendeva da Traetto a Civitavecchia; non pertanto egli si crucciava di stizza, dappoichè, prima che abbandonasse Roma, quella Republica non aveva ancora adempiuto al patto‍[241]. Tornato di Francia nell’anno 879, si vide ingannato. Lo scellerato Atanasio, ch’era in pari tempo vescovo e duca di Napoli (e perciò in piccole proporzioni riproduceva l’imagine del Papa), seguiva le vie del fratello Sergio; nè aveva ritegno di conchiudere alleanza cogli Infedeli, chè questa giovava a proteggerlo contro all’Imperatore di Bisanzio, con cui il Papa andava adesso d’accordo. Invano Giovanni si recava nuovamente a Gaeta ed a Napoli, invano profondeva ivi il suo oro, invano scagliava il suo anatema contro il traditore. Anche gli Amalfitani si beffavano di lui; quegli astuti mercanti tenevano serrati nei loro scrigni i diecimila «mancusi», protestavano anzi che per ragione di patto ne avevano eglino un credito di dodicimila, e continuavano a tenersi le loro navi e a trattare da alleati coi Saraceni. Giovanni gli scomunicò, e rade volte un Papa ebbe usato di tanti anatemi quanti egli lanciò: erano ormai le armi solite che s’affilavano nell’armeria del Laterano‍[242].

D’allora in poi, ogni anno più, le cose dell’Italia meridionale, longobarda e greca, andarono peggiorando; Saraceni e Greci saccheggiavano quei campi ubertosi, e spesso combattevano, uniti coi Napoletani sotto la stessa bandiera, contro a Salerno. Pandolfo di Capua, che si voleva costringere a riverire la signoria suprema del Papa, chiamava i Maomettani nella sua terra franta in pezzi‍[243]: così la temenza in cui Principi cattolici erano messi di fronte alle pretese mondane di un Pontefice, era una delle ragioni più essenziali che permettevano ai Saraceni di afforzarsi nel mezzodì d’Italia. Se si pon mente alla storia di quel paese in quell’età, l’animo è preso di smarrimento, poichè non vi si mira che audaci astuzie, ed arti d’inganno, e brutale ferocia d’indole.

Atanasio vescovo fece accoglienze agli Arabi, alleati suoi contro a Roma ed a’ Greci, tenendoli nelle vicinanze della sua città, dove eglino si appostarono appiè del Vesuvio. Vi si fortificarono intorno all’anno 881; posero stanza in Agropoli prossimamente a Paestum; chiamati in soccorso da Docibile duca di Gaeta, che viveva in timore del Papa, ne ottennero primamente di porre un accampamento presso a Itri, indi piantarono sede sulla destra sponda del Liri o Garigliano, in vicinanza alle ruine di quel Minturno, nelle cui paludi anticamente s’era celato Mario fuggente. Colà si edificarono un grande castello, e per quarant’anni si mantennero in possesso di quel terribile nido di predoni. Dal Garigliano andavano correndo la bella Campagna, facendo stragi e saccheggiamenti; perfino i celebri conventi di Monte Cassino e di san Vincenzo sul Vulturno, sedi solitarie e fiorenti della cultura, erano arsi dalle fiamme, e per lungo tempo rimanevano cumuli di ruine‍[244].

Per ciò che riguarda Roma, soli documenti di quella terribile pressura che le davano i Saraceni, rimangono le lettere di Giovanni. Di questo Papa perì un altro grande monumento, la cui erezione aveva avuto origine dal pericolo sovrastante. Giovanni VIII circondava la basilica di san Paolo con un muro, sì come Leone IV aveva fatto per il san Pietro. Il colle roccioso che s’alzava in vicinanza al san Paolo offeriva eccellente appoggio ad un fortificamento; può darsi che il Papa vi edificasse un castello, ma, più probabilmente, giovandosi del portico che dalla porta conduceva alla chiesa, egli cingeva di muraglia tutto il sobborgo che ivi era, e vi imponeva nome di «Giovannipoli». Di questo monumento glorioso non è rimasta la menoma traccia. Nessun Cronista parla della edificazione della città «Giovannina», e notizia della sua fondazione abbiamo soltanto dalla copia dell’epigramma che leggevasi sopra una porta della nuova fortezza:

«Qui è il muro salvatore e la porta invitta che tien lontani i reprobi e fa accoglienza agli uomini pii. Di qui entrate, genti illustri, vecchi e giovani togati, popolo sacro di Dio, che movete ai santi limitari della chiesa. Con rito condegno la edificò Giovanni, vescovo di Dio, che rifulse di splendido costume e di meriti eccelsi, e dal nome di Giovanni ottavo papa, la veneranda città si appella Giovannipoli. L’angelo santo del Signore, con Paolo principe, segga alla custodia di questa porta, e ne respinga sempre l’iniquo nemico. Papa Giovanni, che siede trionfante sulla cattedra apostolica, la costruì insigne, d’ampio muro cingendola. Così, dopo morte, a lui si schiuda la porta del regno celeste; glielo conceda Cristo, Dio misericorde‍[245]