230. Sigonius, de Regno Ital., V, a. 876, tratteggia assai bene la connessione dei partiti in Roma, ma trae troppo presto in iscena i Conti di Tusculum, loro attribuendo, ancor prima della elezione di Carlo il Calvo, il disegno di costituire un impero nazionale romano.
231. Ep. 21, 30, 31, 32, 34. Nella lettera 32 egli dice che i Saraceni spesso venivano fin sotto alle mura, e ne rileviamo che l’Anio era omai chiamato Tiberinus, onde derivò il nome volgare di Teverone. Ita ut et illi saepe usque ad muros urbis quamvis clandestinis oris pervenerint, et Tiberinum fluvium, qui olim Albula dicebantur, juxta Sabinorum confinia pertransierint. L’Amari, Storia dei Musulm. di Sicil., I, c. XI, attenua il pericolo di Roma, e aggrandisce l’influenza e gli intendimenti di Giovanni VIII sull’Italia inferiore.
232. Ita ut facta videatur Neapolis Panormorum vel Africa. Quumque nostri quique Saracenos insequuntur, ipsi ut possint evadere Neapolim fugiunt, quibus non est necessarium, Panormum repetere. Nella lettera di Lodovico a Basilio.
233. Tunc Salernum, Neapolim, Gaietam, et Amalfim pacem habentes cum Saracenis, navalibus Romam graviter angustiabant depopulationibus. Erchembert., ad ann. 875, 876 (Mon. Germ., V, 253).
234. Decem bona et expedita chelandia ad portum nostrum transmittas, ad litora nostra de illis furibus et piratis Arabibus expurganda: Ep. XLVI di Giov. VIII, e similmente la Ep. CCXL. Ciò dopo che l’Imperatore greco aveva mandato una flotta.
235. Guglielmotti, I, 81. I Greci avevano altresì delle navi minori, dette Chelandia.
236. Quae nostra sunt defendimus — Dromones videlicet cum caeteris navibus construentes, et caetera vasa bellica et apparatus. Frammento di lettera in Ivo, Decret., Pars X, c. 69: anche al c. 68 parla di nostri dromones, in una lettera indiritta a Marino ed a Pulcharo.
237. Neapolites milites apprehensos decollari fecit (sc. Guaiferius) sic enim monuerat papa: Erchempert. Giovanni VIII più tardi consigliò il vescovo Anastasio di pigliare a tradimento tanti capi di Saraceni quanti gli prefiggeva, e di tagliar loro la gola. Si majores Saracenorum quantos melius potes, quos nominatim quaerimus, cum aliis omnibus coeperis, et jugulatis aliis, eos nobis direxeris: Ep. CCXCIV.
238. Notizia di questa vittoria di mare è conservata da Ivo, Decret. X, c. 71: lettera di Giovanni indiritta Imperatori et Imperatrici, senza data. Cum reversi fuissemus (da Napoli, a. 877, e non da Francia, a. 878) — non plus quam quinque diebus in urbe manentes, quamvis corporis non modica detineremur molestia, exivimus cum fidelibus nostris — coepimus naves 18. Saraceni — multi occisi — captivos fere 600 liberavimus. L’Amari non parla di questa vittoria marittima, ma il Guglielmotti, p. 82, ha raccolto la notizia di questi avvenimenti con gran diligenza: però egli s’astiene da considerazioni sull’arte politica usata da Giovanni nell’Italia meridionale.
239. A proprio germano captus est, et Romam mittitur effossis oculis, ibique miserabiliter vitam finivit. Leggasi la Ep. LXVI, in cui Giovanni si congratula con Atanasio di questo fratricidio.
240. Lo dice nella sua lettera scritta a re Carlomanno in data da Genova, mentre era in viaggio per Francia. Ep. 89: fesso mihi paganorum persecutione ac gladio, atque exactionis census viginti quique millium in argento mancusorum annualiter.
241. L’Amari dice che questo trattato avvenisse nell’anno 877 e nel congresso di Traetto; il Guglielmotti lo pone all’879, dopo che Giovanni era tornato di Francia. Però io credo che, a conchiuderlo, non vi fosse tempo più acconcio di quello in cui Giovanni volgeva in animo di partire per Francia, chè il suo tributo non obligava tutti i Maomettani, nè egli se ne poteva fidare. Vedi la Ep. 69 a Landolfo di Capua, data in Nov. Ind. XI; dunque nell’877, poichè l’Ind. XI cominciava in Settembre: e vedi l’Ep. 74. Lettere posteriori che trattano di quest’argomento sono quelle 209, 225, 242.
242. Ep. 69, 74, 209, 225, 242, 265, 260 ed Erchemperto, c. 44.
243. In quel tempo l’anfiteatro di Capua serviva da fortezza; come quello romano, chiamavasi Colossus: Erchemp., c. 55, 56. Egli narra di Pandolfo: sequenti vero anno (881) generaliter motionem faciens cum suis, Neapolitibus et Saracenis super colossum, quo filii Landonis degebant insedit. E Guaifaro se ne appellava Colossense, c. 56.
244. Monte Cassino fu distrutto nell’anno 884, e l’abate Bertario venne ucciso innanzi all’altare. Una parte de’ monaci fuggì a Teano, dove nell’anno 889 si abbruciò l’autografo della Regola di Benedetto. I Cassinesi allora trasmigrarono a Capua, e soltanto Aligerno (m. 986) restaurò Monte Cassino. Al Convento siamo debitori della conservazione dei Regesti di Giovanni VIII, che ivi andarono di Roma; esso possiede molti documenti, che non furono ancora usufruiti per la storia dell’Italia meridionale. Sopra tutti, il Cod. Diplom. Cajetanus (dall’anno 772 al 1638), copia di don Giovanni Battista Federici, offre tesori preziosissimi. Reco ad onore di questa pagina l’iscrivervi i nomi di don Luigi Tosti e di don Sebastiano Calefati, attuale archivista di Monte Cassino; con grato animo celebro la cortesia con cui questi uomini eruditi mi apersero il loro archivio.
245.
Hic Murus salvator adest invictaque Porta,
Quae reprobos arcet, suscipiatque Pios,
Hanc Proceres intrate, Senes, Juvenesque togati,
Plebsque sacrata Dei, limina sancta petens.
Quam Praesul Domini patravit rite Johannes,
Qui nitidis fulsit moribus ac meritis.
Praesulis Octavi de nomine facta Johannis
Ecco Johannipolis urbs veneranda cluit.
Angelus hanc Domini Paulo cum Principe Sanctus
Custodiat Portam semper ab hoste nequam,
Insignem nimium muro quam construit amplo
Sedis apostolicae Papa Johannes ovans.
Ut sibi post obitum celestis janua regni
Pandatur, Christo sat miserante Deo.
Dal Cod. Passioneus o Signorili, nel Muratori, Diss. XXVI, e nel Torrigio ecc. p. 360. Nel chiostro del san Paolo vidi un piccolissimo frammento di questa iscrizione, in bei caratteri. L’Anon. Magliab., XXVIII, Cod. 51, n. 2, fa menzione di questa Joannipolis, quae in odiernis non videtur, et antiquitus pulcherrima aedificata fuit, e dice che essa aveva più di due miglia di circuito. Un documento di Gregorio VII dell’anno 1074, relativo al san Paolo, conferma a questa chiesa totum Castellum S. Pauli quod vocatur Joannipolim, cum Mola juxta se (Bullar. Casin., II, const. CXII).
246. Romanorum filios sub isto coelo non legitur fuisse obsides datos, quanto minus istorum qui fidelitatem Augustalem et mente custodiunt, et opere Deo juvante perficiunt: Ep. 61. Erronea è la data Ind. XI, 12 Kal. Nov. La richiesta di ostaggi fu anteriore al Concilio del Febbraio 877, e fu precisamente questo che rese cheto l’Imperatore.
247. Ecce nobis Carolum Christianissimum principem superna providentia, praescitum a se et praelectum ante mundi constitutionem, et praedestinatum — più in là non si può andare ad adulare i Principi. Per lo contrario, vi contrasta acerbamente la lode data a Carlo magno, onde è detto bene e con verità: atque intra brevissimum tempus ita industria pietatis studio egit, ut novus quodammodo videretur mundus, magnis luminaribus venustatus, et variis vernantibus floribus adornatus: Concil. Roman. mense Febr. Ind. X, 877 (Labbé, T. XI, 296).
248. Elegimus hunc merito, et approbavimus una cum annisu et voto omnium fratrum et coepiscoporum nostrorum, amplique Senatus, totiusque Romani populi, gentisque togatae; e i Vescovi confermano: quem elegistis eligimus. — Di questo Sinodo fanno menzione Aimoinus V, c. 35 e Incmaro Annal., a. 877.
249. Il concetto dei praecaria e dei praestaria si rileva dalle formule di Marculfo, II, n. V, p. 109; XXVII, p. 241. Al II, n. 40, p. 174; XXVIII, p. 243, praestaria si definisce così: ad praestitum beneficium tibi praestare, cioè dopo che fu prodotta l’instanza, precaria.
250. Canon. XVII: exceptis illis — quibus pro utilitatibus et speciali servitio S. Rom. Eccl. vel Ducatus vel uniuscujusque loci habitatoribus praebetur, vel ad nostra dispensanda constituti sunt vel constituentur. Durava quindi il concetto del Ducato, territorio dello Stato della Chiesa, sì com’era ai tempi di Pipino e di Carlo. Nulla s’ode che si dica di Capua, di Gaeta, di Benevento, di Corsica, di Sicilia, di Sardegna. A questo passo, ch’io mi sappia, non fu mai prestata attenzione. Il Can. XVIII stabilisce il diritto di decima soltanto a favore dei parrochi nelle parrocchie.
251. Art. XV: Interdicimus ut amodo et deinceps nullus quilibet homo petat patrimonia S. nostrae eccl. — Utrumque Sabinense: dunque la Sabina spettava adesso alla Camera apostolica. Anche nel secolo duodecimo il Senato teneva il Porticus S. Petri in conto di bene pontificio. — Moneta romana: il diritto pontificio di batter moneta qui per la prima volta si menziona. — Ordinaria et actionaria publica, entrate publiche, tributi, censi ecc. — Ripam: è il Ripaticum ossia Teloneum dei fiumi. — Portus e Ostia appartenevano alla Camera papale. La conchiusione suona così: sed haec omnia in usum salarii S. palatii Lateran. perpetualiter maneant. — L’art. XVI statuiva che nessun uomo potesse monasteria, cortes, massas, et salas Eccl. beneficiali more aut scripto, aut aliquolibet modo petere, recipere, vel conferre. — Il beneficium durava a vita.
252. Annal. Fuld., a. 877; Aimoin., V, c. 85; Incmaro, Annal., a. 877.
253. Funerali degni di un Diogene: Quem pro foetore non valentes portarti miserunt eum in tonna (!) interius exteriusque picata quam coriis involverunt, quod nihil ad tollendum foetorem perfecit. Unde ad cellam quamdam monachorum Lugdunensis episcopii, quae Nautoadis dicitur, vix pervenientes, illud corpus cum ipsa tonna terrae mandaverunt: Incmaro, Annal., a. 877.
254. Ep. 72 ad Lambert. Comitem, Novemb. Ind. XI.
255. Ep. 73: cum dicis nobis, Tuae nobilitatis, vel — monemus nobilitatem vestram.
256. Ep. 68. Inesatta è la successione di serie delle lettere. Io traspongo la Ep. 68 dopo della Ep. 73. Vi è detto: sed etiam in innumeris et supra modum gravibus oppressionibus quae nobis una cum dominico grege — ab adversariis illatae sunt, et quotidie inferuntur, in gremio sedis apost. quae caput est orbis et omnium mater fidelium, quiete ac securiter manere nobis minime licet. E appella Roma: civitas sacerdotalis et regia, imperiale, nel significato stesso di Bisanzio, dappoichè essa non dipendeva dal Re d’Italia.
257. Questo solo può intendersi per giuramento di fedeltà. Lantbertus, Witonis filius, et Adalbertus Bonifacii filius Romam cum manu valida ingressi sunt, et Johanne Romano pontifice sub custodia retento, Optimates Romanorum fidelitatem Karlomanno sacramento firmare coegerunt: Annal. Fuld., a. 878.
258. Nell’Ep. 84 ad Joh. Archiep. Ravenn. egli dichiara il fatto così: cum immensa populi moltitudine Romam venit: nos autem illum quasi dilectum amicum apud. b. Petrum — honorifice recepimus; sed ipse — munereque corruptus ingenti, contra nos insurgere non dubitavit. Nam portas civitatis Romanae violenter imoque fraudolenter cepit. Nell’Ep. 85 a Berengario conte: ut nobis apud b. Petrum consistentibus, nullam urbis Romae potestatem a piis imperatoribus b. Petro principi ap. ejusque vicariis traditam haberemus. Ep. 86 a Engelberga, Ep. 87 a Lodovico (il Balbo), Ep. 88 a Lodovico di Baviera, Ep. 90 a Carlo re: ipsius b. Petri — Eccl. — armis 30 diebus circumdatam teneri non formidaverint.
259. Annal. Fuld. a. 878.
260. Incmaro, Annal.: Eis horribiliter excommunicatis Roma exiit, e gli Atti di Trecas, colla loro Explanatio, in L. Richter, nel sopraddetto Programma. Il Papa stesso, nella Ep. 84 a Giovanni di Ravenna, scrive di avere in san Paolo minacciato d’anatema Lamberto. L’anatema in questa età era la conseguenza ultima della scomunica: Lamberto era stato scomunicato. L’Aimoin, V, 37, od altrimenti il suo Continuatore, narra che Giovanni partiva da mare, ferens secum preciosissimas reliquias, et cum Formoso episcopo Portuensi. Il Muratori ed altri credono che conducesse prigioniero Formoso, ma non è esatto.
261. Assumpto Bosone comite — cum magna ambitione in Italiam rediit, et cum eo machinari studuit, quomodo regnum Italicum de potestate Carlmanni auferret, et ei tuendum committere potuisset: Annal. Fuld., a. 878. Nell’Ep. 125, scrive a re Lodovico, che Bosone lo aveva scortato con sicurezza fino a Pavia. Al Re dà nome di dilectissime fili, ac porphyretice rex. La narrazione del Sigonio e del Baronio, che Lodovico il Balbo fosse divenuto imperatore, contraddice alla verità storica.
262. Questi versi andarono perduti, ne è conosciuto soltanto il titolo: Spicileg. Roman. IV, p. XXXIX. Possediamo ancora la mirabile lettera di Teodosio monaco sulla caduta di Siracusa, cui egli sopravvisse: Epistola de Expugnatione Syracusarum, nel Gaetani, Vitae Sanctor. Siculor., t. II.
263. Ad Ludovicum Regem, Ep. 197; quoniam — Deo favente, Romanum sumpseritis imperium.
264. Et ideo nullum absque nostro consensu regem debetis recipere. Nam ipse, qui a nobis est ordinandus in imperium, a nobis primum, atque potissimum debet esse vocatus atque electus: Ep. 155.
265. Ep. 216 e 249 ad Carol. Regem. Lodovico il Balbo di Francia era morto nell’anno 879, Carlomanno di Germania nell’880.
266. Questa data soltanto sembra essere esatta. Incmaro assume il Natale dell’anno 880. Il Baronio e il Sigonio accolgono l’881. Il Pagi vuol dimostrare che fosse il Natale dell’anno 880, appoggiandosi all’Ep. 269 di Giovanni a Carlo imperatore, dat. IV Kal. April. Ind. XIV (881); ma chi guarentisce l’esattezza della data? Il Muratori osserva che l’incoronazione doveva essere avvenuta nel Gennaio o nel Febbraio dell’anno 881. Nel Campi, Hist. Piac., I, n. XX, si trova: data 5 Kal. Jan. a. 881, Ind. 14, A. vero regni D. Karoli Regis — in Italia 2; dunque nel Natale dell’anno 880 ei non era ancora imperatore. Per lo contrario, il Dipl. XIX, da Pavia è segnato: dat. 5 Id. April. A. 881, Ind. 14, anno vero imperii D. Karoli primo; dunque nell’incominciamento dell’Aprile 881 egli era omai imperatore. Spesso le date dei Diplomi sono erronee; vedasi, ad esempio, quello di Carlo III nel Margarini, Bullar. Cassin., II, n. XLIII, dove si computa il Febbraio 886 per l’anno settimo dell’impero. Anche il Dümmler s’accorda nel dire che la coronazione avvenisse nel Febbraio 881 (II, 180).
267. Oggidì ancora leggonsi con emozione le ferventi preghiere con cui il Papa chiede soccorso: Ep. 269, nella quale egli manda all’Imperatore cum apostolica benedictione palmam per quam signum datur victoriae (sulla fine del Marzo 881). Cessata era la consuetudine di mandare le claves confessionis.
268. Ep. 293, 299.
269. Annal. Fuld., Pars V, a. 883 (Mon. Germ. I): prius de propinquo suo veneno potatus, deinde — malleolo, dum usque in cerebro constabat, percussus exspiravit. Il suo epitaffio insignificante trovasi nel Baronio, a. 882.
270. Gli Annal. Fuld., pars V, a. 882, dicono: antea episcopus, contra statuta canonum subrogatus est. Era stato vescovo di Caere. Il Platina: natione Gallus — malis artibus Pontificatum adeptus est. Affermano altri che fosse oriundo di Montefiascone. Erroneamente passa qua e là con nome di Martino II
271. Vedi le Continuazioni degli Annal. Fuld., pars. IV e V, a. 883.
272. Iste Adrianus cecavit Gregorium de Abentinum et Mariam superistanam nudam per totam Romam fusticavit: Benedetto di Soratte, M. Germ. V, 199; e gli Annal. Fuld., subito dopo della elezione di Marino, narrano che il ricco «superista» Gregorio fu assassinato dal suo collega, nel Paradiso del san Pietro.
273. Tace il Baronio di questo decretum de ordinando Pontifice sine praesentia Legator. Imperial. Il Sigonio, de Regno, ad a. 883, afferma che i due decreti furono falsati per senso di amor patrio italiano. Nessun Cronista ne parla prima di Martinus Polonus, cui non si può prestar fede alcuna.
274. Annal. Fuld., e Vita Stephani V, n. 642: defuncto — Hadriano Papa — super fluvium Scultinna, in Villa, quae Viulczachara nuncupatur.
275. Unde imperator iratus, quod eo inconsulto ullum ordinare praesumpserunt, misit Liutwartum et quosdam Romanae sedis episcopos, qui eum deponerent etc.: Annal. Fuld., l. c.
276. Il Concilio Romano dell’a. 904 divietò questi saccheggiamenti: quia scelestissima etiam consuetudo inolevit, ut obeunte — pontifice, ipsum patriarchium depraedari soleat, et non solum in ipso, — sed etiam per totam civitatem, et suburbana ejus talis bacchatur praesumptio: nec non quia et id inultum hactenus neglectum est, adeo ut omnia episcopi eadem patiantur uniuscujusque ecclesiae obeunte pontifice; quod ne ulterius praesumatur omnimodis interdicimus: Labbé, XI, p. 700.
277. Così Ratherius, nel secolo decimo, descrive il costume dei Vescovi italiani: Praeloquior., V, 6, p. 143, edit. Ballerini. Vedi: Raterio di Verona e il secolo decimo, di Albrecht Vogel, Jena, 1854.
278. Vestiariorum gazas ablatas reperii, qui sacraria perquirens de pluribus donariis, et Ecclesiarum ornamentis paene nihil invenit. Crux tamen aurea illa famosissima, quam Belisarius Patricius ad honorem b. Principis Petri Ap. instituit, et plurimae sacratissimorum altarium aureae vestes, eum reliquis pretiosis ornamentis non defuerunt: Vita Steph. V, n. 643; ultima Vita del Lib. Pontif.
279. Erchempert., c. 58; e da lui copia l’Anon. Salern., c. 135.
280. La famiglia di Guido discendeva da antichi signori di Austrasia, ed aveva per antenato Ludwin, prima conte, indi vescovo di Treviri: Dümmler, II, 18.
281. Widonis Regis Electio (Mon. Hist. Patriae, Torino, I, 76; Mon. Germ., III, 554). Nel Decretum electionis vien detto espressamente che Guido vinse in due battaglie. Delle sue guerre contro a Berengario informano il men pregiato Panegyricus Berengarii Imp. (Mon. Germ., V, 190), Regino, e in parte Erchemperto. Stando ai Catalogi Regum et Imper. (M. Germ., V, 218), la lotta scoppiò fra loro dum regnasset (sc. Bereng.) anno I. Giusta Flodoard., Hist. Eccl. Remens., IV, c. 1, p. 576, Stefano adottò Guido per figlio, prima ancora ch’ei fosse diventato re.
282. I Diplomi che trovansi nell’Ughelli, nel Sigonio, nel Muratori rendono indiscutibile questa data. Vedi il Muratori, Diss. XXX e XXXIV. Il primo Diploma di Guido è dei 9 Kal. Martii, Ind. IX A. Incarn. Dom. 891, Regnante Domno Widone in Italia Ann. Regni ejus III, Imperii illius die prima. Actum in Roma. — La Bolla di piombo ha da una parte l’imagine di lui armato di scudo e di lancia; dall’altra tiene scritto: Renovatio Regni Franc. (Muratori, Ant., II, 871), laonde si pare che Guido non intese per guisa alcuna ad un Impero nazionale italico.
283. Vita Steph. V, n. 648, 650: Ecclesiam, quae ad Apostolos dicitur — fundamentis renovavit: essa portava ancora il titolo Jacobi et Philippi. Con ciò devesi completare quanto ne dicono il Platner e il Bunsen, III, Sez. 3, p. 157 e segg. La Vita di Stefano enumera altresì alcuni doni votivi; per l’ultima volta ancora possiamo leggere di lampade, di Canthara, di Regna, di Vela, di prasine, e di giacinti, e di bianche gemme.
284. Il Catalog. Rom. Pontif., nell’Eccard, Corp. Hist. Med. Aevi, II, n. 11, compilato tosto dopo dell’anno 1048, dice: Formosus natione Portuensis. Per lo contrario nel Watterich, I, 30: Formosus, episcopus Portuensis, ex patre Leone. Gli Annal. S. Columbae Senonensis (Mon. Germ. I, 103) lo appellano civis urbis Romae, e così dichiara anche la Invectiva in Romam pro Formoso Papa, p. LXX. Non può darsi che, prima dell’anno 883, fosse restituito in Porto; infatti un Diploma di Marino dell’anno 882 è ancor segnato per manum Valentini eccl. Portuens. Episcopi (Labbé, XI, in Marino).
285. La Invectiva in Romam pro Formoso Papa (Bianchini Anast. IV, LXX) dice espressamente, che Formoso fosse elevato per violenza alla cattedra pontificia, e che egli la tenesse contro sua volontà: ciò peraltro non fu che una scena da commedia.
286. Il Chron. Farf., p. 415: huic quidam Sergius Rom. Eccl. Diaconus erat contrarius; e Liudprando (Antapodosis, I, c. 30), che confonde i tempi, afferma che Sergio, dopo la ordinazione di Formoso, contro cui era stato antipapa, fuggì in Toscana: Quatenus Adelberti, potentissimi marchionis, auxilio juvaretur; quod et factum est. Sembra che Formoso cercasse di conciliarsi questo avversario con ciò che lo eleggesse vescovo di Cere; siffatta notizia, non sorretta da altre autorità, si trova in Auxilius, in defens. Formosi, nel Dümmler, Auxil. e Vulgarius, p. 95: però il fatto è incerto.
287. L’anno dell’impero di Lamberto è certo, non il giorno. Il Muratori, ad ann. 892, e nella Dissert. 34, accoglie per data i giorni primi del Marzo dell’anno 892, il Böhmer il dì primo di Febbraio, il Dümmler la fine di Aprile. Ai Diplomi cogniti un altro ne aggiungo io, tratto dal Cod. Dipl. Amiatinus (Sessoriana di Roma CCXIII, 163), dell’anno 893, Ind. XI: Wido et Lantbertus filio ejus magni Imp. Aug. anni Imp. eorum secundo et tertio m. Junio intrante die 3. Il Muratori e il Fumagalli credono che Lamberto fosse già coronato in Roma nell’anno 892; ma, giusta Regino, ciò avvenne soltanto dopo la morte del padre suo: Romam veniens, dyadema imperii — sibi imponi fecit: così avvisa anche Marian. Scotus, laddove Flodoardo e i Chron. Casaur. si esprimono indeterminatamente. — Le due monete di Formoso nel Vignoli e nel Promis tengono scritto: Wido imp., e il monogramma Roma. Non si conoscono denari di Formoso che siano fregiati col titolo di Arnolfo.
288. Missi autem Formosi — cum epistolis et primoribus Italici Regni ad regem in Bajoariam advenerunt, enixe deprecantes, ut Ital. Reg. et res S. Petri ad suas manus a malis Christianis eruendum adventaret; quod tunc maxime a Widone tyranno affectatum est: Contin. Annal. Fuld., a. 893; ad ann. 894 segue la narrazione della prima spedizione.
289. Liudpr., Antapod., c. 37, chiama Lamberto: elegantem juvenem adhuc ephoebum, nimisque bellicosum. Il comportamento di Formoso è chiarito da Flodoardo, Hist. Eccl. Remens., IV, c. 3: de ipso Lantberto patris se curam habere, filiique carissimi loco eum diligere: parimenti al c. 5, p. 610 (ediz. del 1617). Sull’ambasceria mandata ad Arnolfo vedasi il Cont. Annal. Fuld., 895.
290. Annal. Fuld., a. 896, e il mal ordinato Liudprando. Arnolfo arringò l’esercito, ma è difficile che questo ne comprendesse il linguaggio di pompose reminiscenze: diceva che la Città non aveva più un Pompeo, nè un Giulio; che gli antichi spiriti romani avevano trasmigrato con Costantino in Grecia, e che i Romani di quel tempo non s’intendevano d’altro che di pigliare nel Tevere i pesciolini d’argento.
His tota studium pingues captare siluros
Cannabe, non clipeos manibus gestare micantes.
Con simiglianti discorsi parlava Alarico innanzi a Roma.
291. Sicque Dei providentia firmissima et nobilissima urbs, nullo ex parte regis de tanto exercitu succumbente, jam vesperascente die nobiliter cum triumpho expugnata est, apostolico pariter, et urbe de inimicis liberato: Cont. Annal. Fuld.; e la leggenda del lepre trovasi in Liudprando. Gli Annal. Einsidl. dicono brevemente: Arnulfus cum consensu papae Romam vi cepit, e Regino, con parola boriosa e ignorante, dice che fu avvenimento non più udito, da Brenno in giù.
292. Omnis ergo Senatus Romanor., vel Graecor. Scola — ad pontem Molvium venientes, regem honorifice — ad urbem perduxerunt: Annal. Fuld. — Liudpr., c. 28: in cujus ingressu, ulsciscendo papae injuriam, multos Romanor. principes obviam sibi properantes decollare praecepit: per il giorno dell’ingresso è certo una fola.
293. Due documenti di Arnolfo (Campi, Hist. di Piacenza n. 34, 35) sono promulgati da Roma: 7 Kal. Maji, ed al primo di Maggio. Giusta un Diploma per Montamiata (Ughelli, III, 30), il Pagi trova di affermare che la coronazione avvenne innanzi al primo di Marzo; ma ivi devesi leggere Maii e non Martii, come già n’ebbe sospetto il Muratori. Di questa guisa lessi io il Diploma nella copia romana del Cod. Dipl. Amiatin., CCXIII, p. 164: Arnulfus div. fav. clem. Imp. Aug. — data IV Kal. Maii ann. Incar. Dni. DCCCXCVI, Ind. XIV, ann. Regni Arnulfi Regis in Francia VIIII, in Italia III, Actum Romae in Dei nomine feliciter Amen. Nei Mon. Germ. III, 561, la coronazione è stabilita ai 18 di Aprile, e nel Böhmer, Reg. Carol., al dì 25 di Aprile. Dacchè gli Annal. Fuld. e Herm. Contract. fissano il dì della morte di Formoso a Pasqua, 4 di Aprile, v’ha errore o nei Diplomi del Campi o in questa ultima notizia. — Il Dümmler (Imp. dei Franchi orient., II, suppl. I) trascrive dall’originale di Firenze il Diploma per Montamiata; ed ivi il mese è del Marzo e non del Maggio. Ei propende perciò all’opinione che la coronazione avvenisse nel Febbraio, ma crede che soltanto l’ispezione degli originali piacentini possa torre il dubbio.
294. Annal. Fuldenses.
295. Mater Lantberti, quae ad praesidium a filio relicta fuerat, cum suis latenter aufugit: Regino, a. 896.
296. Il dì della morte è dato dal Contin. Annal. Fuld., e, seguendo la notizia di lui, da Herm. Contract.: defunctus est die sancto Paschae, al che il Jaffé propone invece: die pentecostes. Il Catalogo di Farfa gli attribuisce cinque anni e sei mesi di reggimento; quello più antico di M. Cassino (Cod. 353 del principio del secolo X) soltanto quattro anni, sei mesi e due giorni: vi si conforma il Cod. Vat. 1340.
297. Il Monaco di M. Soratte celebra di lui: renovavit aeclesia principis ap. Petri, pictura tota; e parimenti Amalricus Augerius (Murat., Script., III, p. II, 313): Formosus totam Eccl. b. Petri Ap., quam cito fuit factus Papa renovari fecit; e la Invectiva in Romam: Ecclesias reaedificavit, exstruxit, aedificavit, compsit et ornavit.
298. Qui podagrico morbo correptus, vix XV dies supervixisse reperitur: Cont. Annal. Fuld., a. 696. Il suo nome non è cancellato dal catalogo dei Papi, quantunque il Concilio di Giovanni IX, dell’anno 898, dichiarasse nulla la sua elezione. Giovanni VIII lo aveva condannato e ricacciato fra’ laici.
299. Annal. Fuld.: Stephanus Formosum inaudito more de tumulo ejectum et per advocatum suae responsionis depositum, foras extra solitum sepulturae apostolicis locum sepeliri praecepit. Secondo Auxilius, infen. et defen., c. 30, il Papa fe’ in prima seppellire il cadavere nel cimitero dei pellegrini, ma indi lo fe’ gettare nel Tevere: vedi il Dümmler, Auxilius e Vulgarius, p. 11. — Liudpr., I, 30, narra con maggiore estensione di particolarità, quantunque scambii Stefano con Sergio; il Chron. Farf., p. 415, copia da lui. Il Chron. S. Benedicti (Mon. Germ., V, 204), dice che il cadavere giacque nella tomba undici mesi. La Invectiva: cadaver jamque per 9 menses sepultum, per pedes de sepultura extraxisti — si interrogabatur, quid respondet? si responderet omnis illa horrenda congregatio, timore perterrita ab invicem separata — discederet. — Auxilii Libellus: busta diruta, ossa fracta, uti quoddam memphiticum ejectus est extra publicum. Anche il Concilio di Giovanni IX nuovamente ne dipinge lo spettacolo.
300. Il Baronio, a. 897, fa che alla Synodus horrenda succeda la caduta del Laterano, e sclama: quomodo possent stare parietes tanti facinoris terraemotu primaria concussa cardinis petra? La basilica crollò nell’anno 897. Gli Annal. Alamannici (Mon. Germ. I, 53) menzionano questi due avvenimenti ad un tempo, ma primamente la caduta: Basilica in Lateranis majori parte cecidit; et postea Stephanus — Formosum de sepulchro ejecit etc.
301. Liudpr., c. 31. — Nessun Pontefice portò più nome di Formoso: nell’anno 1464 il cardinale Barbo (Paolo II) voleva così appellarsi, ma ne lo impedirono i Cardinali, perocchè lo facessero sovvenire delle sorti di quel Papa antico.
302. Canon. III: Quia necessitatis causa de Portuensi ecclesia Formosus pro vitae merito ad ap. sedem provectus est, statuimus, et omnino decernimus ut id in exemplum nullos assumat.
303. Ho già detto della Invectiva; anch’essa, al pari del Concilio dell’anno 898, chiama quel Sinodo «horribilis.» Il Libellus Auxilii trovasi nel T. IV Veter. Analect. del Mabillon, e, insieme agli altri scritti polemici, nel Vol. CXXIX Patrologiae curs. completus del Migne. Su di ciò vedasi la Histoire Littéraire de la France, VI, 122 etc. Il Dümmler, Auxilius e Vulgarius, Lipsia 1866, ha commentato questi scritti notevoli dei Formosiani, e gli ha accresciuti con altri tratti da un manoscritto di Bamberga.
304. Baronius, ad ann. 900. Per quel che riguarda la storia dei Papi, noi siamo adesso ristretti ai Cataloghi ed alle compilazioni di tempi posteriori. Il frammento περὶ τῶν πάπων, che va da Formoso a Giovanni X, trovasi nel Mai, Spicileg. Roman., V, 599 (che io vidi nel Cod. Ottob. 77, e nel Cod. Vat. 7143); è nella massima parte soltanto una traduzione da Bernardo Guidonis, i cui Flores cronicor. furono ivi parimenti editi dal Mai, fino a Gregorio VII. Alla stessa età appartengono i cattivi versi di Flodoardo di Reims, della metà del secolo decimo, editi dal Mabillon e poi dal Muratori, Script., III, II. La notizia ch’ei dà della fine di Stefano è tolta dall’inscrizione del suo sepolcro:
Visus ab hinc meritis dignam incutesse ruinam,
Captus et ipse, sacraque abjectus sede, tenebris
Carceris injicitur, vinclisque innectitur atris,
Et suffocatum crudo premit ultio leto (p. 348).
La inscrizione sepolcrale:
Hoc Stephani Papae clauduntur membra locello:
Sextus dictus erat ordine quippe Patrum.
Hic primum repulit Formosi spurca superbi
Culmina, qui invasit sedis Apostolicae.
Concilium instituit, praesidii Pastor et ipsi,
Leges satis fessis jure dedit famulis.
Cumque pater multum certaret dogmate sancto
Captus, et a sede pulsus, ad ima fuit.
Carceris interea vinclis constrictus et uno (imo?)
Strangulatus nerbo, exuit et hominem.
Post decimumque regens sedem eum transtulit annum
Sergius hinc Papa, funera sacra colens.