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Alcibiade

Chapter 28: SCENA V. ALCIBIADE e CIMOTO.
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About This Book

A ten-scene drama stages episodes from a renowned classical figure’s life, alternating public confrontations and private reflections to map ambition, shifting loyalties, and the fragility of reputation. The play pairs spirited rhetorical exchanges with intimate moments of doubt, exploring moral ambiguities and the personal cost of political action. Stage notes and a prefatory account of the author’s creative process frame the scenes, mixing classical references with theatrical technique to examine how charisma, controversy, and public judgment shape a troubled career.

QUADRO SECONDO

ATENE.

Luogo elevato e sassoso in vicinanza dello Pnice
(πνύξ, luogo delle assemblee popolari).

SCENA PRIMA DIOCARE, CARINADE, altri quattro o cinque popolani sdraiati, indi AMINIA.

Dioc. Che furia! (a Carinade, che arriva correndo, ansante) Un uomo di Faléra correr tanto![97] Sembri un di quei che corrono nella festa delle lampade![98] Il gnomòne ancora segna l’ombra di quindici piedi...[99]

Carin. Davvero? Neanche la terza?! E a me parea di aver dormito le tre notti di Ercole![100] Meglio così! Già due volte, per pochi minuti di ritardo, fui segnato dalla corda rossa,[101] e il Tesmotéta[102] non mi volle dar i tre oboli[103] della paga.

Dioc. (sorridendo) Ti premono molto i tre oboli![104]

Carin. Eh, perchè tu a vender pecore te la fai bene, e te la intendi co’ sacerdoti. Ma noi, per Cerere! se non ci fossero questi, e i tre oboli della paga di eliasta,[105] sul mestier solo del falegname ti so dir io che in giornata non ci si vive! E ancora, ancora, con quelli si tira là innanzi a stento... le nottole del Laurio in casa mia hanno una paura maledetta a farci il nido.[106] Oh Giove! quando mai verrà la rondinella!...[107] Ma non sono io solo che corre... Guarda Aminia suniese[108] il calzolajo,[109] che viene sbuffando... (entra Aminia) Buon dì, Aminia. Che abbiam di nuovo?[110] Come va?

Amin. Di male in peggio, alla guisa di Mandràbulo.[111] Scarpe non se ne vendono, e cause non se ne giudicano. Da tre dì, vado al mio dicastero, e lo trovo chiuso: e la mia donna, ogni mattina, si dispera, perchè le torno a casa senza i tre oboli in bocca.[112] Per tutti e dodici gli Dei![113] Se domani o dopo l’arconte non tien giudizio, non so come potrò comperarmi da cena...[114] Dovrò ricorrere a quella di Ecate,[115] e ber del vino delle nove cannelle...[116]

Dioc. (ridendo) Un vino molto leggiero! Buon per me, invece, nel tribunale mio si lavora senza perdere un dì: e il bossolo dei voti non istà un momento in ozio. Ieri n’avremo condannati una ventina...[117]

Carin. Il guaio è che anco i tre oboli son pochi; una metà basta appena alla farina, alla legna, al companatico;[118] e tra la tassa del quarantesimo, e l’uno per cento, e le straordinarie,[119] e l’altre imposte, e gli interessi della luna nuova,[120] l’altra metà se la portan via. Intanto costoro che son nelle cariche, e inviati e provveditori e capitani, che non fan mai niente, si piglian le tre e le quattro dramme al giorno: e si intascano di soppiatto i doni degli alleati, e si pappano i tributi[121] e le decime di Minerva,[122] e si fan nutrire a spese pubbliche nel Pritanéo;[123] e noi, veri Ateniesi, Cecrópidi puro sangue, figliuoli della terra,[124] che la mercede ce la siam guadagnata combattendo in campo e sulle triremi, noi che avremmo ormai diritto di consacrar le armi nel tempio,[125] noi si stenta la vita ne’ tuguri e nelle torricciuole,[126] e per quella miseria dei tre oboli par che ne facciano la elemosina!

Amin. E sì poi che non ci dan nulla del loro! Fa un po’ il conto coi sassolini:[127] siam seimila giudici, fan circa 150 talenti all’anno; le entrate della città son 2000 talenti;[128] non ci dan dunque di paga nemmen la decima parte delle entrate...

Carin. E il resto dove va?

Amin. Lo sai tu?! Va in ispese necessarie, come rispondeva Pericle[129] quando gli domandavano i conti. Va ad ingrassare costoro che tengono il mestolo dello Stato, e vanno in giro vestiti di porpora, mentre io porto da tre anni questi cenci rattoppati, che sarebbe ormai tempo di dedicarli agli Dei.[130] Basta! là in Sicilia voglio anch’io rifarmi il guscio...

Dioc. Sicchè oggi darai il voto ad Alcibiade?...

Amin. Certo.

Carin. Anch’io! Quello è un uomo! E che ama il popolo. E con lui se ne farà del bottino!... Perchè, sai, dicono che la Sicilia è ricchissima... e ci si bevono dei vini squisiti...

Dioc. Oh, oh! (guardando entro le scene) Il sofista[131] Dionisodòro che vien da questa parte! Eccone uno che dei tre oboli non ha bisogno, e all’assemblea scommetto che non viene. In poche ore di lezione costui guadagna delle dramme...

Carin. E che cosa insegna?

Dioc. Tutto.[132] Il talento di costoro è una meraviglia. Son ragionatori incomparabili che ti sanno il dritto e il torto di ogni cosa, e qualunque cosa tu dica, vera o falsa, con un certo parlare che loro hanno, te la confutano lo stesso. Ti insegnano a vincere davanti a’ tribunali tutte le cause, giuste ed ingiuste,[133] e a far comparir nero il bianco, e bianco il nero...

Carin. Ma davvero? Per cui, se io non pagassi a Creméte l’usurajo gli interessi dei debiti alla luna nuova, ed ei mi citasse al tribunale...

Droc. Tu colla scienza di costoro non gli pagheresti più un obolo...

Carin. Per Erméte! Chiamalo, chiamalo...

Amin. Ohe, chiamalo anche per me...

Dioc. Dionisodoro!

SCENA II. Detti e DIONISODORO sofista: indi CLEONIMO, TIMARCO ed altri popolani.

Dionis. Che vuoi?

Dioc. Costoro vorrebbero tu insegnassi loro quel certo parlare che tu sai...

Amin. Carin. Sì, sì... quello! quello!

Dionis. Ben volentieri. E son tuoi amici costoro?

Dioc. Certo.

Dionis. Allora, la farem per poco: due dramme sole per ciascuno.[134]

Carin. Eh? due dramme? O non le ti paion troppe?

Dionis. Anzi, niente.

Carin. Come? due dramme non sono niente?

Dionis. Ma certo. E se vuoi — te lo provo.

Carin. Oh! oh!

Dionis. Avresti una dramma?

Carin. Per farne che?

Dionis. Per la prova...

Carin. Eccola — ma non sciuparmela, sai.

Dionis. (piglia la dramma e gliela mostra fra le due dita) Rispondi a me. Che cos’è questa?

Carin. Per Minerva! una dramma.

Dionis. Se è una, non può esser due.

Carin. (guardandolo attonito) Eh? mi pare. Fin qui ci arrivo anch’io.

Dionis. Ma potrebbe anche non essere una dramma.

Carin. Ehi là, dico! Non barattarmela.

Dionis. Quetati. Voglio dire che l’essere dell’uno è una cosa distinta dall’uno: perchè il dire è — non è lo stesso che dire uno...

Carin. Ohe Aminia (lo richiama che venga a sentir Dionisodoro), sta attento come parla bene costui!

Dionis. E non può essere affatto la stessa cosa dell’uno, poichè allora il dire che l’uno è — sarebbe lo stesso che dire uno uno — e uno e uno farebbero due...

Carin. Ah! certo che fan due...

Dionis. E dunque l’uno assoluto — per restar uno e non due — bisogna che non partecipi dell’essere — perchè dal momento che cominciasse ad essere — essendo l’essere, come hai veduto, un’altra cosa, — diventerebbero due cose, e non sarebbe più uno. Non ti par giusto?

Carin. (guardandolo estatico) Giustissimo.

Dionis. E poi, se l’uno non fosse privo dell’essere e se qualcosa dell’essere entrasse nel suo non essere, allora di non essere diventerebbe un essere — e cioè sarebbe una cosa affatto diversa dall’uno...

Carin. E dunque?...

Dionis. Dunque l’uno come uno non è. — Ci son delle altre cose oltre l’uno?

Carin. Eh? (lo guarda con aria di chi non intende)

Dionis. Mi spiego. Tu mi hai dato questa che dici ch’è una dramma. Danne qui un’altra...

Carin. (gli dà esitante un’altra dramma) Oh, ma non farmela sparire, perchè ci voglio bene, io, a questi cùculi del Laurio: son rarità preziose in casa mia.

Dionis. Dà qua. Questa dunque è un’altra da quest’una che m’hai dato...

Carin. Sicuro ch’è un’altra.

Dionis. Se ci son dunque delle altre cose oltre l’uno, e se l’uno come uno non è, nessuna di queste altre cose può essere uno...

Carin. Sarà benissimo come dici...

Dionis. E neppur due, e neppur tre, perchè la pluralità suppone l’unità, e il due e il tre non sarebbero ancora che l’uno moltiplicato più volte...

Carin. Certo.

Dionis. Dunque se l’uno non è, nessun’altra cosa può essere, nè come uno, nè come più d’uno...

Carin. Per cui...

Dionis. Per cui, queste dramme non possono essere nè una, nè due, nè parecchie... e per conseguenza — son niente affatto. (Risate fra gli astanti. Dionisodoro volge intorno sguardi trionfanti; indi s’avvia per allontanarsi) — Oh addio!... i miei scolari mi aspettano...

Carin. (dopo aver guardato stupefatto Dionisodoro, si volta ad Aminia) Hai capito tu...?

Amin. Io no — e tu...?

Carin. Io sì, qualcosa ho capito...

Amin. Che cosa?

Carin. Ch’egli mi porta via le due dramme... (fa un gesto significante ad Aminia, poi chiama forte Dionisodoro) Ehi là, Dionisodoro! (Dionisodoro si ferma) E tutte queste belle cose tu insegni per così poco?

Dionis. Oh, queste ancora non le sono che bazzecole, a confronto del resto. E per due dramme sole!... Vieni, vieni da me; chiassetto d’oro verso Agnone,[135] la prima casa a destra; vedrai, vedrai...

Carin. (a Dionisodoro) Però scusa. Chiariscimi una cosa che non ho ben capito. Tu dicevi tuttavia da principio che questa che t’ho data è una dramma? (gli ripiglia delicatamente di mano una delle dramme.)

Dionis. Lo dicevo.

Carin. E che questa è un’altra... (gli ripiglia delicatamente l’altra)

Dionis. Un’altra.

Carin. Ma dunque son proprio due!

Dionis. Appunto.

Carin. E tu dici che due è la stessa cosa che niente?

Dionis. La stessa che niente affatto. (sorridendo di compiacenza, mentre stende la mano a riprenderle)

Carin. Bravo! E allora — poichè è la stessa cosa — ti do niente. (si rimette le due dramme pacificamente in tasca e gli volta le spalle. Grande risata fra gli astanti)

Amin. Bravo Carinade!

Dionis. Ma pagami la lezione.

Carin. Te l’ho pagata! Non è vero, Aminia?

Amin. Verissimo. (Dionisodoro parte incollerito fra le risate. Sopravvengono Cleonimo, Timarco ed altri cittadini) Oh buon dì, Cleonimo... Che faccia scura, Timarco! Sembri uscito dall’antro di Trofonio.[136]

Tim. Fa conto. È tutta la mattina che gli augurii mi perseguitano.[137] Mi alzo da letto, e mi buccinan le orecchie;[138] esco di casa e una dònnola mi attraversa la via; le scaglio dietro tre sassolini per iscongiurare il malaugurio, e non ho fatti dieci passi in là che incontro un epilettico furioso... Qualche disgrazia mi sovrasta...

Dioc. Vuoi un consiglio? Sacrifica subito un’agnella bianca e ben grassa ad Ercole, Apollo e Polluce sgombratori dei mali...[139] Vieni da me... te ne venderò una che è una meraviglia...

Tim. (sospirando) Ci verrò.

Dioc. Anzi veramente, s’io fossi in te, per essere più sicuro, ne sacrificherei una per ciascun dei tre Numi... Vieni, vieni da me...

Amin. Del resto, consolati, non sei solo ad aver cattivi gli augurii... A me stanotte i topi han bucato il sacco della farina...[140]

Tim. E sei stato dall’indovino?

Amin. Sì, certo.

Tim. Che ti disse?

Amin. Che il sacco bisognava farlo rattoppare... e la farina darla a lui.

Dioc. (scrolla il capo e fa scoppiettare la lingua in segno di disapprovazione) Un’agnella ci voleva...

Amin. (battendogli sulla spalla) Sta cheto. Per oggi contentati. Ne hai già contrattate tre...

Cleon. Oh, a proposito di presagi, non dite nulla dei lampi e dei tuoni[141] di stanotte? Mi hanno svegliato mentre sognavo che la statua della Dea Atenapólia[142] dal Partenone scotendo l’égida minacciava la città; e la sfinge del suo elmo, mandando fiamme dalla bocca, aveva disseccato in un attimo il grande ulivo...

Tim. e Amin. Davvero?

Cleon. Com’è vero che mi chiamo Cleonimo. Già dice bene qui, Timarco, qualche malanno per aria ci dev’essere...

Carin. (a Cleonimo) Io, fossi in te, andrei dal vecchio Lampone,[143] quel che tiene esposte le tabelle presso il tempio di Bacco e spiega i sogni...[144]

Dioc. (a Carinade) Bel costrutto! Se il sogno è di malaugurio, l’indovino può borbottare Aski Kataski[145] fin che vuole, ma già non glielo cambia... (a Cleonimo) Dà retta a me. Sacrifica agli Dei scacciamali... E la vuoi sapere la causa di questi segni infausti che della lor collera ci mandano gli Dei?

Cleon. (affettando aria ingenua) Che sia la spedizione di Sicilia?

Amin. Oh senti questa!

Dioc. Che! che! — Guarda là in fondo (addita verso le quinte). Quella gente là.

Amin. Ma quel che passa laggiù a piedi scalzi,[146] se non erro, è Socrate, di Sofronisco alopecense...

Dioc. Lui in persona. Vedilo che tira dritto, gittando occhiate a dritta e a sinistra con quella sua andatura superba e la sua aria sardonica,[147] come fosse il gran re; tira dritto e all’assemblea non viene.[148] Degli affari dello Stato costui non si occupa; professioni non ne esercita; ma il tempo lo trova per girovagare ozioso[149] nei quadrivj e nelle botteghe, corrompere la gioventù, scrutar le cose sotterranee e quelle al disopra delle nuvole,[150] insegnar che il cielo è un forno che circonda la terra e noi ne siamo i carboni,[151] che il terremoto è il consiglio dei morti[152] e le nubi e non Giove son quelle che mandano il tuono e la pioggia, e che Giove e gli altri Dei non esistono, bensì il turbine[153] e i demonj in vece loro...

Carin. Tali cose insegna costui?

Dioc. Ed altre peggiori. E dacchè costoro vanno spargendo che non ci son gli Dei, alle are fumano più rari i sacrifizii...

Amin. (continuando la frase, con accento un po’ canzonatorio all’indirizzo di Diocare) Di pecore se ne vendono più poche...[154]

Dioc. E i numi si vendicano con noi. Oh, ma un dì o l’altro a costui bisognerà pensarci...

Tim. Oh, ve’ chi arriva! Cimoto!

Carin. (chiamando di lontano) Cimoto! Cimoto!

SCENA III. Detti, e CIMOTO.

Cim. (entrando scambia segni di intelligenza, non visto, con Cleonimo) Buon dì, cittadini... Quanto manca all’assemblea?

Carin. Tre quarti d’ora. I Pritani[155] ancora non son venuti... E anche tu, già, voterai per la spedizione, e per la nomina del valoroso Alcibiade.

Cim. (tentennando il capo con accento di chi dice una cosa contro volontà e persuasione) Sì...

Carin. Oh, non ne sei troppo persuaso? Non ti par egli un eccellente capitano?

Cim. (c. s.) Sì... peccato che sia così giovane per un’impresa di quella fatta!... Soltanto ventinove anni...[156]

Carin. Maggior merito, per Ercole! Così giovane e già così bravo...

Amin. E che testa quadra!...

Cim. (c. s.) Sì...

Amin. (vivamente, con malumore) Negalo un po’, se hai coraggio!

Cim. Un’ottima testa! Se non fosse così matto, così sventato; e avesse un po’ d’amore allo studio! Peccato! un giovine così promettente, così pieno di meriti, ubbriacarsi tutte le notti, e invece di istruirsi nell’arte del capitano, consumar il tempo fra la crapula e le donne. Eh! che ne dici tu, Cleonimo?

Cleon. (con fare ipocrito) Ah sì, un vero peccato!

Cim. (in tutto questo suo dialogo, Cimoto affetta sempre intenzionalmente un’aria di indifferenza, pure scrutando gli animi degli astanti, e mirando a far impressione su di loro, senza darsene l’aria) Tanto più quando si deve capitanare un’impresa così colossale, e si tratta di affidargli la vita di migliaia di cittadini... E dir che questo ragazzo, col tempo e collo studio, avrebbe potuto fare così buona riuscita...

Carin. Oh, ma noi, per maggior sicurezza, gli daremo Nicia e Lamaco a compagni nel comando...

Cim. (vivamente) Ben fatto, ben fatto, per Giove! Così un po’ per volta imparerà l’arte del capitano, senza esporre troppo l’armata a pericolo...

Amin. (fatto improvvisamente attento dalle sue parole, si volge a Diocare e Timarco, i quali discorrono fra loro) Ehi! Sentite che dice costui...

Cim. E senza trarla a rovina, perchè, allora, credo, non francherebbe la spesa di nominarlo...

Carin. Oh, certo, non francherebbe la spesa!...

Cim. (fingendo sempre di non accorgersi della impressione delle sue parole sugli astanti) E un po’ di esperienza a questo giovine farà bene...

Cleon. Per Minerva! se farà bene!...

Cim. Perchè di doti naturali ne ha, e l’amor proprio non gli manca: anzi, è quel che lo rovina... perchè ne ha fin troppo: e ciò lo spinge a imprender cose troppo superiori alle sue forze...

Cleon. E a credersi un po’ troppo da più di tutti gli altri...

Amin. (vivamente) Più di tutti noi, si crede?

Cim. (fingendo difendere e proteggere Alcibiade) Fumi giovanili...

Tim. Che dice costui?

Amin. (più vivamente) Che Alcibiade si tiene da più di noi![157] Ma per Ercole! noi non vogliamo! perchè siam noi che lo abbiam portato in alto...

Dioc. (con forza) Certo, che non vogliamo...

Cim. (c. s. fingendo proteggere Alcibiade) Oh, ma vedrete... siccome di buone doti ne ha, e non gli manca che l’esperienza... così alla prima sconfitta, laggiù in Sicilia, si correggerà...

Carin. (vivamente) Alla prima sconfitta?

Cim. Sì, sì... vedrete... Allora imparerà che guidar una guerra è più difficile del sedur femmine e guidar cocchi, e che dal dire al fare c’è di mezzo il mare... E siccome di buone doti, per correggersi, ne ha, così una prima sconfitta di esperimento...

Amin. Ma che sconfitte! Noi non vogliamo sconfitte!

Carin. Ma che esperimento! Noi non siam di quei da Megara! e non siam uomini di Caria[158] da far esperimenti su di noi...

Cim. Ma via, siete troppo severi! Voler che un giovane inesperto, fin qui abituato solo a darsi buon tempo, diventi di punto in bianco un capitano provetto, sicuro della vittoria!... Un giovane galante che porta per insegna nello scudo un amorino...[159]

Carin. Ah, si! l’ho vista anch’io quella insegna! ma è una insegna da donna, e non da capitano quella!

Amin. E neppure da buon cittadino! I buoni cittadini portano nello scudo emblemi della patria[160] e non amorini.

Cim. (coll’accento benevolo di chi cerca scusare) Leggerezze, leggerezze di gioventù! Come quella dello spendere e spandere e introdur la moda dei calzari di lusso all’Alcibiade,[161] e portar la chioma lunga e cicale d’oro nei capelli come le donne[162] e indossar vesti fastose di porpora ermiónica...[163]

Dioc. Veramente... qui fra noi, diciamo fico al fico,...[164] le son tendenze da tiranno queste....[165]

Cim. E quell’altra del letto!... Cleonimo, ma sarà poi vera?

Cleon. A me l’avean contata per certa i soldati che l’hanno vista... Ma ne contan tante!...

Amin. Che cosa? che cosa?

Carin. Contala, contala!

Cleon. Che nell’ultima spedizione navale a Fotidea, mentre i soldati sulla sua trireme stavano a disagio, stipati come sardelle, ei s’era fatto tagliar nella nave il tavolato, ove acconciarsi il letto, per non giacere sulle nude tavole, ma su corde ivi distese, da potervi dormir più mollemente.[166]

Amin. (scandolezzato) Ma è una femmina, e non un uomo costui!

Cim. Abitudini! abitudini! Per questo, dicevo, non bisogna esiger troppo... Avete sentito dei presagi?

Carin. Che presagi?

Cim. La notizia da Delfo giunta stanotte...

Carin. Dioc. Amin. (vivamente, con curiosità) Conta, conta!

Cim. Uno stormo di corvi scese colà svolazzando nel recinto del tempio intorno alla nostra palma di bronzo, e a colpi di becco tanto vi lavorò, fin che vi fece cadere tutti i frutti dall’albero...[167]

Amin. Davvero?...

Cim. La notizia è venuta agli Eumòlpidi.[168] E poi...

Carin. Poi... cosa?

Cim. Che giorni son questi?

Carin. I giorni delle Adonie.

Cim. E non ve ne siete accorti venendo qua? Non avete incontrato per via le processioni funerarie e i simulacri di cadavere esposti? Non avete udito i gemiti e i pianti delle donne d’in sui tetti?

Amin.[169] Così scoppiassero dal piangere una volta, che stamattina m’han rotto il sonno e non m’han lasciato chiuder occhio. Mi volto sur un fianco per dormire, e mia moglie sbraita saltando ubbriaca per la stanza: Ahi! Ahi! Adone! — Oh, sta un po’ zitta, le dico, tu e il tuo Adone insieme! e mi volto sull’altro fianco; e lei colle compagne mi va a ballar sul tetto da far tremare la casa, gridando tutte a squarciagola: Ahi! Ahi! piangete Adone! picchiatevi il petto ch’è morto Adone![170] C’è mancato poco non saltassi su furioso, e a picchiarle, ma proprio in regola, non ci andassi io...

Cim. (con sussiego) Religione! rispetto alla religione! Ma dimmi un po’: credi tu che sia casuale la ricorrenza delle Adonie proprio nel giorno della votazione dell’impresa? E...

Carin. (vivamente) E se non è, che cosa fare? che cosa fare?[171]

Cim. E se non è, lo sai tu che significano questa coincidenza e il presagio dei corvi di Delfo?

Amin. Che significano?

Carin. Sentiamo, sentiamo!

Tim., Dioc. e altri popolani. (vivissimamente) Parla, parla, Cimoto...

Cim. (assume un’aria grave di mistero e di importanza, mentre tutti i cittadini che son sulla scena si stringono intorno a lui) Significa che...

SCENA IV. Detti ed ALCIBIADE.

Alcib. (fermo, in sull’entrare in iscena, ancor distante dal gruppo che è intorno a Cimoto, chiama a voce forte) Ateniesi! (Cimoto resta interdetto e sconcertato all’udir la voce di Alcibiade)

Carin. ed altri. Alcibiade!!!

Amin. Oh, Alcibiade! bravo! vieni a tempo! Ne abbiam sentite di belle sul tuo conto. Aspetta un momento, e dopo parlerai!...

Carin. Sì, sì, aspetta un momento e poi... (con accento di minaccia verso Alcibiade; indi si volge a Cimoto) Su, su, parla, Cimoto...

Alcib. Una parola sola, e poi taccio.

Carin. No, no, aspetta...

Amin. Via, dilla presto...

Alcib. Avete visto il mio cane?

Carin. O che! del suo cane ci domanda il temerario? Siam noi custodi del suo cane?

Alcib. Ma la sapete la novità?

Amin., Carin. ed altri. Quale? quale?

Alcib. Quel mio magnifico cane di Creta...[172] (fa una pausa di sospensione)

Amin. Sì, sì... quel cane così alto... bianco e nero...

Alcib. Proprio quello... che mi costava settanta mine... (nuova pausa sospensiva)[173]

Carin. Ebbene?...

Alcib. Con quella stupenda coda tutta bianca...

Amin. (impazientito) Sì, sì... ebbene... ebbene...?

Alcib. Ebbene... non l’ha più. Glie l’ho tagliata.[174]

Carin., Amin., Dioc. e altri in coro. Ah!!

Amin. e Tim. Impossibile!

Carin. e altri. Dov’è? Dov’è?

Alcib. (additando verso l’interno della scena) Eccolo là...

Carin. e gli altri in coro. Ah! Ah![175] (gridando ed esclamando corrono via tutti in folla precipitosamente nella direzione additata da Alcibiade, e la scena in un attimo rimane sgombra, non restandovi che Cimoto, piantato lì solo, confuso e mortificato, — e Alcibiade).

SCENA V. ALCIBIADE e CIMOTO.

Alcib. (seguendo dello sguardo i cittadini che son corsi dietro il cane, esclama forte) Ecco i vincitori di Maratona!![176] (prosegue a voce più bassa, con inflessione di mestizia) Povero popolo! come t’han cambiato! (si avanza sorridente e calmo verso Cimoto, il quale, confuso, tien gli occhi a terra) Ebbene, o Cimoto, par che la coda del mio cane sia più eloquente della tua lingua!... Però non giudicarli severamente... Non han tutti i torti costoro... Per che cosa mai le imposture ridicole di quei che lo ingannano, e i tuoi discorsi e i tuoi presagi dovrebbero aver più importanza della coda del mio cane?... (d’improvviso mutando accento, a voce fredda e calma) Quanto ti han dato per recitar questa parte?

Cim. (confuso, cercando balbettare scuse) Ma... io...

Alcib. (secco e minaccioso) Quanto t’han dato?

Cim. (intimidito) Cento dramme.

Alcib. (ritornato calmo) E la sai la legge?

Cim. Che legge?

Alcib. Chiunque piglia danaro per far danno a un cittadino, infame egli e i suoi figli...[177] Pena la morte.

Cim. (spaventato) Ohimè!

Alcib. Sei onesto tu?

Cim. Per Ercole! se lo sono. Mi offendi a domandarmelo...

Alcib. (pacatissimo) Ebbene... poichè sei onesto — e la legge tu la rispetti — e non hai preso che cento dramme — di duecento ti contenterai... Eccole... (gli dà una borsa che l’altro prende, dopo qualche esitanza) Ma li spiegherò io, a costoro, i tuoi presagi... Intendi?

Cim. Ho inteso.

Alcib. (imperioso) E starai zitto...

Cim. Più zitto di un Areopagìta...[178]

SCENA VI. ALCIBIADE, CIMOTO: e tutti gli altri che ritornano in frotta. Indi, in disparte, TESSALO.

Carin. (mentre rientra correndo cogli altri) Che cattiveria! povero cane!

Dioc. Vergogna!

Amin. Povero cane! Una così bella coda!

Tim. Vergogna Alcibiade! Così rispetti le leggi?[179] Che cosa dire di te?

Alcib. Ah tu ameresti meglio si dicesse di me che ho rubato, come Cleone, i danari del popolo?

Amin. Oh, no, no!

Carin. Ben risposto, per Giove!

Alcib. (arringando) Ateniesi! Glorioso,[180] bellissimo popolo del magnanimo Erettèo!...[181]

Carin. (ad Aminia) Costui sì, parla bene. Quel villan di Cleone ci diceva invece: Infingardi! mangia-oboli! mangia-fave![182]

Alcib. (arringando a voce alta e forte) Eucrate,[183] il mercante di stoppe, governando, lasciò sconfiggere i nostri nella Calcidica[184] e coi tributi del popolo si arricchì...

Amin. È vero, è vero!

Alcib. Governando Callia, il pecorajo, noi perdemmo Platea, vedemmo posti i nostri alleati a fil di spada,[185] e Callia, da povero che era, lasciò un patrimonio...

Carin. Verissimo!...

Alcib. Governando Cleone, il conciapelli, fummo sconfitti dai Beoti a Tanágra,[186] dagli Spartani ad Amfipoli,[187] e Cleone intascando i danari degli alleati, rubando cinquanta talenti allo Stato,[188] si avanzò di che andar in cocchio a tiro due...

Amin. Ah sì, quel ladro di Cleone!

Alcib. Queste belle cose ricordiamo di loro; prego (con voce solenne) gli Dei e le Dee dell’Attica abitatrici[189] e il Pizio Apollo[190] protettor della città, che di me non si possa giammai ricordar nulla di più biasimevole di questo: — che ho tagliato la coda ad un cane — e il cane era mio!

Amin. Bene!

Carin. Bravo![191]

Dioc. e altri in coro. Viva Alcibiade!

Alcib. Ed ora sapete, che cosa testè mi diceva Cimoto qui presente, il quale lo seppe dai sacerdoti, intorno ai presagi della spedizione?

Amin. e Tim. Che cosa?

Alcib. Che i Numi manifestamente ci sorridono; perchè la palma di Delfo, simbolo della potenza e della gloria onde Atene sovrasta a tutti i Greci[192] (segni di approvazione fra i popolani) è rimasta dritta ed illesa dai corvi: ma i frutti, che ricordano le nostre vittorie antiche, son caduti, perchè la fama di quelle sta per essere cancellata da vittorie ben maggiori che ci aspettano laggiù.

Tess. (entrato in iscena da qualche momento, si avvicina di soppiatto a Cimoto, parlandogli sottovoce) Tu hai detto questo, furfante?

Cim. (guardandolo con disinvoltura) Sì, sì...

Amin. Han detto questo i sacerdoti? È vero, Cimoto?

Cim. Verissimo.

Tess. (minacciando, a Cimoto sottovoce) Ti pagherò...

Cim. (mostrandogli la borsa) Tralascia. Son già pagato.

Tess. (ad Aminia, accostandosegli, sottovoce) Ma non è ancora una ragione per eleggere capitano un che sempre si ubbriaca...

Amin. (a Tessalo) Ah, sicuro! (a voce forte, ad Alcibiade) Ebbene, Alcibiade, poichè i presagi son buoni, noi andremo in Sicilia... ma non ti farem capitano... perchè tu ti ubbriachi troppo...

Cleon. (accostandosi a Diocare, sottovoce) E l’affar del letto?

Dioc. (forte, ad Alcibiade) E sei troppo effeminato! Ti fai fare il letto di corde apposta per dormir comodo sulle triremi!

Tess. (continuando ad aggirarsi di soppiatto tra la folla, egli e Cleonimo, e parlando all’orecchio or dell’uno or dell’altro, sempre cercando non lasciarsi scorgere: s’appressa a Carinade, sottovoce) E l’affar dello scudo...

Carin. (a voce forte ad Alcibiade) E pensi troppo agli amori delle donne! porti fin l’insegna di un amorino nello scudo!...

Alcib. (che in questo frattempo non ha perduto d’occhio Tessalo e Cleonimo) E null’altro? E null’altro? (con forza) Oh, per Giove e per gli Dei![193] o Ateniesi, eleggetemi subito allora!...

Carin. (con compiacenza, ad Aminia) Eh, com’è franco! Mi piace!...

Alcib. (proseguendo) ... e cingetemi le corone che il Dio Tebano ci presenta in segno di libertà![194] Che importa a voi ch’io mi ubbriachi alle mense, se i miei consigli nell’assemblea, per confession vostra, furon sempre da savio? Vada pei tanti savii che vi danno consigli da ubbriaco!

Carin. ed altri. Bravo!

Alcib. Purchè le mie opere siano da uomo, che importa a voi s’io frequento le donne? Furono da donna forse le mie opere a Delio e a Potidea?

Amin. e Carin. No, no!

Tim. e Dioc. No, no, Alcibiade!

Alcib. (rincalzando) A voi che importa del sapere come io dorma i miei sonni, quando queste cicatrici vi rispondono delle mie veglie?

Amin. È giusto. È giusto.

Alcib. Ebbene, sì, sacrifico al figlio di Venere, e porto un amorino nel mio scudo! Voi però, o Ateniesi, mi siete testimonî che il mio scudo nessun nemico me lo ha preso, e l’ho sempre riportato dalle battaglie...

Tim. e Carin. Sì, sì...

Alcib. Invece, il prode Cleonimo, che qui vedo, nel suo scudo effigiò il terribile Teseo colla mazza, ed Ercole furibondo colla clava... (Cleonimo cerca nascondersi tra la folla; Alcibiade lo apostrofa con voce dolce, ironica) O buon Cleonimo... dov’è il tuo scudo?

Amin., Carin. e Dioc. (ridendo cogli altri e gridando) Ah! ah! l’ha gettato via per iscappare![195] ah! ah! l’ha gettato via! Via, via dall’assemblea![196] (Cleonimo confuso si dilegua tra le risa e le fischiate)

Amin. e Tim. Viva Alcibiade capitano!

Dioc., Carin. ed altri. Sì, sì, Alcibiade capitano! Viva Alcibiade! (Tessalo, in disparte sulla scena, fa gesti di rabbia repressa; mentre le acclamazioni continuano clamorose, entra Timone)

SCENA VII. TIMONE il misantropo, e detti.

Timon. (entra vestito di luridi cenci, con una zappa in ispalla, e fermo in sull’entrare, posata la zappa a terra e su di essa poggiandosi colle due mani, grida con voce più forte, così da coprir quella degli altri) Viva Alcibiade!

Carin. Timone il misantropo!

Alcib. Timone!

Dioc. Ora ne sentirem di belle!

Timon. Bravo, Alcibiade![197] Coraggio! fatti grande, e cammina sulle schiene di questa torma di schiavi! fatti grande, perchè tu possa diventare la peste ed il flagello di costoro, di Atene e della Grecia!

Amin. Dalli all’insolente!

Dioc. Addosso al temerario!

Tim. ed altri. Addosso!

Alcib. (con voce tuonante, imperiosa) Silenzio! E che nessuno lo tocchi! Lasciatelo parlare! (tutti ammutiscono)

Timon. Vedi, come già ben ti obbediscono! Non così docili obbediscon le pecore alla verga del mandriano! Possa essere tu sempre ascoltato così, finchè abbi tratto Atene alla rovina, e la terra, coperta di cadaveri, si penta — ma sia troppo tardi — di averti portato!

Tim. e Dioc. Ma è troppo! è troppo!

Alcib. Silenzio! (Alcibiade si è fatto scuro in volto e pensieroso: ha gli occhi a terra)

Timon. Lascia ch’io ti abbracci, Alcibiade! Alla folgore di Giove si son rotti i raggi, ed essa non fa più paura ai tristi ed ai bugiardi pari tuoi, che non ne faccia il moccolo d’una lucerna mattutina. Giove, il tonante Giove, ha preso il decotto di mandragora[198] e dorme; qui s’inganna, si corrompe, si spergiura, ed egli non sente; si fan scelleraggini, ed ei non le vede; povero bietolone, è diventato cieco, sordo e barbogio![199] e già in Creta gli preparan la tomba.[200] Su allegro! una buona notizia ti do. La virtù, la fede, il valore, l’onore, l’amicizia, il pudor delle vergini sono scomparsi dalla terra; le donne negano il latte del seno ai loro pargoli,[201] e perfin le lupe hanno abbandonato nella tana i lupicini. Perciò tu sarai grande, o Alcibiade! tu che porti nelle tue vene il latte di Sparta![202] Lascia ch’io t’abbracci! Cresci ed abbindola colle ciance questa turba di cianciatori! rompi la fede a questo popolo di frodolenti e di spergiuri!...

Amin. (a Carinade) Lo senti? Parla con te.

Carin. (ad Aminia) Sta zitto! È con te che parla.

Timon. Spoglia a man salva questi usurai, divoratori di paghe!...[203]

Tim. (a Diocare) Questa poi è per te.

Dioc. (a Timarco) Oibò! è per te.

Timon. (proseguendo senza interrompersi) Calpesta le loro libertà, porta l’infamia nelle loro famiglie, cambia in meretrici le loro spose! Trascinali alle guerre, e siano ingiuste, perchè le maledizioni li seguano: e siano disastrose, perchè nessuno ne ritorni! (mentre Timone segue le sue invettive, moti d’ira repressa si scorgono fra i cittadini). E quando tutto, anche qui, per opera tua, sia sterminio, ne sopravviva uno solo — e sia il più giusto — per assassinar te a tradimento, poi sprofondi maledetto nella terra anche lui! (Alcibiade si è riscosso vivamente, ma non dice verbo. Timone, rimessa la zappa in ispalla, si allontana, traversando la scena. I popolani si agitano e danno in esclamazioni d’ira)

Carin. e Amin. Dalli allo sfacciato!

Timon. Ateniesi! ho un bellissimo fico laggiù nel mio orto a Colitta:[204] vado a strapparlo per far legna da dar fuoco al Partenone.[205] Il suo tronco è alto, i suoi rami sono robusti, e le sue ombre sono amene. Chi di voi bramasse appiccarvisi, fin ch’è a tempo, s’affretti e venga con me! (esce sghignazzando)

Carin. È troppo, Alcibiade! Egli ha insultato te e noi!

Amin. È troppo! Bisogna castigarlo l’impudente! trascinarlo dal Tesmoteta![206]

Tim. e altri. Sì, sì, castigarlo! (fan per inseguire Timone, già uscito di scena. Alcibiade li arresta, sbarrando loro il passo)

Alcib. Fermate! È già anche troppo castigato, l’infelice, perchè non sa che odiare! Se volete punirlo di più, pregate i Numi lo faccian vivere tanto da vedere in me smentite le sue profezie, e Atene vittoriosa, libera e grande! (odesi la voce del banditore dall’interno)

Bandit. (di dentro a voce lenta) «Cittadini ateniesi, all’assemblea! I Pritani han preso posto, e i purificatori han fatto le lustrazioni. Avanti, avanti, in luogo purificato!»[207]

Carin. (correndo via) All’assemblea! all’assemblea! attenti alla corda rossa!

Tim. Attenti ai tre oboli! alla voce della patria![208]

Amin. (correndo via) All’assemblea! vien la corda rossa! (I cittadini tutti corrono via, mentre nello sfondo della scena due servi pubblici si avanzano tenendo distesa una corda rossa, e mandandosi i più lenti innanzi, al modo che nelle odierne feste da ballo si usa per far posto alle coppie che succedono. — La scena rimane vuota, restandovi soltanto, fuori dello spazio percorso dai servi colla corda tesa, sul davanti della scena, Alcibiade nel mezzo, Tessalo da una parte, Cimoto dall’altra)

SCENA VIII. ALCIBIADE, TESSALO, CIMOTO.

Alcib. (avanzandosi verso Tessalo, con voce ironicamente affabile) E tu, o Tessalo, non vieni all’assemblea? A te i tre oboli non occorrono, ma la tua parola oggi potrebbe esservi utile! Tu, che sei uno di quelli che sanno, fai male, in affari così gravi, a privare il popolo de’ tuoi consigli!... Dianzi, parlavano tutti: tu solo non hai parlato...

Tess. (interdetto, confuso) Io... io... ti ascoltavo...

Alcib. (affabilissimo, con velata ironia) Ah!... e ti pare che io abbia detto cose giuste?...

Tess. (sempre più confuso) Certo... giustissime...

Alcib. (sempre calmo e affabile) Anche tuo padre Cimone avrebbe detto così... Era un uomo giusto e prode tuo padre Cimone... sai... e tu... (fa una pausa)

Tess. (timidamente) E io...?

Alcib. (cambiando repentinamente accento, con voce fatta d’improvviso grave, concitata, severissima)... tu non meritavi di essere suo figlio.

Tess. (risentendosi) Alcibiade!

Alcib. (rincalzando con forza) Tu che attacchi nascosto nell’ombra e alle spalle!

Tess. Alcibiade!

Alcib. (beffardo) Oh, non andare in collera! Sii prudente! Ai tuoi simili non conviene lo adirarsi! hai taciuto fin qui, taci ancora! Men codardo di te, costui (addita Cimoto che, tra pauroso e curioso, in disparte sta osservando la scena) che parlava in pubblico, da te pagato: egli osava almeno!... Io l’uom dissoluto... e tu... il virtuoso... l’onesto... (con iscoppio repentino di voce accennando Tessalo e levando in alto lo sguardo) O terra, o Dei![209] guardate come è fatta l’onestà! (Cimoto a questo punto, alquanto impaurito, fa per allontanarsi quatto, quatto. Alcibiade lo richiama) Cimoto! (Cimoto ritorna, un po’ trepidante, verso Alcibiade, fermandosi a distanza. Alcibiade si avanza verso lui e lo prende per mano) Scusa, sai, Cimoto, se dianzi ti ho chiamato onesto per burla! È sul serio (con forza), è sul serio che parlavo! Non vergognarti!... Su la fronte! Portala alta davanti a costui, perchè tu, nato, — senza tua colpa — dal fango, hai più coraggio di lui, che nacque eupatrìda, dal sangue di Cimone! Su la fronte! e resta con me, onesto Cimoto! poichè, per tutti gli Dei, se tu nol fossi, la infamia non avrebbe nomi per costui! (si conduce via Cimoto, mentre getta uno sguardo fulminante di sprezzo sopra Tessalo annichilito, e si allontana ripetendo a Cimoto) Su, su la fronte, onesto Cimoto!

CALA LA TELA.