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Alcibiade

Chapter 36: SCENA IV. Detti, e TIMANDRA.[230]
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About This Book

A ten-scene drama stages episodes from a renowned classical figure’s life, alternating public confrontations and private reflections to map ambition, shifting loyalties, and the fragility of reputation. The play pairs spirited rhetorical exchanges with intimate moments of doubt, exploring moral ambiguities and the personal cost of political action. Stage notes and a prefatory account of the author’s creative process frame the scenes, mixing classical references with theatrical technique to examine how charisma, controversy, and public judgment shape a troubled career.

QUADRO TERZO

Anno 415 avanti l’Era Volgare

ATENE

Casa d’Alcibiade. Sala da convito sfarzosamente arredata. Architettura e mobilio ricchissimi. Colonne e statue: soffitto e pareti a dipinti, portiere ad arazzi e tappeti di Persia a figure. Mobili incrostati d’oro e d’avorio. Ricche lucerne pendenti dalla vôlta. Letti coperti di porpora ed oro, già pel convito disposti.

SCENA PRIMA ALCIBIADE e GLICERA.

(Alcibiade in atteggiamento calmo — Glicera agitata, irritatissima)

Glic. Non fingere! non fingere! Risparmia almeno una nuova menzogna! È questa la tua fedeltà? Così giurasti d’amarmi?

Alcib. E il vero giurai. O non abbandonai per te la bellissima Teódota, la affascinante Gnaténa?[210] Non mi diedi io interamente a te con tutto l’abbandono di un’anima ardente? Quei dì passati insieme non trasvolarono sulle nostre teste sereni e lieti come giorni alcionidei?[211] T’avevo promesso — a te d’ogni amore sdegnosa — insegnarti nel mondo una felicità sovrumana di cui avessero invidia gli Immortali... quella promessa, o Glicera... la trovasti bugiarda?

Glic. Oh! così mai non ti avessi dato ascolto! E quando cessai io d’amarti?

Alcib. Troppo, troppo mi amasti! Noi tracannammo troppo avidamente questa tazza che i Celesti ne porsero: soltanto una rugiada di cielo potea perennemente da capo ricolmarla: ma le fiamme della tua gelosia la disseccarono...

Glic. Non la mia gelosia, la mia dabbenaggine, devi dire. Per essa or son fatta oggetto di sprezzo e di scherno a colui che diceva di adorarmi... (piange).

Alcib. Scherno? Disprezzo? Oh Nemesi mi punisca se pur l’ombra di qualcosa di simile è in me! No, no! Allora ti disprezzerei ch’io cercassi fingere teco, per prolungare una illusione fugace di qualche giorno di più. Il nostro fu un sogno di due mesi, di un’ora, — ma splendido; ma degno di noi; lasciamolo là intatto, e andiamone superbi; non profaniamolo con una menzogna. Perchè, o Glicera, quando rientrata nella calma del tuo animo interrogherai te medesima — ti accorgerai che quel sogno esistette nella tua testa e non nel tuo cuore... (gesto vivo di Glicera, di cui Alcibiade finge non accorgersi, proseguendo) Tu credesti di amarmi, o Glicera. Consolati. La tua fantasia, non il tuo cuore fu vinto. Il tuo amor proprio, non la passione in te parla!...

Glic. Oh, il perfido! per difender sè stesso accusa me di non averlo amato! Maledetto l’istante...

Alcib. (vivamente interrompendola) No, no, non mi difendo — e tu quell’istante non maledirlo! Perchè pochi, troppo pochi sono i momenti di gioja che sulla terra ne concessero i Numi: non imprecarlo quel sogno, se ci ha fatto vivere un giorno nella vita; ciò che non a tutti è dato. E poichè, restando uniti, quel giorno non lo ritroveremmo mai più, separiamoci a tempo, oggi, affinchè il ricordo di esso ci segua come una gioia tranquilla e serena; domani il ricordo potria convertirsi in incubo che ne contristi l’anima e i dì. Incerti del presente, nessuno è padron del futuro: tanto meno gli amanti: perciò sta scritto che gli spergiuri degli amanti sono i soli che gli Dei non puniscono.[212] Non rinunziamo ostinati, in traccia di una gioja che non ritorna a quelle che ne attendono ancora: hai provato le voluttà di una febbre della mente e dei sensi: Glicera, ti restano ancora gioje ignote, che io non posso darti: cerca chi ti dia le gioje del cuore...

Glic. E così, Alcibiade mi lascia! e così Glicera la bella, la invidiata Glicera diverrà domani la favola delle sue compagne e di Atene!

Alcib. Alla buon’ora, per Ercole! L’amor proprio ora parla! La parola ti è sfuggita. Io ne aggiungerò un’altra. Tu eri corteggiata da Carmide, ricco e leggiadro: egli fece per te pazzie d’ogni sorta, e tu, che lo avresti amato s’ei ne avesse fatte un po’ meno, perciò lo respingesti. Ora Carmide s’è accorto dell’errore e si mostra gioviale e guarito: pure, giurerei che del tutto in fondo non l’è: e so che il tuo cuore, benchè occupato dalla gelosia a mio riguardo — il cuore di una fanciulla può abbracciar molte cose! — il tuo cuore è più sensibile alla sua finta indifferenza che non lo fosse alle sue smanie. Ieri l’altro tu gli scrivesti (Glicera fa un gesto vivissimo negativo: Alcibiade tranquillissimo trae un rotolo di sotto la tunica). Il tuo servo infedele credendo ingraziarmisi mi portò la lettera. Te la rendo (altro gesto, come di protesta, di Glicera. Alcibiade la tranquillizza). V’è il suggello ancora. Non la lessi...

Glic. (vivissimamente) Ma potevi leggerla! Ma dovevi leggerla perchè non vi è nulla di quel che credi... e... (esibisce la lettera)

Alcib. (calmissimo) No, no..., nulla io credo: e il ciel mi guardi dal leggere! Conosco Glicera. Oggi ciò (additando la lettera) non è nulla, lo so: ma domani potrebbe essere qualche cosa. Perciò questo, o non mai, è il momento opportuno per finir bene il nostro sogno, prima che il mare e le fortune della guerra ci separino. Oggi te ne duole e ci lasciamo amici. Domani potrebbe esser tardi per me...

Glic. E l’avresti meritato...

Alcib. Ah, per Giove! Tu ragioni! Quando si ragiona, il cuore è in calma, o comincia ad esserlo. Approfittane per dar retta ai consigli di un amico: poi che amico vero io ti sono, e vorrei lasciarti qualcosa che giovasse alla felicità del tuo avvenire. Se quella lettera (additando la lettera che ha consegnato a Glicera e che questa ha in mano) è un passo verso Carmide... dà retta a me: non mandarla... (gesto negativo di Glicera. Alcibiade prosegue istessamente) lascia che io mi allontani, e che, non chiamato, venga egli da te...

Glic. (vivamente) Ma io non lo chiamo affatto!... ma io...

Alcib. (colla massima calma e dolcezza) Meglio! meglio!... ma dà retta a me: non mandarla! affretteresti le cose: e se brami conquista duratura, non precipitar nulla. Carmide è degno del tuo amore: è il giovine che potrà farti durevolmente felice: non abbi però premura di farglielo sapere. Verrà il giorno — e sarà giorno avventuroso — che tu cadrai: perchè anche tu, come dice Omero, non sei fatta nè di quercia, nè di rupe:[213] ma, anche allora — bada a me — calma, calma! Attenta a quel che fai!

Glic. (asciugandosi una lagrima) Così con te lo fossi stata!...

Alcib. (calmissimo) Ti giovi adunque l’esperienza! E amalo, sai, il tuo Carmide: amalo di un amor sincero e fervido: ma vedi di nascondergliene la metà. Tutt’al più, di tratto in tratto, lasciagliene balenare un raggio in tutta la sua vivezza, in tutto il suo ardore: ma che tosto scompaja: e sia quanto basta perchè egli si inebrii di quel che possiede, e indovini confusamente quanto più gli manca a possedere. E sia di te e de’ tuoi vezzi lo stesso che de’ tuoi baci. Lascia sempre un margine nella realtà, perchè la fantasia a sua posta vi lavori. Non occorre che egli sappia tutti i segreti della tua bellezza, nè ch’ei viva sicuro di tutti i tuoi pensieri. Sii economa! sii economa! sempre gli resti da sperar qualche cosa, sempre qualche cosa a temere; perchè timore e speranza sono le due ali d’Amore.[214] Perfino i tuoi baci, — sono dolci i tuoi baci, o Glicera! — ma perciò appunto sian rari; e sempre chiesti; perchè il dolce soverchio sazia presto; e le cose che si hanno senza chiedere, perdono presto di valore.

Glic. Pur troppo lo vedo!

Alcib. (ripetendo la frase di prima colla stessa inflessione dolce, piana e calmissima) Ti giovi l’esperienza! E non essere sempre in pace con lui: una volta almeno la settimana cercagli querela e sta sul tuo: perchè il cuore dell’uomo ha bisogno dei contrasti, e il sole non par mai così bello, come quando ritorna dopo le nuvole della tempesta. — Poi non istargli troppo ai panni: Licurgo, che se ne intendeva, affinchè i mariti amasser le mogli, li obbligò a non trovarsi con esse che molto di rado, e molto alla sfuggita;[215] metti il tuo Carmide a mezzo regime di Licurgo. E sopratutto infine, se la gelosia ti affligge, guardati dal lasciarla apparire: essa è la scopa che spazza l’amore dal cuore dell’uomo: esso lo attira alle infedeltà più che il latte non attiri le mosche.

Glic. Per te ora parli...

Alcib. (sorridendo) Ti giovi l’es...

Glic. (vivissimamente interrompendolo e alzandosi) Basta!...

Alcib. (alzandosi a sua volta) E quando un giorno, mercè questi consigli, ti troverai contenta e felice dello amore del tuo Carmide, cresciuto alla prova degli anni, quel giorno ringrazierai Alcibiade di averti procacciato, tuo malgrado, quelle gioje serene e vere, invece del suo amore malfido e tempestoso; quel giorno, invece di piangere, ringrazierai la fortuna di averlo conosciuto — e riconoscerai che Alcibiade... (fa una breve pausa, le si accosta e le dice all’orecchio con volto sorridente e voce lenta e pianissima, appoggiando sulle parole) fu miglior maestro di Aspasia.

Glic. (asciugando un’ultima lagrima, e traendo un sospiro; poi, riscotendosi risoluta in atto di avviarsi) Addio! (voci dall’interno di convitati che arrivano)

Ant. ed altri (dall’interno) Alcibiade! Dov’è Alcibiade?

Alcib. Vengono i convitati. Leggiadra Glicera, vuoi restare con me, e, come due buoni amici che si lasciano, suggellar meco la pace fra i calici?

Glic. (vivamente) Io?... Oh Alcibiade! tu sei maestro erudito, e dopo aver distribuito la sapienza, ti svaghi subito col bicchiere; ma io sono una povera scolara (con accento ironico pronunciato) e ho bisogno di raccogliermi, per meditare sui profondi insegnamenti! Vedo le ghirlande pronte: ma se sono una vittima, non è almeno in tua casa che mi lascerò incoronare di fiori!... Addio!...

Alcib. Parti? ove vai?

Glic. Ove Amore sia meno erudito, meno esperto; s’intenda un po’ meno di proverbj sapienti, e più si inebrj di ignoranze divine; meno precetti di Licurgo abbia in mente, e in cuore più virtù; dove Amore sia meno ambizioso di far invidia ne’ sogni agli Dei, e sia nelle veglie più umano; meno prodigo di consigli e più leale... (gesto di Alcibiade che vorrebbe rispondere: Glicera rincalzando non glie ne dà il tempo) meno poeta e più generoso!... (Alcibiade rimane tra interdetto e confuso, mentre Glicera esce).

SCENA II. ALCIBIADE solo; poi subito ANTIOCO, TRASILLO, altri convitati, indi CIMOTO.

Alcib. (solo, appena uscita Glicera) Povera fanciulla! Perchè urtar nella ruota del destin di Alcibiade? Meritavi di meglio!... (va incontro ai convitati che entrano)

Ant. (entrando, ad Alcibiade) Fummo puntuali?

Alcib. Grazie; grazie, amici. Mi è caro rivedervi e celebrare con voi l’ultima orgia in Atene. Fra dodici giorni, ai 9 di Munichione entrante,[216] si salpa per la Sicilia. Il tempo necessario per la rassegna delle milizie e per gli ultimi preparativi della flotta. Perciò — da domani — vita nuova. Il buontempone bisogna lasci il posto al capitano. N’è vero, Antioco, mio compagno d’armi?

Ant. Certamente.

Alcib. Sia dunque viva e romorosa di queste ore la gioja — e che Venere e Lièo le rallegrino de’ loro sorrisi, come se fosser l’ultime del viver nostro. Perchè posa il futuro sulle ginocchia dei Numi:[217] e non sappiamo se e quando ci sarà dato celebrare un’orgia simile al nostro ritorno... Ma Socrate non è con voi?

Tras. Lo incontrammo nel Pecile,[218] mentre avviavasi a casa... E lo chiamammo che a noi s’accompagnasse... Non volle...

Alcib. (serio, e un po’ triste) Socrate disapprova l’impresa... Prevedevo che non sarebbe venuto. E me ne duole...

Cim. (entrando) Vengo io per Socrate![219]

Ant. Oh! Cimoto il parassita! Chi t’ha invitato?

Cim. (con sussiego) Dice il poeta: Vien da sè Menelao.

Ant. Ma non piacque ad Agamennone.[220]

Cim. Piaccio a mia moglie — e basta. N’è vero, Alcibiade, che Socrate ed io... è lo stesso?

Alcib. Sii il ben venuto, Cimoto, benchè non sia precisamente lo stesso...

Cim. Oh, ma tra noi filosofi ci facciam procura.

Alcib. Tu filosofo?

Cim. Certo. E ho sciolto un gran problema: il problema della vita.

Alcib. (sorridendo) Ah, intendo!

Cim. I miei complimenti, Alcibiade! Il fumo della tua cucina[221] lo si vede da porta Dipila[222] e m’ha fatto correre qui: già il fumo cerca i più belli.[223] Alla distanza poi di mezzo stadio manda una fragranza di anguille di Copaide, di raie arrostite e di beccaccie e di uccelli del Fasi[224] (annasando fortemente) che è una consolazione. C’è da far risuscitare tutti i morti gloriosi che dormono al Cerámico...[225]

Ant. (ridendo) Dove tu non dormirai...

Cim. Vi rinunzio!... Uh! uh! che fragranza! (gira intorno per la stanza annasando)

SCENA III. Detti, BACCHIDE, LAISCA, EUFROSINE.

Bacch. (dall’interno con voce gaja, festosa)

«Viva Bacco, dei cori festanti

«E dei balli e dei carmi l’autor!»

Ant. Oh, l’allegra Bacchide!

Bacch. (proseguendo dall’interno e avvicinandosi)

«Qua le tazze! di Bacco si canti,

«Il compagno di Venere e Amor!»[226]

Salve Alcibiade! (entra)

Alcib. (movendole incontro) E che Venere e Bacco dunque ti guardino! Sempre allegra la nostra Bacchide!

Bacch. Dovrei piangere? per far rider le Parche?

(Gli altri convitati circondano Bacchide, e s’intrattengono a discorrer vivamente con lei, mentre entrano Laisca ed Eufrosine; a cui Alcibiade va incontro)

Alcib. Gentile Laisca, bionda Eufrosine, e a voi pure Venere arrida, poi che consentiste ad onorare quest’ultimo simposio d’Alcibiade...

Laisca. I tuoi simposj sono una festa per noi. Atene sarà morta senza di te.

Alcib. (galante) Oh, no... finchè le Grazie vi abbiano dimora. (accennando a lei e alle compagne)

Eufr. Temevamo esser venute in ritardo.

Alcib. Ed io temevo che l’amabile Eufrosine non venisse...

Eufr. Oh, Eufrosine non serba rancori!... Ho sentito di Glicera... l’hai già abbandonata anche lei?!

Alcib. (E perciò non mi serba rancore. Carità femminina!)

Eufr. (insistente) Confessalo!... l’hai già abbandonata?...

Alcib. Sì. Ci siamo amati troppo e troppo in fretta. Al contrario di noi mortali, l’Amore — che è un Dio — per rinforzarsi ha bisogno del digiuno. Un altro sogno che se n’è andato! La mia anima sorella non l’ho trovata ancora!...

Eufr. E vuoi durare un pezzo a trovarla, mariuolo!... Povera Glicera! glie l’avevo predetto!...

Alcib. (vivamente) Oh, ma le fui fedele tutto un mese!...

Eufr. Molto infatti!

Alcib. Eh! il giorno che gli Dei han voluto dare la fedeltà al cuor d’Alcibiade, glie l’hanno data così! (si stringono la mano)

Bacch. Oh, sai, Alcibiade!... A momenti verrà Timandra.

Alcib. (vivamente) Verrà? verrà?

Bacch. Me lo ha promesso. Su le prime, quando le ho fatto l’invito a tuo nome, non voleva accettare.

Alcib. Perchè?

Bacch. Perchè la ti conosce appena, non ti ha parlato che una volta o due in casa mia, e assai di rado ella accetta inviti. Non è una etéra come le altre Timandra! Ha un cuor d’oro, ma le abitudini aristocratiche. Quelle volte che vado io da lei, o vien ella da me, formiamo il pajo più bizzarro a immaginarsi. Io allegra e vispa come un cardellino sul ramo; lei pensierosa che pare mediti le dottrine di Eràclito il tenebroso;[227] io alla buona con tutti, lei contegnosa come una regina. Poi, un carattere!... di que’ caratteri risoluti con cui non si scherza! Mah, che cuore! Per questo la si fa voler bene... Oh, ma sai che sul tuo conto le debbono aver dato informazioni non troppo buone?

Alcib. (scherzoso) Davvero? possibile?

Bacch. (maliziosa) E ci sono anche persone le quali pretendono che non le sieno tutte calunnie...

Alcib. (sempre scherzoso) Calunnie! Calunnie!

Bacch. Fra le quali c’è anche una certa piccola Bacchide...

Alcib. (c. s.) Tu?!... ma come dunque...?...

Bacch. Ma la piccola Bacchide è buona, e senza che tu lo meriti troppo, ti ha difeso; e gliene ha dette tante e poi tante in favor tuo, che, se questa volta non l’ha fatta innamorare, giuro alla regina Venere[228] che non è sua colpa... Basta! a furia di dirne la ho indotta finalmente a venire...

Alcib. (complimentoso a Bacchide) Venere forma oratori più facondi di Nestore di Pilo...[229]

Bacch. Oh, parmi aver udito la sua voce... (guardando verso l’interno della scena, poi correndo incontro a Timand.) È lei!!! è lei! Vieni, vieni, Timandra!

SCENA IV. Detti, e TIMANDRA.[230]

Eufr. e convitati. Viva Timandra!

Bacch. (a Timand. presentandole Alcib.) Ti presento quel buon soggetto del quale abbiamo discorso.

Timand. (cortese ad Alcib.) Alcibiade, tu hai degli avvocati molto eloquenti...

Alcib. E verso i quali (accennando Bacchide) non potrò mai sdebitarmi quanto basti, poi che a tanta eloquenza debbo la fortuna di veder l’inclita Timandra entro le soglie dei penati miei... Alcibiade segnerà questo giorno tra i felici, e fra tutti i presagi terrà questo il più fausto alle sue armi...

Timand. Il tuo valore, Alcibiade, e l’amor della gloria, che solo crea le forti imprese, ti saranno il miglior de’ presagi. Quando parti?

Alcib. Fra dodici dì, col primo soffiar delle Etesie.[231]

Bacch. Così presto?

Alcib. (ai servi) Su, su, ragazzi, servite le mense! (i servi portano le mense innanzi ai letti, una per ciascun letto, e sciolgono quindi le calzature ai convitati che sovra i letti si adagiano — circolano le vivande — Alcibiade con Timandra, seco discorrendo, va a prender posto ad uno dei letti, il primo a destra[232])

Bacch. (dal suo letto ad alta voce) Per le due Dee![233] tu fai male, Alcibiade, a lasciarci! Che mai ti venne in mente di andar in Sicilia, ad una guerra così lontana?!...

Timand. Sarà sempre men trista delle guerre che insanguinan la Grecia. Tutti di un solo sangue, in Olimpia e a Delfo spargiamo di un solo vaso d’acqua lustrale gli altari; intanto a Delfo si ostentano i trofei de’ Greci che si scannan fra loro:[234] e i nomi delle stragi fraterne vi sono scritti col sangue di un milione di Greci: e il Dio siede in mezzo ai nostri furori. (con voce mestissima)[235]

Alcib. Lode ai Numi, s’io dunque, veleggiando per la Sicilia, recherò i voti della bella Timandra con me...

Cim. (ad uno dei servi che portano intorno le vivande) Ehi là, amico!

Servo. Che c’è?

Cim. Questa è la parte di Prometeo![236] (mostrando il contenuto del suo piatto) Tutti ossi m’hai dato!...

Servo. Ma è migliore la carne vicina all’osso...[237]

Cim. Sarà benissimo; ma pesa troppo. Già che è la migliore, mangiala tu per me. Guarda, io son discreto: m’accontento di questa... (gli invola rapidamente dal piatto un grosso pezzo di carne, rimettendovi gli ossi).

Servo. Che fai? Dà qua subito, furfante... quella è la parte mia...

Cim. No, no, per Mercurio! non far complimenti... Tienla per te, quella lì è la migliore... Mangiala, mangiala per amor mio! (si tira il piatto dinanzi e manda via il servo, che parte minacciandolo coi gesti)

Eufr. (dal suo posto chiamando) Alcibiade!

Alcib. (dal suo letto, interrompendo il discorrere con Timandra) Eufrosine!

Eufr. Per le Grazie te ne prego,[238] fa tacere questo nojoso di Trasillo! (additando il convitato che gli giace accanto) Egli mi parla sospirando come un mantice da fucina e mi minaccia della vendetta di Venere,[239] perchè non do ascolto a’ suoi sospiri. Se di sospiri potesse vivere una fanciulla, e s’ei tenessero posto delle miniere del Laurio... costui m’avrebbe fatto la più ricca di quante etére sono in Atene.[240]

Alcib. (scherzevole) Trasillo! Trasillo! tu pigli una via troppo lunga per riuscire con la vaga Eufrosine!

Eufr. E non sa promettermi che serti di fiori come se anticipasse gli onori al sepolcro di un morto.[241] Ma digli un po’ se si ricorda di aver giurato regalarmi[242] per le feste degli Alòi[243] un bel monile d’oro, e una veste cimbérica collo strascico e una tunica color di croco?[244]

Alcib. Il fulgor de’ tuoi occhi e il troppo amore, vezzosa Venere bisbigliante,[245] fan perder la memoria...

Eufr. Meglio adunque che mi amasse un po’ meno!... Ma anche de’ giuramenti è lecito dimenticarsi?... Vedi!? a ciò non risponde...

Cim. Risponderò io per lui, col tragico Euripide: «Giurò la lingua... non la mente giurò.»[246]

Eufr. Ti pigli il malanno... te... ed Euripide!

Bacch. Chi, chi, ha osato nominar Euripide?

Eufr. Cimoto!

Cim. E che male c’è? Povero Euripide! Gli voglio bene io! Gran poeta! Gran concetti!

Uom ricco, il qual non tenga in compagnia

A mangiar gratis tre persone almeno,

In eterno perisca, e mai non sia

Che ricompaja della patria in seno![247]

Che versi! che potenza! che versi! (parla mangiando avidamente)

Bacch. Pregherò (a Cim.) i corvi che ti mangino,[248] se nomini ancora quel perfido diffamator delle donne![249]

Cim. Uh! uh! che collera! lo tratti ben male!

Bacch. Ma sì, per le Tesmòfore![250] difendilo anche se hai coraggio!

Cim. Che cosa ha scritto poi, in fin dei conti, delle donne?! Che sono bugiarde, adultere, lascive, traditrici, pettegole, in cui non c’è nulla di sano, grande sventura per gli uomini, maestre di iniquità, vipere, peste delle case...[251] Che Giove mi fulmini se in tutte le sue tragedie ha detto una sola parola di più!

Bacch. E ch’io non offra mai più colombe ad Afrodite, se non ti cavo gli occhi, brutto muso!... (alzandosi minacciosa contro Cimoto che fa atto di scappare)

Alcib. (trattenendola) Pace, pace! bellissima Bacchide! E tu, Cimoto, non seguir più oltre, che hai torto. Euripide sulle donne ne ha dette dell’altre. Fu lui ad insegnare agli uomini il segreto per renderle fedeli:... non uscire il giorno di casa, senza averle chiuse sotto chiave; far cambiare di spesso le serrature agli usci, e tener cani molossi di guardia per la notte...[252]

Bacch. Quel figlio di un’erbivendola![253] Abbasso Euripide!

Laisca. Sì, sì, abbasso Euripide!

Eufr. E le Euménidi furenti se lo portin via...

Alcib. No, no... lasciam le Euménidi: poichè elle non amano il vino;[254] e non si parli altro di Euripide, infelicissimo già tra i poeti: poichè essere in odio alle Grazie è ben peggio che aver le Furie nemiche. Pure, non toccherebbe alle Cariti pigliarsela coi figli delle Muse...

Bacch. Già!... per l’aurea Venere![255] li rispetti molto tu i figli delle Muse!... tu che, l’anno scorso, hai fatto fischiare Aristofane...[256]

Eufr. E hai bastonato Taurea che guidava il coro nelle Nubi...[257]

Timand. (seria) Vero, Alcibiade?

Alcib. (vivamente) Oh, non fu odio all’artista! fu ira del veder posto Socrate in burla! Atene non sa chi sia Socrate; ma il pessimo, l’insolente Alcibiade non mai soffrirà che in sua presenza s’insulti colui che i Numi a ragion proclamarono il miglior dei mortali...[258]

Bacch. Ah, dunque Socrate ti preme più di noi...

Alcib. (sorridente, appoggiando sulla parola) Forse!...[259] Però Evio Bacco, guidatore dei cori notturni,[260] preservi in teatro i poeti da altre disgrazie, così come io qui giuro, per il giuramento grande degli Dei,[261] che Alcibiade d’ora innanzi non batterà più nessuno, fuorchè i nemici in guerra...

Bacch. No! per Aglauro![262] Ajutami a batter costui, che dice d’amarmi e fa gli occhietti ad Eufrosine... (additando il compagno che le sta al fianco e che le parla calorosamente)

Alcib. Tu scherzi, vezzosa Bacchide! unghie di donna non abbisognan di ajuti. Men terribili di esse le lancie di Ettore e del Pelìde. Ma io m’accontento della gloria degli eroi di Omero... (con esclamazione repentina di entusiasmo volgendosi a Timandra) Oh Timandra! gli eroi d’Omero!...[263] Ettore furibondo che insegue Diomede e gli Achei... Quello, quello (con forza) è il mio sogno!... (recita con enfasi i versi di Omero, cercando ritornarseli a memoria)

«Ettór venia fra i primi, e gli occhi truci

«Mettean lampi e paura. E come veltro

«Terribile, se insegua velocissimo

«Lion fuggente od ispido cignale,

«A tergo il morde, e ogni sua mossa spia,

«Or le cluni addentando, ora la coscia:

«Così innanzi si caccia Ettore i capo —

«Chiomati Achei, sugli ultimi piombando...[264]

e... e... (s’arresta sospeso, come frugando nella memoria)

Timand. (vivissima) Prosegui!

Alcib. Maledizione! non mi ricordo più... (impazientandosi si volge agli astanti) Chi ha un Omero? chi mi dà un Omero...

Ant. I grammatici che han scuola qui rimpetto lo avranno...

Alcib. Chiamali!

Ant. Oh, eccoli là sulla porta!... Ehi là! Grillione! (chiamando verso l’ingresso) Vengono correndo! (intanto Alcibiade passeggia vivamente su e giù per la sala masticando parole, — gli altri seguitano a discorrere)

SCENA V. Detti, e due GRAMMATICI.

1.º Gramm. Salve, figlio di Clinia!

Alcib. (secco, impaziente) Hai un Omero? Dallo qua...

1.º Gramm. Oh mi rincresce, Alcibiade, non ne ho.[265]

Alcib. (battendolo) Non hai Omero, e fai il maestro?

1.º Gramm. (dibattendosi) Ahi! ahi!

2.º Gramm. Io l’ho! io l’ho![266] (interponendosi) Calmati, Alcibiade!... Eccolo... (gli dà un rotolo)

Alcib. Ah! (calmandosi lascia andare il primo maestro che si tasta indolenzito la persona; strappa bruscamente di mano al secondo il rotolo, lo spiega, lo sfoglia e a un tratto s’arresta) Che cosa sono queste cancellature e queste note in margine?...

2.º Gramm. (sporgendo dietro di lui il capo e gettando l’occhio sulle carte con aria di sussiego e compiacenza) Ah! sono passi di Omero che ho corretto e migliorato. Là in margine vedrai le note per dimostrare i miglioramenti fatti... Già, quel buon Omero qualche volta è un po’ barbaro...

Alcib. (guardandolo fra sorpreso e sardonico) Ah!

2.º Gramm. Per esempio, quel passo dove Ettore si distacca da Andrómaca alle porte Scee, e dopo aver baciato il pargoletto Astianatte, lo restituisce alla sposa:

Ciò detto, pose in braccio alla diletta

Consorte il bimbo; ella il raccolse al seno,

E lagrimosamente sorridea.[267]

Ma ti pare! È un controsenso! O piangere o ridere! Per essere più sicuro, io non l’ho fatta nè ridere nè piangere: e ho tagliato il passo. «Ciò detto, andò via.» Eh? (con aria di soddisfazione prosuntuosa)

Alcib. E lo reciterai così corretto nelle feste Panatenee?[268]

2.º Gramm. Sicuro.

Alcib. (velatamente ironico) E Atene non ti ha ancor dato, a te che correggi Omero, nessun ramo d’ulivo,[269] nessuna ricompensa?

2.º Gramm. Finora nessuna...

Alcib. È la sorte del genio! E ridi? (sospirando e guardando con aria benevola il maestro, che ingannato sulla intenzione di lui, sorride di compiacenza) Allora... piglia questa! sfacciato! (Gli assesta un pajo di pugni)

2.º Gramm. Ajuto! ohimè!

Convitati. (ridendo) Ah! ah!

Ant. Che fai, Alcibiade? (trattenendolo)

Alcib. Vendico Omero! (i due maestri spaventati sono scappati via) — e mostro a costui che si può ridere e piangere insieme.

Timand. (alzandosi e accostandosi calma e seria ad Alcibiade) Alcibiade?! (Alcibiade la guarda con aria interrogativa) Tu hai fatto scrivere sulla colonna che gli Spartani violano i giuramenti...[270] Ma gli eroi d’Omero li rispettavano! La tua azione è da spergiuro.

Alcib. (risentito) Timandra!

Timand. Gli eroi d’Omero non inveivano contro i deboli. La tua azione non è da uomo prode... (esclamazione di risentimento di Alcibiade; ma la fermezza severa di Timandra lo domina: Timandra gli si accosta e gli parla a voce più bassa e risoluta) Per gli Dei! Ritorna Alcibiade! (fa cenno ella stessa ad un servo, senza attendere la risposta di Alcibiade) Richiama quei due! (al servo)... Non abbiate paura!... (ai due maestri che rientrano paurosi, spingendosi innanzi a vicenda e cercando appiattarsi l’un dietro l’altro) Alcibiade vuol dirvi qualcosa (guarda fisso Alcibiade, che l’ha lasciata fare, restando silenzioso e immobile)

Alcib. (riscotendosi) Infatti! Passate dal mio maggiordomo.[271] Vi darà duecento dramme a testa...

Cim. (interloquendo comicamente serio...) Per farvi raggiustar le ossa...

Alcib. (con un’occhiata minacciosa lo fa tacere...) Perchè vi comperiate un Omero per ciascuno...

I due Gramm. (vivissimamente) Oh grazie...

Alcib. (imperiosissimo interrompendoli) Silenzio!... (i maestri s’avviano ad uscire, Alcibiade li richiama della voce) Ehi! (i maestri tornano indietro: Alcibiade soggiunge con voce imperiosa, rivolto al correttor di Omero, che precede il suo compagno) Senza note!

2.º Gramm. (si inchina vivamente, e gesticola in segno di promessa e d’obbedienza: poi nell’andarsene dà sulla voce all’altro maestro che è già per uscir dalla porta, facendogli la girata del comando di Alcibiade) Ehi! (l’altro maestro si volge alla chiamata) Senza note! (esce col compagno)

SCENA VI. Detti, meno i GRAMMATICI.

Alcib. (si volge a Timandra e le stringe cordialmente la mano) Grazie, Timandra!... (fra sè) (Strana donna! È curioso! Mi par di subire un fascino che non ho subito mai!...) (Odesi in questo punto uno squillo di tromba dallo interno della scena)

Ant. Alcibiade! la tromba! a momenti è l’ora della rassegna delle milizie[272] nel Liceo![273]

Alcib. Or su dunque, l’ultimo calice! poichè stiam per separarci e laggiù forse ne aspetta la Parca di lunghi sonni apportatrice.[274] Si colmino le tazze, e giri nel calice dell’amicizia[275] il vino puro,[276] la ricompensa che il buon Genio ne dà...[277]

Ant. Che il marino Nettuno[278] propizii alle triremi dia i venti ed i flutti...

Bacch. E ricco di spoglie e di allori ti riconduca al Pireo! (Un dei servi reca un cratere d’oro da cui versa per una canna d’argento il vin puro. Entran due giovinette suonatrici di flauto e di cetra inghirlandate. Intanto altri servi portano via le tavole, recano ai convitati le corone di rose e di mirto,[279] dan l’acqua alle mani, spargon di fiori e di unguenti il suolo. Portano quindi in mezzo la seconda mensa su cui vien posto il cratere del vino)[280]

Alcib. Al buon Genio![281] (Alcibiade fa questa libazione, dopo aver versato una parte del licore a terra; bevuto, passa il calice a Timandra, e via di seguito in giro)

Cim. (quando il calice è giunto a lui) Al ritorno di Alcibiade! Che Giove salvatore[282] lo protegga e gli dia gli anni della fenice,[283] per amor di Cimoto il parassita, il quale al suo ritorno vuol bere ancora un po’ di questo vino di Chio![284]

Alcib. (d’un tratto volgendosi all’udir Cimoto) Cimoto! in Sicilia ve n’è del migliore...

Cim. (sospirando) Lo so.

Alcib. E dicono che le torte di Sicilia, inventate da Gelone,[285] sono squisite...

Cim. (mandando di nuovo un sospirone) Infatti, me l’hanno detto... E... (s’arresta, come chi vorrebbe domandar peritante qualche cosa)

Alcib. Che cosa?

Cim. E... a che distanza tirano gli archi dei Siracusani?

Alcib. A uno stadio.[286]

Cim. Per cui... (con gesto e volto maliziosamente interrogativo)... a uno stadio e mezzo... (Alcibiade lo guarda sorridente)... due al più...?

Alcib. Fa conto! (Cimoto si allontana correndo per uscire)

Bacch. Oh, Cimoto! dove corri?

Cim. Al Liceo, alla rassegna delle milizie.

Bacch. Tu? e quando ci vediamo?

Cim. (con gravità comica) Quando?... quando avremo conquistata la Sicilia!... (esce con passo e portamento comicamente marziale)

SCENA VII. Detti, meno CIMOTO.

Alcib. (sorridente) Ecco un eroe!

Eufr. Ora Alcibiade, devi compiere il rito. Su, su, la canzone del convito![287]

Bacch. La canzone di Bacco! la canzon delle etére!

Timand. No! quella di Armodio! la canzon degli eroi!

Alcib. A me il ramo di mirto![288] (tiene il ramo di mirto nell’una mano, mentre declama l’Armodio)