NOTE:
1. Il P. Theiner occupa tre volumi in-folio sol per narrare di questo pontificato.
2. De Thou, L. LXXIX.
3. Nel carteggio de' Medici a Firenze, filza 255, si vede quanto fosse approvata e festeggiata l'elezione del cardinal Montalto.
4. Vedi sopra a pag. 386 il volume precedente. Anche il marchese Muti scriveva al duca di Savoja che, mentre Sisto V era malato, gli comparve in camera un frate vestito di bianco, ch'era il diavolo, e gli rammentò come fosse scaduto il tempo pattuito, e bisognava andarsene con lui: che il papa non volle confessarsi: e morto che fu, un uccellaccio volò attorno alla sua finestra, e il cielo da sereno si fe bujo; scoppiarono fulmini, e uno colpì lo stemma papale sul ghetto degli Ebrei.
E sopra relazioni siffatte tessono le loro storie l'arguto Petrucelli ed altri.
Vedasi J. Lorentz, Sixtus V und seine Zeit. Magonza 1832.
5. Questa ottenne a suo zio Antonio l'abazia di Fleury, il vescovado d'Orleans, il cappello rosso, l'arcivescovado di Tolosa: a Carlo suo fratello l'abazia di Bourgueil e il vescovado di Condom; a Francesco altro fratello l'abazia di San Cornelio di Compiègne e il vescovado di Amiens; all'altro di nome Guglielmo il vescovado di Pamiers; due sorelle furono abadesse l'una a Maubuisson; l'altra a San Paolo in Beauvoisis.
6. Brantome, suo nimicissimo, non ne intacca la costumatezza. Enrico IV, pur suo nemico, diceva al presidente Claudio Groulard: «Affedidio, cosa poteva fare una povera donna, rimasta vedova con cinque figliuoli sulle braccia e le due famiglie di Navarra e di Guisa anelanti alla corona? Strane parti doveva ella sostenere per ingannar gli uni e gli altri, eppure salvar, come fece, i suoi figliuoli, che regnarono successivamente per la savia condotta di donna tanto accorta. Mi meraviglio che non abbia fatto di peggio». Mém. de Groulard, nel vol. II della collezione di Petitot, pag. 384.
7. Discorsi, lib. II, c. 13.
8. Il 7 gennajo 1559 da Blois Niccolò Capponi, per man del Tornabuoni ambasciador fiorentino, mandava al granduca notizie di Francia, soprattutto lagnandosi che molti colà sostenessero allora le dottrine luterane, mentre a Ginevra le calviniche; e si leggessero i libri di Melantone e «di Pietro Martire fiorentino che ne tengono conto»; cerca si dissuada il papa dal fare il Concilio, asserendo che «se si vien al Concilio, al certo hanno ragione, perchè si fonderanno in su una cosa ove si fonda la Chiesa romana anche lei; e se vengono alle mani, la risoluzione sarà che o non si farà nulla o con poca reputazione».
9. Haag, France protestante, al nome. Il cardinale Commendone al cardinale Borromeo scriveva nel dicembre del 1561. «Del vescovo di Troye in Campagne mi hanno detto per cosa certa come, già pochi giorni, egli ha solennemente renunziato il vescovado e l'Ordine, e presa manuum impositionem dalli ministri calviniani con queste solenni parole: Abrenuntio manuum impositionem papisticæ sathanicæ: e che avea voluto predicare nella chiesa di San Giovanni di Troye come ministro calviniano; ma che gli fu proibito dal conte d'Eo governatore della provincia, per paura che non si levasse tumulto nella città. Questo vescovo, ora ministro del demonio, fu figliuolo del principe di Melfi, fuoruscito di Napoli, di casa Caracciolo, stato soldato, frate, abbate, vescovo; e nel 1556 fu a Roma, dove fu accusato d'eresia, e che avesse, come veramente aveva, contaminato lui stesso gran parte della sua diocesi. Ora dicono ch'egli è in Parigi con gli altri ministri: dove vivono con somma licenza, poichè già si predica in più case dentro della città..... e con tanta insolenza che, già pochi dì, sonandosi le campane di San Medardo, dove vicino abita il Beza, egli mandò a comandare che non si sonasse, e non volendo colui che sonava obbedire, fu ammazzato insieme con altri preti». Nell'Archivio Vaticano.
10. Si dice che i Riformati fossero due milioni. Sarebbero il sesto della popolazione, giacchè il primo censimento, fatto il 1702, dopo tante annessioni, diede 19 milioni d'abitanti: nè poteano esser più di 12 milioni al tempo della Riforma. Eran però pensatori e proprietarj, sicchè quella era veramente una rivolta politica contro la monarchia.
11. Di Caterina stavano molto in sospetto i Cattolici; e il cardinale Commendone ai 12 ottobre 1561 scriveva al cardinale Borromeo: «Monsignor di Granuela....... m'ha detto come la regina non vuole udir consiglio, nè conoscere il pericolo nel quale si ritrova, nè ammettere l'offerte del re cattolico e delli duchi di Savoja e di Lorena a stabilimento suo e de' figliuoli, e che ogni dì va perdendo autorità, ed all'incontro la casa di Vendome l'acquista..... Appresso mi ha detto che frà Pietro Martire (Vermiglio) ha di continuo adito aperto alla regina, e sebbene non dubita della buona mente di S. M., teme nondimeno ciò portare gran pregiudizio alla causa, sgomentando li Cattolici, e dando ardire agli Eretici. Similmente ha mostrato maraviglia e dispiacere assai che il reverendo legato (il cardinale di Ferrara) dimostri molta amorevolezza e confidenza con la casa di Vendome, usando molti rispetti verso gli eretici». Arch. Vaticano.
In una relazione di Francia al duca di Toscana 13 maggio 1563, filza 4012, dopo la pace, si scrive:
«Il cardinale privato di Sciattliglion avea scritto alla regina che saria andato presto a trovare sua maestà e saria andato in abito di gentiluomo e cavaliero, avendo lasciato la impurità della veste romana, per dir quelle parole ch'egli temerariamente e insolentemente usa».
Tra i famigliari di Caterina de' Medici fu Giacomo Corbinelli, d'illustre famiglia fiorentina e di bella coltura, e che pel primo pubblicò il libro di Dante del Vulgare Eloquio. Lo storico De Thou dice di lui: «Non sapevasi di qual religione fosse: era d'una religione politica alla fiorentina, ma era uomo di buoni costumi».
Cosmo Ruggeri fiorentino s'introdusse alla Corte di Caterina de' Medici; e pien di talento e di sfacciataggine, ottenne onori e soldi. Tirò l'oroscopo de' signori della Corte: cominciò a far almanacchi ogni anno, sparsi di sentenze d'autori latini. Venuto in fin di morte, ed esortato a pensar a Dio, prese in burla il curato e i Cappuccini, protestando aver sempre creduto non v'abbia altro Dio se non i re e principi che possono farci del bene, nè altri diavoli sè non i nemici che ci tormentano in questo mondo. Morto in tali sentimenti, il suo cadavere fu strascinato ove si sepelliscono le bestie. Molto s'applicò alla magia, fu accusato di sortilegj contro Carlo IX ed Enrico IV.
12. A proposito di martiri d'eretici va citata un'opera di Feliciano Niguarda, oratore nel Concilio di Trento, poi vescovo di Como, Assertio fidei catholicæ adversus articulos utriusque confessionis fidei Annæ Burgensis juris doctoris, et in academia aurelianensi olim professoris, ac postremo parlamenti parisini senatoris: quam ipse eidem parlamento obtulit cum, propter hæresim diu in carcere inclusus, paucis post diebus ad supplicium esset deducendus: nec non adversus pleraque id genus alia. Præterea contra ejusdem mortis historiam, quæ martyrium inscribitur, Lutetiæ editum; deque hæreticorum miraculis specialis additur articulus. Venezia 1563.
13. Lettera del 6 ottobre 1570 a Nofri Camajani ambasciadore a Roma, nell'Archivio centrale di Firenze, Carteggio di Roma, app. LXXXII.
Delle cose di Francia abbiam parlato nel vol. II, pag. 408.
14. Sull'assassinio politico abbiam noi raccolto bizzarre particolarità, e pubblicate nelle Spigolature degli archivj di Firenze.
15. Il 27 giugno 1566 Pio V scriveva a Caterina lamentandosi che, sotto il nome della pace, crescesse di tanto l'ardire de' Riformati, e da ciò prendesser ansa anche altri. Non est quod quisquam istos Dei et vestros rebelles atque hostes patiendo, tollerando, dissimulando ad sanitatem redituros esse speret; et nescio quam temporis maturitatem expectandam censeat, et illo pacificationis edicto paci regni consuli existimet. Crescit eorum in dies furor, augetur animus; quo lenius cum illis agitur, eo magis eorum corroboratur audacia. Non solum matris Ecclesiæ obedientiam abjecerunt, sed in primis regiæ potestatis jugum excutere, et legum ac judiciorum metu abjecto, se se in libertatem asserere et rapinarum sacrilegiorum, scelerum et flagitiorum omnium licentiam assequi student. Quo circa majestatem tuam hortamur, monemus et per omnipotentem Deum obstestamur ut, cum videat jam nihil cunctando et patiendo perfici, tantum incendium, antequam latius serpeat, extinguere conetur: si enim hæreticorum sectas alias ex aliis in isto regno in dies exoriri, et multiplicari permiserit, tum volet illud extinguere cum minime poterit. Utinam non eveniant ea quæ eventura prædicimus!
16. Sermoni del Panigarola, Parigi 1599, in 8º, p. 318.
Oltre i già conosciuti documenti, fu ultimamente dal Theiner Ann. Eccles. pubblicata la corrispondenza del nunzio Salviati, che conferma viepiù quel che Ranke, Raumer, Mackintosch ed altri protestanti sostennero, essere quello un delitto politico, non un delitto religioso. Vivissima era l'ira del duca di Guisa contro l'ammiraglio Coligny, cui attribuiva l'assassinio di suo padre. Coligny entrò in Parigi alla testa di trecento gentiluomini, quando trattavasi del matrimonio di Enrico di Navarra con Margherita di Valois: e acquistò le buone grazie di Carlo IX, che così parea sottrarsi alla dipendenza di Caterina de' Medici e del duca d'Anjou, e che forse andava a romper guerra a Filippo II per cacciarlo dai Paesi Bassi. Ciò spiaceva immensamente a quei due, onde risolsero di uccider l'ammiraglio, ispirati anche da Filippo II. Per l'uccisione di lui avvenne il massacro.
Il nunzio Salviati sapea solo che si attentava alla vita del Coligny: nel riferire il fatto dice: «Quand'io scriveva i giorni passati che l'ammiraglio procedeva troppo, e gli si darebbe sulle mani, ero convinto che non si voleva più sopportarlo: ero confermato in tal opinione quando scrissi che speravo dar ben presto a sua santità qualche buona notizia, ma non credevo alla decima parte di quel che ora vedo co' miei occhi... Se l'ammiraglio fosse morto del colpo d'archibugio che gli fu tirato, non credo sarebbero perite tante persone». (Lett. 24 agosto).
Carlo IX avea prevenuto il Salviati, spedendo assicurare il papa che il fatto riuscirebbe a pro della religione; ma in quel momento di stupore, le spiegazioni che gli stessi reali ne diedero eran differenti, secondo le persone e le circostanze. In fatto, messo mano a un primo delitto, i soliti ladri e assassini che compajono in ogni rivoluzione ne profittarono; si disse che uccideano gli Ugonotti perchè questi aveano tramato d'uccidere i Cattolici: Caterina fu contenta di poter palliare sotto un delitto universale il delitto particolare. «Quelli che si vantano d'aver colpito l'ammiraglio son tanti, che piazza Navona non basterebbe a capirli (dice lo spaccio 22 settembre)..... Tutto quanto scrissi riguardo all'ammiraglio si conferma. La reggente lo fece colpire senza che il re lo sapesse, ma con partecipazione del duca d'Anjou, della signora di Nemours e del duca di Guisa. Se Coligny fosse morto al primo colpo, gli altri non sarieno stati trucidati. Ma sopravvivendo alle ferite, gli autori dell'attentato temettero che il delitto fallito non attirasse maggiori pericoli, e s'intesero col re, e risolsero di buttar ogni vergogna, e sterminare quei del suo partito».
L'Adriani, nella Storia Fiorentina, e il Davila Guerre Civili, asseriscono un concerto fra il re di Francia e quello di Spagna, fatto a Bajonna. Questa asserzione adottata dagli storici più letti, è vittoriosamente confutata dai documenti. Ponno vedersi l'italiano Alberi, Vita di Caterina De Medici, e il tedesco G. Goldan, La Francia e la San Bartolomeo; ed, oltre quel che ne abbiamo noi recato nella Storia Universale, libro XV, una pienissima dissertazione di Giorgio Gandy nella Revue des questions historiques, vol. I, pag. 1866.
Un autore tedesco prese a dimostrare che fu un'ordita di Caterina col re di Navarra per distruggere i Cattolici. W. von Schuz Die aufgehelte Bartolomæusnacht. Lipsia 1845. Non dico che abbia ragione, dico che anche questo punto fu sostenuto con buone ragioni.
Da Bossuet gli accusatori copiarono che il legato pontifizio venne a Parigi a congratularsi con Carlo IX d'«un'esecuzione lungamente e saviamente meditata». Ma Bossuet donde ha tolta quest'asserzione? Eppur divenne la base de' racconti, poi della tragedia di Chenier, degli Ugonotti di Scribe, e d'altri.
Su tutti questi fatti si consultino in senso contrario:
- De Felice, Histoire des Protestants de France, 1850.
- Coquerel, Précis de l'histoire des Eglises reformées, 1862.
- Dabgaud, Histoire de la liberté religieuse.
- Monaghan, L'Eglise et la Reforme, Bulletin de la Société de l'histoire du protestantisme français.
Dopo tant'altre storie di Caterina vedasi Debts et creanciers de la reyne mère Cathérine de' Medicis; documents publiés pour la première fois d'après les archives de Chenonceau, avec une introduction par M. L'abbè C. Chevalier. Parigi 1862.
17. Delle questioni religiose di Francia, come d'ogni altra cosa dove ci fosse a far rumore volle impacciarsi il gran ciarlatano Giovanni Battista Marini. E nella Sferza, invettiva a quattro ministri dell'iniquità (Napoli 1626) flagella quattro autori di un'opera eretico-democratica; sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude, questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro, insieme con quei libri ove tali dottrine si contengono: deonsi punire gl'impressori e i venditori di essi: deonsi spianare le loro cattedre, e diroccare le loro chiese».
18. Il gesuita Guglielmo Dondini descrisse le imprese del duca di Parma a soccorso della Lega. Vedi Bibliotheca romana di Prospero Mandosio.
19. Sono a stampa varie sue scritture polemiche, fra cui le Lezioni Calviniche, recitate d'ordine del duca di Savoja in Torino il 1582, per opporsi ai novatori che tuttodì cresceano. Ivi loda il congiungere la predicazione colla teologia; questa gl'insegnò a fare più sicure le lezioni. Una sua apologia per negare la voce sparsasi, ch'egli si fosse fatto predicatore evangelico a Ginevra, è manuscritta nella libreria Soranzo a Venezia. Scrisse pure De Parisiensium obsidione (Roma, senza data). Ne' manuscritti della Magliabecchiana VII, 346 è quell'epigramma, probabilmente di Vincenzo Giliani, in lode del Panigarola.
Religionis honos et gloria magna, clerique
Seraphici summum, Panicarola, decus....
Ut nautæ occludant mundi a sirenibus aures
Quo valeat tuta sistere prora sinu,
Vitandumque mones Scillam, infestumque Caribdim....
Doctrinamque piam, sinceraque dogmata sectans
E scopulis navim litora ad alma vehis.
Nella classe XXXIV, cod. 17 de' manuscritti della Magliabecchiana è un Breve compendio della dottrina di Platone in quello ch'ella è conforme alla fede nostra, composto da un tal Verino, il quale dedicandolo a Giovanna d'Austria granduchessa di Toscana, dice: «Perlocchè l'A. V. S. con gran prudenza attende a sì bella notizia qual è quella de' movimenti de' cieli, servendosi dell'eccellentissimo astronomo Egnatio Danti... io stimo che vorrà sentire la non meno salutifera che gioconda dottrina della cristiana teologia del padre F. Panigarola».
20. Negli Archivj Medicei è una lettera del 26 aprile 1593, che Enrico IV scrive al granduca ringraziandolo d'avergli mandato il cardinale Gondi a consigliarlo di farsi cattolico ed «Ho voluto e voglio promettervi, com'io fo in fede e parola di re, per la presente, scritta e segnata dì mia mano, di far dichiarazione e professione pubblica della religione cattolica secondo le costituzioni della Chiesa, come hanno fatto i re di Francia miei predecessori, nel termine di due mesi». Accetta l'offerta fattagli di mille Svizzeri pagati per un anno, e del soldo per sei mesi di altri mille: gli fa comprendere di mancar affatto di denaro, e gli chiede a prestito altri ducento mila scudi contanti, coi quali mezzi potrà ridur in breve tempo la città di Parigi, sicchè a lui ne sarà debitore, e promette restituirglieli e restargliene obbligatissimo.
21. Frà Serafino Banchi, domenicano fiorentino, rivelò a Enrico IV la trama che Pietro La Barrière avea fatta per ucciderlo: onde costui fu preso e appiccato. Il Santo Uffizio di Roma credette avesse con ciò violato il secreto sacramentale, e perciò lo chiese al priore di Parigi, ma Enrico lo protesse, e lo fe giunger a Firenze, ove il granduca lo tenne salvo, finchè, nella riconciliazione di Enrico IV, si stipulò la salvezza del Banchi. Storia segreta di Enrico IV, Tom. III.
Lo stesso partito che inventava Dante precursore dell'unità regia d'Italia, volle attribuir a Enrico IV l'idea d'ingrandir la Casa di Savoja sopra l'Italia tutta. La famosa sua Repubblica Cristiana, che al fin de' conti non era più che un progetto, mirava a metter de' limiti alle grandi potenze, tali che non aspirassero a sorpassarli, o se il volessero, fossero impedite da tutte le altre. Era insomma un intervento generale; unico modo invero che finora siasi divisato per prevenire le guerre. In essa Repubblica Cristiana doveano esservi quindici signorie: cioè cinque elettive, il papa, l'imperatore, i re di Polonia, Ungheria, Boemia: sei ereditarie, Francia, Spagna, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Lombardia: quattro repubbliche sovrane; prima la veneta; la seconda composta dei ducati di Genova, Firenze, Modena, Parma, Mantova, e i piccoli Stati di Lucca, Mirandola, Finale, Monaco, Sabbioneta, Correggio e simili; la terza gli Svizzeri, la quarta delle diciassette provincie de' Paesi Bassi. A capo della Repubblica Cristiana doveva stare il papa.
22. Quando Maria De Medici partì per Francia, santa Maddalena de' Pazzi, ch'essa visitò più volte in Santa Maria degli Angeli in Firenze, le predisse avrebbe molti figliuoli, purchè avesse procurato presso il marito, Iº che i Gesuiti fossero rimessi nel regno, IIº che cercasse la distruzione degli eretici, IIIº che tenesse in ispeciale affezione i poveri.
23. Gregorio Rosso, Hist. delle cose di Napoli sotto l'imperio di Carlo V. Napoli 1635. L. 1, p. 133.
24. Così Antonino Castaldo, che morì verso il 1560, e che spesso fu copiato dal Giannone. Vedi Raccolta de' più rinomati scrittori dell'istoria generale del regno di Napoli. Napoli 1769.
25. Forse all'advento, perchè la quaresima vedemmo predicava a Venezia.
26. Storia delle eresie. T. IV, 447.
27. Ciò potrebbe provare che Giovanni fosse altro da Alfonso, osteggiato dal Castiglione, che dice: «La malignità ancora, senza parlare vi si vede dipinta nella pallidezza di quel volto pestilente».
28. Il Giannone in tutto il ragionare degli eretici è inesattissimo. Sponde, nella continuazione degli Annali del Baronio, dice che il Vermigli Neapoli nactus nonnulla Erasmi, Zuinglii et Buceri scriptis, et conversatione Joannis Valdesii j. p. hispani, ex Germania illuc delati, atque lutheranesimo imbuti, corruptior factus, una cum ipso, spiritu et conatu rem agens, clam cœtum quemdam tam virorum quam fœminarum, primæ etiam nobilitatis collegerunt, quibus ipse concionabatur.
29. Castaldo, c. 5.
30. Questo passo è copiato ad literam dal Giannone, che invece di summario scrive seminario.
31. In fatto il Valdes nel Mercurio, da un'anima pia fa dire che non credeva necessarj i pellegrinaggi, pure lodava la buona intenzione con cui alcuni vi si moveano: e che, mirando essa coi giubilei e le indulgenze a procurar di seguire la dottrina di Cristo, se altri gliene facesse rimprovero, rispondeva: «Fratelli, prendete il cammino che vi par migliore, e a me lasciate pigliar quello che voglio, poichè non è cattivo».
32. L'inquisizione spagnuola non v'era a Napoli, come dicemmo. L'epitafio fu pubblicato nel 1859 a Königsberg nel giornale Neue Preussiche Provinzialblätter, tom. IV, pag. 215.
33. Si ha manuscritto un papel sobre poner la inquisicion en Napoles, ove a Carlo V si fa dire: «Amo meglio il regno senza inquisizione, che l'inquisizione senza regno».
34. Summonte, Storia di Napoli. L. X, c. 4.
35. La lista era scritta con tanta gelosia, che le persone non sono indicate che per numeri, poi dichiarati in cedola a parte. Il documento in spagnuolo fu prodotto dal sig. Edwardo Böhmer in calce alle Centodieci divine considerazioni di Giovanni Valdesse. Alla di Sassonia 1860.
36. Il Bernino, appoggiandosi al manuscritto del Caracciolo, dice che «in terra d'Otranto vi fu Ladislao, auditor del vescovo d'Otranto, e l'istesso arcivescovo fu gravemente processato, e si disse che aveva mandato Lodovico Manna a leggere alla sua chiesa d'Otranto pubblicamente, e che avea commercio di lettere con Martino Bucer, e che fu amico del Valdes, leggeva i suoi libri, e che tenne gran tempo in casa il Giannetto, eretico marcio che se ne fuggì poi a Ginevra. A questo arcivescovo impedì il cappello il cardinale Caraffa». L'arcivescovo era Pietro Antonio da Capua, lodato dall'Ughelli per gran dottrina, erudizione e probità; onorato assai nel Concilio di Trento, ove spesso orò.
37. Giovanni Tommaso Sanfelice, che al Concilio fu rimproverato dal vescovo di Chironia, poi privato dell'uffizio di commissario, espulso dal Concilio, e a Roma al tempo di papa Paolo incarcerato insieme col cardinal Morone, come si disse nel Discorso XXVIII.
38. Nicolò Maria Caracciolo; persona di grande autorità presso i papi e i governanti.
39. Giulio Pavesi bresciano, de' Predicatori, commissario del Sant'Uffizio.
40. Onorato Fascitello d'Isernia, cassinese, lodato per letteratura dal Casa, dal Bembo, dal Flaminio. Fu al Concilio di Trento.
41. Fabio Mirto.
42. Antonio Scarampi piemontese, de' conti di Cannella. Fu al Concilio.
43. Giacomo Guidi, nobile di Volterra, scolaro di Francesco Guicciardini. Fu pure al Concilio.
44. Nicola Francesco Missanelli. Contro di lui nel 1567 fu pronunziata sentenza, qualmente fosse caduto in sospetto perchè molti eretici adoperavansi palesemente nella sua diocesi, onde venne sospeso per dieci anni, togliendogli metà della prebenda.
45. Gaspare Fossa calabrese, de' Minimi, inaugurò con un suo sermone il Concilio di Trento nel 1562, e vi era molto ascoltato.
46. Schoelhorn, Amœnitates ecclesiasticæ.
47. Poli Epistolæ vol. III, diatr. p. 262.
Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il cavaliere Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di Parma, l'altra dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono cosifatte:
Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor cardinale Contareno.
Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam Psallianorum [Degli Psallj o Precatores parla il Macri nello Hierolexicon] hæresim, improborum quorumdam scelere nostris temporibus repetitam, suscitari, literis statim Paulum III Pont. Max. admonendum duxi; si forte, dum malum adhuc est recens, occurrere vellet. Quod autem hic audio tibi, Contarene pater amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad rem sacram, omnia e religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra sanctorum patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum fuisse, tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas an ea, quæ scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis animadversione digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et, si quid ad rem facere videris, literas reddendas curabis. Quia vero etiam fortasse pluribus verbis egi quam par erat in re adeo clara; si tibi longiuscula epistola videbitur, judicaverisque habendam rationem pontificis ætatis jam, ut videor videre, in gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde mihi ut quam primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad te, ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter scribere ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam rogo. Vale, et Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ, calendis febr. MDXXXVIII.
Tui observantissimus famulus
Hier. Vida, Albæ episcopus.
Al molto reverendo signor mio osservandissimo, il signor Marcello [Marcello Cervino, che fu poi papa] secretario secreto di Nostro Signore.
In queste parti et in Lombardia gli errori de' moderni heretici vanno molto hora dilatandosi: non parlo già della diocesi mia, che, per Dio gratia et per uno gagliardo Breve a me da nostro signore per sua benignità el suo prim'anno concesso contra tanto esenti quanto non, è assai ben netta. Dico la cosa esser in colmo; e, se non se li provede, vedo l'impendente total ruina. A questi giorni trovandomi in Asti per vedere il signor marchese del Vasto, et ivi ragionando sopra questa mala influentia, per alcuni predicatori, i quali in diversi lochi hanno havuto ardire predicare perniciosa dottrina contra il pubblico consenso d'antichi Padri, in molto pregiudicio de l'anime de' fedeli christiani, ritrovandosi a questi parlamenti il signor Giovanni Battista Speciano senatore di Milano et capitano generale di justitia, huomo molto da bene et catholico, mi promise volere alla fiata, anchor che sia occupatissimo, ire alle prediche, per potere obviare a tali inconvenienti: il che facendo, son certissimo sarà di molto freno a queste pesti, per la suprema autorità e potestà che tiene. Vero è che in la mente li resta qualche scrupolo, imperocchè essendo materia mera ecclesiastica, accasca spesse fiate fare qualche dimostrazione contra detti heretici; ma, dandoli poi da essere giudicati al giudice ecclesiastico, si vede che subito senza altra animadversione sono rilassati, sotto pretesto che siano pentiti et emendati, e che non siano relapsi. Io poi ritornato alla mia Chiesa, e facendo molta consideratione sopra questa cosa, et vedendo che questa setta di heretici non è per errore, ma per espressa malitia, e che non solamente fanno questo perchè così sentano, ma tutto procedere perchè attendono alla destruttione del vivere christiano, e sitiscono il sangue dei catholici, macchinando etiandio con l'arme in la vita nostra, e che non fu mai setta tanto pernitiosa, mi parerebbe se li dovesse precedere contra con maggiore severità, e non darli occasione di far peggio, perdonandoli sotto pretesto di falso pentimento. Questi falsamente repentiti (io ne ho veduto l'esperienza molte volte) fanno come gli uccelli, i quali sono stati in la rete una volta: non mutano il costume suo, ma sono assai più cauti, temendo di non cascare in la rete un'altra fiata, e con astutia serpentina al coperto spargono tutto il veneno, et fanno peggio assai che prima. Per obviare a tanto male, si serva pratica in Francia di condennare alla morte et al focho chi è represo, nè si aspetta che la seconda volta incappino; e, per questo, in quelle contrate capitano rarissimi heretici. Quando tal pratica si servasse in Italia, non sarebbe tanto dannoso, nè si dilaterebbe tanto questo male, il quale ogni dì va serpendo per summa impunità e licentia di delinquire. Nè mi parerìa fuori di proposito che hor si facesse una severa costitutione contra gli heretici, come al tempo d'Innocentio IIII in Concilio Lugdunense fu fatta contra quelli i quali commettevano homicidio per mezzo degli assassini; dove el detto pontefice volle che, constando che alcuno avesse commesso tal delitto, come inimico della religione christiana fusse diffidato da tutto il populo christiano, et ciascuno potente senza altra sententia lo potesse punire della vita. A questa impresa mi pare saria molto a proposito l'animo di nostro signore, come anche sua santità nel suo pontificato ha fatto altre imprese honorevolissime, intentate dagli altri pontefici suoi predecessori. Se pur sua beatitudine non volesse fare una cosa pubblica e generale, me parerìa molto a proposito ch'ella facesse electione d'alcuni signori seculari in Italia, persone di buona fama et catholici, alli quali desse piena libertà di potere executivamente punire tutti gli heretici convicti (o fusseron relapsi, o non), con partecipatione del vescovo di quella diocesi per riverenza. Se nè ancho questo piacesse a sua beatitudine fare in ogni loco, certo almeno sarìa necessario in Lombardia et in queste contrate di Piemonte. E, piacendole, non potrebbe trovare huomo più a proposito in queste parti di quello, del quale di sopra è fatta mentione, essendo dottore e dotto senatore, et capitano generale di justitia, di molta autorità. De l'integrità et virtù sua, sua beatitudine potrebbe far pigliare informatione dal reverendissimo cardinale di Veruli, havendo sua signoria reverendissima praticato molto tempo nel ducato di Milano. Tal facoltà ho inteso fu data altre volte al marchese di Saluzzo, e fu di tanto spavento in queste parti, che, poichè n'ebbe punito due o tre, mai più nel tenimento suo non si vide pur un heretico, ancorchè li circumvicini paesi ne fusseron pieni. Se tal facultà se fusse havuta, un mastro Agostino dell'Ordine de' Servi (credo sia aretino) [Dovrebb'essere maestro Agostino Bonucci da Arezzo, che nel 1542 fu generale dei Serviti, e del quale trattano gli Annali dei Servi di Maria al tom. II, pag. 131 dell'edizione lucchese del 1721], il quale or fa l'anno predicò gagliardamente in Cremona mille heresie, non sarìa partito impunito. Quest'anno poi predicando in Genova, non fu già tollerato dai Genovesi, ma scacciato con vergogna anti mezza quaresima; provisione certo non bastante, imperocchè un altro anno andarà a seminare queste male sementi altrove. Costui, oltra le bestemmie ch'ebbe ardimento predicare in Cremona contra Dio e li santi, tutto incumbeva a demolire la potestà ecclesiastica e del sommo pontefice. Venne a tanto, che seditiosamente tentò di persuadere al populo che fusse lecito ire a casa di prelati ecclesiastici, e popularmente depredarli, levando li grani e robe quanto se poteva. Per soddisfare al debito mio mi è parso non poter far di meno, che non procurassi per qualche via queste cose tanto periculose pervenissero a notitia di nostro signore, acciò vi facesse opportuna provisione come li paresse. Piacerà dunche alla signoria vostra, comunicando prima il tutto col reverendissimo et illustrissimo signore padron nostro (il cardinale Farnese), la cui signoria intendo già essersi applicata alle faccende, parlarne opportunamente con sua beatitudine. E s'ella non potesse comodamente fare che non li dicesse l'autore da chi ha queste cose, lo dica con tal destrezza, che sua santità non mi tenga nè presuntuoso, nè in tutto inetto, ch'io mi sia arrogato prescrivere quale modo s'habbia tenere circa cose di tanta importanza. Il zelo della fede et il studio ch'io ho sempre havuto a quella sacrosanta sede, m'hanno spinto a ciò fare.
Baso il piede di sua santità, le mani allo reverendissimo et illustrissimo signor padrone, et me raccomando alla signoria vostra.
In Alba alli XXVII di maggio MDXXXIX.
Se nostro signore ordinasse che 'l Breve fosse fatto al signor Giovanni Battista Spetiano, vostra signoria lo facci dare al mio agente. E perchè ho nuove fresche che monsignor illustrissimo e reverendissimo dovrà ire in Ispagna, in absentia sua insinui pur queste cose a sua beatitudine.
Di vostra signoria
servitore
Hier. Vida, vescovo d'Alba.
Segue la bozza d'un Breve, che il Vida proponeva alla Corte di Roma.
Paulus PP. III. Dilecto fili, salutem et apostolicam benedictionem.
Cum, sicut ad nostrum displicenter pervenit auditum, in partibus Lombardiæ ac totius fere Galliæ Cisalpinæ, scelere et culpa quorundam diversorum ordinum verbi Dei prædicationis officium sibi assumentium, magis ac magis recentium hæreticorum hæreses quotidie invalescant, multique eorum exemplo non pertimescant serere ac spargere perniciosa in suarum et aliorum Christi fidelium animarum periculum, atque in Dei et ejus sanctorum, nec non hujus sacrosanctæ sedis nostræ contemptum, sacros canones et sanctorum Patrum constitutiones ludibrio habentes, nitunturque in populo christiano, quantum possunt, seditiones commovere, ac totis viribus simplicium atque imperitæ multitudinis animos contra dictam sedem concitare non desinant; nos, ad quos ex commisso nobis desuper pastoralis officii debito pertinet in talibus debitam diligentiam adhibere, præmissis, ne deteriora parturiant, congruentibus remediis occurrere desiderantes, tibi, de quo in iis et aliis specialem in Domino fiduciam habemus, quique, ut accepimus, in ducatu Mediolani, atque in dictæ Galliæ Cisalpinæ plerisque regionibus potestate tibi a Cæsare contra delinquentes puniendos tradita plurimum polles, fideique catholicæ propugnator ac vindex strenuus semper extitisti, ac devotione quadam præcipua erga dictam sedem nostram teneris, per præsentes, auctoritate apostolica, motu proprio et ex certa scientia committimus et mandamus quatenus omnes et singulos utriusque sexus tam laicos et seculares, quam ecclesiasticos et quorumvis Ordinum regulares, cujuscumque dignitatis, status et conditionis, ac quovis exemptionis privilegio muniti fuerint, in præmissis culpabiles, hæresis videlicet labe aspersos, seu suspectos, eisve auxilium, consilium et favorem quomodolibet præstantes, nemine irrequisito, persequi, capere, ac detineri facere possis ac debeas, eosque deinde, ad Dei laudem et honorum exaltationem et perversorum exemplum, juxta canonicas sanctiones debilis pœnis compescere auctoritate nostra procures, requisito tamen ac tecum talibus examinandis ac condemnandis adhibito loci illius episcopo, seu ejus vicario, ubi talia contigerit perpetrari. Quia vero propter nimiam levitatem, qua judices ecclesiastici agere solent contra hujusmodi deprensos, sæpius contingit improbis majorem delinquendi causam atque occasionem præberi, cum quisque malus, spe facilis veniæ, confidentius ad malum invitetur, sæpiusque contingit hujusmodi perversos, prætextu falsæ pœnitentiæ, quam ecclesiæ constitutionibus illudentes preseferunt, ut mortem, atque alias pœnas evadant, pejores ac magis perditos fieri, magisque perniciosa audere, atque moliri, eadem auctoritate committimus ac mandamus ut, si eos, qui in hujusmodi crimine deprehensi fuerint, tu una cum dicto diocesano tales esse inveneritis, quod sine periculo eis parci nos possit, quod scilicet non tantum hæretica labe inquinati sint, sed insuper factiosi et seditiosi in populo christiano catholicorum ac bonorum sanguinem sitientes, ac dictæ sedis nostræ ruinam inhiantes quotidie nova moliantur, non expectes donec iterum deprehendantur, sed tu eos tunc primum etiam juxta legum imperialium severitatem, tamquam religionis hostes, a toto populo christiano diffidatos, digna animadversione punias; mandantes in virtuto sanctæ obedientiæ venerabilibus fratribus nostris archiepiscopis, episcopis, ac aliis ecclesiarum prælatis ut, quoties in præmissis in eorum diocesibus a te requisiti fuerint, operam et interventum suum non denegent, sed etiam auxilium, consilium, favorem opportune præbeant, non obstantibus præmissis ac quibusvis apostolicis, nec non in provincialibus et sinodalibus conciliis editis generalibus vel specialibus constitutionibus et ordinationibus, privilegiis quomodocumque indultis, et literis apostolicis etiam in forma Brevis, etiam motu simili, et ex certa scientia, ac de apostolicæ sedis potestatis plenitudine, etiam super exemptione et alias quomodolibet concessis, approbatis et innovatis, quæ adversus præmissa nullatenus suffragari posse, sed eis omnino derogari ac derogatum esse volumus, ac si de eis cxpressa mentio de verbo ad verbum hic facta foret, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romæ etc.
A tergo. Dilecto filio Jo. Baptistæ Spetiano cæsareo senatori, ac justitiæ in ducatu Mediolani capitaneo generali.
Nota, tutta di pugno del Vida: — Si è facto questo schizzo per instrutione: uno pratico lo metterà poi in forma.
48. Lettere al Bullinger, 10 giugno, 15 agosto, 22 agosto 1558, 29 luglio 1559.
49. Raynaldi Ad ann.
50. Conoscesi un'altra Esortazione al martirio, colla Dottrina vecchia e nuova: e il Vergerio la dice opera di Urban Reggius (nato ad Argalonga (?), morto il 1541), «il quale quasi tra i primi hanno nominato e condannato; e anche in questa si vede la loro crudeltà, per ciò che vogliono ogni giorno affliggere e perseguitare, cacciare in prigione, metter in galera, mandare in bando, privare della dignità e della roba questo o quello, e non vogliono pure che egli abbia dove consolarsi».
51. Intendo un panegirico al tempo della Repubblica Cisalpina.
52. Julii Poggiani Epistolæ, vol. II, pag. X.
53. Carlo Borromeo come Pio IV erano milanesi, e qui per la Spagna governava a Milano in que' giorni don Gonsalvo Ferrante di Cordova, duca di Sessa.
54. Roscio de Porta III, 10.
55. Lettera del 29 ottobre 1535 a Gilberto Cousin (Cognato), nelle opere di questo. Tom. I, pag. 313.
56. Certe cronache esistenti nella Biblioteca Ambrosiana attribuiscono siffatte prove alla duchessa di Guastalla, istitutrice delle Angeliche di San Paolo.
57. Dà a Milano 250 mila abitanti; cento piazze da vendita, e in Europa non si trova città più abbondante di quella di cose da mangiare, come ancora di orefici, armaruoli, tessitori di panni di seta ecc. Il castello può assomigliare ad una mediocre città, mentre vi si trovano contrade, piazze, palazzi, botteghe d'ogni sorta d'artefici.
58. Vita di Sisto V.
59. Nella prefazione alla sua Vita di Cromuel si legge: «Può dirsi che le opere date in luce dal sig. Leti sino a quest'anno 1692 giungano al numero di ottanta, senza comprendere il P...nesimo moderno, il Conclave delle P..., il P...nesimo di Roma, il Parlatorio delle Monache, il Ruf... del gobbo di Rialto; delle quali opere vogliono autore il sig. Leti, che però da lui si nega; ed a' suoi confidenti, allorchè l'interrogano sopra tal materia, suol rispondere: Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine... In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come il Letto fiorito, il Trasporto d'amore, la Rôcca assediata, il Vicino avvicinato, l'Oriuolo sonoro ed altri versi».
60. Lo dice il Caracciolo, e vedasi il nostro Vol. II, PAG. 347.
61. P. II, p. 258.
62. Julii Poggiani, Ep. vol. I, p. 417, e di nuovo alla 428 e 435.
63. Roscio De Porta, vol. II, pag. 53.
64. De compendiosa architectura et complemento artis Lulli, 1580. È noto che Raimondo Lullo di Majorca, nell'Ars magna, volle ridurre l'intelligenza ad una specie di meccanica, che applicasse a qualsiasi soggetto alcuni predicati. Questi raccolse in classi, distinte con lettere dell'alfabeto, e le dispose in circoli concentrici, per modo che ciascuna lettera indicasse un attributo. La I componevasi di nove predicati assoluti: bontà, grandezza, durata, potenza, saggezza, volontà, virtù, verità, gloria; la II de' predicati relativi: differenza, concordia, opposizione, principio, mezzo, fine, maggiorità, coequazione, minoramenti; la III di domande: se? che? di che? perchè? di qual grandezza? di che qualità? quando? ove? come e con chi? la IV de' nove soggetti più universali: Dio, angelo, cielo, uomo, immaginativo, sensitivo, vegetativo, elementativo, stromentativo; la V de' nove predicati dell'accidentale: quantità, qualità, relazione, azione, passione, abito, sito, tempo, luogo; la VI delle nove moralità: giustizia, prudenza, coraggio, sobrietà, fede, speranza, carità, pazienza, pietà; e in contrario invidia, collera, incostanza, menzogna, avarizia, gola, lussuria, orgoglio, accidia. Tutti questi concetti, per mezzo di quattro circoli e de' triangoli iscritti, producevano certe combinazioni di predicati; per es. la bontà è grande, durevole, potente, concorde, mediante, finiente, aumentante, decrescente. Così da ciascuna delle trentasei caselle deduconsi dodici proposizioni, dodici mezzi, ventiquattro quistioni, e le specie della corrispondente. Credea con ciò trovato uno stromento universale della scienza che risolve tutte le quistioni mai immaginabili; ma in fatto non porgeva che parole per discorrere su tutte.
65. Nella chiesa di San Pancrazio a Firenze sta il ricordo d'un'altra vittima delle persecuzioni di Enrico VIII, Anna Sotwel, duchessa di Nortumbre, che quivi rifuggita morì. Il suo epitafio porta: