CONCLUSIONE.
Addio, libro. Senza me tu vai alla bella Firenze. Uscito dai domestici lari, adesso come nave testè varata ti aspettano i flutti e le procelle del pubblico. Dio ti preservi dal sinistro! Ma dove mai ti sorprendesse l'uragano, rammenta che se favellasti parole forse acerbe, tu non sapesti dirle mai codarde, nè sleali. — Il padre tuo può errare inconsultamente, ma errare e nuocere con deliberato animo non mai: e quante volte egli non potè usare la libertà del parlare intera, comprese tutta la dignità del tacere.
Adesso poi mi assicurano giunta la felicità dei tempi nei quali ti è concesso manifestare quello che senti con fronte liberal che l'alma pinge;[33] adesso mi accertano il Supremo Correttore essersi persuaso che la Storia
Plaude a re che apparecchia appoggio e strada
A legge che menzogna in volto accenna
All'uom, che meno è accorto, e men vi bada:
A quei, che franca agli Scrittor la penna,
E va per prova di arte al lido amico.
Accerta il corso, e poi muove l'antenna.[34]
Onde io sperimenterò i tempi scrivendo più spesso che io non soleva, me consultando e il mio genio, però che poco mi talenti procedere in compagnia, e mi abbia giovato assumere per divisa quel motto di Michelangiolo:
Io vo per vie più disusate e solo.
E quando le cose (il che non piaccia a Dio) camminassero diversamente da quello che io aveva immaginato, tornerò a tacermi o a stampare fuori di paese, aborrendo per istituto e per carattere la stampa clandestina.
La stampa clandestina accenna sempre due cose: o suprema necessità o suprema codardia. Suprema necessità, quando dovere cittadino o carità di patria o altro qualunque affetto magnanimo ti costringono ad aprire l'animo tuo, e tu non puoi farlo senza grave pericolo. Allora se le tue parole non suoneranno vili, non ingiuriose o procaci, ma dignitosamente libere, ove non te ne venga lode sfuggirai il biasimo certamente; o se biasimo alcuno sarà da compartirsi, ne terranno meritevole non te, ma quello che avvezzo a unire il fulmine ai suoi voleri ti costrinse. Fuori di questo caso parmi che colui che si tiene celato sia degno di riprovazione. Dicesse anche il vero, poichè adoperava, dicendolo, le arti della menzogna e della frode, ha da portare le pene dei fraudolenti. Le cose sincere voglionsi rivelare sinceramente, perchè dobbiamo sperare che vi sieno orecchie disposte a intenderle e animi pronti ad approvarle. Quando mai alcun danno incogliesse al franco parlatore, egli otterrà nella sentenza che lo condanna un arnese di ferro col quale arroventato marcare in fronte chi osò giudicarlo. La esperienza insegna due essere Tribunali, uno nella curia, l'altro nel fôro, e inique le sentenze di quella dove non ratificate e confermate dalla libera coscienza di questo. Poco, a vero dire, conforto nelle cause ov'è lite di averi: grandissimo e supremo quando si contende di fama. Nel 20 febbraio 1774, mentre il Parlamento Meaupou condannava Beaumarchais a fare ammenda onorevole in ginocchioni, ed ordinava che le sue Memorie fossero lacérés et brûlés au pied du grand escalier du Palais par l'exécuteur de la haute justice, comme contenant des expressions et imputations téméraires ec., si stampavano e vendevano 10,000 copie di coteste Memorie. La cour et la ville si recarono a casa sua per salutarlo, e il principe di Conti lo conduceva seco a pranzo dicendo: «sentirsi nato da famiglia abbastanza illustre per dare lo esempio del come dovessero onorarsi i grandi cittadini.» Insomma, chiunque è vago della lode di onesto, o taccia od abbia il coraggio della condizione in cui favellando si pose.
Corrono adesso molti anni che a me, preposto alla direzione del Giornale lo Indicatore Livornese, pervenne lettera anonima di preghiera a stampare gravissimi addebiti contra diversi scrittori del Giornale, e più specialmente contro uno. Mandai subito la lettera a questo uomo, il quale accorse premuroso interrogando se intendessi pubblicare cotesta diatriba in suo vituperio. Risposi: avergli mandato lo scritto perchè se mai alcuna cosa vera contenesse, con la debita ammenda la riparasse; se falsa, stesse con tranquillo animo e disprezzasse.
Io poi, dato alle fiamme lo scritto, così ammoniva severamente l'anonimo scrittore nel nº 28 del Giornale, 7 settembre 1829:
AVVISO
Dixerunt ei: — Quid venit insanus iste ad te?
Qui ait eis: Nostis hominem.
Regum IV, 9.
Con la posta del 30 agosto pervenne alla direzione dell'Indicatore Livornese uno scritto anonimo intorno diversi articoli di questo Giornale. — Noi siamo dolenti d'impiegare alcun verso del nostro Foglio onde fargli convenevole risposta; ma dacchè in altro modo non sapremmo come manifestare le nostre intenzioni all'ignoto scrittore, così è pur forza che i nostri Associati se ne chiamino contenti. — Ora dunque, e sia qualsivoglia l'Anonimo, apprenda che male dimostra conoscere la indole nostra se crede con perfida lusinga indurre noi a collegarci seco in altrui vituperio. Per quanto serba dominio la volontà sopra le azioni umane, ci serberemo incontaminati da ogni bassa voglia, da ogni vile talento, dalle invidie, dalle ire solite a turbare gl'ingegni che muoiono in un punto stesso alle memorie e alla vita. Finchè lo consentono i cieli (e sempre spero il consentiranno), la mano che verga questo scritto si manterrà degna di stringere qualunque altra mano Italiana. Sono le lettere un sacerdozio morale, e guai a colui che sotto aspetto diverso le considerasse! — Gli tornerebbe in danno la sua stessa dottrina, e la sua fama sarebbe quella di Erostrato! — L'attitudine a bene scrivere largita a pochi avventurosi, se volta a ritrarre le immagini di una calda fantasia, ossivvero ad esporre sentenze di utili dottrine, feconda fiori immortali a quegli avventurosi; — adoperata in turpi litigi, vuolsi paragonare alle spade della patria affidate ai suoi figliuoli per la propria salvezza, e che nell'ira del vino si cacciano forsennati nelle viscere.
Percorrendo la storia delle sepolte generazioni, gemiamo di sdegno per le risse letterarie del Poggio, del Filelfo, di Giorgio da Trebisonda, del Valla e degli altri uomini dotti del quattrocento. Nel sesto secolo vediamo un Castelvetro comprare da un sicario l'anima di Alberigo Longo colpevole di averlo biasimato, e Castelvetro fuggirsi nudo per la notte dalle case che gli aveano incendiato gli offesi dalla sua penna mordace: — prostituire Annibal Caro i sacri studi, e le onorate scuole, onde è simile a Dio la nostra mente,[35] in turpi motteggi contro quel veglio, di cui lo stil, l'inchiostro, e le parole, son la rabbia, il veleno, il ferro e il dente.[36] Insaniscono vituperati l'uno contro l'altro l'Aretino e il Berni. Sacrilego Bettinelli abate si accosta alla venerata urna di Dante, e ne conturba le ossa; altri ardisce angustiare l'anima grande di Vittorio. — Ma perchè non paia che noi, siccome ne avemmo rampogna, più che non convenga ci dilettiamo a cercare per le colpe umane, ci rimanghiamo dal noverarle più oltre. — Forse vorrà alcuno gittarci sul volto il nostro stesso esempio, e ci dirà: Tu pure trascorresti alla ingiuria vergognosa. — Altri coll'altrui esempio si difenda, non già noi: peccavi!.... Ma se alcuna notte vegliammo su i volumi del vero, se di qualche speranza facemmo lieta la patria, ci sia rimesso il peccato. Non si conti quel giorno nei giorni dei nostri anni:[37] noi ne daremmo cento perchè fosse obbliato.
Dunque non saremo migliori mai dei padri defunti? Andrà perduto il tesoro della esperienza, e dalle passate sventure non ritrarremo nè anche il retaggio del sapere? Nello spazio brevissimo in cui viviamo enti pensanti tra polvere e polvere, non ci ameremo mai?
Certo comparvero nel nostro Giornale alcuni scritti immeritevoli di lode: — basti il rifiutargliela; ma si vorranno biasimare gli animi pronti, la voglia amorosa che indusse quei cortesi ad adoperarsi in prò di questo patrio instituto, mentre altri poltriva in ozio neghittoso? — Dovranno incontrar male per bene? — Forse distesero un cattivo scritto, ma fecero una buona azione; e se intendiamo biasimare le buone azioni, noi non vediamo cosa altro ci rimanga ad operare se non che commendare le pessime.
Imitino questi oscuri Scrittori la modestia dell'Indicatore Livornese: — quale è il libro che sia stato da noi con parole amare ripreso? — Il tempo vuole le sue giustizie sopra le triste scritture, e noi lasciamo adoperare a questo unico riparatore dei torti la sua potenza. Le discipline gentili non si promuovono con gli esempi del pessimo; la mente e il cuore si scaldano davanti ai simulacri di eterna bellezza, nè Longino e gli altri retori innamorarono le genti del sublime con i falli di Omero.
L'anonimo Scrittore, forse classico abbastanza da aver letto le male arti delle Sirene nella Odissea, stimò col suono della lusinga assopir noi onde gli offrissimo mezzo di avvilire la lama di un individuo. — Anonimo, anonimo, rammentati che Ulisse si turò le orecchie, e passò illeso dal canto pericoloso, come noi dalle tue adulazioni. — Ogni uomo rende pur troppo, e più che non crede, strettissimo conto davanti la pubblica opinione delle opere sue; ma te chi fece, anonimo, giudice di morale? — Forse la fama candidissima, forse il retto costume? — Mostrati allora a viso aperto, e vediamo se tu sarai quegli che devi scagliare la prima pietra.
Ora dunque io voglio che sappiano, che per anni e per vicende non mutato in nulla, molto meno avrei saputo o voluto mutarmi in queste norme di onesto vivere civile, e che io respingo da me con disprezzo il sospetto di potermi tanto avvilire da scoccare dalla corda di pelo di volpe dardi velenosi riparato dietro l'anonimo. Io ho detto sempre a viso aperto, a mio rischio e pericolo, quanto mi parve dover dire; e Dio consentendo, la mia giovanezza non avrà a vergognarsi della mia virilità.
NOTE:
1. Comparisce Bianca.
2. Una reliquia.
3. La campana dell'Ave Maria.
4. Dando una pugnalata a Dore.
5. Dore para il colpo, e ferisce Geri in una mano, che cadendo gli lascia il suo mantello.
6. Incespica, e cade in ginocchio.
7. In apprestandosi a fasciargli la piaga.
8. Si alza turbato, e fattosi al balcone, l'apre, e dopo aver considerato alcun poco il sol nascente, torna là donde si era mosso.
9. Cassa dalla lista il nome del fratello.
10. Segna i nomi del fratello e del nipote su la lista dei proscritti.
11. Mostra il mantello di Geri.
12. Fermando Geri.
13. Volgendosi a Gualfredo.
14. Torna a cassar dalla lista dei proscritti i nomi del fratello e del nipote.
15. Si adopra in qualche modo a cancellare le tracce del sangue, e rimane meditando in quell'atto.
16. Lo trae al luogo d'ond'ella rimosse le tracce del sangue.
17. Accennando la porticella del palazzo.
18. Facendosi verso un balcone.
19. A Manente.
20. A Lemmo.
21. Lascia cadersi oppresso da grave dolore sopra una sedia.
22. Levandosi furente
23. Fa atto di svellersi gli occhi.
24. Lo rattiene pietoso.
25. A Geri.
26. Siede, e pone la testa tra le mani.
27. Si assopisce a' piè dell'arca.
28. Lasciano la torcia a un braccio della bara.
29. Alza il manto della bara.
30. Cade sulla bara, e rimane coperta dal manto.
31. Gualfredo a Geri.
32. A Uberto che il trattiene.
33. Parini.
34. Pacchiani.
35. Sonetti di Annibal Caro contra il Castelvetro.
36. Idem.
37. Job III.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.