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I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2 cover

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2

Chapter 50: IX
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About This Book

L'opera esamina come lo studio degli statuti comunali e delle leggi locali riveli la genesi e l'evoluzione delle istituzioni politiche e del diritto privato nelle città italiane medievali. L'autore sostiene che famiglia e Stato si formano e si influenzano reciprocamente, e illustra come vari testi statutari, con postille e ricompilazioni, mostrino mutate attribuzioni magistratuali e trasformazioni sociali che precedono rivoluzioni politiche. Si analizza l'intreccio di tradizioni giuridiche (romana, longobarda, feudale, canonica) e si discute il problema dell'emergere di principi unificatori in un impasto normativo. L'approccio combina ragione storica e giuridica per ricostruire il quadro istituzionale.

Capitolo X[187] DANTE, GLI ESULI FIORENTINI E ARRIGO VII

I

Dopo la partenza di Carlo di Valois, e le vicende che ne seguirono, la storia di Firenze entra in un nuovo periodo. Gli esuli si unirono ai nobili di contado, alle città ghibelline, per ribellarle contro la Repubblica, ed aprirsi cosí la via a tornare in patria. Questo naturalmente tenne, per qualche tempo, dentro la città riuniti e concordi i Grandi della parte nera, i quali sempre piú si vantavano d'essere i veri, i soli Guelfi, e davano nome di Ghibellini agli esuli. Pistoia ed il castello di Piantravigne furono primi a sollevarsi, ma vennero subito sottomessi. E allora, il dí 8 giugno 1302, i capi degli esuli, fra i quali era anche Dante Alighieri, s'adunarono nella Chiesa di S. Godenzio sull'Appennino, e fecero esplicita alleanza cogli Ubaldini, obbligandosi a risarcirli colle proprie fortune, dei danni che avessero risentito dalla guerra, nelle loro terre in Mugello, dove il forte castello di Montaccenico doveva essere come il quartier generale dei nemici di Firenze. E i Fiorentini, senza punto aspettare, vennero subito a dare il guasto alle terre degli Ubaldini di qua e di là dall'Appennino.[188] Gli esuli, adoperandosi a tutt'uomo, riuscirono col favore di Pisa e di Bologna, a mettere insieme un esercito di 800 cavalli e 6000 fanti, e nella primavera del 1303 posero l'assedio al Castello di Pulicciano, ch'era dei Fiorentini. Ma anche qui furono poco fortunati. Da Firenze uscirono subito armati «popolo e cavalieri», e li assalirono. I Pisani non mandarono gli aiuti promessi, gli Ubaldini non si mossero, i Bolognesi si dissero traditi e si ritirarono; e cosí i Bianchi, rimasti soli, si dierono alla fuga vergognosamente. I Neri poterono allora tornare in città vittoriosi, menando seco molti prigionieri, alcuni de' quali uccisero per via, altri fecero decapitare dal Podestà. Poi presero improvvisamente il castello di Montale presso Pistoia, e disfecero quel contado. Cosí pareva che la guerra fosse finita, e le speranze degli esuli cadute a terra.

Ma fu questo il momento in cui scoppiò da capo la discordia in Firenze. Già prima v'erano stati segni di malumore e tumulto, per il che s'era dovuto venire a qualche nuovo esilio, a qualche nuova sentenza di morte. Ora però le cose pigliarono piú grave aspetto. L'arrogante superbia di Corso Donati ricominciava a portare i suoi frutti. Disgustando gli amici, li spingeva a gettarsi verso il popolo grasso, che essi odiavano. Separato dai nobili di contado, che stavano cogli esuli, tentava farsi di nuovo capo dei Grandi piú intolleranti, e cercava favore nel popolo minuto, dicendogli che lo spogliavano colle imposte, con le quali alcuni dei popolani grassi s'empievano le tasche. «Veggasi dove sí gran somma n'è ita, che non se ne può esser tanta consumata nella guerra». E voleva un'inchiesta, cominciando cosí, come dice il Villani, «a seminare discordia sotto colore di giustizia e di pietà».[189] Si parlò, si strepitò molto, ma non si concluse nulla, sebbene s'arrivasse a votare una provvisione (24 luglio 1303), che dava al Podestà ed al Capitano piena balía d'indagare e di provvedere. Ma i popolani grassi contro cui l'accusa era diretta, cominciarono ad irritarsene molto, e per dare un nuovo colpo ai Grandi, fecero rimpatriare alcuni degli esuli che erano di popolo, e che non avevano rotto il confine. Poi richiamarono qualcuno dei Cerchi, avendo in ciò l'approvazione dello stesso Bonifazio VIII, il quale era molto impensierito dei tumulti che i Bianchi sollevavano per tutto, anche nelle città della Chiesa.[190] E cosí Corso Donati, «ripescando», secondo la felice espressione del Del Lungo, «i Grandi dal crogiuolo»,[191] poté accogliere intorno a sé piú di trenta famiglie, fra le quali alcune anche di popolani, e qualche ribandito. V'erano parecchi dei Tosinghi, i quali tenevano pei Bianchi, e uno di loro, il valoroso Baschiera della Tosa, si trovava fra gli esuli. V'erano i Cavalcanti, stati suoi antichi nemici, famiglia ricchissima e numerosissima, che aveva perciò gente di tutti i partiti, piú assai dei Bianchi che dei Neri, e possedeva nel centro di Firenze uno sterminato numero di case, botteghe, fondachi, dati in affitto ai mercanti, coi quali si trovava quindi in buone relazioni. Cosí questo dei Donati non era piú un partito; si poteva piuttosto dire un'accozzaglia di gente, che Messer Corso teneva unita coll'odio contro il popolo. Infatti egli andava ora ripetendo, che essi «erano prigioni e in servitú d'una gente di popolani grassi, anzi cani, che gli signoreggiavano, e toglieansi gli onori per loro».[192] In sostanza però i veri Grandi, quelli cioè che di nome e di animo eran tali, s'accostavano quasi tutti a lui, e quelli che non potevano tollerare i suoi modi insolenti, preferivano piuttosto starsene di mezzo a guardare. Con lui era anche l'arcivescovo Mess. Lottieri della Tosa, che s'armava nel suo palazzo. Di fronte a costoro era sorto però un gruppo di famiglie come gli Spini, i Pazzi, qualcuno dei Frescobaldi, i Gherardini, ed alla loro testa si trovava Mess. Rosso della Tosa, ambiziosissimo anch'egli, il quale, pigliando l'attitudine stessa già tenuta da Vieri dei Cerchi, s'accostava al popolo grasso. E valendosi dei piú arditi suoi seguaci, specialmente dei Bordoni, popolani Neri, che nelle sue mani divenivano, come dice il Compagni, «tanaglie par pigliare il ferro caldo»,[193] faceva ogni giorno attaccare il Donati nei Consigli.

II

Parevano cosí nuovamente tornati quei tempi che avevano preceduto la venuta di Carlo di Valois. Da un lato infatti Rosso della Tosa, unito co' suoi al popolo, difendeva la Signoria; da un'altra il Donati, favorito dai Capitani di Parte, di continuo la minacciava ed assaliva. Da capo i cittadini s'armavano e s'azzuffavano ogni giorno; da capo seguivano rubamenti, ferite, omicidi, incendi nella città e nel contado. Perfino dalla torre del vescovado una manganella tirava contro gli avversari di Corso Donati. La Signoria ed il Podestà erano ridotti all'impotenza. E la cosa arrivò a tale, che si ricorse allo stranissimo partito di dare per sedici giorni il governo in mano dei Lucchesi, acciò si provassero a ricondurre la quiete in città. Essi ristabilirono l'ordine, senza però punire alcuno, sicché quando furono partiti, le cose tornarono come prima. Si cercò anche di nominare una Signoria (sempre ben inteso di popolani), d'accordo fra le due parti; ma erano tentativi che non menavano a nulla.[194] Ciò che portava la confusione al colmo, e la rendeva permanente, era che, se la divisione tra Grandi e Popolani aveva costituito davvero due partiti, quella fra i Grandi, che ora agitava la città, era promossa dalla sola ambizione di Corso Donati e di qualche altro; non aveva nessuna ragione politica; non era guidata da nessun principio e da nessun interesse generale. Col Donati infatti v'erano, come vedemmo. Grandi di tutti i colori, v'erano anche ribanditi che avevano amici o parenti fra gli esuli, né mancavano alcuni popolani. E nel partito avverso, che difendeva la Signoria, non poteva neppure esservi molta coesione, perché v'erano potenti e popolani, tra i quali l'accordo non fu mai sicuro. Se gli avversari della Signoria erano uniti dalla volontà e dall'ambizione di messer Corso, i fautori erano piú che altro uniti dall'odio contro di lui. E però, a cagione di questo carattere personale dei partiti, ne seguivano divisioni e suddivisioni sempre mutabili, sempre crescenti; passaggio irrequieto, perpetuo, da un gruppo all'altro.

A tutto ciò s'aggiungeva ora la morte di Bonifazio VIII (11 ottobre 1303), cui successe Benedetto XI, assai piú mite e di carattere incerto. Questi avrebbe voluto ad ogni costo ristabilire la pace in Firenze, e farvi tornare gli esuli, perché essi tenevano agitato il suo Stato, ed egli era già in Roma stessa talmente avversato dal popolo e dall'aristocrazia, che subito dopo l'elezione aveva dovuto rifugiarsi a Perugia, sui confini cioè dell'agitata ed irrequieta Toscana. Né poteva, in mezzo a tante calamità, aspettarsi ora alcun aiuto dalla Francia, perché aveva iniziato un processo contro gli autori dell'attentato d'Anagni, che, tramato appunto da quel Re, era stato causa della morte di Bonifazio VIII. Per tutte queste ragioni, sollecitato dai Bianchi dentro e fuori di Firenze, il 31 gennaio 1304, vi mandò a far la pace il Cardinale da Prato, che era in voce di ghibellino. Questi arrivò il 10 marzo, e voleva contentar tutti: Grandi, popolani, esuli. Bianchi, Neri di Corso Donati e Neri di Rosso della Tosa. Ma quello che piú commosse gli animi e portò la confusione al colmo, fu il suo pensiero di far tornare gli esuli e pacificarli con la città. Tuttavia coloro che meno vi si opposero erano i popolani, i quali vedevano in ciò un modo d'indebolire i Grandi, tenendoli fra loro sempre piú divisi. Invece Rosso della Tosa, con parecchi de' suoi, era avversissimo al ritorno degli esuli, perché gli pareva che ne verrebbe rafforzata la parte degli avversari, i quali già a molti di essi s'andavano avvicinando. Corso Donati, pigliando pretesto dal male della gotta che lo aggravava, stavasene per ora di mezzo a guardare. Ma i Cavalcanti favorivano con ardore l'accordo, anzi sembravano esserne i promotori.

Il Cardinale, avuta piena balía dal popolo, si provò subito a concludere paci, e riuscí a farne una tra il Vescovo e Mess. Rosso della Tosa, che ne era consorto. Fece poi nominare Mess. Corso Capitano di Parte Guelfa, e riordinò le antiche milizie del popolo, sotto 19 gonfalonieri delle compagnie, secondo l'antica usanza. Ma sebbene a comandarle avesse fatto nominare alcuni dei Grandi, questi molto si dolsero della riforma, dicendo che egli dava cosí nuova forza al popolo, e che era ghibellino, ed avrebbe finito coll'abbandonare la città in mano dei Bianchi, i quali richiederebbero i beni che loro erano stati confiscati, per essere amministrati a benefizio della Parte Guelfa. Ma il Cardinale non si curava di questi lamenti, e si ostinava a tenere adunanze per venire ad accordi. Il 26 aprile infatti si fecero in piazza S. Maria Novella parecchie paci tra Neri donateschi e Neri tosinghi. E furono celebrate con molte feste, fra le quali una assai solenne ne apparecchiò la Compagnia del Borgo S. Frediano, annunziando per tutta la Città, che chi voleva aver nuove dell'altro mondo, poteva venire la sera del 1º maggio sull'Arno, dove le avrebbe avute. E mediante fuochi d'artifizio, s'apparecchiò una rappresentazione dell'Inferno, con barche piene di gente, che dovevano figurare i condannati alle varie pene. La folla accorse numerosissima lungo il fiume, e sul ponte alla Carraia, il quale, essendo allora di legno, sprofondò con danno gravissimo di molti feriti e morti, che andaron davvero nell'altro mondo. Questo parve a tutti un funesto augurio di nuove calamità, e cosí fu.

III

Intanto coloro che piú erano avversi al ritorno degli esuli, con sottile astuzia consigliarono al Cardinale d'andar prima a pacificare Pistoia, dicendogli che, se essa rimaneva come ora in mano dei Bianchi, la pace in Firenze sarebbe stata sempre fittizia. E quando egli andò, avversarono l'opera sua in modo che, non solamente dove tornarsene senza nulla aver concluso, ma volendo entrare in Prato, si vide dalla sua stessa città natale chiudere le porte in viso. Di tutto ciò il Papa fu adiratissimo, ed il 29 maggio scriveva ai Fiorentini una lettera piena di sdegno.[195] Ma essi erano in tale disordine e tumulto che, avendolo pregato di trovar loro un Podestà, di quattro che ne propose, non uno volle accettare. Pure il Cardinale persisteva impassibile nella sua idea d'accordo, e fece, sotto sicurtà, venire a Firenze dodici sindachi dei fuorusciti, sei dei Bianchi e sei dei Ghibellini, perché s'intendessero con dodici eletti in città, due per Sesto, uno dei donateschi, l'altro dei loro avversari.[196] Questi ventiquattro cittadini erano tutti dei Grandi, e diffidavano tanto gli uni degli altri, che i dodici fuorusciti, sebbene avessero avuto dal popolo buona accoglienza, e fossero, sotto la pubblica fede, alloggiati in casa Mozzi, dove abitava il Cardinale stesso, pure, temendo d'essere da un momento all'altro tagliati a pezzi, volevano andarsene via. Ma furono dagli amici consigliati, invece, ad armarsi ed asserragliarsi nelle case dei Cavalcanti, con l'aiuto dei quali avrebbero potuto, occorrendo, respingere e domare gli avversarî colle armi. I Cavalcanti parevano a ciò assai ben disposti, e cominciarono a trattare. Ma dopo avere cosí sollevato un sospetto e un odio infinito nei loro nemici, si ritrassero a un tratto, scontentando fieramente anche gli amici. I fuorusciti allora partirono, il dí 8 giugno 1304, piú che in fretta.[197] E subito s'andava ad alte voci gridando contro il Cardinale, che egli aveva tradito la città con questi suoi oscuri maneggi, e s'aggiungeva ancora che aveva incitato i fuorusciti ad accostarsi alle mura, armata mano. Si mostravano le lettere col suo suggello, e s'affermava che i fuorusciti erano pel Mugello venuti fino a Trespiano, tornandosene indietro solamente quando seppero che i meditati disegni erano andati in fumo. Il Villani dice che queste erano calunnie;[198] ma anche dalle Epistole attribuite a Dante Alighieri si deduce che il Cardinale voleva davvero il ritorno dei fuorusciti, ed aveva perciò trattato con loro.[199] Adesso però egli era finalmente stanco, e partissene il 10 giugno, lasciando al solito la Città interdetta, ed esclamando: «Dappoiché volete essere in guerra e in maledizione, e non volete udire né ubbidire il messo del Vicario di Dio, né avere riposo né pace tra voi, rimanete con la maledizione di Dio, e con quella di Santa Chiesa».[200]

La condizione dei Cavalcanti e dei loro amici divenne in questo momento terribile davvero. La loro presente unione coi Donati non bastava a far dimenticare l'odio antico, che si era sopito un momento, ma solo per favorire il ritorno dei Bianchi, a danno dei Tosinghi. I quali infatti restarono isolati, perché abbandonati anche dal popolo grasso, che, stanco delle continue guerre civili, e persuaso dal Cardinale, aveva favorito l'accordo fra Donati e Cavalcanti. Ma quando questi, giunti al punto di concluderlo, s'erano inaspettatamente tirati indietro, allora risorse subito l'odio antico, ed essi si trovarono fra due fuochi. Messer Corso frenava per ora lo sdegno, non volendo troppo avvicinarsi ai Tosinghi, e col pretesto della gotta se ne stava ancora da parte, lasciando fare ai suoi. Ma l'odio di Rosso della Tosa era irrefrenabile, addirittura feroce contro i Cavalcanti, i quali lo avevano veramente messo sull'orlo della totale rovina. Laonde non era appena partito il Cardinale, che già Firenze pareva alla vigilia d'una catastrofe. I Cavalcanti videro il pericolo in cui si trovavano; ma erano numerosi, arditi e potenti. I Gherardini, i Pulci, i Cerchi del Garbo stavano con essi; molti amici avevano anche nel contado e fra gli esuli bianchi; né mancavano d'aderenze fra i popolani grassi, non pochi dei quali abitavano nel centro di Firenze le loro case. Quelli però che ora s'armavano contro i Cavalcanti, non erano i popolani, ma i Grandi. I Cerchi del Garbo cominciarono ad azzuffarsi di giorno e di notte coi Giugni. In aiuto dei primi vennero subito i Cavalcanti cogli amici loro, e furono vittoriosi, tanto che poterono da Or S. Michele arrivare, senza quasi trovar resistenza, fino alla piazza di San Giovanni. Ma quando s'erano cosí allontanati dalle proprie case, si manifestò in queste un grave incendio. I nemici v'avevano appiccato un fuoco lavorato, che da piú giorni a questo fine andavano apparecchiando. Il primo a metterlo, cominciando dalle abitazioni dei suoi propri consorti, fu Neri degli Abati, priore di San Piero Scheraggio; poi lo vennero saettando molti altri, fra i quali troviamo lo stesso Simone della Tosa e Sinibaldo di Mess. Corso Donati.[201] Era il 10 giugno del 1304, e soffiava un forte vento di tramontana; l'incendio si diffuse perciò rapidissimamente in Calimala, Mercato Vecchio, Or S. Michele; e cosí arse, con le case dei Cavalcanti, tutto il centro, «tutto il midollo e tuorlo e cari luoghi della città di Firenze»,[202] come dice il Villani. Esso aggiunge che, tra palazzi, case e torri, ne andarono in rovina piú di millesettecento, con infinita rovina delle mercanzie ivi raccolte, giacché quelle che non arsero, vennero, nello sgomberarle, rubate, continuandosi a combattere ed a saccheggiare anche in mezzo alle fiamme.[203] Paolino Pieri dice nella sua Cronica, che fu distrutto un decimo della Città, il sesto per valore. Molte famiglie, molte compagnie furono disfatte; ma piú degli altri soffrirono i Cavalcanti, i quali rimasero come esterrefatti dinanzi al fuoco, che bruciava tutto quello che avevano. Eppure tale era l'odio concepito contro di essi, che anche dopo aver subito cosí crudeli calamità, vennero come ribelli cacciati di Firenze.

IV

Ma quale fu la conseguenza politica di questi fatti? In sui primi, essendosi i Donati e i della Tosa uniti a disfare i Cavalcanti e loro amici, si temette che i Grandi, rafforzati dalla unione e dalla vittoria, volessero tentar di disfare gli Ordini della Giustizia, e prendere in mano il governo. Né, secondo il Villani, sarebbe stato impossibile riuscirvi in mezzo a quel generale sgomento. Ma avrebbero dovuto essere concordi davvero, e si vide che erano invece, «per le loro sette divisi e in discordia, e però ciascuna parte s'abbracciò col popolo, per non perdere stato».[204] La divisione dei partiti rimase in sostanza la stessa. Da una parte, cioè, Grandi in guerra fra loro, che cercavano nel popolo aiuto contro i propri nemici, e dall'altra il popolo, che dalla discordia dei Grandi cercava trarre vantaggio. Gravissime perdite di certo avevano nell'incendio subito anche i mercatanti; ma la loro ricchezza era di sua natura tale, che rapidamente si riproduceva, mentre che quella dei Grandi non si poteva rifare dei danni assai maggiori che aveva sostenuti. Tale infatti era allora la prodigiosa prosperità del popolo fiorentino, che, anche dopo tanta distruzione, noi non vediamo segno alcuno che faccia apparire diminuita la sua ricchezza. Troviamo invece assai decaduta la potenza dei Grandi, i quali nel primo cerchio, cioè nel centro della città, là dove erano le antiche famiglie, scomparvero quasi del tutto. E però non senza ragione il Capponi afferma nella sua Storia, che «d'ora in poi ogni signoria di nobili può dirsi interamente diradicata, e i nuovi ordini assodati».[205] E cosí anche questa sventura riuscí, come era sempre seguito in Firenze, a vantaggio del popolo.

Per tutti questi dolorosi fatti, e per ciò che il Cardinale da Prato aveva riferito al Papa in Perugia, vennero colà chiamati alla sua presenza dodici dei Grandi piú autorevoli in Firenze; e fra di essi erano Mess. Corso Donati e Mess. Rosso della Tosa, una volta nemici, ora divenuti amici d'un giorno. Andarono con gran seguito, formando una compagnia in tutto di cinquecento uomini a cavallo. E questo parve agli esuli il momento piú opportuno per ripetere il tentativo di tornare in patria. Si disse, al solito, che il Cardinale li aveva incoraggiati, assicurando che avrebbero trovato favore; si aggiunse ancora che aveva istigato Pisa, Bologna, Arezzo, Pistoia, la Romagna tutta ad aiutarli. Ma se da un lato alcuni dei piú fieri avversari degli esuli s'erano per un momento dovuti allontanare da Firenze, è certo da un altro lato che la forza dei loro nemici doveva essere non poco cresciuta per la strage dei Cavalcanti e dei Gherardini. E se le Arti Maggiori si erano prima indotte a favorire il ritorno degli esuli, massime di quelli che erano popolani, non si poteva sperare che volessero continuare a favorirli ora che essi si avanzavano col favore dei Pisani, dei Ghibellini di Toscana e di Romagna. La loro alleanza coi nemici della Repubblica, la riuniva naturalmente contro di essi.

Pure gli esuli parevano ora pieni di speranza, perché coi nuovi aiuti erano riusciti a formare un esercito di 9000 fanti e 1600 cavalieri, coi quali s'avanzarono il 19 luglio sino alla Lastra, dove ne aspettavano altri, che dovevano venire da Pistoia, sotto il comando di Tolosato degli Uberti, valoroso capitano ghibellino, d'un'antica famiglia fiorentina sempre odiata dai Guelfi, ai quali ricordava la disfatta di Montaperti. Non vedendolo arrivare, gli esuli si decisero non ostante ad avanzare; ma l'indugio d'un giorno era bastato a far sí che non fosse piú possibile pigliar Firenze alla sprovvista. Si presentarono infatti solo 1200 cavalieri, in attitudine pacifica, con rami d'olivo in mano; e passato il cerchio non ancora finito delle nuove mura, si fermarono dinanzi alle antiche, nel podere detto di Cafaggio, tra San Marco e i Servi. Ivi, trafelati, senz'acqua, esposti al sole del 20 luglio, aspettarono invano che le porte s'aprissero. Alcuni altri di loro, riuscendo a sforzare la porta degli Spadai, entrarono in Città, e s'avanzarono sino a S. Giovanni, dove invece d'amici trovarono 200 cavalieri e 500 fanti, che li respinsero, facendo alcuni prigionieri, oltre parecchi morti e feriti. E questo fu il segnale d'una ritirata, che si mutò presto in fuga generale. Infatti quelli che erano in Cafaggio, già estenuati dal caldo e dalla sete, gettarono a terra le armi, e si ritirarono inseguiti da «masnadieri di volontà». Molti ne morirono di ferro o trafelati; altri furono derubati, presi e poi appiccati agli alberi. Prima dei fuggiaschi arrivò alla Lastra la notizia della rotta, e cosí anche quelli che s'erano colà fermati, si dettero alla fuga, né poté per via trattenerli Tolosato degli Uberti, il quale, avendoli incontrati, tentò invano di ricondurli all'assalto. Tutto questo è, fra gli altri, narrato dal Villani, il quale si trovò presente ai fatti seguiti in Città.[206] Dante Alighieri non venne alla Lastra, perché s'era poco prima separato quasi con violenza dai suoi compagni d'esilio, disgustato probabilmente delle loro ibride alleanze con tutti i nemici di Firenze, dei segreti accordi iniziati con Corso Donati e i Cavalcanti, addolorato dalle stragi cittadine, che per la vana speranza di far tornare alcuni degli esuli, erano state cosí ciecamente provocate.[207]

La vittoria della Lastra dové certo dar nuovo ardimento e nuovo potere ai Grandi. Cosí forse si spiega come è che appunto ora alcuni di essi chiedano d'essere cancellati dalle Arti,[208] cosa affatto nuova in Firenze, dove era stato solito invece vederli spogliarsi dei loro titoli, mutar casato, chieder d'essere scritti alle Arti. E se ne ha conferma ancora in un altro fatto assai grave, che seguí il 5 di agosto 1304. Uno degli Adimari commise un maleficio, e fu menato nel palagio del Podestà, per essere condannato. Ma i suoi consorti, armata mano, assalirono quel magistrato, mentre che con i suoi famigli tornava dai Priori, e dopo averne ferito o ucciso parecchi, trassero dalle prigioni il colpevole. Laonde Mess. Gigliolo da Prato, Capitano del popolo, che allora faceva anche da Podestà, perché, a cagione dei continui tumulti, nessuno aveva voluto ancora accettare quest'ufficio in Firenze, se ne andò via sdegnato. E i Fiorentini, se vollero amministrar la giustizia, dovettero contentarsi d'eleggere dodici cittadini, due per Sesto, uno dei Grandi ed uno dei popolani, che facessero le veci del Podestà.[209] Tuttavia la guerra di fuori, ben presto ricominciata, fece tornare una momentanea calma in Firenze.

V

Gli esuli ritornarono a scorrere la campagna, sollevando i vicini castelli; e i Fiorentini si mossero subito per sottometterli. Fra questi castelli primo fu quello delle Stinche, ribellatosi per opera dei Cavalcanti. Esso venne facilmente preso (agosto 1304), e i prigionieri furono condotti nelle carceri nuove, che d'allora in poi si chiamarono le Stinche. Piú grossa guerra si dové fare contro Pistoia, che si ribellò nel 1305 in favore di parte bianca, con l'aiuto degli Aretini e dei Pisani, ed era comandata da Tolosato degli Uberti. Ne seguí un lungo e rigoroso assedio, posto dai Lucchesi e dai Fiorentini, sotto gli ordini di Roberto duca di Calabria, il quale, chiamato come capitano della lega, era venuto con molti fanti e 300 cavalieri catalani.[210] L'assedio durò tutto l'inverno, e nell'aprile del 1306 i Pistoiesi, estenuati dalla fame, dovettero arrendersi. Le loro torri e e le mura furono disfatte, il loro territorio diviso tra i Fiorentini ed i Lucchesi. Invano Clemente V s'era adoperato a far cessare questa guerra, che portò un altro duro colpo ai Ghibellini di Toscana. Egli era francese, aveva trasferito ad Avignone la sede pontificia, e non conosceva l'Italia, che non poteva amare un Papa straniero, il quale abbandonava Roma. Infatti ai suoi messi di pace, venuti al campo, i Fiorentini non dierono ascolto, né si curarono dell'interdetto contro di loro pronunziato. Il duca di Calabria si ritirò; ma fu solo per gettar polvere negli occhi, avendo lasciato al campo le sue genti col capitano Pietro de la Rat. E cosí la guerra venne condotta a termine.

Né fu piú fortunato l'altro legato di pace, il cardinal Napoleone Orsini, che in Toscana e nella Romagna non solamente fu male ricevuto, ma venne derubato, e si trovò anche in pericolo della vita. Delle sue scomuniche, de' suoi interdetti, dei suoi consigli di pace ridevano tutti. I Fiorentini ormai volevano andar fino in fondo, e non avevano finito la guerra di Pistoia, che incominciarono quella contro il forte castello di Montaccenico, rocca principale degli Ubaldini, da cui dominavano tutto il Mugello, e dove era il quartier generale degli esuli. Il castello finalmente fu preso a tradimento, provocato con danaro sparso fra gli Ubaldini stessi, e venne demolito dai Fiorentini, che subito deliberarono di fondare colà le due terre di Scarperia e di Firenzuola, «per fare battifolle agli Ubaldini, e torre i loro fedeli», rendendo liberi da ogni vassallaggio tutti coloro che entravano in quelle due piccole città, a tale scopo fondate. La prima pietra di Scarperia fu messa subito, il 7 settembre 1307; la costruzione di Firenzuola cominciò invece assai piú tardi (1332).

Ma a che cosa s'arrivava, qual fine raggiungeva la Repubblica con queste continue guerre, cui anche i Grandi pigliavano parte; con questa sottomissione delle città ghibelline; con questa demolizione di castelli in tutto il territorio? Da una parte cresceva rapidamente il suo predominio politico in Toscana, e si aprivano nuove vie al suo commercio; da un'altra la potenza dei Grandi fuori di Firenze veniva distrutta con l'aiuto di quelli che erano dentro, e che, accecati dall'odio contro gli esuli, non sapevano quel che si facevano. Gli antichi popolani avevano demolito i castelli, che una volta arrivavano fin quasi alle mura di Firenze; avevano costretto i baroni a venire in città, sottoponendoli alle leggi repubblicane, fiaccando il loro orgoglio, escludendoli dal governo. Valendosi delle loro discordie, li spinsero piú tardi a distruggersi fra di loro; e finalmente si facevano ora da essi aiutare per combattere i nobili piú lontani, e demolirne i castelli nel Casentino, nel Valdarno, in Mugello, il che tutto ritornava sempre a vantaggio del popolo e delle Arti. Infatti nel 1306, quando continuava ancora la guerra contro Pistoia, i Fiorentini rinnovarono le compagnie del popolo armato sotto 19 gonfalonieri. E questa fu la costituzione del «buon popolo guelfo», riforma, secondo il Villani, fatta perché «i Grandi e possenti non presumessero di pigliare forza e baldanza, per le molte vittorie ottenute contro i Bianchi ed i Ghibellini».[211]

Ma ciò, non era tutto, che anzi la parte sostanziale della nuova riforma fu la legge del 23 dicembre 1306, con la quale vennero rafforzati gli Ordinamenti, e fu creato l'Esecutore di Giustizia, che doveva curarne una piú rigorosa applicazione. Il fine della legge era chiaramente espresso nelle sue prime parole, che la dicevano fatta «a conservare la libertà del Popolo di Firenze, ed a rompere la superbia de li iniqui, la quale tanto è cresciuta che piú oltre, con gli occhi riguardando, non si puote passare». Le Arti, in sostanza, non davano quartiere ai Grandi, neppure quando combattevano insieme con essi i nemici comuni. L'Esecutore doveva essere popolare e guelfo, forestiere, cioè non toscano, e di luogo lontano almeno 80 miglia da Firenze, di città o terra non sottoposta ad alcun signore. Non poteva essere cavaliere né giudice di legge, e ciò per l'odio sempre crescente contro i perversi giudici, e per la funesta esperienza che, negli ultimi anni, s'era fatta del Podestà. Durava in ufficio sei mesi, e doveva menar seco un giudice, due notai, 20 masnadieri o berrovieri, tutti guelfi e forestieri, due cavalli armigeri. Il suo ufficio era: difendere il popolo e i deboli contro i potenti, ad ogni maleficio che occorresse chiamando le compagnie sotto le armi, per venire subito all'applicazione delle pene. Toccava ora a lui principalmente provvedere all'esecuzione degli Ordini della giustizia, ed ogni volta che il Podestà o il Capitano non facevano la parte che loro era imposta, doveva subito assumerne le veci, secondo le norme minutamente prescritte dalla nuova legge, che fece d'ora innanzi parte integrante degli Ordinamenti.[212] Toccava inoltre a lui punire le falsità e baratterie commesse negli uffici del Comune. E quando il Podestà non disfaceva i luoghi (salvo sempre le chiese), in cui s'erano tenute conventicole o adunanze senza legale permesso, doveva egli provvedere subito, e multare il Podestà stesso in 500 lire. Se le adunanze si erano tenute contro la libertà ed il governo popolare, allora c'era addirittura la pena di morte. E questa, trattandosi di Grandi, veniva inflitta dal Podestà, il quale se non procedeva subito, era al solito punito dall'Esecutore, che doveva farne le veci. Quando i colpevoli erano popolani, spettava al solo Esecutore condannarli a morte, dichiarando Grandi i loro discendenti. E cosí pure i popolani che aiutavano i Grandi nel commettere maleficî, dovevano dall'Esecutore essere condannati ad una pena doppia di quella richiesta dalle leggi comuni. Il sindacato del Podestà e del Capitano che uscivano d'ufficio, spettava all'Esecutore, il quale, a sua volta, era sottomesso al sindacato di persone elette dai Priori e dai Gonfalonieri delle Compagnie.[213]

VI

Intanto il Papa, inquieto nel vedere come gli esuli fiorentini tenessero sempre piú agitata non solo tutta Toscana, ma la Romagna e le Marche, insisteva da capo per la pace. Delle nuove trattative era però incaricato il Cardinal Orsini, uomo egli stesso partigiano e di dubbia fede. Infatti, andato nel 1307 ad Arezzo, ivi chiamò a raccolta, oltre gli esuli fiorentini, anche parecchi suoi amici dalle vicine terre della Chiesa, ponendo cosí insieme 1700 cavalieri ed un gran numero di fanti. Pare che avesse fatto accordo con Mess. Corso Donati e ricevuto da lui danaro per l'impresa che meditava. Questi, divorato sempre dalla sua ambizione, s'era imparentato in terze nozze col ghibellino Uguccione della Faggiuola, il che lo rendeva ora assai sospetto ai Guelfi, e però egli, piú che mai scontento ed irritato, era tornato da capo nimicissimo di Mess. Rosso della Tosa e dei suoi seguaci, i quali, per naturale conseguenza, s'erano di nuovo stretti coi popolani grassi. E questi, veduti gli apparecchi che faceva ora il Cardinale, e il nuovo agitarsi del Donati, raccolsero un esercito di 3,000 cavalieri, 15,000 pedoni, e, senza mettere altro tempo in mezzo, corsero ad Arezzo, dando per via il guasto alle terre nemiche. Il Cardinale allora, credendo d'usare un'astuzia di guerra, invece d'affrontare il nemico, si diresse pel Casentino verso Firenze; ma i Fiorentini, tornando sui loro passi, arrivarono in città prima di lui. Ed egli, con grande sua vergogna, rientrò in Arezzo, di dove cominciò a trattare coi Fiorentini, i quali, mostrando d'accogliere le sue proposte, gli mandarono due ambasciatori con incarico di trattenerlo a parole, e canzonarlo. «Né fu mai», dice il Compagni, «femina da ruffiani incantata e poi vituperata, come costui da quelli due cavalieri».[214] Sicché non gli restò altro che andarsene con le pive nel sacco, lasciando al solito la Città scomunicata,[215] di che i Fiorentini si vendicarono col gravare di nuove tasse i preti, punendo quelli che resistevano.[216]

Piú scontento di tutti rimase allora Mess. Corso Donati, da cui il Cardinale aveva cavato danari con la promessa di venire in Firenze, per abbattere il della Tosa ed i suoi amici Neri, senza poi osare neppur d'appressarsi alle mura. Ma non perciò si dette per vinto, che meditava anzi nuove e piú audaci cospirazioni. Allontanatosi per poco da Firenze, forse a cercare danari ed aiuti, vi tornava nel 1308. E sempre piú accecato dalla rabbia, sperando soccorso cosí dal suocero Uguccione della Faggiuola, che in quel momento era signore d'Arezzo, come da Prato e da Pistoia, raccoglieva i suoi partigiani in Firenze. Ad essi esponeva le sue speranze, giurando di voler rompere gli Ordinamenti della Giustizia, e li incitava a prendere le armi, per farla una volta finita con quei Neri, ai quali esso aveva dato tanta forza, che a lui dovevano la vittoria ottenuta, e che ora cosí iniquamente lo trattavano. Ma non meno grande era contro di lui l'irritazione del popolo, per la voce già diffusa, che Egli aspettasse aiuti da Uguccione, valoroso capitano e nemicissimo di Firenze.[217] E quest'odio per qualche tempo represso, scoppiò improvvisamente, prima ch'ei si movesse o se ne accorgesse. Il 6 di ottobre 1308, a un tratto, i Signori sonarono le campane; il popolo si levò a romore, e corse alle armi coi della Tosa, con gli altri Grandi loro amici, coi soldati catalani del De la Rat. L'accusa di traditore della patria fu contro il Donati portata al Podestà Piero della Branca di Gubbio, e in meno d'un'ora, accusa, bando e condanna erano sanzionati. Subito dopo i Signori, il Podestà, il Capitano, l'Esecutore, con la loro famiglia, coi Catalani, le compagnie del popolo e i cavalieri, corsero a S. Piero Maggiore, ed ivi assalirono le case del Donati. Esso si difese allora cogli amici cosí gagliardamente, che se Uguccione e gli altri fossero, come avevano promesso, venuti in tempo, vi sarebbe stato veramente assai da fare. Sembra che da Arezzo si fossero mossi; ma che, sentito come già tutta la città s'era levata a tumulto contro di lui, se ne tornassero indietro. Certo è che nessuno venne, e che Mess. Corso ben presto si vide abbandonato anche da molti degli amici fiorentini, che, allontanandosi dai serragli, disertarono la zuffa. Allora il popolo irruppe, ed egli dové abbandonare le sue case, che furono subito disfatte. Con pochi dei piú fidi, prese, fuggendo, la via di Porta alla Croce, inseguito da' cittadini e da' Catalani. Il primo ad essere raggiunto in sull'Africo, fu Gherardo dei Bordoni, che venne subito ucciso. Poi gli tagliarono la mano, che andarono ad affiggere alla porta di Tedici degli Adimari, perché questi era stato colui che lo aveva indotto ad unirsi col Donati. Pochi momenti dopo il Donati stesso fu raggiunto a San Salvi dai Catalani, che subito lo uccisero, come loro era stato ordinato. Altri dicono, invece, che egli tentò prima di corromperli con promesse di danaro, e non essendovi riuscito, si lasciò, per non venire nelle mani dei suoi nemici fiorentini, cadere a terra, dove fu, con un colpo di lancia alla gola, finito. I monaci di San Salvi ne raccolsero il corpo, ed il giorno seguente lo seppellirono nella Badia assai modestamente, per non incorrere in odio.[218]

Quale fosse la causa di questo improvviso e irrefrenabile furore di popolo, è chiaramente espresso nelle lettere che il Comune scrisse poco dopo ai Lucchesi, presso i quali s'erano rifugiati i Bordoni. «Sapersi per tutta Toscana, che questa dei Donati era stata una guerra a morte per consegnare la città di Firenze e la parte guelfa in mano dei Ghibellini, e sottoporla al loro giogo, con perpetuo esterminio e morte ultima dello Stato guelfo. Costoro volevano rompere tutti i confini, e sottoporre la Città al loro dominio, sebbene Mess. Corso e i suoi sfacciatamente chiamassero invece ghibellina la Signoria».[219] Cosí questa scriveva nel marzo del 1309. E veramente una volta che i Neri s'erano divisi fra Donati e Tosinghi, e questi s'erano uniti ai popolani grassi, dove potevano i Donati trovare aiuto, se non fra i Ghibellini? Il popolo minuto era debole, e il Papa lontano insisteva sempre piú pel ritorno degli esuli. Questi si erano uniti ai nobili di contado, antichi amici del Donati, separandosi da molti di quei popolani bianchi, che erano stati cacciati insieme con loro, ma che, a poco a poco, erano ritornati in città; s'erano separati anche dagli uomini indipendenti come l'Alighieri, il quale, nemico di messer Corso e fautore degli Ordinamenti di giustizia, era stato finalmente costretto a far parte da sé. E cosí i Bianchi, esiliati perché amici del popolo, si trovavano ora amici dei Grandi, d'Uguccione, dei Ghibellini e del Donati, il quale solo da questa ibrida unione aveva potuto sperare valido aiuto. E quale fu infatti l'immediata conseguenza della sua morte? Un altro terribile colpo agli esuli ed alla potenza dei Grandi, cosí dentro come fuori della città. Ne abbiamo subito, ai primi del 1309, una prova, vedendo che i fieri e superbi Ubaldini vennero in Firenze a sottomettersi al Comune, e promisero di guardare i passi dell'Appennino, dando perciò idonei mallevadori. In conseguenza di che furono accettati come amici con la condizione «che, in ogni atto e fazione, dovessero fare come distrettuali e cittadini».[220]

Questo fu il processo con cui dal principio alla fine della sua storia, il Comune di Firenze andò accogliendo i nobili nel proprio seno. Ma fu anche il modo col quale i Grandi, quantunque vinti e sottomessi, ritrovavano in città sempre nuove forze. Essi perciò non tralasciarono di combattere il popolo e la Repubblica, prima fuori, poi dentro le mura, se non quando furono da essa distrutti, dal che non siamo ora molto lontani. E se in mezzo a questa lotta cosí sanguinosa, la prosperità di Firenze non accenna ancora a diminuire punto, occorre tener presente due cose. I continui conflitti da noi esposti nascevano dal bisogno costante d'escludere dal seno d'una repubblica di mercanti, il corpo estraneo del feudalismo, che minacciava di impedirne il naturale incremento. Ma queste guerre civili si combattevano fra un numero comparativamente piccolo di cittadini, che volevano impadronirsi d'un governo, il quale esercitava allora sulla società un'azione assai minore di quello che generalmente si suppone. La forza, la direzione vera della Repubblica stavano assai meno nella Signoria, mutabile ogni due mesi, che nella costituzione economico-politica delle Arti, fortemente ordinate e finora almeno sempre concordi fra loro. Lo Stato moderno che ogni cosa assorbe, le cui scosse scuotono perciò tutta la società, ancora non esisteva nel Medio Evo. Le repubbliche italiane erano piccole confederazioni di associazioni, alla cui testa si trovava un governo centrale cosí debole, che qualche volta poteva essere per un momento anche soppresso, senza che se ne risentisse gran danno.

VII

La morte di Corso Donati pose fine alla tragedia cominciata con la cacciata dei Bianchi; ed un nuovo avvenimento mutò ora le condizioni, non solo di Firenze, ma di tutta Italia. Alberto d'Absburgo era stato ucciso da suo nipote, il 1 maggio 1308. Si trattava quindi di eleggere il nuovo re dei Romani, il futuro imperatore. Filippo il Bello sperava con l'aiuto di Clemente V, d'avere, quando non fosse per sé, almeno pel fratello Carlo di Valois, la corona imperiale. Ma il Papa che, trovandosi in Francia, non poteva opporsi direttamente ad un tale disegno, non voleva di certo neppure favorirlo. Cogli Angioini in Napoli, con la sede in Avignone, con Roma a lui ribelle, egli sarebbe restato addirittura in balía di Filippo, quando un Francese fosse divenuto imperatore. E però favoriva segretamente Arrigo di Lussemburgo, che risultò eletto il 27 di novembre 1308, pigliando il nome di Arrigo VII. Nato sulle frontiere della Francia, nella quale era stato educato, egli serbava in sé qualche cosa di germanico e di latino ad un tempo. Non aveva veramente nessuna forza e potenza propria, i suoi stati essendo poca cosa; ma d'un animo nobilissimo e fantastico, quasi mistico, era tutto pieno d'un alto concetto della dignità e grandezza dell'Impero universale, che voleva restaurare in Roma. Non sembrava comprendere punto, che l'unione feudale della Germania coll'Italia, non riuscita neppure nel primo Medio Evo, era divenuta impossibile ora che l'Italia aveva quasi distrutto il feudalismo, base principale del sacro-romano Impero. Nondimeno le speranze che Arrigo destò nel partito ghibellino, quando cominciò a spiegare la sua bandiera, furono infinite, e si diffusero con grandissima rapidità nella Penisola. Pareva che improvvisamente un vero entusiasmo s'impadronisse di tutti gli animi.

I Ghibellini adesso non erano piú quelli d'una volta, l'idea dell'Impero s'era in Italia trasformata. L'attitudine presa dai Papi contro la libertà e l'indipendenza delle repubbliche; la loro lotta continua contro il Comune di Roma; la lontananza, la debolezza, la dipendenza di Clemente V dalla Francia; il bisogno già cominciato a sentirsi per tutto, di creare sulle rovine degli antichi municipi un nuovo Stato, quale già di fatto si vedeva sorgere in Francia ed altrove; il risorgimento degli studi classici, che nella Repubblica e nell'Impero di Roma antica facevano letterariamente intravedere l'unità e la forza di quello Stato laico, che la realtà delle cose rendeva necessario; tutto ciò aveva, nella mente degli uomini, alterato affatto l'idea dell'Impero medioevale. Ora che la Francia ed altre regioni se n'erano separate, esso non era piú universale, ma solamente romano-germanico, eppure agli occhi degl'Italiani cominciava ad apparire, sebbene assai confusamente, come se fosse la resurrezione dell'antica Roma, che era sempre capo morale del mondo civile, e poteva divenire centro d'uno Stato italiano confederato. Questa idea fu prima di tutti formulata chiaramente dall'Alighieri nella sua Monarchia, che divenne allora il programma del partito ghibellino. Trovò di poi piú largo svolgimento nel Defensor Pacis di Marsilio da Padova, e piú tardi ancora la vediamo riempire di fantastico entusiasmo Cola di Rienzo. Il suo tentativo d'una nuova Repubblica romana, italiana, imperiale, tanto lodato dal Petrarca, fu un sogno, parte scolastico, parte classico-umanistico, parte feudale e medioevale, che però conteneva in germe un oscuro presentimento del futuro stato italiano, che si presentiva, senza ancora capirne la natura. In ogni modo, questo incomposto amalgama d'idee divenne allora la bandiera dei Ghibellini in Italia.

A tutto ciò i Guelfi non opposero un altro programma filosofico. La realtà presente delle cose, il bisogno, l'interesse che c'era a sostenere la indipendenza delle città italiane dal Papa e dall'Imperatore, questa fu la bandiera sollevata allora da Firenze in nome dei Guelfi. La venuta dell'Imperatore rappresentava per essa il risorgimento del vecchio partito ghibellino, quindi d'Arezzo, di Pistoia, di Pisa, di tutte le città nemiche, che l'avrebbero circondata d'un cerchio di ferro, fermando il suo commercio. E però essa chiamava a raccolta le città guelfe, tutti coloro che volevano difendere la propria libertà, e non si volevano rendere schiavi dello straniero, proponendo una confederazione italiana, alla cui testa si pose. Questo è, infatti, il momento in cui la piccola repubblica di mercanti inizia una vera politica nazionale, diviene una grande potenza italiana. E cosí, sotto la forma medioevale d'Impero feudale, universale da una parte, e sotto quella di confederazione municipale dall'altra, il concetto nazionale, per la prima volta, cominciava a balenare, sebbene ancora in nube e da lontano. I due partiti combattevano con ardore pei loro interessi del momento, e pel giusto presentimento che avevano d'un nuovo avvenire, senza però avvedersi, che questo avvenire era possibile solo colla distruzione dell'uno e dell'altro.

Il Papa sembrava adesso favorire Arrigo VII; lo incoraggiava infatti all'impresa d'andare a Roma a prendere la corona imperiale; raccomandava agl'Italiani che gli facessero buona accoglienza. Ma egli (e i Fiorentini lo avevano sin da principio capito) non poteva desiderare che l'Italia fosse sottomessa all'Imperatore: ricordava bene ciò che Federico II aveva fatto soffrire alla Chiesa. E però, seguendo la vecchia politica della Corte di Roma, favoriva nello stesso tempo Roberto di Napoli, il già Duca di Calabria, per la morte di Carlo II, divenuto re di Napoli (3 maggio 1309), il quale naturalmente s'apparecchiava per resistere a tutt'uomo alle pretese d'Arrigo. I Fiorentini sembravano dapprima stare a guardare; non prestavano però nessuna fede agl'incoraggiamenti che il Papa mostrava di dare ad Arrigo. Volevano fare con Clemente piú stretta alleanza, ma questi era irritatissimo anch'egli dalla loro passata condotta, e ripeteva in cuor suo, non senza ragione, le parole di Benedetto XI: «Chi potrebbe mai credere che costoro, combattendo la Chiesa, presumano d'essere suoi figli?» Nondimeno essi, punto sgomenti di ciò, trattarono con re Roberto, il quale teneva sempre presso di loro il De la Rat coi cavalieri catalani, anzi mandava ora anche la sua bandiera. E con questi aiuti i Fiorentini andarono ripetutamente contro Arezzo; né si fermarono quando Arrigo intimò loro di rispettarla come terra d'impero. Ebbero sempre il vantaggio, penetrarono fin dentro la città; ma non poterono restarvi, si disse allora, per tradimento dei Grandi.[221] In fronte a tutti gli atti e bandi del Comune scrivevano: — A onore di Santa Chiesa e della Maestà di Re Roberto, ad abbassamento del Re della Magna.[222]

VIII

Nel 1310, lasciata al figlio la cura delle cose di Germania, Arrigo si mosse per l'Italia. Aveva mandato innanzi Luigi di Savoia, eletto Senatore di Roma, che il 3 di luglio era in Firenze, con due prelati tedeschi. Questi furono ricevuti in Consiglio; ma alla loro domanda, che s'apparecchiassero a ricevere con onore l'Imperatore, Betto Brunelleschi rispose: «Che i Fiorentini mai per niuno signore inchinaro le corna»; risposta che era certo poco conveniente, ma che in sostanza esprimeva il sentimento comune. Infatti i messi imperiali, bene accolti dovunque, nulla poterono ottenere in Firenze, neppure far sospendere la guerra contro Arezzo. Ed a Losanna, Arrigo ricevette gli ambasciatori di quasi tutte le città italiane; ma quelli di Firenze non v'erano. Essa, con grande operosità, si apparecchiava invece alla difesa; rialzava le nuove mura per altre otto braccia, e circondavale di fossati da Porta al Prato fino a Porta San Gallo, e da questa fino all'Arno.[223] Il 30 di settembre Roberto venne da Avignone, dove il Papa lo aveva coronato re di Napoli, e nominato anche vicario di Romagna, per tema che Arrigo volesse impadronirsi di quella provincia da poco alienatasi dall'Impero. Ben presto s'intese coi Fiorentini, e fece con essi gli accordi per la comune difesa. Ciò non ostante, Arrigo s'avanzava, intitolando sempre i suoi atti, in nomine regis pacifici, ed assumendo la persona di giudice imparziale e giusto. Invitava a sé Guelfi e Ghibellini, che tutti voleva ricevere con uguale amplesso. Il 24 di ottobre era a Susa, ed il 6 gennaio 1311, giorno dell'Epifania, prese la corona di ferro nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano.

Ma colà invece della pace da lui sognata, scoppiò subito la guerra civile. I Torriani che erano guelfi, furono cacciati dai Visconti sotto gli occhi stessi d'Arrigo; e da questo momento egli, trascinato con violenza in mezzo ai partiti, cessava d'essere il pacificatore, e tornava Imperatore tedesco, straniero, barbaro. Si disse che i Fiorentini avevano mandato danaro a Guido della Torre, per ribellarlo, il che sarebbe stato causa della sua cacciata. Questo non è certo, ma certo è invece che essi mandarono danari, lettere, ambasciatori a Cremona, Lodi, Brescia, Pavia, ad altre città lombarde, per sollevarle contro Arrigo, e vi riuscirono.[224] Inviarono inoltre ambasciatori a Napoli, in Francia, sopra tutto in Avignone, dove spendevano e spandevano per corrompere le genti della Curia, a fin di sapere quando il Papa diceva davvero e quando fingeva. La loro febbrile attività era tale per tutto, che il Cardinale da Prato esclamò un giorno, dinanzi al Re di Francia: «Quanto grande ardimento è quello dei Fiorentini, che con loro dieci lendini ardiscono tentare ogni signore».[225]

Ma neppure in cosí difficili momenti i Grandi sapevano smettere in Firenze i loro odi, e di tanto in tanto turbavano la città con qualche nuova zuffa. Nel febbraio del 1311 i Donati uccisero Betto Brunelleschi, che tenevano autore della morte di Mess. Corso, di cui andarono subito dopo a dissotterrare il cadavere a San Salvi, celebrandogli, ora che l'avevano vendicato, solenni esequie.[226] L'ordine però fu rimesso assai presto, perché non c'era tempo da perdere in gare private, e gli animi erano occupati di ben altro. Ai primi di giugno 1311 fu firmata la lega guelfa fra i Fiorentini, Pisani, Pistoiesi, Lucchesi, Sanesi, Volterrani, giurando tutti insieme di resistere con le armi ad Arrigo. Il 26 i Fiorentini mandarono a Bologna il De la Rat con 400 cavalieri catalani, mentre che i Senesi ed i Lucchesi mandavano altre genti in servizio del re Roberto in Romagna, dove esso perseguitava, imprigionava i Ghibellini e gli esuli Bianchi di Firenze, che allora cercavano ribellare le città della Chiesa.[227] Ed al re stesso, non appena corse la voce che egli cercava accordi con Arrigo, scrivevano, invitandolo ad entrar subito in Roma come aveva promesso, avvertendolo che se esitava, se tentava accordi coll'Imperatore, essi, che non volevano mezze misure, avrebbero ritirato le loro genti dalla Lega. «Piú volte la vostra regia potestà ci ha promesso che col re tedesco non voleva accordo nessuno, che avrebbe inviato lo sforzo delle sue armi, e personalmente sarebbe andato in Roma a sterminio del nemico comune».[228] E non fu senza effetto, perché ben presto Roberto mandò suo fratello Giovanni, il quale con 400 cavalieri e l'aiuto degli Orsini, cominciò ad occupare i giunti principali di Roma. Il Re fingeva ancora d'operare come amico dell'Impero; ma nessuno piú s'illudeva, ed i Fiorentini erano contenti.

Arrigo VII, fisso sempre nella sua idea, senza punto accorgersi dello straordinario mutamento che intorno a lui seguiva, dopo aver sottomesso Cremona, trovavasi ad assediar Brescia, che gli opponeva una piú viva resistenza. Il pacifico sovrano incrudeliva adesso contro i prigionieri, e faceva morire fra i piú atroci tormenti uno dei capi guelfi. Ma i Bresciani non cedevano per ciò, ed il fiore dell'esercito tedesco moriva di malattie o di ferite, e di ferite moriva lo stesso fratello d'Arrigo. In mezzo a queste stragi, i Fiorentini scrivevano ai Bresciani: «Ricordatevi che dalla vostra difesa dipende la salute d'Italia tutta e dei Guelfi. I Latini debbono in ogni modo aver per nemica la gente tedesca, d'opere, di costumi, d'animo e volere avversa; impossibile, non che servire ad essa, averla comecchessia compagna».[229] E nello stesso tempo scrivevano ad altre città, incuorandole alla difesa, alla rivolta. Invitavano i Perugini a «scuotere il vassallaggio sotto cui si trovavano, a proclamare la dolce libertà»; e a tutti ripetevano che essi non si sarebbero mai stancati di mandar contro Arrigo armi, uomini, danaro.[230] Nello stesso tempo, per dare maggior forza alla cittadinanza ed alla parte guelfa, levarono il bando a tutti gli esuli che si potevano credere amici dei Guelfi, lasciandolo solo contro quelli che ritenevano ghibellini, i quali arrivavano sempre a parecchie centinaia, e fra di essi era Dante Alighieri. Questo ribandimento di esuli fu chiamato la riforma di Baldo d'Aguglione, il quale era uno dei Priori che lo deliberarono il 2 di settembre 1311.[231]

Intanto Brescia, dopo un'eroica resistenza, s'era dovuta arrendere a patti, ed Arrigo s'avviò subito a Genova, dove era il 21 ottobre 1311. Ivi fu grandemente addolorato dalla perdita della moglie, ma non per questo rallentò punto i preparativi necessari a continuare il suo cammino per la via di Pisa a Roma. E a tali notizie i Fiorentini raddoppiarono i loro sforzi. Fornirono di genti S. Miniato al Tedesco; richiamarono da Bologna il De la Rat con i suoi; fecero provvedere d'uomini Lucca, Sarzana, Pietrasanta, i castelli di Lunigiana, il Valdarno di ponente.[232] Ma, quello che è assai notevole, neppure in questi cosí difficili momenti perdevano di vista il loro commercio. Infatti essi scrivevano allora appunto al Re di Francia, facendogli conoscere le gravi difficoltà, in cui la venuta d'Arrigo li aveva messi, e dolevansi che la presente guerra facesse pigliare al Re provvedimenti che danneggiavano il commercio dei loro mercanti, dai quali dipendeva in gran parte la prosperità di Firenze: «cum Civitas nostra ex predictis Florentinis ex maiori parte consistat. Voi,» essi concludevano, «li avete sempre protetti, e nella Maestà Vostra noi poniamo, dopo Dio, il fondamento principale della nostra speranza, massime ora che Arrigo minaccia di andare a Pisa, e venir contro di noi, qui firmavimus et parati sumus nostram quam a vobis et a vestris recognovimus, defendere libertatem». E chiedevano che il Re provvedesse in modo che, anche durante la guerra, il loro commercio potesse continuare in Francia senza interruzione.[233]

Intanto l'Imperatore aveva mandato a Firenze nuovi ambasciatori, Niccolò vescovo di Botrintò e Pandolfo Savelli; ma essi, dopo mille traversie, che incontrarono per via, arrivati alla Lastra, furono prima derubati, e poi messi anche a pericolo della vita. Le campane sonarono a stormo, la loro dimora venne invasa da gente armata, ed a fatica furono salvati dal Podestà e dal Capitano giunti da Firenze, i quali li consigliarono a partir subito, il che essi fecero piú che in fretta.[234] L'Imperatore allora citò (20 novembre 1311) i Fiorentini a comparire in Genova dinanzi a lui, per scusarsi e prestargli obbedienza. Ma, non avendo, come era da prevedere, obbedito, pronunziò (24 dicembre) contro la loro città il bando dall'Impero,[235] di che essi fecero il conto medesimo che avevano fatto degl'interdetti del Papa. Richiamarono però da Genova i loro mercanti, continuando ad armare.

E qui noi abbiamo un'altra fra le tante prove della condotta sempre turbolenta dei Grandi. In questi giorni appunto, senza curare i gravi pericoli nei quali la Repubblica si trovava, essi misero colle loro private vendette la città a soqquadro. Il dí 11 gennaio 1312, Pazzino dei Pazzi, assai amato dal popolo, e uno dei maggiorenti, andando a cavallo a caccia, fu raggiunto ed ucciso da Paffiera dei Cavalcanti, per vendicare la morte al Pazzi attribuita di Masino dei Cavalcanti e di Betto Brunelleschi. Il corpo dell'ucciso fu portato al Palazzo dei Priori, ed il popolo indignato, prese le armi, corse sotto il proprio gonfalone alle case dei Cavalcanti, che furono arse. La Signoria allora, per metter subito un freno a questi tumulti, esiliò i Cavalcanti, e nominò cavalieri quattro dei Pazzi, ai quali dette in premio alcuni beni e rendite del Comune.[236] Cosí anche ora l'ordine fu subito ristabilito.

IX

Arrigo s'apparecchiava intanto a partire per Roma; nel campo imperiale i menestrelli cantavano la morte pietosa di Corradino, e la musa popolare dei Ghibellini continuava a salutare ed esaltare il giusto giudice, il celeste paciaro. Poeti, letterati, giuristi, filosofi s'ostinavano a vedere in lui un nuovo redentore, che doveva restituire a Roma la corona imperiale, all'Italia dar pace e libertà. Cino da Pistoia esclamava: Nunc dimittis servum tuum, Domine, quia viderunt oculi mei salutare tuum.[237] Ma piú di tutti s'era esaltato Dante Alighieri, che in questo momento fu come il rappresentante principale del partito imperiale in Italia. Fin da quando Arrigo s'era avvicinato alle Alpi, egli aveva scritto una lettera ai principi e governi d'Italia, esclamando: «Osanna a te, misera Italia, che ormai sarai da tutti invidiata, perché Sponsus tuus et mundi solatium et gloria plebis tuae, clementissimus Henricus, Divus et Augustus et Caesar, ad nuptias properat. Si rallegrino gli oppressi, che la loro salute è vicina. Perdonino, perdonino coloro che come me hanno sofferto ingiurie, perché ora il Pastore, mandato da Dio, ci ricondurrà tutti all'ovile».[238] Ma piú tardi, quando Arrigo stava per andar contro Cremona, e i Fiorentini già gli si erano dichiarati aperti nemici, la gioia dell'Alighieri si mutò in ira, e dalle sorgenti dell'Arno, sui monti del Casentino, scriveva il 31 marzo 1311, una nuova Epistola indirizzata: Scelestissimis Florentinis. «Non sapete voi che Iddio ha ordinato il governo del genere umano sotto un solo Imperatore, a difesa della giustizia, della pace, della civiltà, e che l'Italia fu sempre in preda alle guerre civili ogni volta che l'Impero mancò? E osate, voi soli, ribellarvi al giogo della libertà, e cercare nuovi regni, come se alia sit florentina civitas, alia sit romana? Voi, vanissimi ed insensati, soccomberete all'aquila imperiale. Non sapete che la libertà vera sta nell'obbedire volontariamente alle leggi divine ed umane? E mentre che presumete di volere la libertà, cospirate contro tutte le leggi!»[239] Quando poi Arrigo, invece d'andare innanzi, si fermava in Lombardia a combattere le città sollevategli contro dai Fiorentini, lo sdegno di Dante arrivò al colmo, ed il 16 di aprile dello stesso anno gli scriveva nuovamente: «Si dice che tu esiti nella tua impresa, e che, scoraggiato, vuoi tornare indietro. Ma non sei tu dunque l'aspettato da tutti noi? Quando le mie mani toccarono i tuoi piedi, io esultai, esclamando: Ecce agnus Dei, ecce qui abstulit peccata mundi. Che indugi? Se non ti muove la tua propria gloria, ti muova quella almeno di tuo figlio:

Ascanium surgentem, et spes haeredis Iuli

Respice, cui regnum Italiae, romanaque tellus

Debetur...

(Aen, IV, 272).

A che ti giova fermarti a sottomettere Cremona? Insorgeranno Brescia, Bergamo, Pavia, altre città, fino a che non estirperai la radice del male. Ignori tu forse dove riposa e cova la fetida volpe? Essa s'abbevera nell'Arno, che avvelena con le sue labbra. Non sai che si chiama Firenze? Questa è la vipera che s'avventa al seno della madre, la pecora che corrompe il gregge, la Mirra incestuosa col padre. Infatti è dessa che dilania il seno della madre Roma, che la fece a sua similitudine, e viola gli ordini del Padre dei fedeli, che è teco d'accordo. E mentre che dispregia il proprio sovrano, parteggia con re non suo, diritti non suoi. Dunque non esitare, e colla frombola della tua sapienza, colla pietra della tua fortezza abbatti il nuovo Golia».[240]

Questo linguaggio scolastico, biblico e classico ad un tempo, spesso anche ampolloso, dipinge mirabilmente le idee del tempo, e dimostra quanto si fosse esaltato lo spirito di Dante. Egli è certo il primo che chiaramente esponga il nuovo concetto dei Ghibellini, che s'era andato svolgendo e maturando nella sua mente, quando egli si separò sdegnosamente dai compagni d'esilio, per chiudersi nello studio. Questo concetto che, come già dicemmo, trovasi ampiamente delineato nella Monarchia, era di certo piú teorico e letterario, che pratico; ma esso aveva profonde radici nelle idee del tempo, e nel libro che lo espone si vede già assai chiara la tendenza del secolo a trasformarsi. Leggendo, noi siamo assai spesso ricondotti nel Medio Evo, ma una nuova aurora biancheggia pure dinanzi ai nostri occhi. «L'Impero rappresenta il diritto, che è il saldo fondamento dell'umana società; deriva perciò da Dio, da cui l'Imperatore riceve il suo potere, non altrimenti che il Papa». Come si vede, è già la società laica, indipendente, emancipata dalla Chiesa, ed è la prima volta che l'idea d'uno Stato fondato sul diritto, idea ispirata dall'antica Roma, suggerita da nuove necessità pratiche, viene formolata in sull'uscire dal Medio Evo, che l'aveva negata. Dante però non s'accorge che il nuovo Stato deve di sua natura essere nazionale, e non vede che l'Impero universale, rappresentato da Arrigo VII, che egli invoca, è quello appunto che rende impossibile questo Stato. Cosí ciò che v'ha di nuovo, quasi di profetico, nel suo libro, è distrutto da ciò che vi ha di teorico e di scolastico. Lo Stato laico, indipendente, che egli già vede con la sua gran mente, deve trionfare; ma questo trionfo farà sparire l'Impero medioevale, di cui egli, col suo libro, voleva scrivere l'apoteosi, e scriveva invece l'epitaffio, come fu giustamente osservato. Eppure il concetto non solo dello Stato, ma dello Stato nazionale, sebbene in confuso e da lontano, piú d'una volta balena nel suo libro, svolgendosi faticosamente attraverso il classicismo che risorge. L'Impero infatti è inseparabile dalla Città Eterna, da cui deriva, di cui è l'erede. La venuta dell'Imperatore a Roma, sua sede naturale, permanente, dovrà ricondurla all'antica grandezza. E Roma e l'Italia non sono una sola e medesima cosa? Arrigo VII è il rappresentante non solamente del diritto, ma della pace, della libertà, della civiltà, e l'Italia troverà in lui la fine delle sue miserie, la garanzia delle sue libertà. Non è egli il padrone del mondo? Epperò nulla può desiderare di piú, e non potrà non essere a tutti giusto signore e padre, rispettando tutti i diritti e le giurisdizioni legalmente acquisite. Ma era appunto questo suo voler esser signore di tutto e di tutti, ciò che si opponeva a quello spirito nazionale, che già si cominciava a sentire da molti, e che, quasi a sua insaputa, veniva cosí vivamente esaltato dall'Alighieri, nel momento stesso che lo negava col chiedere la resurrezione dell'Impero.

Una tal contraddizione rendeva tragica davvero la condizione in cui lo spirito di Dante si trovava. Egli era profondamente sincero e convinto della verità delle sue idee. Pieno di santo sdegno contro coloro che aiutavano il Papa e gli Angioini, memore di ciò che aveva visto operare da Bonifazio VIII e da Carlo di Valois in Firenze, prevedeva, quasi vedeva le molte calamità che i suoi avversari avrebbero, colla loro ostinazione, fatto ripiombare su tutta Italia. Ma non vedeva che il suo concetto politico avrebbe ricondotto l'Italia al Medio Evo feudale, resa vana l'opera dei Comuni, e le loro lotte secolari, alle quali egli stesso non era stato estraneo. In mezzo a questo conflitto, che era nella sua mente, nacque la Divina Commedia, nella quale due mondi sono in presenza, spesso a contrasto, ed uno spirito nuovo, rianimando il passato, lo trasforma e ne fa sgorgare l'avvenire, un'arte, una letteratura, una civiltà nuova. Nel grande poema la realtà umana delle passioni e della vita, penetrando nelle mistiche nebbie del Medio Evo, le dissipa finalmente per sempre. Il filosofo, lo storico vi trovano quindi tutti gli elementi che costituirono quel secolo, in cui una società muore, ed un'altra, quasi sotto i nostri occhi, apparisce e si forma. Ma se da tale conflitto sgorgò una poesia immortale, non ne sgorgò, e non poteva, una politica pratica.

Ed era ciò che dava il vantaggio ai Fiorentini, i quali si tenevano invece stretti alla presente a prossima realtà. Essi contavano e pesavano le balle della seta e della lana; calcolavano di quanto sarebbero, col trionfo dell'Impero in Italia, diminuite la loro importazione e la loro esportazione; e vedevano in esso la rovina del loro commercio; il trionfo dei loro nemici, dei Grandi, di Pisa, dei molti piccoli tiranni italiani; la rovina delle loro libertà e del governo delle Arti. I fatti di Milano, di Cremona, di Brescia non davano loro ragione? E perciò essi chiamavano a raccolta le città guelfe, e nel nome d'Italia, della libertà e della comune indipendenza, le confederavano a difesa contro lo straniero. Ma s'alleavano anche con Roberto, e sposavano la causa della Francia e del Papa, il cui trionfo sarebbe stato a sua volta, come fu di fatto, funesto alla libertà ed alla indipendenza italiana. La nazione, noi lo abbiamo già detto, poteva cominciare a formarsi solo colla distruzione, sulle rovine dell'uno e dell'altro partito. Il lungo e faticoso processo di storica evoluzione, che doveva apparecchiare un avvenire lontano, era allora ignoto a tutti. I Fiorentini pensavano solo a salvare il presente, ed in ciò ebbero ragione e furono fortunati.

X

Intanto Arrigo VII, vittima coronata del proprio fato, come dice il Del Lungo, s'avanzava impassibile, fidente. Il dolore di avere egli, re pacifico, insanguinate le città italiane, e seminata la discordia; la perdita del fratello, e della moglie; la morte dei suoi migliori soldati; l'abbandono di molti amici; il sarcasmo sprezzante dei nemici non gli facevano perdere la sicurezza e la fede nella sua impresa. Il 6 marzo del 1312, tranquillo e sereno, entrava in Pisa, dove fu accolto con grandissima festa, e si trattenne fino al 23 d'aprile fra un popolo a lui veramente amico. I Pisani gli avevano già mandato 60,000 fiorini a Losanna, ed ora gli professavano sincera sottomissione, accettando da lui nuovi magistrati, e promettendogli altra uguale somma.[241] Né egli si sgomentò punto, quando seppe che le forze del principe Giovanni, fratello di Roberto, erano in Roma cresciute.

Il principe aveva seco piú di 600 cavalieri catalani e pugliesi, e già glie ne erano venuti altri 200 dei migliori cavalieri fiorentini, comandati dal De La Rat, che aveva menato anche mille pedoni, oltre i suoi Catalani. Da Lucca, da Siena, da altre città erano venute nuove genti. Il Campidoglio, S. Angelo, Trastevere, tutte le fortezze furono cosí occupate. E finalmente il re di Napoli, che aveva prima affermato d'aver occupato Roma come amico, si dichiarava adesso aperto nemico d'Arrigo. Questi nondimeno s'avanzava con soli 2000 cavalieri, oltre parecchi fanti, ed il 7 di maggio 1312 entrava nella Città Eterna. Il Campidoglio fu subito da lui assalito e preso con la forza; ma quando si provò ad aprirsi con le armi la via a S. Pietro, per pigliarvi la corona imperiale, vi fu allora nelle strade una vera battaglia; ed una sortita da Castel S. Angelo respinse le sue genti, che subirono gravi perdite. Né la coronazione avrebbe avuto mai luogo, se il popolo romano, che gli era favorevole, non avesse minacciosamente obbligato i prelati a compiere, contro l'usanza, in Laterano la solenne cerimonia (29 giugno). Ma ora dovette accorgersi che nemico gli era anche il Papa, il quale gli ordinava di non assalire Napoli, di far tregua d'un anno col Re, di lasciar Roma il giorno stesso della incoronazione, di rinunziare ad ogni diritto sulla Città Eterna, né piú tornarvi senza permesso. La maschera era finalmente caduta, e i Fiorentini erano stati i piú accorti profeti. Però in questo stesso momento, in cui la loro politica guelfa trionfava, e la rottura tra Papa e Imperatore era cosí manifesta, il popolo romano proclamava Roma città imperiale, ed il Campidoglio sede perenne dell'Imperatore, il quale solo dal popolo romano doveva riconoscere la sua autorità. «Dum sola tribunitia, exterminatis Patribus, potestas adolevisset illo sub magistratu.... omnia haec paravi Caesari, ipsum evocandum in Urbem, vehendumque triumphaliter in Capitolium, principatum ab sola plebe recogniturum».[242] Era l'idea stessa di Dante proclamata ora dal popolo di Roma.

Arrigo finalmente, dopo molto esitare, si decise a seguire il consiglio, che l'immortale poeta già da un pezzo gli aveva suggerito, e andò ad assediar Firenze. Traversò nell'agosto la campagna romana, che con le febbri decimò le sue genti, e dopo aver preso Montevarchi e S. Giovanni, venne a Figline.[243] I Fiorentini accorsero in gran fretta, senza buoni capitani, quasi tumultuariamente, con molti fanti e 1800 cavalieri, al Castello dell'Incisa. Ma non vollero poi accettar battaglia, e l'Imperatore per altra via continuò il suo cammino, respingendo vigorosamente tutti coloro che dall'Incisa gli vennero incontro per fermarlo. Il 19 di settembre cinse d'assedio Firenze, ponendo a S. Salvi il suo quartier generale. E i cittadini, che non sapevano ancora nulla di ciò che era seguito del loro esercito, trovandosi come sorpresi, corsero subito alle armi, e sotto i gonfaloni del popolo andarono alle mura, dove venne anche il vescovo, armato coi suoi preti. Dopo due giorni, i militi che erano andati incontro all'Imperatore, per vie traverse tornarono in Firenze, dove arrivarono anche aiuti da Lucca, Siena, Pistoia, Bologna, dalla Romagna, da tutte insomma le città della Lega. E cosí, secondo il Villani, si mise insieme un esercito di 4000 cavalli, con numero infinito di fanti. L'Imperatore, che aveva solo 800 cavalieri tedeschi, mille italiani e buon numero di fanti non poté far altro che dare il guasto alla campagna. Fortunatamente per lui l'annata era stata assai fertile, e quindi non mancarono le vettovaglie ai suoi soldati. I Fiorentini, sebbene in numero tanto superiore, non osarono neppure adesso uscire a battaglia; ma nella città si sentivano tanto sicuri, che solo le porte di fronte all'Imperatore erano chiuse le altre restavano aperte, e i traffici procedevano come in tempo di pace. In tal modo si continuò sino al novembre, quando la notte d'Ognissanti Arrigo VII, ormai stanco ed esausto, se ne parti per Poggibonsi e Pisa. Lo seguirono i Fiorentini, e piú volte lo assalirono per via, ora con prospera, ora con avversa fortuna. A Poggibonsi restò fino al 6 marzo 1313, privo di denari e di vettovaglie, con l'esercito stremato in modo che non aveva piú di mille cavalieri. Pure continuò la sua via e, sebbene gli assalitori fossero, secondo il Villani, quattro contro uno, poté pur sempre resistere, arrivando a Pisa il 9 di marzo.

Era allora, pei travagli dell'animo e del corpo, rovinato in salute, senza danari, senza soldati, pure senza aver perduto la sua fede e la sua calma. Iniziò quivi molti processi contro i Fiorentini, che privò delle loro giurisdizioni; depose i loro giudici e notai; impose grosse taglie; condannò nell'avere e nella persona molti dei loro cittadini, sentenze che restarono tutte prive di effetto. Ma egli continuava senza darsene pensiero. Proibí loro di batter moneta, consentendo ad Ubizzo Spinola di Genova, ed al marchese di Monferrato di battere nelle loro terre fiorini falsi col conio fiorentino, cosa che fu molto biasimata, come contraria alla pubblica fede.[244] Condannò il re Roberto come traditore dell'Impero, e s'alleò con Federico di Sicilia, con i Genovesi. Voleva andare contro Napoli, non ostante che il Papa avesse minacciato la scomunica a chi assalisse quel regno, ritenuto feudo della Chiesa. Tutto pieno d'ardore e di fede nella nuova impresa, mandò in Lombardia ed in Germania, per avere uomini e danari. Raccolse cosí 2,500 cavalli oltramontani, 1,500 italiani, oltre le genti a piede. I Genovesi armarono 70 galere; Federico ne armò 50; i Pisani, che già per lui avevano fatto ogni sacrifizio, ne armarono 20; raccolse anche del danaro, e il dí 8 agosto 1313 parti, non senza ragionevole speranza di buona fortuna. Ma il 24, arrivato a Buonconvento, morí, e cosí tutto fu finito.

Il 27 dello stesso mese i Fiorentini, con grandissima gioia, annunziavano ai loro amici, che «Gesú Cristo aveva fatto morire quello fierissimo tiranno Arrigo, che i ribelli persecutori di S. Chiesa, cioè i Ghibellini vostri e nostri nemici, chiamavano Re dei Romani e Imperatore».[245] Già, lui vivente, essi avevano dato per cinque anni la signoria a Roberto; gliela rinnovarono ora per altri tre, a condizione, ben inteso, che il governo restasse libero, guelfo e popolare nelle loro mani. Si trattava solo d'avere da lui un capo militare che menasse, in nome e con la bandiera del Re, alcuni buoni uomini d'arme, e potesse comandare le forze cittadine, per difendere la Repubblica contro i possibili assalti di Genova e di Pisa, contro i capitani ghibellini, come Uguccione della Faggiuola ed altri. Di quest'ultimo soprattutto si temeva e di Pisa; che già aveva preso al suo soldo mille dei soldati d'Arrigo, i quali formarono la prima di quelle compagnie di ventura, destinate ad essere ben presto un vero flagello d'Italia.[246] Il Papa, schiavo ormai della Francia, si gettò nelle braccia di Roberto, che nominò Senatore di Roma, dove tornarono subito i vicari angioini. Egli presumeva di potere, durante la vacanza dell'Impero, assumerne tutta l'autorità, e quindi annullò il decreto d'Arrigo contro Roberto, che nominò vicario imperiale in Italia, sino a due mesi dopo la prossima elezione.

Non ostante la nuova potenza di Roberto, e la signoria a lui affidata della loro città, i Fiorentini ebbero allora un grande aumento di forza morale e materiale, poiché avevano meglio assai degli altri preveduto l'avvenire, erano stati gli autori principali di tutto ciò che era seguito, si trovavano amici ed alleati di coloro che insieme con essi avevano trionfato. Il popolo rimaneva in sostanza padrone; i Grandi erano disfatti; il commercio, non interrotto durante la guerra, pigliava colla pace nuovo vigore. Ma che cosa era divenuta la confederazione guelfa, e il nome d'Italia che essi avevano invocato nel formarla? Tutto era svanito in un attimo. Il fatto stesso che essi si sentivano appunto ora costretti a cercare un re che li proteggesse, dimostra chiaro che, non ostante cosí prospera fortuna, la loro repubblica, restando sola, non sentiva la fiducia e la forza necessarie a renderla davvero indipendente e padrona di sé. Ciò minacciava di necessità nuove complicazioni e nuovi pericoli, i quali pur troppo non potevano tardar molto. Il Comune italiano doveva morire; lo Stato moderno doveva nascere; ma per arrivarvi bisognava passar sotto la tirannide. Questo è il fato che da lontano pesa ora anche su Firenze.

Dopo la morte di Arrigo VII muta il carattere dell'Impero e delle sue relazioni con l'Italia. Dopo l'alleanza del Papa con la Francia mutano sostanzialmente anche le relazioni del Papato coi Comuni italiani, alla cui indipendenza e libertà esso si dimostra sempre piú avverso. Il Medio Evo si chiude, un'epoca affatto nuova incomincia ora nella storia di Firenze e dell'Italia.