WeRead Powered by ReaderPub
Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. II cover

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. II

Chapter 30: DOCUMENTO V. (Pag. 62)
Open in WeRead

About This Book

The volume reconstructs the life, career, and political thought of Niccolò Machiavelli within the tumultuous political landscape of the Renaissance. It examines his major writings and public actions through newly available documents and archival evidence to clarify intentions and chronology. The narrative situates those developments amid wars, papal ambitions, and shifting alliances that shaped Italian statecraft. It also surveys contemporary cultural currents—painting, sculpture, literature, and the revival of classical models—and considers how artistic and intellectual life influenced political discourse. Close readings of texts and documents link specific events to the composition and aims of his work.

APPENDICE DI DOCUMENTI

DOCUMENTI

DOCUMENTO I. (Pag. 52)

LETTERE AL MACHIAVELLI, SCRITTE DA COMMISSARI E DA AMICI NEGLI ANNI 1507-1509.

1 Lettera del Commissario Alessandro Nasi, 30 luglio 1507.[689]

Machiavel gentile et non sciagurato, che ne sei guarito interamente. Havendo per la tua de' xxiij dischorso in modo che sono inluminato di molte cose, alle quale non voglio fare replicha, perchè el tempo non serve, et anche chi scrive à preso pocho foglio; piacemi che ti chachassi la imperial commissione, poi che sei sanifichato in tutto. Et credo sia molto al proposito, maxime tuo, trovarti più presto a Firenze che in Thodescheria, come dischorreremo una volta quando saremo insieme.

Le cose si ristringhano, et interverrà a molti come a' fanciulli, che sono qualche volta lasciati fare corpacciate da' padri o dalle madre, di cose che loro ne hanno gran contento: et poi quello è il propio mezo a torli loro. Però, chi si trova d'uno buono animo, recto, et a Idio et al ben comune, ragionevolmente in tutti li eventi si può fare iuditio si habbia meglio a resolvere, et sia richo o povero, o di qualità o non qualità, come si voglia.

Lo Amicho Napoletano interpetra sì bene spesso le cose al contrario, che se comentò quella male, non fu gran facto. Ho molto charo, acciò che tu conoscha gli homini, che interpetrassi a quel modo, et tu lo habbi saputo.

Quando sarà piovuto et rinfreschato, vi aspetto a ogni modo, cioè Alexandro, Biagio et tu. Et se alle volte in questo mezo tu scrivessi, non sarebbe però pechato mortale. Se el battaglione non è in altro termine che tu mi dicha, posso farne buon iuditio et vero.

Nec alia. Racomandomi a te et al Zampa.

Cascinae, die xxx julii MDVII.

Alexander Nasius
Generalis Commissarius.

Spectabili viro Nicholao de Machiavellis

Secretario florentino......

precipuo, Flo[rentie].

2 Lettera del Commissario Filippo Casavecchia.[690] 30 luglio 1507.[691]

Se io mi dolsi, et hora mi ridolgo. Quando io pensavo che tre huomini della qualità vostra avessino ad esser le gruccie et il sostegno della vita mia, et de risolvermi e' mia dubbi, et che hora me usciate adosso con sì facte cose, le quali mi paiono come addimandare quale fu prima, ho la machina del cielo ho l'astrologia, ho quale sia più densa, ho l'aqua ho 'l globo della terra, ho qual sieno più perfette, ho le figure triangulate ho circuli tondi. Hor non sapete voi che poche poche amicitie sono state quelle che in prociesso di tempo non diventino il suo contrario? Et come l'omo i' nella sua giovanezza, ho per me' dire infantia, se deletta di mano in mano di mutare le vestimenta et di varii colori, così medesimamente si mutano le amicitie: et venendo poi nell'età più matura, chi per defecto de compressione, et chi hopresso da una sordida et meschina povertà, così ancora da emulatione di stati et da varii sdengni, fanno tutte queste cose, con lungezza di tempo, diventare li uomini d'amici inimicissimi. Hor non sapete voi che lo inperio et grandezza di Roma fu disfacto, per conto dell'amicitie, infinitissime volte? Ho chi furono maggiori amici che Collatino et il figliuolo di Sesto Tarquineo? Per le qual cosa ne venne la ruina de' regi et totalmente di quella familglia. Et disciendendo poi a' tempi di Mario et Silla, la quale confederatone non fu mai pari, et finalmente ne seguitò la perturbatione di quel pacifico et populare governo di quella città. Ho non v'è elli noto la fratellanza et congiuntone di Julio Ciesare et il magnio Pompeo? et così ancora de el triumvirato, cioè Antonio et Hottavio et Lepido, che non solamente messono in ruina la patria loro, ma quasi tutto il circulo della terra? Et se non che l'ora è pure tarda, io empierei una lisima di folgli de esempri ebrei e greci e latini. Ma che bisongnia ricie[r]care le cose antiche, quando ne' tempi nostri moderni, et noi conlli nostri hochi abiamo più et più volte veduto per simili efetti la patria nostra in grandissima ruina e angustia? Dove fu maggiore familiarità et amicitia che in fra Dietisalvi et Piero di Cosimo, et così ancora poi in fra Giuliano et Francesco de' Pazi? Et vedete che icielerato fine ne seguitò.

Ma e' mi pare de continuo sentire qualcuno di voi che, legiendo questa letera, non isghingniazzi, et che non dichi: Ho! queste cose non seguitorno quando l'amicitia durava, ma dipoi che fatti furono inimici. Et io rispondo, che tutti li efectti sono generati dalle cause loro; et però si può dire iustificatamente, che quasi pro maiori parte tutte le ruine delle città sieno causate et generate dalle intrinseche et cotidiane amicitie, le quali genorono col tempo, et massime nelli homini grandi, pelle ragioni preallegate di sopra, simili e cotali efetti. Et però, carissimi amici, io ve esorto et conforto et imo priego ad volere usare in fra voi moderatamente et civilmente, prima perchè io giudico sieno più per durare, et etiam per evitare tutte le suspitioni et gelosie, le quali solgliono nasciare in simile città. Ma perchè questa mia lettera non diventassi cantafavola, farò fine al mio sermone, ricordandovi solamente una cosa; e questo è a patientia circa al trionfo di Germania. Et chi si fa bello d'avervelo impedito, non à[692] e non trionferà però dell'Asia. Et di coteste cose non v'à mancare se non quelle non vorrete. Nec alia.

Ex Fivizana, die xxx iulii MDVII.

Io ve priego che e' non vi incresca racomandarmi al magnifico Gonfaloniere, quando capitate su. Ma questa parola bisongnierebbe fussi in sur uno prigetto,[693] che agiugnessi insino a costì, et a mala pena lo faciessi. Ma io sono chiaro d'una cosa: che voi metterete un dì inn'oblivione voi medesimo, e basti. Voi me avisate che state tutti coll'arco teso, che Gigi Mannelli non venga. Se voi l'avete a schochare, schochatelo nel forame a Masino Del Tovalglia. Fatevi con Dio, et atendete a stare lieti; e racomandatemi a Paolo, a Giovanbatista, a Luigi, a meser Francesco, a Tomaso Del Bene; et basti.

Vostro Philippo Casavetia
Commissario.

Spectabili domino Nicolao Macravello

dingnissimo Secretario apud

D.[Novem Mi]litie Reipublicae florentine.

3 Lettera di B. Buonaccorsi. — 20 febbraio 1509.[694]

Magnifice generalis Capitanee, etc. Io non vi scriverrò più, se voi non dite almanco della ricevuta, chè havendo costì 4 cancellieri, lo doverresti pure fare.

El Papa ha mandato per semila Svizeri, at anchora lui comincia ad spendere, et questo stoppino lavora da ogni lato. E' Vinitiani fanno il simile, et aiutonsi con le messe et paternostri; et hanno mandato costà, come harete visto per le lettere vi si mandorono, per Tarlatino et Romeo. Vedete dove si fondano e' casi loro. L'Imperatore, per quanto si ritrahe di queste ultime lettere di Francia, non pare habbi ad passare questo anno in Italia: pure s'intende si prepara et di gente et di danari. Ma di questo con voi non bisogna troppo parlare, sapendo meglio di noi quello può fare. Spagna, come vi dissi, manda in Puglia gente et artiglierie per la impresa delle sua terre: vedreno che seguirà. Qui non si pensa ad altro che ad ultimare le cose di Pisa, et non si guarda ad spesa alcuna. Et el ponte, avanti passi 4 dì, sarà in opera; chè s'è mandato di qui Antonio da Sangallo con assai maestri per questo conto: così si è spinto in giù legname assai, et ogni cosa vola.

Habbiate cura costì, che a uno temporale tristo, ancorachè l'armata sia ritirata, non si mectessino ad intrare etc., chè tutta l'acqua d'Arno non vi laverebbe. Quello vento ch'i' vi dixi s'era levato et non haveva havuto forza, di nuovo cominciò ad trarre, et hebbe el medesimo fine, et harà, se altro non nasce. Et cicali chi vuole.[695]

El Commissario di Cascina scrive che quelli poveri scoppiettieri, così mal guidati da quel traditore ribaldo ubriaco come furono, amazorono 13 cavalli alli inimici et 5 homini, et perironne assai: che ha turato la bocca a chi si faceva huomo alle pancaccie; et hanno dimonstro essere homini come li altri. Qui s'ordina di riscattarli ad ogni modo, et far loro qualche altro bene per inanimire li altri per lo advenire.

Scrivete ad Niccolò Capponi, che bofonchia et duolsi non li havete mai scripto. Et dite a quel c.... di ser Battaglione che vadi adagio, et non si assicuri più, che la scusa del piè non varrà sempre; et ricordateli che facci fare prima la credenza alla mano, innanzi che vadi più là. Et raccomandatemi al Baldovino, che anchora elli è uno cazelloncello.

L'amico non ho visto da parechi dì in qua, perchè non ho potuto; et anche le faccende assai che li ha in questo carnesciale, non patiscono se li dia molta briga. Farenlo in questa quaresima. Advisate se volete facci altro.

Parlai al Fantone di quello vi scrissi hieri: dixemi che vi era surto 4 altre querele; et che non dubitassi, che vi harebbe advertentia.

Florentie, die carnescialis, 1508.[696]

Quem nosti etc.

Nicolao Maclavello Secretario florentino

suo plurimum honorando.

4 Lettera di B. Buonaccorsi. — 21 febbraio 1509.[697]

Niccolò mio honorando. Io vi rispondo poche parole alla parte toccante el caso del Commissario verso di voi: il che non è punto piaciuto allo ufitio. Pure e' più potenti sempre hanno ad haver ragione, et a loro si ha ad havere respecto. Voi solete pure essere patiente et sapervi governare in simili frangenti, benchè questo fia di poco momento, havendo ad stare discosto; et se una o dua lettere lo hanno ad contentare, sarà poca fatica. Et superius, con chi parlai hiersera lungamente di questo, mi commisse ve lo scrivesse, et che io vi confortassi per suo amore ad haver patientia, con altre parole da haverle chare et stimare assai. Della licentia non bisogna ragionare per hora, et questo monstra se satisfate o no: che pure stamani, nel ricercare che voi fate di tenere uno in Mutrone, qualcuno arebbe volsuto vi fussi transferito fino ad Lucca ad domandare questa cosa: tamen, la gelosia che costì non si stessi sanza voi possè più; et si risolverono tentarla per altra via. Una cosa vi vo' ricordare, et questo è, quando scrivete, diciate ogni minimo accidente che segue, così costì come in Pisa; perchè questi particulari satisfanno et empiono la brigata assai, et sono quelli che vi porteranno in cielo. Quando vi paia altrimenti, me ne rimetto a voi. Stasera, da questa ultima in fuora, si leggeranno nelli 80 et Pratica tutte le vostre lettere, et così si seguiterà, sì che mandatecene qualcuna di quelle che voi solete. Se voi non volete rimandare ser Francesco, respondete di haverne bisognio, et farassene quello che voi vorrete.

El ponte si sollicita per tutti versi, nè si può fare più di quello si sia facto. Scrivete anchora qualche volta a' Nove, perchè ogniuno vuole essere dondolato et stimato; et pure bisogna farlo chi si truova dove voi; et quattro buone parole con dua ad vi si satisfaranno, et parrà sia tenuto conto di loro. Fatelo, ve ne prego. Di nuovo non ho da dirvi cosa alcuna, perchè da poi vi scrissi non è innovato nulla.

Hieri andai per visitare l'amico; non era in casa, se mi fu decto el vero, che ne dubito. Pure, sendo il dì che era, non me ne maraviglio. Spero che hora harà più agio. Qui si dice che a ser Battaglione è stato rotto el c.... et che 'l Baldovino è crepato. Advisate quello che ne sia, chè ne stiamo in gelosia grande, et amendua le donne loro fanno mille pazie. Quel matto di ser Antonio dalla Valle ha facto uno modello d'uno ponte, et vuol fare uno ponte levatoio sopr'Arno; et non se li può cavare del capo, in modo dubito non c'inpazi su. Rimediate se voi potete.

Florentiae, die prima quaresimae 1508.[698]

Quem nosti.

Confortate, vi prego, messer Gandino ad rendere quelle bestie sanza andare più oltre, chè non è cosa l'habbi ad richire, et faranne piacere a più d'uno.

Postscripta. Ho ricevuto la vostra de' 20; et circa li scoppiettieri io ho facto el debito in questo come nell'altre cose vostre. Ma bisogna scriviate quanti ne sono presi, quanti morti, et come la cosa sta, chè qui si spasima. La mancia andrà domattina ad casa, et con lo amico farò il debito che fino ad qui non ho potuto. Et quell'altra faccenda non è anchora iudicata. Non so quello ne habbi ad essere.

Niccolao Maclavello Secretario fiorentino

suo plurime honorando in Castris.

DOCUMENTO II. (Pag. 53)

LETTERE DEI NOVE DELLA MILIZIA.

1 Al Vicario di Pescia, Berto da Filicaia. — 2 giugno 1507.[699]

Don Giliberto spagnolo, nostro conestabole, ci scripse per una sua lectera, come el Papa da Fordigla da Uzano, havendo abbassato dopo certe parole uno spiede per darli, et lui defendendosi colla spada, et correndo ad quel rumore un suo garzone, ferì decto Papa; donde noi ti commettemo, facessi d'averlo nelle mani. Venne di poi hieri al magistrato nostro un fratello del Papa, et ci ha referito questo caso al contrario, et dice in sustanza che 'l Papa fu assaltato dal conestabole et dal suo garzone; et facendoci intendere come decto garzone era in Firenze, parendoci approposito, infino che noi intendessino bene la cosa, di haverlo nelle mani, lo facemo pigliare. Et desiderando hora intendere la verità del caso, ti scriviamo la presente, et voliamo che tu intenda quello che dice l'una parte et l'altra, et che tu esamini dipoi e' testimoni che n'allegano, et veggha con ogni debita diligentia d'intendere la verità di questo caso: et intesola, ci manderai per iscriptura tutto quello ne harai ritratto et quanto più presto potrai.

Manderaci le listre de' disubbidienti nell'ultima mostra, et serberatene copia, et da decti disubbidienti trarrai la pena di 20 soldi per ciascuno; et così finirai di risquotere da quelli disubbidienti che ti lasciò l'antecessore tuo, et ci farai rimettere e' danari riscossi infino ad qui.

2 Ad Agnolo da Ceterna. — 31 luglio 1507.[700]

Noi intendiamo quello che tu ci advisi per la tua de' 28; et circha alli accordi che tu hai facti costà, per le questione che vi sono nate. Te ne commendiamo assai, et così seguirai per lo advenire; et quando non potessi comporre alcuna cosa, ce ne adviserai, perchè sopra ad ogni altra cosa desideriamo che cotesti nostri stieno uniti et in pace. Quanto ad Andrea del Bororo preso per condannagione dal podestà del Monte, scriviamo al podestà che lo rilaxi, perchè presupponiamo che tu dica el vero, che fussi condannato avanti che tu li dessi l'armi. Et però farai fede per via di testimoni a decto podestà, del dì che tu li desti le armi, et guarderai di dire la verità, acciò che non potessi accusarti di fraude, perchè l'ordine nostro lo fa securo delle condannagioni che li haveva dal dì che prese le armi indreto. Et quanto ad quello che tu desideri d'intendere come ti habbi ad governare, ti significhiamo che gli scripti non hanno altro privilegio, se non che sono securi dalle condannagioni vechie, et possono portare l'armi. In tucte l'altre cose eglino ànno ad essere tractati da' rectori et da ogni altro magistrato come se non fussino scripti.

Dispiaceci che sieno adoperati da' rectori ad fare le executioni; et però quanto adpartiene ad te, lo prohibirai loro per parte nostra, et noi anche ne advertireno e rectori.

3 A Giovencho de' Medici, potestà di Prato. 3 novembre 1507.[701]

Havendoci facto constare et bene certificato Antonio di Zanobi del Papa, trombetto che fu di don Michele, havere impegnato una sua trombetta per dua ducati d'oro per li sua servitii, et parendoci ragionevole che si vaglia sopra la roba di decto don Michele, voliamo che del cavallo morello che è di don Michele, el quale detto trombetto ti ha facto staggire in mano, tu facci una delle dua cose, o che tu lo consegui a decto trombetto per stima, faccendoti pagare indreto quello più fussi stimato da due ducati in su, o veramente tu lo facci vendere allo incanto. Et del retracto ne darai dua ducati d'oro ad decto Antonio trombetto, et el restante serberai appresso di te per satisfare ad delli altri creditori di don Michele: et ad noi darai ad adviso di quello harai facto. Vale.

DOCUMENTO III. (Pag. 53)

Lettera dei Dieci a Giovanbattista Bartolini. 27 novembre 1506.[702]

Havendo noi inteso hieri per la tua de' 24 et per una del commissario di Libbrafacta in conformità della tua, come el Volterrano fu taglato ad pezi in casa quelli della Chiostra, poi che fu condocto prigione in Pisa; ci dette assai dispiacere tale caso, sì perchè noi amavamo el Volterrano, sì perchè e' ci dispiacque el modo della morte sua, parendoci apto crudele et non conforme a' buoni tractamenti facti da noi alli prigioni che de' Pisani habbiàno et habbiamo hauto sempre in mano. Et perchè ogni huomo conosca che, come noi non siamo per incrudelire qua a' nostri nemici, così non siamo per lasciare impunite le crudeltà loro, facemo questa mattina impiccare alle finestre del palazzo del Capitano nostro Giovanni Orlandi et Miniato del Seppia. Diamoti questo adviso ad ciò lo pubblichi, et che s'intenda in Pisa come e' loro cittadini non sono stati morti da noi, ma da la crudeltà che è stata usata contro a' nostri; et che l'intendino, poichè li usono male la nostra humanità, che e' si diventerà della natura loro. Bene vale.

DOCUMENTO IV. (Pag. 62)

Lettera di Niccolò degli Alberti, Capitano e Commissario ai Signori. — Arezzo, 16 luglio 1507.[703]

Magnifici et excelsi domini, domini mei singularissimi, etc. Per cavallaro a posta di V. Excelse Signorie, cor una de' xiiij del presente, ho ricevuto fiorini cinquanta larghi d'oro in grossoni, a lire 6, soldi 18 per fiorino; et tanti questa mattina si sono pagati a don Michele Coreglia vinitiano, con promissione di partire lui di qui et trasferirsi a Firenzuola, come per le lettere di V. Excelse S. conmecte. Et da lui si è ricevuto la quetanza di detti fiorini 50 larghi d'oro in oro, rogata per mano del mio canceliere in valida forma.

Fece decto don Michele qualche resistentia nello acceptare detti denari, allegando non li essere abastanza per pagare e' debiti sua già facti qui et altrove. Tandem, presentatoli la lettera di V. Excelse S. et le persuasioni che ci occorse mostratoli (sic), disse esser contento ubbidire alle prefate V. Excelse S. Alle quali e lui e me del continuo si rachomandano: que bene valeant.

Ex civitate Arezii, die xvi iulii MDVII.

Nicolaus de Albertis,
Capitaneus et Commissarius.

Magnificis et excelsis dominis domis

Prioribus libertatis et Vexillifero

iustitie perpetuo Populi Florentini

dominis meis singularissimis.

DOCUMENTO V. (Pag. 62)

1 Lettera di don Michele Coreglia al Machiavelli. Firenzuola, 15 settembre 1508.[704]

Magnifico messere Nicholò mio. Ho riceputo una lectera facta a' 10 di setenbre: del che sto el più spantato[705] homo del mondo, a dirmi che si dice che io sia diventato partigiano. È ben verro che io so' partigiano di quelli che serveno la excelsa Signoria vostra, et che sonno obidienti.

A la parte che V. S. mi scrive che vole intendere che io volevo pigliare uno di que' del Bello, che haverà caro sapere la cosa come passò; la cagione si hè questa che, asentato al palazo de la porta del capitano di Castrocara, viene a me una povera donna, dicemi: Signore, vi vorìa dire dieci parolle per l'amor di Dio. Di che io m'apartai con epsa da uno canto per intenderla. Come fu' apartato con epso lei, s'inginochiò et cominciò a piagnere cridando: — Misericordia, iustitia, iustitia. — Dimandai: — Che cossa ài bona donna? levati su, leva su. — Disce: — Signore, c'è uno magniano forestiere, che m'à tolto una mia figliola per forsa, vergine, et à facto quel ch'à voluto con lei: et mo' ricerca di portarmene una altra. — Io li dissi: — Bona donna, hè costui in la terra — ? — Disce: — Signiore sì; datemi due o tre fanti, che io insegnerò chi hè. — Allorra ci donai tre fanti, e epsa donna mandò uno suo parente con quelli fanti a insegnarcelo. Li dui fanti piglioro per una strada che furro bene informati, che veste portava costui, e l'altro andò con el garzon per una altra strada. Quello c'andò con el garzon si scontrò con questo magniano, et haveva commessione da me di pigliarlo et menarlo al palazo, dinanzi al capitano et a me, che l'aspetavamo al palazo.

In questo darli di picca per menarlo, che epso comincia a fare resistentia, per modo che stando apresso a una cassa di uno di questi del Bello, o di Pier Francesco, che io ho poca pratica in quelle casse, entrò dentro, et el fante dirieto, cridando l'uno et l'altro. Sentendo il romore, mi levai da sedere et corsi là. Entrai dentro la cassa, trovai lì Achille del Bello con uno mezo lancione in mano, adosso a quello fante mio, discendo che non lo meneria; che s'andase con Dio, si non, che faria e diria. Io in questo stante, dissemi el fante: — Signore, in questa canbera sta el magniano. — Allorra dissi: — Achille, damolo, sì non, ch'i' farò qualche patìa ogi. — Et mi disse che potía fare, che non era per darmello, et non volìa che si cavasse di là. Io allor li comandai, per quanto haveva car la gratia de' nostri excelsi Signori, c'andasse in palazo. Lui mi disse, che non ci voleva andare. Allor lo pressi per el pecto per menarlo via. In questo giunse el fratello et più di quaranta homini di Achugiano armati. Io allor vedendo questo, andai di fora, et pressi una rotella, et fei armare la compagnia, et ritornai a entrare dentro, deliberando o di haver costui intro le mani o morir, per modo che el capitano medesimo di Castricara venne allì; et per tanta la furia che c'era, io non lo vidi mai et tornosene a iscire. Di poi tornò per me, et loro m'inpromisseno di menare quello magniano in palazo, et venire lorro ancorra. Et cossì m'iscii de la cassa, et andamene in palazo insieme con el capitano; et di poi a uno pocho menarro el malfactore, et loro ancora s'apresentorro dinanzi a la signoria del capitano et a me.

Quando furro allì, io dissi al capitano: — Ecco qua el malfactore —; et a costorro: — adesso che so' dinanzi a la signoria vostra, io non me ne voglio più inpaciare. Basta che io ho facto quello che ogni bon servitore della excelsa Signoria deve farre. — El capitano et uno ser Bacio et uno ser Giovani che mi sonno amici, et lorro ancora mi sonno amici, ma in quello stante mi tochava più la camiscia che il giubone, mi pregarro che fascesemo pace insieme, et che io non scrivessi di questa cossa a Fiorenza nè farne iscrivere; et così l'inpromissi di fare; et che io non erro costumato di scrivere nè fare iscrivere di queste frascarìe. Et così una matina c'invitorno a desinare a la signoria del capitano et a me, et desinamo tutti insieme.

Si ve par che io in questa parte habi pecato di Spirito Santo, prego la Signoria vostra che dicha a questi tali che v'aàno contato questo casso, che insieme con la Signoria vostra mi dièno quella penitentia che pare a lor Signorie; si li par che io habi peccato di Spirito Santo, como ho dicto di sopra: chè io doveva fare altra cossa che io non fei, che tutti son grandissimi servitor di Marzocho di parolle, et gra' merzè al capèllo,[706] di Castricar et di Modigliana et Maradi; chè vedreben la fedelità dove sta. Un dì serò con la Signoria vostra, et vi conterrò cosse e faròvi tocar con mano che vi farò spantare, che non le uso iscrivere; chè io ho servito in questo mondo qualche re et dui pontifici, come la Signoria vostra sa, et non li scripsi mai, che non si degniassen di farmi far la risposta, et maxime in cosse che fusse in servitio de lor Santitate et di lor Signorie. Et di quante volte ho scripto a la exelsa Signoria et al Confalonieri mai ho hauto risposta, di uno ano et mezo che io sto con lor Signorie. Ma credo che sia l'usanza del paese cossì; perciò non mi maraviglio. Io havevo promisso di non scriver di questa cossa, ma m'è stato forza di darne ragione a la Signoria vostra, che so mi ama et volmi bene. Non n'averia scripto per cossa nissuna a persona del mondo. El capitan di Castricarra passato è meglio informato che non so' io, et epso potrà dire el tutto a la Signoria vostra. Et credo che lorro non habino scripto di questa cossa a Fiorenze, perchè io apria el sacheto poi quando credessi avessino scripto niente.

A la parte che dite che io so' diventato parzial de l'arciprete, non voglio altro testimon si non el capitan di Castricara, che per infin al primo giorno li dissi, che serìa el meglio che si levassi e l'arciprete et alcuno altro di Romagnia; de li quali ne mandai la lista per ser Apardo mio cancilier a la exelsa Signoria; et tutti li Retori si acardara con me, che 'l si levaseno di Romagnia per alcuno anno; et uno ce ne costà che non bisognia mandarlo, el quale hè l'arciprete. Guardate si io l'erro parziale, che dite che io vo con li suoi seguaci. Chi l'à dicto a la Signoria vostra, ne mente falsamente per la gola, che io non praticavo con altri si non con uno vechio che si domanda Giorgio de la Golfaia, che pageria la metà de la roba sua et stare in pace. Et esso mi prestò uno lecto in che io dormissi.

A la parte di Macteo Facenda, fo intendere a la Signoria vostra, che v'à dicto la magior falsità del mondo; che da poi so' stato in Castricara, non è mai stato in su el tenitorio de' Fiorentini. Et ci àno rotto la testa al capitan di Castricarra et a me, che lo volessemo fidare per venire a parlare con epso noi a dire la ragion soia. Noi non l'aviem mai volsuto fare nè sentito mentovare: et trovavassi allora a Vagnio a cavallo. Et di questo ne serà bon testimonio el capitan di Castricara. Et perchè cogniosciate voi le tristitie di quelli che vogliono macular l'onore d'uno gentilomo, per ben che di queste cosse non me ne curro niente, ne starò al paragon dinanzi a Dio, non tanto a li homini del mondo: chè dice il proverbio: Piscia chiaro et incacane el medico. Chè ho ancora le strutione che V. S. mi dè già uno ano et mezo fa, et olle in el core et entro la testa: cioè, che mi disse che io non volessi mangiare mai in cassa di capo di parte, et che non volessi pigliare amicitia con esbanditi che haveseno bando del capo, et ribelli della Signoria. È ben verro che in questo tempo ne ho parlato a dui o a tre, che l'ò fidati, solamente che mi veniseno a parlare, perchè m'avevano promisso di farmi havere de li altri inele mane. De li tre me n'è riuscito uno bene.

Preterea. la nocte che arivai a la rocha che veni di Fiorenzola, subito el sepeno a Castricarro; donde c'andò questo Francisco del Bello, et havisò o fe' avisare a Macteo Facenda, che stava in la pieve de l'Arciprete, come io erra in paesse, che s'andassi con Dio. Donde colui subito cavalcò et misesi in via. Donde che 'l diavolo l'aitò, che in questo tenpo lui si scontrò con parechi cavalli di Bartolomeo Moratini inimico suo che sta in Forlì; de che li deno la cacia per infin a Bagnio a Cavallo; et scapò per ugnia di cavallo. De che non caveria del capo a Mateo Facenda che costui non l'avesse facto a posta: de che recercha el dicto Mateo Facenda de far dispiacere a Francesco del Bello, credendo habi facto ispia a Bartolomeo Moratini. Come hai saputo tute queste cosse, don Michele? Io vi dirò: Uno povero homo, parente di Mateo Facenda, parlando con epso meco, me dise questa cossa, come Mateo Facenda haveva questo malo animo verso di costui. Di che me n'andai al Capitano di Castricara, et conta'li questa cossa. Di che mi contò punto per punto come erra verro, che l'aveva saputo ancorra lui; et così avisàno che si guardassi el dicto Francesco Del Bello. Queste sono le parte che tengo io: si vi pare che sieno parte, giudichelo V. S.

A la parte che V. S. me avisa d'una vignia ch'è d'Anton Corsini, vi rispondo, che è ben vero che Feragan di Castricare viene uno balestier de li mei, solo lui et el figliolo, et pregollo che volesse venire con lui a vendemiar una vignia, la qual vignia erra d'Anton Iacomini; et che certi sbanditi non ce la lasavan vendemiar. De che questo balestier, esendo stato servitore d'Anton Iacomini, andò con el decto figliol de Feragano (Como sai tu questo don Michele?). Costor si partiro al serar de le porte, et la matina, come viene el giorno, viene uno compagnio del dicto balestrieri, et dicemi: — El tal se n'è fugito, che se n'andò iersera, et non hè più tornato qua. — Di che io mi levai con furia de lecto, venendo con meco molta gente; et così scontrai Feragan. Disemi: — Come andate così, Signore, infuriato? — Dico: — Ogni dì mi fa un tristo una burla. Me n'è fugito uno balestrieri de li mei. Giuradìo, si qualcun me ne capita per le mani, le mecterò questa spada a mezo del core, a ciò che sia sperientia a li altri. — Disemi Feragan: — Non aviate malinconia, ch'è ito a vendemiar una vignia d'Anton Iacomini con el mio figliolo, che certi sbanditi non la volevan che la vendemiasse. — Dissi allora io: — Come andare di nocte di fora de la terra, senza licentia mia? Al nome di Dio sia. — Como tornò, ogni omo sa la penitentia ch'ebe di questo et de l'altre cose triste che lui à facto. Come dite che io cerchi di sadisfar questa cossa? Io ne so' inocente. Feragan viene ogni giorno in Fiorenze, fatelo pigliare et sadisfar a messer Anton Corsini; o vengami una lectera da li Signori Octo, et vederà se io li farò pagare più che non ha pigliato el vino due volte: chè di questa cossa io ne so' inocente, che non credo che habi condutiero la excelsa Signorìa, che li vogli meglio che io a messer Anton Corsini. Che si io l'avessi saputo allorra, ce l'averei caciato de li ochi: ma Feragan mi disse che era d'Anton Iacomini. Fatemi venire uno minimo cenno de li Signori Octo, et vederete si lo farò sadisfare. Io non voglio mandare la lectera a homo del mondo, si non quando sarò a Castricara, che ci serò presto. Manderò per don Nichola, et serà con epso meco; et io serò con el capitano di Castricara; et vederemo achetar questa cossa per modo ch'abi bon fine. Ma si doveria, quando Feragan viene in Fiorenze, che ci viene spesso, farlo pigliare et punirlo molto bene, a ciò che fusse exemplo a li altri, che non andasseno asasinare a questo modo. Et di quanto scrivo a la Signorìa vostra ne voglio esse' al paragon di Dio et delli homini del mondo, che io so' gentilomo et naqui gentilomo, che non fo cossa che non sia ben facta et chiarra. Et quando V. S. sa niente di queste cosse, prego a V. S. si degni iscrivermi et rispondermi a le lectere che io mando a V. S., che io li scriverìa d'ogni cossa quando credessi che la Signorìa vostra mi rispondessi.

Data in Fiorenzola à di 15 di setembre.

Di V. S. più che servo
don Michel de Orella
man propia.[707]

Non altro si no che Cristo conservia V. S. in quello stato che epsa medesima vole et che voria per la mia vita propio.

Al Magnifico messer Nicholò Machiavelli

secretario de li Magnifici

Signori Novi.... mio honorando

in Fiorenze.[708]

2 Lettera di Pietro Corella al Machiavelli. — Pisa.[709]

Yhs.

Mangificho singior mio. Già ripieno di molte et molte cose, et pure stavo a vedere altri avese a dirne et anche operarne, sequndo la ragione voleva, per esere io persona pocha disiderosa del malle di nissuno. Ora, forzato ad non potere più soportare, fastidioso di abundanzia d'ochasione, m'è parso scriverne alla Signoria vostra la vita del mio capitano di bandiera, et quello ultimamente à fato qui, sollo perlla frega et ribalderia di venirsene a chasa, ma al pigliare danari prontisimo per fare le sue vetine,[710] o volete orcie et enbrici, et non farsi un paio di calze per suo logoro. Et benchè di tuto saria fastidioso darvi ragualgio, non mi distenderò tropo oltre, se non in qualche coseta, et del tuto dal mio cancieliere sarete più a pieno informato.

La Signoria vostra sa che io veni a Firenze, et non fui partito di qui di dua dì, lasandolli charicho della compangia, che lui andò da' comesari et domandolli licienzia per venirsene a chasa a vedere l'amorosa, sanza considerazione della mia partita o di nulla, come un bue sciagurato che lui è. Dove e' mia comesari li diseno tanta vilania che non si direbe a un asino, et chaciònnollo[711] via; trovando squsa aveva un angio,[712] che, quando fuse stato con la candella alla bocha, doveva aspetare a me. Et stetesi qui sbrachato, come credo vedrete che così va sempre, et scalzo come un proprio orciaio. Io gunsi qui da Firenze; subito giunto mi domandò licenzia che voleva venirsene a chasa. Io sì lli risposi, che servisi et poi se ne venise. Lui sì mi dise, che non lo farebe Dio, che lui non venise a chasa. Io sì mi isteti ceto. Et sanza dirmi altro si partì, et andosene 'Anziano[713] a una fornacie del fratello, et lì se stete tre dì, et tornosene ridendo. Quando io lo vidi, lo riprisi, et lui trovò la squsa del da pocho, et io me ne pasai di legiere. Ora, ogi che n'abiamo sedici del presente mese di lulgio, esendo io in casa, costui con uno altro da Santa Maria Inpruneta, se ne venne da me furioso, e contòmi aveva roto il viso et la testa a uno Pistolese sopra cierta merchatantia d'enbrici et d'orcie: che se mi desiderate fare grazia, fatevi contare la mocichoneria sua, et la poltroneria che usò et superchieria, che lui medesimo se ne aqusa come da pocho, contandollo. Et vene da me, et bravava che aveva fato arotare lo spiede per far malle, et che era usato stare sempre in costione[714] et in guerra, et che poi che ebe la bandiera era divenuto frate.[715] Et domandomi consilgio della ribalderia aveva fata; di modo li disi si ritraese et lasasi fare a me. Et subito e' comesari mandonno per me; et io con quelle parolle si convenivano risposi a loro Singiorie; et che loro Singiorie intendesino l'una parte et l'altra, che io non vole o se non quello era ragione; et che chi erava fusi punito. El pover omo con lla testa rota et col viso enfiato, et è una persona da bene. Così mi parti' da comisari, et quasi mezo li plachai, aspetando riducere ongi cosa a buono fine.

El mio buono capitano di bandiera, senza dirmi altra cosa alcuna, la sera se n'era ito et aveva preso la bandiera, et aveva ordine, la matina, venirsene con Dio, con esa,[716] et lasarmi come una bestia. Et davami a intendere starsi in casa el singiore Bandino, tanto la cosa si pasasi. Ora, come la Singioria vostra sa, ci è chi acusa tuta via le cose. Io fui informato di tuto; et subito rinveni la bandiera et portamella a chasa, come quello che l'ò a tenere apreso di me, et che n'ò avere qustodia, et riputarmi onore et disonore a me più che a nisuno altro. El buon omo intendendo quisto, ebe a dire che io avevo saputo più che lui: et che volse fare la cosa el dì, et non aspetare la sera: et che el diavollo l'aveva inganato; et che la bandiera era sua, et che la bandiera era sua, et che la voleva portare dove li pareva sanza licenzia di Cristo et d'omo del mondo; et io ci ero per una bestia.

Insoma la sequente matina l'amico Calcangio, sanza altra licenzia o altro, et così el suo compangio et e' se n'è venuto costi. M'è parso darvene aviso, a ciò che, se costi verà, la Singioria vostra di tuto sia informata. Et se ragualgio più a minuto volesi dare a quella, come bisongiando darò a lui sciagurato, et dinanzi a' mia Singiori et di chi bisongierà, come sanza màqulla nisuna di malivolenza che con lui abia, ma per la verità, come in me sempre troverete et non altrimenti, come publicho sa tuta la conpangia: chè non è omo che non l'abia più in odio che el malle del capo, et che non li volgia malle di morte. Misero come un pidochio, che avendo a entrare in Pisa, entrò con uno paro di calze rote fracide; che più di venti ributi li feci di dete calze, ma lui la vinse che entrò con ese. Et parlate con eso lui, none stima Cristo; et che non laserebbe di dare et di fare. Per e' mia Singiori non è nè per Cristo. Publicho trenta volte l'à dito qui et in champo.

Sa bene lui, el ribaldo, che inanzi pigliasi danari, li disi a lui et a tuti, che chi non facieva pensiero di stare qui, non tochase danari. Ma lui, per lla codigia[717] ribalda di quelli denari della paga intera che l'ebe, li parevano asai, la pigliò, la qualle non facendongiene ristituire, si farà gran malle, benchè quelle sono padroni. Et perchè quella a pieno sapia l'animo mio, arò caro, e' mia Singiori, parendo a quella, sentino la presente letera et siano informati di quello io scrivo: et fóne una a loro Singiorie, che, capitando costì el mio capitano di bandiera, loro intenderanno dalla Singioria vostra el tuto, none scrivendo a loro Singiorie tanto lungo, per non esere proliscio. Sì che, bisongiando o parendo a quella di darla a loro Singiorie, quella per mio amore lo farà.

Pregando la Singioria vostra si richordi di me, et quanto più bene mi farà, serà a uno suo bono servitore; et che di continovo farò pregare Idio per quella, alla mia brigata sopra tute l'altre. Dicendovi che molto milgiore omo et più da bene istante ci è, che potrà portare questa bandiera, quando quelli voranno. Et se a me non si darà fede, troverete et tocherete con mano che ciò che io dicho sarà l'Evangiellio; et al tempo lo vedrete et sarete informato quando a questo s'abia a venire. Et non per nimicizia ma per verità ciò che io parllo: se non Dio non mi aiuti a me. Altro non achade. Son sempre parato a ubidire quella come buono servitore, pregando Idio vi conservi in sanità.

In Pisa, die diciasete di lulgio. M. P.[718]

Della S.ia vostra ubidiente
Servo
Pietro Liberio Corella
conestavolle.

Se m'avesi ciesto licienzia lo lasavo venire, et con la bandiera et con ciò che voleva. Sapia quella, che de' compangi n'ò più che io non volgio; et ònne qui dieci de l'Ordinanza che aspetano d'avere lugo,[719] et sonsi molto ben vestiti.

Spectabilis (sic) viro Nicolò Machiavelli

patrone mio onorando, in

Fiorenza.

DOCUMENTO VI. (Pag. 106)

1 Lettera del Commissario Filippo Casavecchia al Machiavelli. Barga, 17 giugno 1509.[720]

Magnifice vir et maior frater honorande, salute, etc. — Io credo, carissimo mio, che adpresso di voi abbi adquistato nome di negrigente hovero stracurato ho di qualche altra cattiva cosaccia, respecto ad lo avermi voi scriptto più giorni sono quando le cose erono dubie, che in verità ne ebbi grandissimo piaciere. Et per due vi feci risposta: l'uno non vi trovò mai, l'altro dicie che vi vide al Ponte ad Era con Alamanno et con li imbasciadori pisani, et non li bastò l'animo di apresantarvi la mia. Pertanto mi rendo cierto, queste iustificationi doveranno esere ad bastanza nel cospecto vostro; et basti.

Mille buon pro vi faccia del grandissimo adquisto di cotesta nobile città, che veramente si può dire ne sia suto cagione la persona vostra in grandissima parte: non però per questo biasimando nessuno di cotesti nobilissimi comissari, nè di prudentia nè etiam di solecitudine. Et benchè io ne abia preso un conforto mirabile, et pianto et stramazato et factte tutte quelle cose che fanno li uomini composti et rifatti di pecore vechie, tamen, avendo dipoi ripreso vigore la ragione, ne sto con grandissima gelosia, et non posso per nesun modo pensare nè esermi capace che le cose gravi non corrino al centro, et le cose subtili ad la superficie.

Nicolò, questo è un tempo che, se mai si fu savio, bisongnia eser ora. La vostra filosofia non credo che abbi a eser mai capacie a' pazzi; e' savi non son tanti che bastino. Voi m'intendete, benchè non abbi sì bello porgere. Ongni indì vi scopro el maggiore profeta che avessino mai li Ebrei o altra generatione. Nicolò, Nicolò, in verità vi dico che io non posso dire quello vorrei. Però siate contento, per quella buona amicitia auta insieme, non vi paia fatica per giorni quatro venirvi ad stare con esso meco. Oltre al ragionamento nostro, vi serbo un fossato pieno di trote et un vino no mai più beuto.[721] Questo mi sarà un piaciere che mi farà dimenticare tutti li altri. De! Nicolò mio, compiacietemi in questo utimo solamente per dì 4; significandovi che non venendo sarete cagione che viverò malcontento. Questa non è però sì gran cosa che io non meriti el non eser compiaciuto. O meriti honnò, io vi pongo questa talglia. E verete in un giorno, perchè non ci è se non 26 milglia piana. Et avisatemi del quando, et disponetevi di consolarmi, perchè non venendo, mi metterei ad venire ad trovar voi; et sarebbe la ruina mia, perchè le leggie non mi promettono[722] di potermi partire della provincia, sotto la pena di fiorini 500, et basti. Non vi dirò altro. Ricomandatemi a l'angelico comessario Nicolò Capponi; et diteli che non à facto quello li scripsi, ma che lui sarà el primo ad pentersene, e basti. Bene valete.

Ex Barga. die xvii iunii mdviiij.

Philippus de Casavet.
Comissarius.