NOTE:
1. Lib. VII c. 2.
2. Cajo Quinzio Valgo, figlio di Cajo, e Marco Porcio, figlio di Marco, duumviri, hanno, per decreto dei duumviri, fatto fare il teatro coperto e i medesimi lo hanno collaudato.
3. «L’Odeo che s’incontra a sinistra nell’uscire dal teatro.»
4. Apologia c. VI. Ne hieme voluptas impudica frigeret.
5. Cap. XLIV.
6. Trad. di Vincenzo Lancetti.
7. Marco Oculazio Vero, figlio di Marco, duumviro sopra i giuochi — Bréton, pel contrario, constatando essersi qui scritto Olconius e non Holconius, come più spesso altrove, ne fa maraviglia; ma maggiore in me avrebbe a fare vedendo che, ammonito pure da ciò, non volle leggere, come altri lessero, invece di Olconius, Oculatius.
8. Svet. Nero, c. 12; Juven. Sat., II. v. 147.
9. Lib. V. c. 7.
10.
Tal se ’l teatro il ricco arazzo adorna,
Mentre s’innalza al ciel la seta e l’opra,
Delle varie figure, ond’ella è adorna,
Prima lascia apparir la testa sopra;
Poi, secondo che al panno alzan le corna
Le corde, fa che il busto si discopra:
Come poi giugne al segno, ivi si vede
D’ogni effigie ogni membro insino al piede.
Trad. di Gio. Andrea Dell’Anguillara, Lib. X, ott. 37.
11. Diz. delle Antich. alla voce Aulæa.
12. Epist. II. I. 189.
13. Metam. lib. III.
14. «Calato sotto l’auleo, e ripiegati i siparii, si disporrà la scena.» Lib. X. Discorre Apulejo di ciò, come se avesse luogo nella rappresentazione d’un balletto pantomimico, il cui soggetto era il Giudizio di Paride.
15. Georgica 3. 24:
Come volte le fronti a un tratto muti
Nel teatro la scena ed i Britanni
Tolgan gli auléi purpurei, in cui ritratti
Appajon essi.
Lo che significa che sui scenarj fossero tessute le vittorie, tra cui quelle singolarmente di Giulio Cesare nella Britannia, da cui i diversi schiavi o mancipi venuti di colà erano stati applicati a’ teatrali uffici.
16. C. IV. v. 1186.
17. Lib. V. c. 3 e 5. De Theatri vasis.
18. «Turbato dallo schiamazzo che nel mezzo della notte facevano coloro che avevano ad occupare nel Circo i posti gratuiti.»
19.
Non assediin gli schiavi i posti ond’essi
Per i liberi sien, a men che ognuno
Paghi un asse per testa e, ove non l’abbia,
Ritorni a casa.
Così nel prologo della commedia.
20. «Sorgon in luogo eletto i tre teatri.»
21.
Sovente assisi sulla molle erbetta,
Lungo il margin d’un rivo e al rezzo amico
D’un’arbore frondosa, allegramente
Senza dispendi avean essi riposo,
Gli scherzi allora, il conversar, le risa
Scoppiettavan graditi in mezzo a loro;
Però che onor l’agreste musa avesse.
22.
Non per colpa s’immola a Bacco il capro
Sovra l’are dovunque e i ludi antichi
Sulle scene compajono, solenni
Della Tesea città[23] gli abitatori
Immaginaron premj intorno ai grandi
Popolosi villaggi e nelle vie,
E fra le colme coppe in su gli erbosi
Prati danzâr fra l’untüose pelli
Degli immolati capri. Istessamente
Gli Ausonj pur dalla trojana gente
Qui derivati con incolto verso
E irrefrenato riso han passatempo
E di cave corteccie orrendi visi
Assumono, e ne’ loro allegri carmi
Te invocan, Bacco, e sul gigante pino
Ti sospendon votive immaginette.
Mia traduzione.
23. Gli Ateniesi sono così dal Poeta chiamati Thesidæ da Teseo re, che primo ridusse dagli sparsi villaggi entro la città che circondò di mura.
24. «I primi ludi teatrali nacquero dalle feste di Bacco.»
25.
Grecia già doma il vincitor feroce
Giunse a domar, e nell’agreste Lazio
L’arti guidò per man; indi quell’irto
Cadde saturnio ritmo, e fu respinto
Dal fior d’ogni eleganza il grave lezzo.
Ma rimasero ancor lungh’anni, e ancora
Rimangon oggi le salvatich’orme
Chè tardo acuti su le greche carte
Sguardi volse il Roman, e alfin deposte
Le punich’arme, cominciò tranquillo
Quella ad investigar, ch’Eschilo e Tespi
E Sofocle apprestava util dottrina.
Trad. Gargallo.
26. Storia degli Italiani, Vol. I, cap. XXXI.
27.
Ma però se grecizza il mio subbietto,
Non atticizza, ma piuttosto in vero
Sicilizza.
28.
Che d’altri personaggi ora non lice
Valersi, e ch’altro scriver si costuma
Che di schiavi correnti e di pietose
Matrone o di malvagie cortigiane,
Di parassito crapulon, ovvero
Di spavaldo soldato e di supposto
Fanciullo; o pur da vecchio servitore
Venir tradito; amare, odiar, gelosi
Restar in scena? Oh! nulla cosa insomma
Scriver si può che non sia stato scritto.
Mia trad.
29.
Molti incerti restar abbiam veduto
Cui conceder di comico poeta
La palma; a te, col mio giudizio adesso
Il dubbio solverò, sì che tu possa
Altra sentenza rigettar contraria.
Prima a Cecilio Stazio io la concedo,
Plauto di poi ogn’altro certo avvanza;
Quindi l’ardito Nevio ha il terzo posto;
E se il quarto, ad alcun dar lo si deve,
A Licinio è dovuto, ed a lui presso
Attilio viene; il sesto loco ottiene
Publio Terenzio, e il settimo Turpilio;
Ha Trabëa l’ottavo e il nono a Luscio
Giustamente si dee; Ennio, in ragione
Solo di vetustà, decimo venga.
Tr. id.
30. Traduco:
Vi avran di quei che mi diran: che è questo
Matrimonio di schiavi? E quando mai
Torran moglie gli schiavi? Ecco una cosa
Strana così che in nessun luogo è vista.
Ma io v’accerto che ciò s’usa in Grecia,
A Cartagin, qui nella terra nostra,
In Apulia, ove più che i cittadini
Soglion gli schiavi andar tra loro a nozze.
31.
Tutto ciò che piace
Potè ai mimi concedere la scena.
Lib. 2.
32. Apologia. XV.
33. «Il capo e la faccia coperti colla maschera.»
34. Le Maschere Sceniche e le Figure Comiche d’antichi Romani descritte brevemente da Francesco De Ficoroni. — Roma. Nella stamperia dei Bernabò e Lazzarini MDCCXLVIII. I versi di Fedro così tradurrei:
Gli occhi in maschera tragica
Un dì la volpe affisse;
Oh quanto è bella, disse,
Ma ahimè! cervel non ha.
35. Se taluno avrà cantato innanzi al popolo, o avrà fatto carme che rechi infamia o offesa altrui, venga punito di bastone.
36.
Fescennina licenza, a cui ben questo
Costume aprì la via, con versi alterni
Rustici prese a dardeggiar motteggi,
E omai l’ammessa libertà, cogli anni
Rinnovandosi ognor, piacevolmente
Folleggiò, sinchè poi l’inferocito
Scherzo scosso ogni fren, cangiato in rabbia,
Già minaccioso gli onorati Lari
Impunemente penetrare ardio.
Quei che sentiro i sanguinosi morsi,
Muggir di duolo, e quegli ancor non tocchi
Su la sorte comun stetter pensosi:
Ch’anzi legge e castigo allor fu imposto,
Perchè descritto in petulanti versi
Alcun non fosse. Ecco littor temuto
Cangiar fe’ metro, e sol diletto e lode
Ormai risuona su le aonie corde.
Trad. Gargallo.
37.
Magno tu sei per la miseria nostra....
E di codesta tua virtute alfine
Giorno verrà che te’ n dorrai tu forte,
Se legge non l’infrena, oppur costume.
38. Ad Atticum, II, 19.
39.
Quiriti, ahimè, la libertà perdemmo.
40.
È da fatal necessità voluto
Che i molti tema chi è da lor temuto.
41. «E che? colui che soccorse la Republica, la sostenne e rassodò tra gli Argivi.... dubbia l’impresa, non dubitò però espor la sua vita, nè curarsi del capo suo.... d’animo sommo in somma guerra e di sommo ingegno adornato.... o Padre! queste cose vidi io ardere. O ingrati Argivi, o Greci inconseguenti, immemori del beneficio!... Lo lasciate esulare, lo lasciate espellere, ed espulso, il sopportate.»
42.
Io son Talia, che a’ comici presiede
Poemi e il vizio sferza
Per genial via di teatrali scede.
43.
Nè la nostra Talia dentro le selve
Vergognò soggiornar.
44. Tom. II. pl. 3 nella nota 7. Vedi anche Plutarco Simp. IX 14.
45.
Di Melpomene aver l’ignoto carme
Tespi inventato, è fama, e aver su plaustri
Tratti gli attor, di feccia il volto intrisi,
Che adattassero al carme il gesto e il canto.
Trad. Gargallo.
46. Costui è quell’Eraclide, che Diogene Laerzio e Suida dicono essere stato uomo grave, cantore di opere ottime ed elegantissime, e liberatore della sua patria oppressa, emulo di Platone, che nel partire per la Sicilia lo incaricò di presiedere alla sua scuola. Egli ne’ frammenti dell’opera Delle Republiche, ci lasciò testimonianza che Omero sè dicesse, in un componimento andato perduto, di patria toscano: Omero attesta dalla Tirrenia esser egli venuto in Cefallenia ed Itaca, ove per malattia perdè la vista, onde il nostro Manzoni il chiamasse:
«Cieco d’occhi, divin raggio di mente.»
47.
Chi per vil capro in tragico certame
Pria gareggiò.
Trad. Gargallo.
48.
Vien la truce Tragedia a grande passo,
Torva la fronte d’arruffata chioma
E il lungo peplo che le casca in basso.
Ovid., 3. Amor. I. II. Mia trad.
49.
De la maschera autor, e del decente
Sirma, appo lui Eschilo il palco stese
Su poche travi, e ad innalzar lo stile,
E a poggiar sul coturno ei fu maestro.
Trad. Gargallo.
50. Chi poi abbia introdotto le maschere, i prologhi, la moltitudine degli attori ed altrettali cose, si ignora. — Della Poetica, cap. V.
51.
Se dì solenne a festeggiar talvolta,
D’erbe un teatro si compone e nota
Una commedia[52] recitar si ascolta,
In cui l’attor pallida al volto e immota
Maschera tien dalla beante bocca,
Il bimbo, di terror pinta la gota,
Nel sen materno si nasconde.
52. Ho tradotto la parola exodium per Commedia; ma l’exodium era propriamente una farsa licenziosa che d’ordinario si rappresentava in seguito ad una tragedia e più spesso ancora in seguito ad un’atellana, qualche volta pure tra un atto e l’altro di quest’ultima. Il più delle volte l’esodio non aveva che un solo attore, chiamato per ciò exodiarus.
53. «Laddove un oratore convien che abbia l’acutezza de’ dialetti e i sentimenti de’ filosofi e quasi il parlar de’ poeti, e la memoria de’ giuristi e la voce de’ tragici e poco meno che il gesto de’ più applauditi attori di teatro.» — Cicerone, De Oratore, lib. I, c. XXVIII, Trad. di Gius. Ant. Cantova.
54.
Queste son l’opre e queste l’arti invero
Del generoso prence: ei s’abbandona
A oscene danze su palco straniero;
Beato allor che la nemea corona
D’appio mertò[55]. Del tuo trillo sonante
Alle immagin’ degli avi i trofei dona;
E di Domizio al più la trascinante
Sirma di Tieste o Antigone e la cetra
A quel gran marmo tu deponi innante.
Mia trad.
55. Plinio, Nat. Hist. lib. 19. 5. 46, fa sapere che ne’ grandi spettacoli della Grecia Nemea venisse data al vincitore una corona di appio, erba palustre, detta anche, helioselinum.
56. Egloga VIII. 10.
Che sol del sofocleo coturno degni
Sono i tuoi carmi.
57. Lib. VII. 2.
58. Hist. Nat. 35. 12. 46.
59. Id. 57. 2. 6.
60. Saturnaliorum. Lib. III. C. XIV.
61.
Mentre il tosco tibicine strimpella
Muove il ludio il suo piè a grottesca danza.
V. 112. Mia trad.
62.
Non grave d’oricalco e de la tromba
Qual oggi è omai, la tibia emulatrice,
Ma semplice e sottil per pochi fori
Spirando, al coro utile accordo univa,
E del suo fiato empiea gli ancor non troppo
Spesso sedili.
Tr. Gargallo.
63. Flacco di Claudio suonò colle tibie pari.
64. «Il Tibicine intanto or vi diverta.»
65. «Non comprendo di che abbia egli a temere, da che sì bei settenari egli reciti al suono della tibia.»
66. Lo Scoliaste d’Apollonio, Argonaut. III V. I., e lo Scoliaste dell’Antologia, lib. I. cap. 57.
67.
Co’ suoi tragici giambi reboante
S’accalora Melpomene.
68. Martorio Primo, liberto di Marco, architetto.
69.
E del nudo teatro e del coperto
Il gemino edificio.
70. Lib. II. c. 45. 6. «Quinto Catulo, imitando l’effeminatezza della Campania, primo coprì dell’ombra del velario gli spettatori.»
71. Cap. XXVI.
72.
«Sederò teco al pompejan teatro,
Quando il vento contende
Di spiegar sovra al popolo le tende.»
Lib. XVI. 29. Trad. di Magenta.
73.
Sovente ancora
Il medesmo color diffuso intorno
È dal sommo de’ corpi; e l’aureo velo,
E le purpuree e le sanguigne spesso
Ciò fanno, allor che ne’ teatri augusti
Son tese, o sventolando in su l’antenne
Ondeggian fra le travi: ivi il consesso
Degli ascoltanti; ivi la scena e tutte
Le immagini de’ padri e delle madri
E degli dei di color vario ornate
Veggonsi fluttuare, e quanto più
Han d’ogni intorno le muraglie chiuse,
Sicchè da’ lati del teatro alcuna
Luce non passi, tanto più cosperse
Di grazia e di lepor ridon le cose
Di dentro, ecc.
Trad. Marchetti.
74. «Avanti tutti, Gneo Pompeo col far iscorrere le acque per le vie, temperò l’ardore estivo.» Lib. II. c. 496.
75. «Oggi per avventura credi più sapiente quegli che trovò come con latenti condotti si porti a immensa altezza e si sprizzi acqua profumata di zafferano.»
76.
Non ondeggiava sulla curva arena
Pompa di veli, nè odoroso croco
Spirava intorno ognor la molle scena.
Lib. IV, el. I Trad. di M. Vismara.
77.
Non si stendean sulla marmorea arena
Le vele allor, nè s’era vista ancora
D’acqua di croco rosseggiar la scena.
Lib. I. v. 103-104. Mia versione.
78.
Testè, solo fra tutti, Orazio in bruno
Mantello agli spettacoli assistea,
Mentre la plebe, il maggior duce, e l’uno
Ordine e l’altro in bianco vi sedea.
Spessa neve dal ciel cadde repente:
In mantel bianco Orazio ecco sedente.
Lib. IV. 2. Trad. Magenta.
79. «Un giorno (Augusto) avendo in un’assemblea di popolo veduto una gran turba in mantelli neri, pieno di corruccio si diè a gridare: Ecco son questi
I togati Romani arbitri in tutto?
e commise agli edili che quind’innanzi più alcun cittadino non comparisse nel foro o nel circo, se non deposto prima il mantello.» C. XL.
80. «A Marco Olconio Rufo, figlio di Marco, duumviro incaricato per la quinta volta dell’amministrazione della giustizia, quinqueviro per la seconda volta, tribuno dei soldati eletto dal popolo, flamine d’Augusto, patrono della colonia, per decreto de’ decurioni.»
81. «Marco Olconio Rufo e Marco Olconio Celere a propria spesa eressero una cripta, un tribunale, un teatro a lustro della Colonia.»
82. «A Marco Olconio Celere duumviro di giustizia, cinque volte designato sacerdote d’Augusto.»
83. De Rich, Diz. d’Antichità, voce Thymele.
84. Parte I, cap. I, p. 6.
85. Lib. cap. 13. 2.
86. Epist. Ex Ponto. Epist XVI.
87.
Indi fidai con gravi accenti al tragico
Coturno, qual dovea, regal subbietto.
Trad. dell’ab. Paolo Mistrorigo.
88.
Io salvarti potei e mi domandi
Se struggerti non possa?...
Instit. Orat. VIII. 5.
89.
Quasi invasa da un Dio, qua e là son tratta.
90.
Le pugne de’ centimani
Sacrileghi giganti
Cantar tentai: ho cetera
Pe’ carmi altisonanti.
91. Tristium, lib. II. 519.
92. Id. lib. V. 7. 25.
93. Inst. Orat. X. I. «che può essere paragonata a qualunque tragedia greca.»
94.
LA NUTRICE.
Partiro i Colchi; nulla fu la fede
Del tuo consorte e di dovizie tante
Più nulla resta a te.
MEDEA.
Resta Medea.
Atto II. Sc. I.
95.
TESEO.
Di’, qual delitto colla morte intendi
D’espiar?
FEDRA.
Quello ch’io vivo.
96.
Tempo vegg’io propizio
In avvenir lontano,
In cui torrà gli ostacoli
Fremente l’oceano,
Ed ingente una terra apparirà;
Nè Tile fia più l’ultima;
Ma nuovi mondi Teti scoprirà.
Mia trad.
97. Lipsia, 1822.
98. Lipsia, 1852.
99. Antichità di Pompei. Vol. IV.
100.
Ecco d’eroici sensi menar vampo
Cianciator grecizzante.
Sat. I. v. 69. Trad. V. Monti.
101. Le publicai tradotte in un volume: Publio Siro — I Mimiambi. — Pagnoni, 1871.
102. Nat. Hist., IX. 59.
103.
Quei cui parrà tuo genio al suo conforme
Con l’un pollice e l’altro avvien che innalzi
Fautor suoi plausi a’ marzïal tuoi ludi.
Epist. lib. 1. ep. XIX 66. Trad. Gargallo.
Vedi anche Plinio Nat. Hist. XXVIII, II. 3.
104.
Nè l’opra tua puoi vendere a cotesta
Gente nel foro o nel teatro.
Epig. Lib. VII. 64.
105. Lib. IV. 15.
106. Paradox. III, 2. De Orat. III.
107. Pag. 46.
108. In Pericle 13.
109. Lib. V. 9. 10.
110. Cap. V.
111. «Egualmente sono a lui dovuti e il tempio della gente Flavia e uno stadio e un odeum ed una naumachia, delle cui pietre di poi valsero alla riparazione del gran circo, i due lati del quale erano stati incendiati.»
112. I giuochi di Achille in onor di Patroclo sono narrati nel libro XXIII dell’Iliade.
113.
Questi torneamenti, e queste giostre
Rinnovò poscia Ascanio, allor ch’eresse
Alba la lunga; appresegli i Latini;
Gli mantenner gli Albani; e d’Alba a Roma
Fur trasportati, e vi son oggi; e come
E l’uso e Roma e i giochi derivati
Son dai Trojani, hanno or di Troja il nome.
Æneid. Lib. V. 596-601. Trad. Annib. Caro.