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Raggio di Dio: Romanzo

Chapter 3: INDICE.
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About This Book

A sweeping historical novel traces the fortunes of a powerful feudal household and the custodians of its hilltop castle, portraying alliances, rivalries, and matrimonial bonds that shape local politics. The plot unfolds through episodes of diplomacy, intercepted letters, military aid, social entertainments, and journeys, alternating detailed landscapes with intimate domestic scenes. Characters negotiate honor, ambition, and affection while confronted by legal and moral dilemmas; chance and fate complicate private aims and public duty. The narrative blends adventure and sentiment to examine how loyalty, justice, and human frailty influence the rise and fall of family prestige.

The Project Gutenberg eBook of Raggio di Dio: Romanzo

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Title: Raggio di Dio: Romanzo

Author: Anton Giulio Barrili

Release date: January 25, 2010 [eBook #31077]

Language: Italian

Credits: E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from scanned images of public domain material generously made available by the Google Books Library Project (http://books.google.com/)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RAGGIO DI DIO: ROMANZO ***

 

E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli,
and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreading Team
(http://www.pgdp.net)
from scanned images of public domain material generously made available by
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(http://books.google.com/)

 

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RAGGIO DI DIO.

OPERE di A. G. BARRILI.
Capitan Dodéro (1865). 12.ª ediz.L. 1 —
Santa Cecilia (1866). 10.ª ediz.1 —
Il libro nero (1868). 4.ª ediz.2 —
I Rossi e i Neri (1870). 5.ª ediz. (2 vol.)2 —
Le confessioni di Fra Gualberto (1873). 12.ª ediz.1 —
Val d’olivi (1873). 12ª edizione.1 —
Semiramide, racconto babilonese (1873). 8.ª ediz.1 —
La notte del commendatore (1875). 2.ª ediz.4 —
Castel Gavone (1875). 9.ª ediz.1 —
Come un sogno (1875). 21.ª ediz.1 —
Cuor di ferro e cuor d’oro (1877). 16.ª ediz. (2 vol.)2 —
Tizio Caio Sempronio (1877). 2.ª ediz.3 50
L’olmo e l’edera (1877). 18.ª ediz.1 —
Diana degli Embriaci (1877). 2.ª ediz.3 —
Lutezia (1878). 2.ª ediz.2 —
La conquista d’Alessandro (1879). 2.ª ediz.4 —
Il tesoro di Goleonda (1879). 10.ª ediz.1 —
Il merlo Bianco (1879). 2.ª ediz.3 50
— Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz.5 —
La donna di picche (1880). 4.ª ediz.1 —
L’undecimo comandamento (1881). 10.ª ediz.1 —
Il ritratto del Diavolo (1882). 3.ª ediz.3 —
Il biancospino (1882). 9.ª ediz.1 —
L’anello di Salomone (1883). 3.ª ediz.3 50
O tutto o nulla (1883). 2.ª ediz.3 50
Fior di Mughetto (1883). 4.ª ediz.3 50
Dalla Rupe (1884). 3.ª ediz.3 50
Il conte Rosso (1884). 3.ª ediz.3 50
Amori alla macchia (1884). 3.ª ediz.3 50
Monsù Tomè (1885). 3.ª ediz.3 50
Il lettore della principessa (1885). 3.ª ediz.4 —
— Edizione illustrata (1891)5 —
Victor Hugo, discorso (1885)2 50
Casa Polidori (1886). 2.ª ediz.4 —
La Montanara (1886). 6.ª ediz.2 —
— Edizione illustrata (1893)5 —
Uomini e bestie (1886). 2.ª ediz.3 50
Arrigo il Savio (1886). 2.ª ediz.3 50
La spada di fuoco (1887). 2.ª ediz.4 —
Il giudizio di Dio (1887)4 —
Zio Cesare, commedia in cinque atti (1888)1 20
Il Dantino (1888). 3.ª ediz.3 50
La signora Àutari (1888). 3.ª ediz.3 50
La Sirena (1889) 2.ª ediz.1 —
Scudi e corone (1890). 2.ª ediz.4 —
Amori antichi (1890). 2.ª ediz.4 —
Rosa di Gerico (1891). 3.ª ediz.1 —
La bella Graziana (1892). 2.ª ediz.3 50
— Edizione illustrata (1893)3 50
Le due Beatrici (1892) 2.ª ediz.3 50
Terra Vergine (1892). 3.ª ediz. 3 50
I figli del cielo (1893) 3.ª ediz.3 50
La Castellana (1894). 2.ª ediz.3 50
Fior d’oro (1895)3 50
Con Garibaldi, alle porte di Roma, ricordi (1895)4 —
Il Prato Maledetto (1895)3 50
Galatea (1896). 3.ª ediz.1 —
Diamante nero (1897)3 50
Sorrisi di gioventù (1898). 2.ª ediz. 3 —
Raggio di Dio (1899) 3 50

Raggio di Dio

ROMANZO

DI

Anton Giulio Barrili

 

 

 

MILANO

Fratelli Treves, Editori

1899.


PROPRIETÀ LETTERARIA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia.

Tip. Fratelli Treves.


INDICE.

I.Un bel sogno avveratoPag. 1
II.Ambasciator non porta pena19
III.I commentarii di Cesare37
IV.L’epistolario di Cicerone58
V.Al soccorso di Pisa75
VI.Filemone e Bauci93
VII.“Dove amore non è, più nulla è il resto„111
VIII.Dolenti note131
IX.Spera di sole 148
X.Soy Bovadilla166
XI.Invito a palazzo187
XII.La Sfinge regale203
XIII.Si viene a mezza spada 221
XIV.A Laredo! a Laredo!241
XV.Il ragno e la sua tela 258
XVI.Grazia, giustizia, e un granellin di follìa 276
XVII.Sposi novelli 294
XVIII.In manus tuas, Domine..... 316
XIX.Quel che s’incontra per via 336
XX.Raggio di Dio357

RAGGIO DI DIO

Indice

Capitolo Primo.

Un bel sogno avverato.

“E andando da Chiavari a Lavagna, occorre in poca distanza il fiume nominato dagli antichi Entella, e dai moderni Lavagna; il quale ha la sua origine nel monte Appennino, di qua dalla terra di Torriglia in le confine di Bargagli e di Roccatagliata: e muoiono in questo fiume, Graveglia, Ollo e Sturla, torrenti che alcuna volta vengono con furia„. Grazie, monsignor Giustiniani, vescovo di Nebbio e annalista di Genova; grazie infinite, e basta così. È la “fiumana bella„ di Dante Alighieri, certamente la più bella di Liguria; e bene l’ha dichiarata tale il divino poeta, che le vide tutte, quante ce n’erano “tra Lerici e Turbìa„, ma su questa si trattenne più a lungo, guardandone dal ponte della Maddalena il largo specchio azzurrino, con le due file di pioppi che ne accompagnavano il corso. Ma noi non ci fermeremo qui, come il grand’esule fiorentino; risaliremo la fiumana bella fino al confluente del Graveglia, dov’essa fa una gran curva, per voltar poi risoluta a ponente maestro; e lì faremo alto ai Paggi, come ora si dice, e dove nell’anno di grazia 1506 durava ancora in ottimo stato un castello dei Fieschi.

In altri tempi s’era chiamato la Guaita; più tardi, con lieve mutamento, la Guardia. E meritava il suo nome, stando là come una scolta avanzata di tutte le terre Appenniniche ond’era formato il dominio dei Fieschi, gran ventaglio di borghi e castella che dalla Scrivia si stendeva alla Magra, includendo Casella, Savignone, Montobbio, Torriglia, Valdetaro, Santo Stefano d’Aveto, Varese, Pontremoli; e chi più n’ha ne metta, andando fin oltre i cinquanta. Passavano infatti questo numero le terre murate dei Fieschi; tenute con varia fortuna, s’intende, come in tempi guasti doveva accadere; onde i cinquanta e più feudi contigui scesero qualche volta a trentatrè, facendo ancora quel che si dice comunemente un bel numero.

Gran gente, quei conti di Lavagna! Disputata un pezzo al Comune di Genova la terra onde traevano il titolo maggiore e più caro, vedutosi fabbricare all’incontro, nel 1167, il castello di Chiavari, indi a trentun anno cedevano quel feudo invidiato, diventando nobili genovesi, e ben presto una delle quattro grandi famiglie potenti e prepotenti della Repubblica. Ricchi di capitani e d’ammiragli, come di cardinali e di papi, ora ripigliavano le terre perdute, ora altre ne acquistavano, a ristorarsi dei danni. Al tempo di cui raccontiamo, erano già molti rami di Fieschi, ma tutti strettamente collegati d’interessi, sotto gli auspicii del ramo principale, rappresentato allora da Gian Aloise, signor di Pontremoli, di Varsi, di Loano, di Montobbio; principe di Valdetaro e conte di San Valentino; marchese di Torriglia, Varese, Santo Stefano d’Aveto, Calestano, Vigolzone, Gremiasco, San Sebastiano, e via discorrendo per un pezzo; un gran signore, a farla breve, superiore nel tempo suo agli altri tutti d’Italia per ampiezza di dominio, e quasi un piccolo re. In Genova, tanta era la sua autorità, sedeva per decreto sugli anziani, e gli si davano i titoli d’illustre e di eccelso, come ai principi di corona.

Con queste fortune al casato e con le politiche necessità che ne conseguivano, la Guardia aveva riconquistata una parte dell’antica sua importanza militare. Il padrone era un valoroso; ma in patria non aveva fatto niente di notevole, e per quello che aveva fatto in terre lontane si poteva dire che riposasse sugli allori. Avrebbe difesa strenuamente la sua rocca, se mai fosse stata minacciata: per intanto l’aveva battezzata Gioiosa Guardia, in omaggio al cavalier Lancillotto di romanzesca memoria, ma più alla bellissima donna che da un anno aveva fatta signora del castello, impalmandola con rito solenne e con gran pompa comitale nella vicina chiesa di San Salvatore.

Era dunque gioiosa, la Guardia, per decreto recente del suo felice padrone. Ma non corrispondeva alla bellezza dell’epiteto la faccia smunta del suo custode, o gastaldo che vogliam dirlo, non potendo, per la presenza del legittimo signore, decorarlo del sonoro titolo di castellano. E nondimeno, quel gastaldo decorava l’ufficio con la misurata gravità dell’aspetto; a cui, nel pomeriggio del 5 marzo 1506, si poteva aggiungere la composta dignità dell’atteggiamento, quantunque egli fosse modestamente seduto sovra una panca, entro la prima cinta del castello, assistendo ad una partita di pallone, caldamente impegnata fra sei giuocatori. Diciamo di passata che cinque di essi erano uomini d’arme del castello, e il sesto un frate francescano, come appariva dalla tonaca, saviamente raccorciata a mezza gamba coll’aiuto del fido cordone, su cui ella veniva a far grembo.

Quanto al nostro personaggio, vediamo di abbozzarne in pochi segni l’asciutta figura. Appoggiate le mani scarne ma forti sul pomo della spada; accavalciate le gambe lunghe, che mettevano in mostra due stivaloni di cuoio cordovano e due calze divisate di bianco e d’azzurro; ritto il busto nel suo giubbone attillato di cuoio, donde uscivano le maniche di lana, divisate anch’esse dei due colori di casa Fiesca; ritta la testa che pareva tutta in fiamme pel colore della barba e dei capelli rosseggianti al sole; tirata un po’ indietro sul cocuzzolo la berretta, anch’essa di cuoio, con larghe frappe di bianco e d’azzurro, sormontata da una gran penna lionata di pavone, il nostro personaggio aveva una bell’aria di vecchio soldato in licenza, felice d’un po’ di riposo, ma pronto a gittar la berretta per calzar la barbuta. Non era bello, no davvero; aveva troppo scarno il viso lungo, e gli occhi grigi, quasi bianchi, sotto le ispide sopracciglia rossigne: il naso, poi, che incominciava colla buona intenzione di parere aquilino, finiva in una pallottola rossa, non conveniente di certo alla severità dell’aspetto, e molto meno alla dignità della carica. Ahimè, non si nasce perfetti. Ma don Garcìa, che tale era il nome del personaggio, non si dava un pensiero al mondo di queste fisiche imperfezioni. Era passato il tempo, se mai; ed egli godeva della vita quel tanto che se ne può godere di là dai cinquanta. Per allora, si dilettava di veder giuocare al pallone; era tutto nelle belle battute e nelle pronte rimesse, nelle volate e nelle cacce vinte; accennava del capo ai bei colpi, batteva le labbra ai falli. A lui si rimettevano nei casi dubbi, ed egli dava il responso, con calma e buon giudizio, senz’ombra di parzialità. Pure, come ogni fedel cristiano, egli avrebbe potuto pendere più di qua che di là, ed averne ancora la scusa, poichè uno dei giuocatori, il frate, era spagnuolo al pari di lui.

Perchè quella spagnuoleria là dentro? E come andava che non dispiacesse a nessuno? Diciamo subito che quei due spagnuoli, don Garcìa e frate Alessandro, e per terra e per mare erano stati compagni di ventura al signore del castello; e soggiungiamo che dei cinque giuocatori genovesi, tutti uomini d’arme della Gioiosa Guardia, tre erano stati coi due spagnuoli ai medesimi incontri, ricordando altresì che più di tutti aveva rischiata la pelle quel vecchio, non solamente per far servizio al loro signore, ma ancora per salvare la bellissima donna, diventata da un anno cristiana e contessa, col nome di Giovanna del Fiesco.

Queste erano ragioni da bastare là dentro, rendendo cari, non che tollerabili, i due forestieri. Ma della ammissione d’un di loro in ufficio tanto geloso dovevano pur fare le meraviglie taluni di fuori, che non sapevano bene le cose. Ed uno di costoro, Filippino Fiesco, passato due mesi prima da Gioiosa Guardia, non aveva potuto trattenersi dal farne cenno al signore del luogo.

—Cugino Bartolomeo,—gli aveva detto, temperando con un suo risolino l’impertinenza della domanda,—che v’è saltato in mente di prendere per servitore uno spagnuolo? Siamo per Francia, noi, non per Castiglia e Leone.

—Ah, sì?—aveva risposto Bartolomeo Fiesco.—E meglio per noi, che non fossimo per nessuno. Quanto alla gente fidata, si raccatta dove si trova. Il mio gastaldo io l’ho conosciuto tra Spagnuoli, e di dovunque egli sia, me lo tengo caro. Del resto, che ci trovate di strano? Io non faccio altro che imitare il re Cristianissimo.

—In che modo?

—Nell’unico che sia possibile a me. Chi ha messo egli a comandarci, che Iddio lo benedica?

—Monsignor Filippo di Cleves, signore di Ravenstein,—rispose Filippo Fiesco,—regio governatore e luogotenente generale dei Genovesi, come cantano tutte le gride.

—Dimenticate “ed ammiraglio del Levante„;—ripigliò Bartolomeo Fiesco.—Ma forse egli pare anche a voi un ammiraglio d’acqua dolce. Quello, del resto, è il capo della gente di Francia, mandato qui per figura e per indorarci la pillola. Io intendevo parlare del comandante vero, di quello che fa tutto in casa nostra. Non è questi il Roccabertino? E chi è il Roccabertino? non è forse un Aragonese? Ed io ho per luogotenente un Catalano. La differenza è qui tutta.—

L’argomento non ammetteva risposta; e messer Filippino potè anche pensare che ognuno in casa sua si governa a suo modo. Nè altre molestie ebbe don Garcìa, che veramente non le meritava. E tutti sapendo ch’egli era stato buon compagno di rischi del capitano Fiesco, nessuno conobbe mai quale alto ufficio avess’egli esercitato in Haiti. Tacevano le sue gesta i pochissimi che avrebbero potuto parlarne; frate Alessandro, ad esempio, suo conterraneo e suo introduttore alla mensa soldatesca nel bosco di Xaragua; Giovanni Passano e Pietro Gentile, che di aiutanti del Fiesco essendosi mutati in aiutanti di don Garcìa per una lugubre impresa, non avevano nessuna ragione di vantarsene, quantunque nella brutta occasione avessero imparato a stimare quell’uomo. Senza di lui, come si sarebbe salvata la infelice regina di Xaragua? Senza i casi che necessariamente n’erano seguiti, come si sarebbe salvata Higuamota, la graziosa fanciulla, diventata moglie a Giovanni Passano un mese dopo che sua madre era diventata contessa del Fiesco?

Fortunato, il Passano! Restava luogotenente del conte; ma in tempo di pace, com’erano allora i nostri reduci del nuovo Mondo, faceva dell’altro, vivendo molto a Genova e curando gl’interessi del suo protettore. Lo chiamavano già Da Passano. E perchè no? Forse era della stirpe onorata di quei nobili della Riviera di Levante, e il nome voleva pur dire qualche cosa, anzi più di qualche cosa, in un tempo che quei de e quei da non si usavano con norme fisse. Era il tempo, o giù di lì, che un gran capitano di ventura, d’antico ceppo parmense, signor di Berceto, di Torchiara e di San Secondo, si sentiva chiamare promiscuamente Pier Maria Rossi e Pier Maria De Rossi; ed egli poi, a farlo a posta, sull’ingresso di Torchiara faceva scolpire il suo nome nella umilissima forma di Pietro Rosso. È vero che lo metteva in fin di verso, per far rima a modo suo con due finali in “orso„. Ma, per trovare esempi più prossimi, gli stessi conti di Lavagna non avevano sempre creduto, coi genealogisti di casa, d’essere stati chiamati Fieschi, per una ottenuta prefettura del Fisco imperiale in Italia, donde sarebbe venuta la più o meno naturale storpiatura del Fliscus. Il nostro Bartolomeo, che gradiva anche alle sue ore il nome di Damiano, lasciava correre un Bartholomeus Frescus in atti notarili; e questo forse in omaggio ad una più modesta genealogia del 1171, quando due conti di Lavagna avevano preso a far cognome dai lor soprannomi di Fresco e di Secco, trovati buoni a distinguere le loro due nobili persone, che portavano il medesimo nome di Ugo. Non troppo dissimilmente i contèrmini Malaspina si erano spartiti in due rami, il fiorito ed il secco.

Ma torniamo a don Garcìa, che in tutte queste minuzie non ha niente a vedere. Era un brav’uomo, che si sapeva contentare, avendo un pane onorato per la vecchiaia. Faceva un po’ di tutto, alla Gioiosa Guardia. Antico soldato, insegnava anche il mestier delle armi ai vassalli del conte; nei giorni festivi metteva in ordinanza un centinaio di fanti a piedi, e una diecina d’uomini a cavallo, che facessero bella mostra battendo le strade da Chiavari a Carasco, a San Colombano e più oltre. Invigilava, nelle stagioni opportune, ai raccolti dei poderi, e riscuoteva in nome del conte tutti i diritti feudali, facendo qui, come del resto, assai bene le cose, con gravità, senza rigore, con giustizia che non escludeva la umanità, persuaso dopo tutto di far piacere al padrone, e più ancora alla padrona.

Quella donna era amata, adorata per tutta la valle dell’Entella e per le vicine convalli dello Sturla, della Graveglia, dell’Ollo. Bisognava vedere che calca di gente, quando, insieme colla nobilissima suocera, la veneranda madonna Bianchina, scendeva ai divini uffizi nella chiesa di San Salvatore. Ricordavano tutti che ne’ suoi paesi di là dall’Atlantico era stata regina; e naturalmente si magnificava il suo lontano reame. Quello che non si poteva ingrandire, perchè già troppo grandeggiava da sè, era la sua stupenda bellezza. La sua carnagione d’un color caldo oltre il tipo europeo, non appariva neanche tale, smorzata com’era e condotta al vermiglio dallo strano onnipotente fulgore delle pupille nerissime. E ferivano, quelle pupille, dovunque si volgessero a caso; e molti si sarebbero lasciati ferir volentieri, a patto di sentirle rivolte a sè con qualche pietosa intenzione. Ma la contessa, nel fatto, non aveva occhi se non per il suo dolce marito, che spesso le accadeva di chiamare Damiano. E a lui più spesso accadeva di chiamarla Fior d’oro: Giovanna non mai; piuttosto, alla spagnuola, Juana, che riteneva molto del suono di Anacoana. I nomi, si sa, non hanno piccola importanza, in amore.

Anche a lui volevano bene quei terrazzani, più ancora che non lo rispettassero come vassalli. Già, non lo tenevano quasi più per un Fiesco; tanto che, all’usanza di Genova, lo chiamavano Bartolomeo delle Indie. Sicuro, e bene prendeva egli il nome da quelle Indie occidentali, dov’era stato quattro volte ad ogni sbaraglio, prode soldato, esperto navigatore, singolarmente caro a quell’altro Genovese, così grande e così maraviglioso uomo, che le aveva scoperte per potenza d’ingegno e di fede. Quanti erano stati con lui partecipavano un poco della sua epica grandezza; perfino i due umili marinai, Guglielmo e Battista, che si erano ridotti a vivere anch’essi nel recinto ospitale della Gioiosa Guardia, e che tutti i giorni di festa, infallantemente, seduti all’ombra fuor della porta del castello, tenevano cattedra di geografia transatlantica. A quei discorsi accorreva sempre più gente che non alle prediche dei frati, i quali pure descrivevano qualche volta le magnificenze del regno di Dio. Ma in queste si sentiva sempre lo sforzo di fantasia di chi non c’era mai stato; laddove le magnificenze del nuovo Mondo avevano avuto quei due semplici marinai per testimoni recenti.

Che fossero egualmente veridici non si potrebbe giurare. Raccontavano le cose come se le avessero ancora davanti agli occhi, e raccontandole ne davano il barbaglio agli occhi dell’uditorio. Si trattava d’oro, infatti; oro a mucchi, in pagliuole ed in polvere, da tuffarci dentro le braccia fin sopra il gomito; oro ad ogni piè sospinto, a colonne, a pilastri, a scaglioni, a piramidi; oro a bizzeffe, in quel paese di Veraguas, dove bastava smuovere un pochettino le zolle, per trovar le radici degli alberi affondate in quel coso giallo lucente; oro nel fiume dello Yaque, presso San Domingo, ove del prezioso metallo non erano fatte solamente le arene del fondo, ma i ciottoli delle due rive, e i massi e le scogliere delle svolte. Che poesia, quella dell’oro! E come è nata? Tutta per amore della sua bellezza in sè, o non per l’acquisto, che rende così facile, d’ogni desiderata fortuna?

S’intende che i due narratori non si fermavano alla magnificenza delle cose inanimate. Anche gli uomini, laggiù, erano d’una specie insolita; e tra gli uomini il Prete Janni, favolosa figura del Medio Evo, ci aveva la sua parte non piccola. Guglielmo non lo aveva veduto; Battista nemmeno. Personaggi così alti come il Prete Janni non si lasciavano vedere da poveri marinai; ma il grande scopritore del nuovo Mondo sì, lo aveva veduto, gli aveva parlato a lungo, era stato suo ospite, accolto alla sua mensa, nella sua intimità. Quel gran monarca si era tanto innamorato delle virtù di Cristoforo Colombo, che lo avrebbe caricato di diamanti, se questi si fosse risoluto di prender servizio con lui. E si diceva a San Domingo che l’odio di Aguado, di Bovadilla e di Ovando contro l’ammiraglio e vicerè delle Indie fosse nato appunto da questo, che il Prete Janni aveva fatto festa a lui, non volendo veder loro neanche come prossimo; ond’era avvenuto che verdi dall’invidia fossero andati ad accusar l’ammiraglio presso Ferdinando il Cattolico, dipingendolo come uno che era già in via di tradirlo, sottraendo alla corona di Spagna i benefizi della grande scoperta. Sicuramente, l’ammiraglio poteva far ciò, solo che lo avesse voluto. Il prete Janni lo stringeva tanto colle sue offerte d’amicizia! Figurarsi, che voleva dargli in moglie sua figlia, ricca come il mare, bella come il sole, e buona come il pan di Natale. Ma il signor ammiraglio non si era lasciato prendere all’amo; aveva resistito a tutte le offerte, a tutte le promesse più lusinghiere; tanto più che da genovese sottile s’era accorto che la bella aveva un occhio di vetro. Bella, poi, la vantavano tutti alla Corte; ma Guglielmo e Battista non l’avevano veduta mai. Un’altra, piuttosto; e quella bella era bellissima; e il loro capitano se l’era portata via, quantunque regina, e l’aveva fatta contessa. Già, tutti i salmi finivano in gloria.

Qui poi l’uditorio poteva dar ragione ai parlatori, e in piena cognizione di causa. Un tal miracolo di donna non si era visto mai, neanche dai più vecchi, che pure avevano veduta entrare in casa Fieschi madonna Bianchinetta, nel primo fiore della sua gioventù. Che splendore di sposa, quella regina delle Indie! Per lei si era scomodata, e con ragione, tutta la casata dei Fieschi; ed anche gli altri rami minori dei conti di Lavagna, come gli Scorza, i Bianchi, i Della Torre, i Levaggi, i Leivi, gli Zerli, i Cogorno, i Cavaronchi, i Ravaschieri, i Penelli. Il capo dei Fieschi, in persona, l’eccelso conte Gian Aloise, aveva lasciato Genova e la sua reggia di Vialata, per assistere alla cerimonia, per condurre egli stesso quella regina del nuovo Mondo all’altare. E bella come il sole, poichè non si poteva trovare un paragone più alto; e buona come il pan di Natale, e dotta come un libro stampato. Come parlava l’italiano! come il genovese, che è poi la madre lingua d’ogni buon Ligure, e certamente quella del Paradiso terrestre; specie colla giunta di quella sonora e dolce cantilena chiavarese! Difatti, anche queste finezze aveva imparate in pochi mesi la regina delle Indie. E si andava a sentirla, ma più ancora a vederla, senza stancarsene mai, nelle domeniche, quando la bellissima donna, ritornata dai divini uffizi, scendeva alla porta del castello per distribuire il pane ai poveri dei dintorni. Quei poveri si moltiplicavano come i pani e i pesci dell’Evangelio. C’erano molti che si facevano poveri a bella posta: ma erano riconosciuti, e tenuti lontani. Solo alle donne, che usavano di questo sotterfugio per avvicinarsi alla signora contessa, non si faceva il torto di cacciarle; per rispetto al loro sesso si lasciavano accostar tanto, che la signora le riconoscesse da sè.

—E voi, che cosa chiedete?—diceva ella, ridendo d’un risolino malizioso.—Non siete già povere, voi!

—Oh, signora, siamo bisognose la parte nostra;—rispondevano le più ardite.—E siamo venute, perdonateci.... siamo venute a prenderci un’occhiata di sole.—

Sorrideva, la bellissima donna, arrossendo; e dava un ceffone, con la sua morbida mano; ma tanto leggero, che pareva una carezza, ed era ricevuto con divozione, come la guanciata del vescovo alla cresima.

—Qui non voglio altri che poveri, avete capito?—

Così conchiudeva, volendo parere sdegnata. Ma c’era tanta soavità d’accento nel rimprovero, e tanto sorriso nello sfolgorìo di quegli occhi scorrucciati, che le buone valligiane di Carasco, di Graveglia e di Paggi levavano le mani in atto di adorazione, come se avessero veduta la Madonna, e in cuor loro promettevano di ritornarci la domenica vegnente.

Gioiosa Guardia, davvero, sotto la benefica luce di quegli occhi celestiali. Ma qualche volta su quei begli occhi si stendeva un velo di mestizia. Passavano allora le immagini di un altro popolo, assai più numeroso, amante anche quello e devoto, ma che aveva la sua quiete, la sua sicurezza da lei, e non era avvezzo a provare più gran gioia nella vita, di quando si raccoglieva estatico ad ascoltarla, rapito ai suoni del maguey, agli accenti soavi dell’areìto Povero popolo d’Itiba! come lo avevano ridotto allo stremo quei feroci conquistatori spagnuoli, deludendo i nobili disegni del Giocomina, del venerando condottiero dei Figli del Cielo! Ma se il ricordo d’Itiba era triste, la bella ed infelice regina di Xaragua aveva imparato molte cose nella terra di Azatlan. Era disceso su questa terra un altr’uomo dolce, buono, compassionevole ai mesti, un uomo divino, e avevano voluto sperimentarne la virtù infinita mettendolo in croce come un malfattore; poi si erano pentiti, lo avevano riconosciuto in ispirito e verità, gli avevano eretto altari, e lo adoravano, e lo mettevano in croce ogni giorno, disconoscendolo, bestemmiandolo, negandolo nei giorni della spensierata allegrezza, per invocarlo nell’ora della paurosa avversità, superbi a vicenda e codardi, sopra tutto eternamente fanciulli.

Perciò qualche volta accadeva anche a lei d’esser mesta. Ma quelle erano le nubi passeggere, candidi fiocchi vaganti, che macchiavano all’orizzonte un bel cielo d’estate, senza turbarne il sereno. Ed era felice, oramai, quanto è dato a creatura umana sulla terra; felice per quell’uomo che viveva adorandola, e non si muoveva di là, dove l’aveva condotta a rifugio. Che amasse la sua rocca e il suo poetico Entella, non si poteva dubitare, poichè tante volte lo diceva egli stesso. Ma non così aveva amato quel fiume e quelle mura negli anni della adolescenza, quando animoso cacciatore batteva le macchie, ed era sull’Antola o sul Penna più spesso e più volentieri che in casa. In quel castello era nato; su quelle rive beate era cresciuto, ricco, orgoglioso del nome e della potenza che confortava quel nome; e giovane si era mescolato in Genova alle zuffe micidiali del tempo, avendone presto la sazietà. Curioso di dottrina, o più vago di novità, aveva atteso agli studi nella università di Pavia, riportandone come un fastidio d’anni sciupati; ond’egli non aveva cercato nella quiete della sua terra il rimedio alle pene del cuore, ma si era buttato per morto alle imprese del mare. E quali imprese! Non già per diventarci padron di galere, e da fortunati scontri aver lustro e potenza come tanti altri suoi pari e consorti, per vantaggio di una casata che omai ridiventata padrona dell’antico dominio, lo aveva allargato quasi a reame, dall’Appennino al mare e dalla Scrivia alla Magra; bensì per tentare un cammino ignoto, col rischio di giungere ad un punto donde il naviglio si sprofondasse nel vuoto. Orribile chiusa, e creduta allora certissima! Il guaio non gli era occorso; aveva potuto ritornare, e con la sua parte di gloria. Pure, ricondottosi a casa, non aveva potuto star fermo; viaggi su viaggi, fortunali e vitacce da cani; spesso in pericolo d’andar pastura ai pesci, più spesso di buscarsi un colpo di freccia avvelenata; prigionia tra i selvaggi, condanna a morte, agonia a fuoco lento, nulla aveva potuto corregger l’umore vagabondo del gentiluomo marinaio, di quell’argento vivo. Ed ecco, di punto in bianco, il gran cambiamento: quell’umor vagabondo, quell’argento vivo, s’era chetato ad un tratto: lui tutto casa, lui tutto “fiumana bella„, lui tutto moglie, e innamorato per giunta, come un ragazzo di vent’anni. Ma ecco, il segreto del mutamento era qui.

—Come sei buono, Damiano!—gli bisbigliava Fior d’oro.

—Sfido io!—rispondeva egli, con quel suo piglio che volentieri girava al comico.—Son buono, perchè sono felice. E sono felice....

—Perchè?—domandava lei, con accento di cara malizia.

—Perchè....—ripigliava Damiano, girando un po’ largo, per voglia di ridere.—Perchè ci ho la mia Gioiosa Guardia che amo tanto....

—Giustissimo; e la tua “fiumana bella„—suggeriva lei, prestandosi al giuoco assai volentieri.—Con queste due cose....

—Con queste due cose ci sarebbe anche da morir di noia;—proruppe Damiano.—Le avevo, e non mi sono bastate. Diciamo dunque, per essere nel vero, che ci ho te, cara donna adorata. La più bella donna, nel verde più vivo, sotto il più dolce azzurro del mondo, ecco la felicità vera ed unica. Ed ecco quello che io volevo dire, contessa Juana, se voi mi aveste lasciata fare la mia progressione ascendente.

—E non ve l’ho lasciata fare, da quella gran cattiva che sono! Ma voi me ne punite tanto severamente, che avrei voglia di rifarmi da capo. Per altro,—soggiunse ella, mettendosi sul grave,—dicono che un bene posseduto non sia più un bene.

—Vedete che logici da strapazzo!—replicò Damiano, ridendo.—Il bene è il bene, di qui non si esce. Se si mutasse, sarebbe un’altra cosa, ne convengo. Ma come potrei volerlo mutato? In più no, perchè io ho tutto quello che desideravo. In meno, neanche, perchè quello che desideravo lo desidero ancora: e questo è il fatto, la condizione su cui possiamo fondare il nostro ragionamento. Ho io studiata bene la mia logica?

—Eh, non voglio dire di no. Il mio signore ha sempre ragione. Ed era il bel sogno, questo,—diss’ella traendo un sospiro,—il bel sogno che ho sognato con te. Il bel sogno si è finalmente avverato; o Dio, tra quanti pericoli, tra quante angosce mortali! Se c’è giustizia in terra, il bel sogno non dovrebbe finire.

—Così dico io;—conchiuse Damiano.—Non dovrebbe, non deve, non dovrà. Dimmi, Fior d’oro; sei tu sicura di te?

—Oh sì, di me....—gridò ella, levando gli occhi al cielo.—Ed anche di te,—soggiunse tosto,—anche di te, conte Fiesco, che sei così nobile spirito e così candido cuore. Ma non presumi troppo delle tue forze.... e della natura umana? È della donna amare, e saperlo far bene, non sapendo far altro: è dell’uomo l’operare, il faticare in qualche utile impresa, per deludere la sazietà.... per vincer la noia.... E per questo, me lo lasci dire?.... per questo, bisognerebbe forse mettersi a far qualche cosa.—

Tremava un pochino, parlando così, e mendicava le parole. Ma ebbe il pronto conforto di sentirsi dar ragione da lui.

—Sicuramente;—diss’egli.—Ci pensavo appunto stanotte, mentre tu riposavi, Fior d’oro. Bisognerà far qualche cosa. Ed ho trovato.

—Ah sì? E che sarà?

—Continuare ad amarti;—rispose gravemente Damiano, facendo cadere dall’alto, l’una dopo l’altra, le sillabe.—Vi ho lungamente contemplata, amica mia; vi ho pure abbracciata, ma guardingo, sapete, con mano leggera leggera, per non rompervi il sonno, che era così dolce; ed ho pregato Dio che non mutasse niente, che lasciasse tutto così, come ha tanto saviamente disposto, nella sua misericordia infinita.—

E voleva dare in una risata; ma non n’ebbe il tempo. La contessa Juana rideva già più di lui, non senza lagrime; quelle care lagrime che tanto abbelliscono ogni profonda allegrezza. E un po’ tardi, ma in tempo, gli ricambiava l’abbraccio.


Indice

Capitolo II.

Ambasciator non porta pena.

Ma ritorniamo una seconda volta, e sia la buona, al nostro don Garcìa, che con tanta attenzione seguiva le vicende di un bellissimo giuoco. Proprio si arriva al punto che la piacevole occupazione gli era interrotta dall’avvicinarsi d’un famiglio, le cui prime parole ebbero virtù di farlo balzar subito in piedi. Molestie dell’ufficio, naturalmente; e la Guardia non poteva esser sempre gioiosa, pel suo degno custode.

—Ci abbandonate?—gli chiese frate Alessandro, che per fortuna di giuoco veniva ad essergli più vicino, e lo vedeva muoversi di scatto dalla panca.

—Per forza;—rispose don Garcìa.—Ed anche, diciamolo pure, con un certo piacere. Arriva il nostro Giovanni Passano.—

La nuova si sparse fra gli altri giuocatori, e la partita fu subito interrotta, come la piacevole occupazione di don Garcìa. Il Passano aveva amici da tutt’e due le parti; e se si contentavano di piantar lì la giuocata quei che avevano il disopra, con “quaranta e la caccia„, era naturale che non si dolessero quelli che s’avviavano a perdere, non avendo che un “quindici„.

Giovanni Passano, al suo smontar da cavallo nel cortile della Gioiosa Guardia, fu accolto a festa dai suoi vecchi compagni d’Haiti e della Giamaica.

—Che buon vento vi porta?—gridavano a gara, stringendogli la mano.—Finalmente! Bisognerà metterci il segno per ricordo, stamparla, toccarsene un occhio. Sapete che ci mancate da un mese?

—Eh, si fa come si può;—rispondeva il Passano, commosso da tutte quelle dimostrazioni d’amicizia.—Appena levati i piedi dagli impicci, eccomi qua. Pietro Gentile! Guglielmo! Battista! frate Alessandro, che per riverenza alla tonaca dovevo metter primo di lista!... Quantunque,—soggiunse ridendo, al vedere tutti quei grembi e sboffi fuor dal cordone di san Francesco,—mi pare che la portiate sempre alla diavola. Giuocate al pallone, vedo. È un bel giuoco; ma non da frati.

—Chi ve l’ha detto, messer Giovanni? Nessun testo lo proibisce; e ce n’è uno che forse li permette tutti. Ma sì. Servite Domino in laetitia; lo raccomanda il Salmista. Volete giuocare anche voi?

—Eh! se non fossero quattr’ore che mangio polvere, e che mi fiacco le reni col cavallo più indiavolato della cristianità.... A proposito, mi fareste un gran piacere ad esorcizzarlo coll’acqua santa.

—O voi col vino di Vernazza, piuttosto.

—Il vino di Vernazza fa bene all’uomo;—conchiuse gravemente il Passano, mentre si avviava colla brigata verso l’ingresso della seconda cinta.—Qui, infatti, ci ho un testo sacro ancor io; vinum bonum laetificat cor hominis. E il signor conte?—ripigliò, con accento mutato, parlando a don Garcìa.—E la signora contessa?

—Benissimo;—rispose lo Spagnuolo.—E vi direi che sono là bene accostati sul medesimo ramo, come due tortore innamorate, se fosse almeno ora di giardino. Saranno invece nella caminata, lei col suo tombolo a far merletti, lui a metter del nero sul bianco.

—Ma anche a far merletti e a scrivere si può star molto vicini, non è vero?

—Oh questo poi sì; alla medesima tavola, per non perdersi d’occhio. Vi faccio annunziare, mentre bevete un bicchiere?

—No, non occorre;—rispose pronto il Passano.—Non dico per il bere, intendiamoci; dico per il farmi annunziare. Non c’è premura; è una visita senza impegno, la mia. A presentarmi, ci sarà sempre tempo per la cena.

—Ah, mi levate una spina dal cuore;—disse quell’altro, mentre lo faceva entrare nel tinello, al pianterreno della rocca.—Avrei giurato a tutta prima che veniste per portarci via il padrone. Che ci volete fare? Presentimenti; e fortuna che qualche volta ingannano! L’altro giorno, passando di qua messer Filippino, che, sia detto con la debita reverenza al casato, ha sempre la lingua un po’ amara, si lasciò sfuggire certe parole! “Che Gioiosa Guardia! diceva; che Gioiosa Guardia! Dormigliosa, dovreste chiamarla. Con Ercole che fila ai piedi di Onfale„. Io, per dirvi la verità, non conoscevo questa signora, ed ho dovuto farmi spiegare l’arcano da frate Alessandro. Ne sapeva poco più di me, quel bravo figliuolo; ma tanto da capire che si trattasse d’una donna, la quale faceva perdere il tempo al dio della forza. Il nostro conte, veramente non fila, e nemmeno la contessa; quantunque, se filasse, vi so dir io che con quelle sue dita darebbe dei punti alle fate. Ma io ho bene inteso, dopo la spiegazione di frate Alessandro, che cosa volesse dire messer Filippino. Il padrone non si occupa se non della padrona, e lascia che gli altri della casata facciano e disfacciano a modo loro le cose della Repubblica. Ma di che si lagnano, se mai? Egli tira le mani e i piedi fuori del giuoco; li lascia dunque padroni; non vi pare?

—Giudicando alla grossa, sì;—rispose il Passano, mentre con diligenza amorosa osservava il liquido topazio delle Cinque Terre attraverso la lucida parete del bicchiere.—Ma possono aver ragione i suoi nobili parenti, a desiderare che un tal uomo non si ritiri dal giuoco. Sapete bene; dove bastano undici, il dodicesimo aiuta.—

Don Garcìa rizzò l’orecchio a quelle parole dell’amico.

—C’è dunque da aiutare a qualche impresa?—diss’egli.

—No, ch’io sappia;—replicò il Passano.—Ma c’è una condizione di cose che parla abbastanza chiaro da sè. Noi del Gatto, o del Basilisco, anzi diciamo pure di tutti e due questi graziosi animali, siamo per Francia; e sta bene, tenuto conto delle buone ragioni che ci abbiamo: ma siccome tutto questo, messo in ispiccioli, significa avere un presidio straniero in città, non si può neanche sostenere alla faccia del popolo che sia la più bella cosa del mondo. D’altra parte, i popolari, cioè a dire i nostri signori d’origine popolana, chiamati altrimenti del portico di San Pietro, vorrebbero aver mani in pasta, allontanando dalla madia quei del portico di San Luca; e questi, capirete, spalleggiati come sono dal gatto e dal basilisco, antiche insegne dei Fieschi, non ci pensano neanche a ceder d’un passo. Si guardano dunque in cagnesco, e come possa andare a finire Dio solo lo sa. Speriamo, nondimeno; Dio misericordioso potrebbe appigliarsi al buon partito di accomodar la testa a tutti. Dei miracoli se ne son visti, in altri tempi: perchè non ne accadrebbe uno nel nostro? Parlo così,—soggiunse il giovanotto,—perchè conosco il padrone, chè non se ne fa nè di qua nè di là. Ma guai a parlar di pace in Violata!

—Gian Aloise è sempre il più forte?—entrò a dire don Garcìa.—E sempre bene coi francesi?

—E come!—rispose il Passano.—Non si muove foglia che Gian Aloise non voglia. Quasi si direbbe che in Genova sia lui il padrone, com’è il capitano generale di tutta la Riviera di Levante. Ci sono i francesi nel Castelletto. Ma quelli si possono magari considerare stipendiati, come se fossero svizzeri, o tedeschi; zuppa o pan molle.

—Sia contento, allora,—disse don Garcìa,—e lasci quieti noi in Gioiosa Guardia, dove si sta così bene.

—Felice mortale! L’avete trovata, la nicchia? E badate, ci verrei tanto volentieri ancor io.

—Con donna Higuamota, non è vero? Ma olà!—ripigliò don Garcìa, come per darsi sulla voce.—Non dimentichiamo che l’ha tenuta a battesimo la madre del padrone, e che bisogna dire donna Bianchina.

—Già,—disse ridendo il Passano,—quantunque sia bruna. Tien più di Caonabo che di Anacoana, la mia dolce metà. Fortuna che amo le brune!

—O perchè non l’avete condotta con voi, amico Passano?

—Che, vi pare? dovendo fare una visita di poche ore....—

Don Garcìa inarcò le ciglia, ma non aggiunse parola.

In quel mentre si faceva udire un gran rumore dalla scala vicina, donde qualcheduno scendeva a precipizio, saltando ad ogni tanto e tonfando, alla guisa dei ragazzi. E subito dopo si vide balzar dentro un adolescente, dai capegli biondi e dalla faccia birichina. Pareva, a vederlo, che il mondo fosse suo, o che lo credesse da vendere, e da poter comprare coi quattro soldi che a lui ballavano in tasca. Polidamante (era questo il suo nome) poteva dirsi l’imagine, il simbolo, il genio della Gioiosa Guardia, ove del resto era nato. Se gli altri ci avevano pochi fastidii, egli non ne aveva nessuno. Tutto di primo impeto, correva sempre, quando c’era da muoversi; quando poi doveva star fermo, si addormentava. Non faceva mai niente con misura; e forse per ciò era molto caro al padrone.

—Che c’è?—chiese don Garcìa.

—Presto, le acque;—gridò quell’altro, senza fermarsi a rispondere in tono.—Dove sono le acque?

—Nei fiumi;—disse il Passano;—e neanche ne han tutti.

—Ah, siete voi, messer Giovanni? Bene arrivato! Dicevo le acque acconce, le acque cedrate, i siroppi per la signora.—

I famigli, che non avevano bisogno di tutte quelle spiegazioni, avevano già levato da una credenza il vassoio con le bocce di cristallo, e si preparavano a seguire con quello il messaggero Polidamante.

—Quando si dice nascer vestiti!—esclamò don Garcìa, volgendosi al Passano.—I padroni hanno anticipata l’ora di uscire in giardino. Potete salire dietro a Polidamante, e presentarvi, e far le vostre ambasciate, senza interrompere i commentarii di Cesare.

—I commentarii.... Che dite voi, don Garcìa?

—Eh, sì, i commentarii di Cesare, come li chiama frate Alessandro.

—Sta bene, avevo inteso;—riprese il Passano.—Domandavo che diavolo è.

—Una storia, amico, una storia di laggiù, mi capite? Il capitano ci ha fatto l’onore di chiamarci nella caminata, per cinque sere alla fila, e ce ne ha letti già cinque capitoli. In quello scritto racconta tutto quello che s’è fatto alle Indie.

—Ah, bene! capisco, ora. Ci avrà molto da raccontare, perchè molto si è fatto. E parla di voi?

—No, non ci siamo ancora, a quel punto;—rispose don Garcìa, rannicchiandosi.—Penso, del resto, che quando saremo a quel punto, egli mi dovrà passare sotto silenzio. Del che non mi lagnerò,—soggiunse egli umilmente;—che anzi, dovrò sapergliene grado. Beati gli uomini di cui non avrà da occuparsi la storia.

—Bravo! siete filosofo?

—Alle mie ore, amico Passano.—

L’amico Passano strinse la destra di quell’altro Seneca; e vuotato il suo calice fino all’ultima goccia, che non era d’aceto, si avviò verso la scala.

—Va, bello mio, va, che non la conti giusta;—borbottò tra i denti il bravo don Garcìa, uscendo alla sua volta di là.—Questa visita di poche ore, a spron battuto, mi sa di chiamata a Genova lontano un miglio. C’è la mano di messer Filippino, qui sotto; scommetterei. Quello là non vuol dare nè lasciar pace a nessuno.—

Il giardino di Gioiosa Guardia, anzi i giardini, perchè erano quattro, bisognava andarli a cercare in alto, come gli orti pensili di Semiramide. Si stendevano essi sui bastioni della rocca, per tutta la lunghezza delle cortine, fiancheggiati e conterminati dalle torri, che, per conseguenza logica quanto architettonica, erano appunto quattro, senza contare il battifredo, gran torre più alta, dalla parte dell’ingresso, colla campana al sommo e con l’orologio nel mezzo. Forte arnese per guerre medievali, la Gioiosa Guardia non poteva più dirsi tale in un tempo che le artiglierie mobili e di grande gittata potevano batterla da parecchie eminenze circostanti. Ma essa non s’aspettava di queste noie, e il suo padrone, amico della pace, ne lasciava il carico ad altri luoghi fortificati della sua parentela, da Montobbio a Pontremoli. In uno di quei casi di necessità, che gli amici della pace come Bartolomeo Fieschi si dovessero ricordare d’essere stati uomini di guerra, la Gioiosa Guardia poteva essere ancora un bell’inciampo a soldatesche raccogliticce, non esperte o impazienti d’assedii; e il suo signore, poi, avrebbe amato sempre meglio far impeto in aperta campagna; che infine non era neanche troppo aperta, e i suoi duecento uomini, ben comandati, potevano valere per mille. Frattanto, sui pensieri di guerra avevano il sopravvento le arti della pace, e prima fra tutte l’arte dei giardini.

Madonna Bianchinetta, la santa madre del capitano Fiesco, ne aveva preso cura da giovane; ma poi, cresciuta negli anni, se n’era via via disamorata, piacendole assai più di passar le sue ore nella cappella del castello, dedicata a san Colombano; un gran santo, quello, e quasi di casa, che era morto non troppo lontano di là, nel monastero di Bobbio, e che dava il nome, del resto, ad una terra vicina. N’era venuto nei giardini del castello un gran guaio per le varie famiglie dei fiori; i quali, si sa, per prosperare domandano amore, intristiscono nell’abbandono, e muoiono anzichè darsene pace. Per contro erano cresciuti gli alberi, gran solitarii, anche quando si ritrovino in molti, che degli uomini non si dànno un pensiero al mondo, e vorrebbero anzi che gli uomini non si dèssero tanto pensiero di loro, per tagliarli, segarli, riquadrarli, piallarli a molti usi volgari, o farne legna da ardere. E insieme con gli alberi erano venute su liberamente le rose, belle salvaticacce che bastano molto a sè stesse. Diradare quegli alberi, sfrondandoli un pochino qua e là, ravviar quelle rose, nettandole d’ogni seccume e potandole, era stata la prima cura dei nuovi arrivati; quanto ai fiori più delicati, poco c’era voluto a trarne da tutti i dintorni, a farne allignare nelle vecchie aiuole risarchiate, e lungo i viali rifatti.

Per quei viali passeggiava la coppia felice; Fior d’oro col braccio sinistro girato intorno alla vita di Damiano; Damiano col braccio destro girato intorno al collo di Fior d’oro. Erano atti, per avventura, di soverchia libertà; ma non veduti per allora se non dagli uccellini saltellanti e chioccolanti sugli alberi. Ed essi, finalmente, come quegli alberi per tanti anni avevano fatto, non si davano pensiero di nessuno. Se n’andavano a passi lenti, così mollemente abbracciati, chiacchierando a mezza voce, bisbigliando quasi, com’è l’uso degli innamorati a buono, che non han nulla da dirsi di serio, nè sopra tutto di nuovo, ma che nelle cose più naturali e più comuni debbono metter sempre un po’ di mistero.

Un rumor di passi sulla ghiaia del viale fece voltar la testa a Damiano. Una sbirciata bastò al felice mortale, perchè egli spiccasse il braccio dalla dolce postura che s’era scelta con tanto buon gusto, e prendendo per mano la contessa Juana muovesse incontro al nuovo venuto.

—Quello, o ch’io sogno, è il vostro genero;—gridò egli con ostentazione di allegrezza, più fatta per consolar l’ospite, che per esprimere il vero sentimento dell’animo.—Capite, Fior d’oro?—incalzò, rivolto alla contessa, mentre stendeva pure la mano al suo antico aiutante.—Vostro genero! vostro genero!

—Già,—disse a sua volta il Passano inchinandosi,—il genero d’una suocera a trent’anni. Si può ben dire l’età d’una donna, in un caso come il mio, non è vero?—

Così dicendo, prendeva la mano che la contessa gli aveva stesa in atto benevolo, e si chinava ancora accennandovi il bacio di cerimonia che la galanteria spagnuola incominciava a far prosperare sulle terre italiane. Mai suocera al mondo meritò tanto un simile omaggio, od altro assai meno cerimonioso di quello.

—Come sta madonna Bianchina?—gli domandava frattanto il Fiesco.

—Bene, benissimo; e saluta, s’intende, e abbraccia la sua bella mamma.

—Perchè non condurla con voi?—

Era la stessa domanda di don Garcìa; ed ebbe l’istessa risposta. Onde da parte del Fiesco l’istesso inarcamento di ciglia, ma con una giunta di parole che non aveva potuta fare quell’altro.

—Visita di poche ore! Mi spaventate, Giovanni mio. Faccende, dunque? e gravi?

—Oh, questo poi no. Son venuto col libro dei conti. Volevo sapere che cosa si dovrà fare della vostra parte di profitti sulla nave Paradiso. Siete il partenevole più grosso, e ci avete un guadagno, quest’anno, di seimila ducati larghi.—

Bartolomeo Fiesco fece una bella riverenza. Seimila ducati larghi erano una bella somma. Il ducato largo, o genovino d’oro come s’era chiamato nei tempi anteriori, con un peso di grammi 3,567, eguale del tutto al suo fino, e con un valore di due lire, due soldi, e due denari, valeva nei primi anni del Cinquecento, in moneta corrente, tre lire e due soldi. La lira genovese ne valeva allora più di tre delle nostre; sicchè, fate il conto, e troverete che il ducato largo ne valeva più di dodici delle odierne italiane. Moltiplicate per seimila, e vedrete che bel guadagno avesse fatto messer Bartolomeo delle Indie col suo Paradiso. Ancora qualche annetto di fortuna, e c’era da farsi foderar d’oro una bella nicchia in purgatorio.

Fece dunque una bella riverenza, come il caso meritava. Ma non gli parve altrimenti che fosse mestieri un viaggio, per sapere dove andasse collocato tant’oro.

—Per questo siete venuto!—diss’egli.—E non la ricordavate, la mia massima? San Giorgio, amico Passano; le “colonne„ di san Giorgio sono le mie colonne d’Ercole. È quello il luogo, il posto, il rifugio sicuro pei ducati larghi. Ma forse avete ancora da dirmi della Santa Giovanna?

—Quella è arrivata a Bari per le lane; non si aspetta prima di giugno. Così almeno mi ha detto ier l’altro il Sauli, che aveva ricevuto lettere. Ho qui invece il fogliazzo delle spese. Se gli date un’occhiata, essendo ancora giorno....

—Volete dire che i numeri si leggono male a lume di lucerna? E sia;—soggiunse messer Bartolomeo,—contentiamo questo terribil Passano. Sedete?—diss’egli, facendo un cenno d’invito a Fior d’oro.

—Fate, fate;—rispose la contessa;—io vi lascio. Quando siete coi numeri, bisogna lasciarvi stare.

—Capirete, Juana, e perdonerete senz’altro. Son genovese; e il genovese, per vostra norma....

—Oh, non dicevo per questo;—interruppe la bella.—Che genovese, del resto? Non vi vantate, amico mio. Volevo dire piuttosto che vi c’imbrogliate parecchio.

—Ah sì, birichina? Ma ciò avviene perchè guardo voi; e allora, povero a me, smarrisco perfino il ricordo della tavola pitagorica.

—Vedete dunque....—diss’ella con aria di trionfo.—Ragione di più per lasciarvi con messer Giovanni mio genero. Farò allestir la cena un po’ prima, perchè egli avrà appetito, m’immagino.

—Abbastanza, madonna;—rispose il Passano.—Ho tanto rinsaccato, su quel maledetto cavallo!—

La contessa si era ritirata; ma dal vano di un uscio, voltandosi, aveva gittato un bacio col sommo delle dita a Damiano. E Damiano, che lo colse al volo, non volle lasciarlo senza ricevuta.

—Povera tavola pitagorica!—gridò egli ridendo.—La vedo brutta.

—Che c’è?—disse il Passano, levando la fronte dai suoi scartafacci.

—Niente, niente; parlavo a mia moglie. Mia moglie!—ripetè il capitano Fiesco.—Ecco due strane parole. Sapete, Giovanni mio, che non so avvezzarmi a questo nome? e che mi par sempre un sogno?

—Restate nel sogno;—rispose quell’altro.

—Certamente, certamente, poichè il sogno è così dolce! Ma ora che siamo soli, ragazzo mio, vuoi tu dirmi che cosa significhi la tua visita? Tu non sei mica venuto per sapere dove andassero collocati i miei ducati larghi.... e neanche per rompermi la testa col fogliazzo. Tu hai una commissione per me, ed una commissione urgente.

—Avete ragione;—rispose il Passano.—Ecco qua, infatti.—

Così dicendo, traeva di sotto al giubboncello una lettera, e la porgeva al capitano Fiesco.

—Ah, volevo ben dire!—esclamò questi.—Gian Aloise?...

—Lui, in persona. Mi aveva mandato a chiamare in gran fretta, ier sera; ed ho risicato, figuratevi, di fiaccarmi tre volte il collo in quei cento scalini di Violata, non avendo altro lume nel buio se non questi due occhi. Giunto alla sua presenza, eccovi il dialogo che corse tra noi: Verrà di questi giorni a Genova il tuo principale?—No, eccelso signore; è più facile che Genova vada a Chiavari, di quello che venga a Genova lui.—Ebbene, andrà Genova a Chiavari, nella persona tua; passerai da me domattina per tempo; ti darò una lettera, che dovrai consegnargli senza fallo in giornata; a lui, mi capisci? e parlandogli a quattrocchi, che nessuno ne abbia fumo. Ritornai da messere Gian Aloise questa mane per tempo; tenevo il cavallo sellato ad aspettarmi fuori della porta di Santo Stefano. Avuta la lettera, son ridisceso dalla Montagnola; ho infilata la via dei Lanieri; son montato in arcione, e via di galoppo, che n’ho ancora le reni fiaccate.

—S’intende che ti sarai ristorato a tutte le frasche.

—Messere!...

—Eh via, non saresti genovese. Hai rinfrescato a San Martino, confessalo; e nota che ti fo grazia di San Fruttuoso. Il secondo bicchiere l’hai bevuto a Nervi; il terzo a Recco, con un rincalzo a Ruta, per ragione della faticosa salita; il quarto a Rapallo, il quinto a Zoagli. Dimmi che non è vero.

—Siete uno stregone, messere;—disse ridendo il Passano.—Per altro, non sono mai sceso d’arcione.

—Te lo credo, questo, perchè al debito non sei venuto mai meno. Quanto a rinfrescar l’ugola, non è mai stato un delitto. E dall’oste della Maddalena, poi? Dicono che ce n’abbia bevuto una mezzina anche Dante.

—Ma sempre stando in arcione;—rispose il Passano.—Furono tutti bicchieri della staffa.

Il capitano Fiesco s’indugiava in queste celie, per non leggere il foglio che gli aveva consegnato il Passano. La lettera donde si aspetta una noia si dissigilla mal volentieri; si spera sempre in un accidente improvviso che possa dispensarcene. Ma l’accidente non ci fu, e messer Bartolomeo dovette rassegnarsi. Aperse il foglio, e lo spiegò; spiegato che lo ebbe, incominciò a leggere, ed anche ad aggrottare le ciglia, a batter le labbra, a sbuffare.

—Oh Dio!—esclamò, quand’ebbe finito.—Ma son pur fastidiosi! Io consigli? E che ci ho da veder io? come ho da darne io, che non ho saputo mai domandarne? Che noia! che noia! E ancora dovrò ringraziarlo, il mio eccelso parente, che ha mandato te per messaggero, e non il suo Filippino.

—Filippino?...—balbettò il Passano, che non vedeva la ragione dell’essere messo in paragone con quel pezzo grosso.

—Già, il nostro buon cuginetto Filippino;—riprese il capitano Fiesco.—Quello là, o con un pretesto o con un altro, è sempre da queste parti; due, tre, quattro volte ogni mese. Il giovanotto non ha mai avuto tanto da fare nel capitanato di Chiavari, come dal giorno che ho preso moglie io.

—Che dite, messere? Io casco dalle nuvole.

—Ed io vorrei risalirci, con Fior d’oro tra le braccia, e non ricomparire mai più alla vista dei seccatori. Vuoi sapere? Filippino s’è messo in mente di toccare il cuore a Fior d’oro. Fa l’occhio pio, lui, ch’è una bellezza a vedere. Sospira, recita i sonetti del Petrarca, e li mette a raffronto colle rime amorose dell’Alighieri. Una sera, che ci fece la stampita più lunga, figúrati che ci sciorinò tutto il canzoniere della Bella Mano. Tu non lo conosci, il canzoniere di Giusto de’ Conti da Valmontone, tutto inteso a celebrare la mano della sua bella? Lo conosco io, pur troppo, e me ne dolgono ancora gli orecchi. Maledetto biondino! Quantunque, a farlo a posta, s’è imbattuto in una che i biondi non li vuol neanche per prossimo.

—O allora, scusate....—si provò a dire il Passano.

—O allora, caro mio, m’annoia egualmente;—rispose il capitano Fiesco.—Qualche volta mi vien voglia di assestargli uno scapaccione.

—La contessa se n’è avveduta?

—E come no? Se ne avvedono gli usci e le imposte, che sono di legno, e gli arazzi e i corami delle pareti; perfino il pappagallo, ultimo avanzo dei dodici portati da San Domingo, che ha imparato a ciangottare: Filippino sciocco! Noto, per amor di giustizia, che vorrebbe dire Filippino Fiesco; ma non gli riesce, e dice sciocco tale e quale. Fior d’oro, dal canto suo, lo chiama Gunora. E potrebbe anche chiamarlo Guatigana. Ma quel poveraccio va rispettato, che almeno ha saputo morire. Quanti pretendenti, mio Dio!—esclamò il capitano Fiesco, sospirando.—Hanno avuto tutti buon gusto, non lo nego; ma ti confesso che m’hanno tutti mortalmente seccato, e mi seccano. Basta, ti ho fatto il mio sfogo, e tu chiudilo in petto, alta mente repostum, come direbbe Virgilio. Il giorno che avrò accoppato messer Filippino, ne capirai il perchè, senza bisogno di venirmelo a chiedere. Ma ora che ci penso.... In questa lettera dell’eccelso Gian Aloise non ci sarebbe la zampa di messer Filippino bello? Mi vogliono levare da Chiavari, è chiaro, come si leva una lepre, o un cinghiale. Vogliono tirarmi sul Bisagno, anzi peggio, sul Rivo Torbido. Una volta là, addio guardia e custodia del fatto mio: feste in Violata, festini a San Lorenzo; dovunque c’è un Fiesco, sarà un invito a ballare. E tu balla, Damiano, o lascia ballar chi ne ha voglia. Così il mio Filippino ha libertà di corteggiare Madonna, di atteggiarsi a suo “intendio„ secondo l’uso della giornata. Ma io me ne intendo più di te, Filippino bello; quando il tuo diavolo nasceva, il mio andava già ritto alla panca. E per la croce di Dio.... Oh, smettiamo; ecco madonna che torna.

Infatti, sull’uscio dond’era sparita un’ora prima, riappariva Fior d’oro.

—Avete finito di far conti?—diss’ella.

—E da un pezzo;—rispose Giovanni Passano.

—Allora, eccomi qua. Vorrete accettare un rinfresco, per aguzzar l’appetito? Polidamante, i bicchieri e il vin di Cipro.—

Polidamante, che era comparso allora nel vano dell’uscio, corse ad eseguire i comandi. Due minuti dopo, era in giardino col vin di Cipro e il vassoio.

—Dategli da bere, Juana;—disse il conte Fiesco alla moglie.—Ma in verità non lo merita. Sapete che ha vuotate tutte le cantine che ha incontrate in viaggio, da San Martino d’Albaro al ponte della Maddalena? E certo, con lo stomaco scavato da tanto bere, egli ha più fame che sete.

—È anche pronta la cena;—rispose Fior d’oro;—ed egli non avrà da penar molto. Genero,—soggiunse ella, accostando il calice a quello del Passano,—siate il benvenuto coi vostri scartafacci e colle vostre belle notizie. Beviamo ora alla salute della nostra Bianchina.—

Tutto bene, sì; ma le belle notizie il Passano non le poteva mandar giù, dopo averle portate, e conosciute molto noiose.

—Ed ora,—diceva egli tra sè, mentre mandava giù più facilmente il suo vin di Cipro,—come la prenderà Fior d’oro, quando saprà che si vuol Damiano a Genova? Basta, la cosa non mi riguarda; ambasciator non porta pena.—


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