NOTE:
1. L’estremo monumento romano nelle regioni meridionali fu scoperto dal dott. Barth innanzi alla città di Murzuk. Vedi vol. I, pag. 164, Viaggi e scoperte nell’Africa settentrionale e centrale (1849-1855).
2. Claudiano, Panegir. in VI Cons. Honor., v. 39-52. Sulla grandezza di Roma ha una pomposa apostrofe, De cons. Stilich. III, v. 130 e seg.
3. Voglio qui accennare al libro degno di nota: Historiæ de Varietate Fortunæ, libri II (Paris 1723), che Poggio scrisse poco prima della morte di Martino. Con quest’opera, che è una triste descrizione delle rovine della città, incominciano gli studî archeologici su Roma.
4. L’Autore publicò il primo volume della sua Storia nell’anno 1859 (Nota dell’Editore).
5. Fu questi Ammone, che viveva nel tempo dell’assedio della città fatto dai Visigoti. Così Olimpiodoro in Fozio, p. 198, dice: εἴκοσι καὶ ἑνὸς μιλίου. Per la qual cosa è esagerata la notizia dataci da Vopisco, che il circuito della città fosse di cinquanta miglia, oppure, come afferma il Piale, fu errore degli amanuensi. Secondo il Piale (Dissertazione delle mura Aureliane di Roma), la circonferenza della città sarebbe stata di tredici miglia al più. Si confronti il Canina: Indicazione topografica di Roma antica, p. 19 ec., e la descrizione della città data dal Platner e dal Bunsen, I, p. 646 ec. Della riedificazione delle mura ai tempi di Arcadio e di Onorio, conservano ricordanza le iscrizioni poste sulla porta di s. Lorenzo e sopra la P. Maggiore. Una terza iscrizione, collocata sulla P. Portuensis, che ne parlava, andò perduta quando quell’antica porta fu fatta abbattere da Urbano VIII.
6. Queste porte antiche erano: P. Flaminia, Pinciana, Salara, Nomentana, Tiburtina, Praenestina, Labicana, Asinaria, Metronis o Metronia, Latina, Appia, Ostiensis, Portuensis, Janiculensis (Aurelia), Septimiana, Aurelia situata al ponte di Adriano. Di esse oggi si trovano murate la porta Metronia e la Latina, e cadde distrutta l’Aurelia situata al ponte dell’Angelo. Il Breviarium numera trentasette porte, per la qual cosa il numero che eccede le nominate dev’essere stato nelle mura serviane o aver formato altri fori di uscita.
7. Ai tempi di Belisario, Roma possedeva quattordici acquedotti (così Procopio, De bello Goth. I, 19). Ed erano i nove, di cui ci dà notizia Frontino, ossia: Appia, Anio vetus, Marcia, Tepula, Julia, Alsietina, Virgo, Claudia, Anio novus e di più l’Acqua Augusta, colla quale Augusto aveva fortificato la Marcia, la Trajana aggiunta da Trajano, l’Antoniniana di Caracalla, l’Alexandrina di Alessandro Severo, la Iovia di Diocleziano. Il Sommario aggiunto al Curiosum ed alla Notitia numera diecinove acquedotti, cinque dei quali non possono essere stati che ramificazioni degli altri. Al dì d’oggi Roma ha tre soli acquedotti: l’Acqua di Trevi, meschina restaurazione dell’A. Virgo, l’A. Felice che è in parte l’antica Marcia, e l’A. Paola che Paolo V edificò giovandosi delle acque della Trajana.
8. Inclyta ac celebris Roma immensum est, atque omni oratione majus pelagus pulchritudinis. Themist., Orat. 13, amat. in Gratian., p. 177. Si veda la Dissertaz. sulle rovine di Roma di Carlo Fea, che può reputarsi il primo saggio formale di una storia delle rovine di Roma fino ai tempi di Sisto V (nel III Vol. della traduzione da lui fatta della Storia dell’Arte del Winkelmann, Roma, 1784). Di quanta utilità riesca per la storia lo studio locale dei monumenti di Roma, cel mostrò la Histoire romaine à Rome, che J. J. Ampère, per una serie di anni andò inserendo nella Revue des deux Mondes, e fu splendido ornamento di quel giornale. Quella Storia si stenderà anche all’età di mezzo. Mi è grato dovere il riconoscere che l’interessamento onde l’erudito e spiritoso Francese confortò sempre l’opera da me impresa, mi è vivissimo eccitamento alla prosecuzione del mio lavoro.
9. Intorno al Curiosum Urbis ed alla Notitia, ci furono di grande giovamento i lavori del Sarti, del Bunsen e del Preller. Io ho seguito il testo di quest’ultimo (Die Regionen der Stadt Rom, Jena, 1846), che confrontai con quelli del Panciroli, del Labbe, del Bianchini e del Muratori.
10. S. Gregor., Ep. III, 30, p. 568: ad secundum urbis milliarium, in loco qui dicitur ad Catacumbas. Il De Rossi che alla gloria del Bosio associò gl’illustri meriti suoi, ha sparso luce novella su quelle catacombe di san Calisto, ed il suo grande lavoro intitolato Corpus Inscriptionum, di cui s’è ora incominciata la publicazione, deve salutarsi come un felice avvenimento per la storia della Città nei tempi di mezzo. Le cognizioni del De Rossi intorno alla topografia di Roma nel medio evo, sono le più fondate e le più vaste che erudito possa avere, ed è mio ardente desiderio che l’illustre Romano voglia presto diffondere quel suo tesoro in un’opera topografica.
11. L’antica Porta Capena vogliono i Topografi che fosse collocata al di sotto dell’odierna Villa Mattei. Si vegga il Canina, R. Antica. Intorno ai limiti della prima Regione si agita controversia: l’indicazione però del ruscello Almo (oggi Acquataccio), dimostra che la Regione si stendesse al di là delle mura Aureliane. Intorno all’antico tempio di Marte, onde era illustre questa Regione che non comprendeva altri grandi monumenti, sappiamo di certo ch’era situato extra portam Capenam.
12. L’Anonimo di Einsiedeln del secolo ottavo enumera: Arcus Constantini, Meta Sudante, Caputo Africae, Quatuor Coronati. Una qualche statua avrà dato probabilmente il nome a questa via. Nella Notitia non è fatto cenno del Clivus Scauri ch’era situato innanzi al M. Coelius e che si conservò nel corso dei tempi.
13. Il gruppo del Laocoonte fu trovato nell’anno 1506, e l’inventore Felice de Fredis n’ebbe argomento all’immortalità del nome. Ne parla l’iscrizione della sua tomba posta in S. Maria in Araceli a poca distanza dal coro. È monumento pregevole dell’epoca di Giulio II.
14. Il Templum Pacis era stato eretto da Vespasiano, dopo la guerra contro gli Ebrei. Procopio ne vide ancora i ruderi in vicinanza della basilica di Massenzio: la piazza vicina era chiamata Forum Pacis: ἣν φόρον Εἰρήνης καλοῦσι Ῥωμαῖοι. ἐν ταῦθα γάρ πη ὁ τῆς Εἰρήνης νεὸς κεραυνόβλητος γενόμενος ἐκ παλαιοῦ κεῖται. Procop., De bello Goth., IV, 21, p. 570 (Ediz. di Bonna). L’ordine in cui è disposta la descrizione della Notitia è il seguente: Aedem Jovis Statoris, Viam Sacram, Basilicam Constantinianam, Templum Faustinae, Basilicam Pauli, Forum Transitorium.
15. Dal Nymphaeum Alexandri, situato in vicinanza di santa Croce in Gerusalemme, è forza distinguere il monumento dei Trofei di Mario, che l’Anonimo di Einsiedeln chiama erroneamente Nymphaeum, ponendolo in questa serie: Sanctus Vitus, Nymphaeum, Sancta Biviana. Il Piale (Della subura antica, verso la fine) dice, parlando dei Trofei di Mario: Ninfeo da non confondersi però col Nymphaeum Alexandri etc. Le rovine appartengono alla fontana dell’Acqua Julia.
16. Olimpiodoro (in Fozio, p. 198) scrive che le terme di Antonino comprendevano milleduecento bacini di bel marmo, e che quelle erette da Diocleziano ne comprendevano un numero quasi doppio. Gli eruditi sono discordi nel determinare la posizione di queste terme che alcuni vogliono edificate sul Viminale ed altri sull’Esquilino o sul Quirinale. Il vero si è che la direzione di tutti e tre questi poggi si volge verso il punto ove stavano questi bagni. Fin dai primi tempi, nel luogo ove si elevavano le terme fu eretta una chiesa ad onore di san Ciriaco, che, unitamente a santo Sisinnio, si trovava fra i Cristiani condannati a lavorarvi. La leggenda li farebbe ascendere a quarantamila. (Vedasi Pompeo Ugonio, Historia delle stationi di Roma, Roma, 1588, c. 197, e Florav. Martinelli, Roma ex ethnica sacra. Quest’ultimo ai quarantamille Martiri aggiunge generosamente altri centomille). Al tempo di Pio IV fu eretto nelle terme il convento dei Certosini, e la chiesa magnifica di santa Maria degli Angeli è racchiusa sotto le alte arcate di un’antica sala del bagno.
17. Il Fea (Sulle rovine di Roma, p. 302), dice che questo tempio era caduto in rovina già fin dal principio del secolo VI, imperocchè una vedova che possedeva otto delle colonne di porfido le quali aveano già ornato quel tempio, ne facesse dono all’imperatore Giustiniano per la nuova chiesa di s. Sofia in Costantinopoli. Egli cita Codinus, De orig. Const., p. 65, e l’Anonym., De structura temp. magnæ Dei Eccles. s. Sophiæ presso il Combefis, Origin. rerumque Constantin., p. 244, con cui io ebbi cura d’istituire confronti. Nel testo è detto erroneamente Valeriano edificatore del tempio del Sole invece di Aureliano.
18. Scrive Zosimo, V, c. 38: allorquando Stilicone rubò le porte delle lamine d’oro massiccio che le ricoprivano, apparve quest’iscrizione: misero regi servantur, ed infatti quel profanatore miseramente perì. Quel ladroneccio non può essersi consumato che dopo il trionfo di Onorio, perchè in quel tempo ancora Claudiano parla dei bassi rilievi delle porte:
Juvat infra tecta Tonantis
Cernere Tarpeja pendentes rupe gigantes
Caelatasque fores
(de VI Cons. Hon., v. 44 sg.).
Stilicone deve aver fatto abbruciare i libri sibillini soltanto dopo l’anno 403. Ciò appare chiaro da un passo di Claudiano, De bello Goth., v. 230, in cui parla di quei libri come se ancora esistessero:
Quid carmine poscat
Fatidico custos Romani carbasus aevi.
19. Scrive il Fea, p. 410 e seg., che la statua equestre di Marco Aurelio era stata scambiata per quella di Costantino e che andava debitrice a quest’errore della sua conservazione durante il medio evo. Egli è possibile che quest’errore avvenisse ai tempi della barbarie; non posso credere però che al momento in cui fu compilata la Notitia non si sapesse distinguere la figura di Costantino da quella di Marco Aurelio. La iscrizione posta sotto l’Equus Constantini, copiata e tramandata dall’Anon. di Einsiedeln era: D. N. Constantino maximo pio felici ac triumphatori, etc. etc. Io ammetto che la statua di Costantino rovinasse dopo il secolo VIII e che quella di Marco Aurelio passasse tosto sotto il nome di quella di Costantino, dando origine al famoso Caballus Constantini delle cui meraviglie sono piene le cronache di Roma del secolo XII. Ne parlerò in uno dei volumi successivi.
20. Salvis dominis nostris Honorio et Theodosio victoriosissimis principibus Secretarium amplissimi senatus quod vir illustris Flavianus instituerat et fatalis ignis absumpsit Flavius Annius Eucharius Epifanius V. C. Praef. vice sacra. Jud. reparavit et ad pristinam faciem reducit. Gruter, 170. Canina, R. ant., p. 167. Nardini, II, p. 230. Sappiamo che la Curia Hostilia, che era l’antichissimo Senatus, fu distrutta da un incendio ai funerali di Clodio. Essa non venne più riedificata, ed il Senato congregavasi nella Curia Julia compiuta sotto Augusto, dove anche doveva essere il celebre altare della Vittoria.
21. Ammian. Marcell., XVI, p. 14 e seg. Id tantum sibi placuisse, aiebat, quod didicisset, ibi quoque homines mori. Il Gibbon legge displicuisse, ma la dizione placuisse asconde un senso assai più arguto, e riceve chiara spiegazione se si pensi all’animo con cui il Re straniero parlava.
22. Claudiano parla della statua eretta a suo onore nella Praef. de bello Goth.:
Sed prior effigiem tribuit successus ahenam,
Oraque patricius nostra dicavit honos.
Venanzio Fortunato (morto nei primi anni del secolo VII) cantava, Carm. III, c. 23:
Vix modo tam nitido pomposa poemata cultu
Audit Trajano Roma verenda foro.
E al lib. VIII, c. 8:
Si sibi forte fuit bene notus Homerus Athenis:
Aut Maro Trajano lectus in urbe foro.
23. Quest’antica Corografia latina vide la luce per la prima volta ad opera del cardinale Angelo Mai, che la trasse da un Codice esistente nel Convento della Cava, e che sotto titolo di: Liber Junioris Philosophi in quo continetur totius orbis descriptio, la stampò nel Tom. III classicor. auctor. e vatican. Codicib. editor., p. 387. — Super hoc maximum possidet bonum ROMAM splendoribus divinorum aedificiorum ornatam etc.
24. Il Curiosum trasporta nella Regione undecima l’Arcum Constantini: la Notitia dice Arcum Divi Constantini. Il Bunsen (III, 1, pag. 663), opina che quest’arco fosse il noto Janus quadrifrons posto sul Velabrum, e che non potesse essere l’arco trionfale di Costantino che le due Descrizioni avrebbero pur dovuto porre entro la Regione decima. L’ordine della citazione seguito nel Curiosum, cioè: Herculem olivarium, Velabrum, Arcum Constantini, appoggia senza dubbio questa opinione.
25. Il Piale, Degli antichi arsenali detti Navalia (Pont. accad. di Arch., I, Aprile 1830), sostiene che l’Emporium fosse situato sotto il monte Aventino e che la posizione dei Navalia fosse presso la Ripa Grande. Questa ultima supposizione fu combattuta dal Becker, il più erudito tra gli Archeologi, che dice situati i Navalia in un qualche punto del campo di Marte (Manuale, I, p. 158, ec.).
26. Sembra che timore rattenga gli Archeologi dal camminare sui ponti di Roma, perchè le notizie che ne danno sono le più discordi. Vedasi il Piale, Degli antichi Ponti di Roma al tempo del sec. V, Roma 1834; il Preller ed il Becker I, p. 692, ec. Nelle due Descrizioni antiche delle Regioni troviamo: Pontes VIII, Aelius, Aemilius, Aurelius, Mulvius, Sublicius, Fabricius, Cestius et Probi. Il Pons Milvius, già appellato da Livio con questo nome ed oggi detto P. Molle, nella serie è collocato all’ottavo posto. Cadrà spesso occasione di far menzione dei molti nomi e talvolta oscuri che nel medio evo davansi a questo od a quel ponte: ci saranno allora a guida i Mirabilia, ai quali ci riferiremo.
27. Sui nomi dell’isola si veda il Visconti: Città e famiglie nobili e celebri dello Stato pontificio. Monumenti antichi, Sez. II, p. 25. Claudiano (In Prob. et Olyb. Cons., v. 226 sq.) dice:
Est in Romuleo procumbens insula Tibri,
Qua medius geminas interfluit alveus urbes
Discretus subeunte freto, pariterque minantes
Ardua turrigerae surgunt in culmina ripae.
Da questo squarcio può trarsi notizia che le mura di Aureliano procedessero lunghesso la sponda interna del fiume sino al ponte Fabricio, e che al di là, nella regione trasteverina, sorgesse loro di contro la muraglia di Settimio.
28. Veggansi i Breviarî del Curiosum urbis e della Notitia, e il Breviario di Zaccaria di Armenia del sec. VI. Qua e colà vi hanno discrepanze nelle notizie numeriche. Intorno agli obelischi di Roma mi occorse la seguente osservazione. Al tempo in cui Sisto V restituì in piedi gli obelischi, il Mercati scrisse la sua opera erudita intitolata: Degli obelischi di Roma, in cui dice che, degli antichi obelischi, quarantotto fossero stati portati a Roma d’altri paesi. Le Descrizioni delle Regioni da noi seguite parlano invece di sei soli, che sono naturalmente i maggiori: In Circo Max. duo, minor habet pedes LXXXVIII, major vero pedes CCXXII. In Vaticano unus altus pedes LXXV. In Campo Martio unus altus pedes LXXV. In Mausoleo Augusti duo, alti singuli pedes XLII. Tutti questi obelischi durano ancora, ornamento di Roma odierna.
29. S. Augustin., Sermon. CV. de verb. evang. Luc. XI, p. 13, T. V, 1, p. 546: mementote fratres, mementote: non est longum, pauci anni sunt, recordamini. Eversis in urbe Roma omnibus simulacris, Rhadagaysus rex Gothorum cum ingenti exercitu etc.
30. S. Hier., Lib. II, adv. Jovinianum verso la fine: Squalet Capitolium, templa Jovis et caeremoniae conciderunt. Il Nardini (R. Ant., II, p. 332) ne conclude con troppa precipitazione che il tempio di Giove ai tempi di san Girolamo già fosse caduto in rovina, e ne attribuisce la distruzione ai Goti. Il passo da lui citato non è che rettoricume poetico, come usa lo stesso Hieronim., Ep. CVII ad Laetam (dell’anno 403), (Ed. Verona I, p. 672): auratum squalet Capitolium. In senso simile trovo usata la frase squalere in Claudiano (De VI cons. Honor., v. 410), allorchè parla del Palatium che gl’Imperatori avevano abbandonato:
Cur mea quae cunctis tribuere Palatia nomen
Neglecto squalent senio?
Anche nel Proemio del Libro II del Commento alla lettera ai Galati, dice S. Girolamo: vacua idolorum templa quatiuntur.
31. S. Hieronim., Ep. CVII, ad Laetam de institutione filiae, T. I, p. 642. In questa lettera rettorica sono dati precetti ad una pia dama di Roma sul modo di educare una figlia.
32. Claudian., De VI cons. Honor., v. 42 sq. Sotto il nome di Regia, il Poeta significa il palazzo dei Cesari, e pei Rostra intende il Foro, com’è voluto dal senso di tutta la descrizione presa in generale. È pars pro toto.
33. Procop., De bello Goth., IV, 22.
34. Gruter, p. 100-6. Beugnot, Histoire de la destruction du Paganisme en Occident, I, p. 106.
35. Cod. Theodos., Lib. XV, tit. I, De operib. publicis. Tit. I, n. 11. — Impp. Valentinianus et Valens etc. etc. ad Symmachum P. U., n. 19. — Impp. Valens, Gratiannus et Valentinianus ad Senatum, n. 15. — Impp. Valentinianus, Theodosius et Arcadius Proculo P. U. Constant. — Altri Editti promulgarono Onorio ed Arcadio. — Cod. Justin., VIII, Tit. X, De aedif. privatis. Tit. XII, De operib. publicis. Tit. XVII, De sepulchris violatis.
36. De Paganis sacrificiis et templis, Lib. XVI, Tit. X, n. 2. Imp. Constantinus etc. ad Catullium P. U. I piaceri furono l’ultima molla della potenza politica di Roma.
37. Marangoni, Cose gentilesche ec., p. 227 e seg.
38. Relatio Symmachi, L. X, ep. 54. Il Beugnot ha un bel capitolo su questo triste episodio di storia, Liv. 8, chap. 6. Si veda anche il Gibbon, Cap. 28. In risposta alla relazione di Simmaco s. Ambrogio scrisse la sua epistola a Valentiniano (ann. 384). I due documenti veggonsi nel Tom. I di Prudenzio, (Parma 1788). Ed anche Prudenzio si fè, nell’anno 403, a confutare Simmaco con due libri di poesie adversus Symmachum. Ben dice s. Ambrogio con sobrio discorso: Quid mihi veterum exempla proferitis? odi ritus Neronum. — Non annorum canities est laudanda sed morum.
39. Zosimus, V. c. 38.
40. Claudian., De Cons. Stilich., III, v. 201. sq.:
O palma viridi gaudens et amicta tropaeis
Custos imperii virgo etc.
De VI cons. Honor., v. 597, sq.:
Adfuit ipsa suis ales victoria templis
Romanae tutela togae etc.
41. Prudentius, Advers. Symmach., II, v. 443-446:
Quamquam cur Genium Romae mihi fingitis unum? etc.
S. Hieron. Comment., in Isaiam, IV, p. 672. — Beugnot, II, p. 139: «on a donc raison de dire, que pendant le jour comme pendant la nuit, l’aspect de Rome devait être celui d’une cité où l’ancien culte dominait.» Oggidì è la costumanza di accendere lampade dinanzi le imagini della Vergine come un tempo solevasi innanzi gli Dei Lari.
42. Già nell’anno 399, Arcadio ed Onorio avevano promulgato per le province d’Africa l’Editto: Aedes inlicitis rebus vacuas nostrarum beneficio sanctionum ne quis conetur evertere, decernimus enim, ut aedificiorum quidem sit integer status. De Pagan. sacrif. et templis, Lib. XVII, Tit. X, n. 18. — Al n. 19, segue l’Editto degno di nota di Onorio e di Teodosio II, dato nell’anno 408, sotto il consolato di Basso e di Filippo: Templorum detrahantur annonae, etc.
43. Si veda l’Editto: Omnibus sceleratae mentis paganae exsecrandis, e i commenti di Gotofredo alla parola destrui.
44. Prudent., Cathemerinon Hymn., XII, v. 201.
45. La ragna (che in Roma era considerata ente portentoso), avrebbe meritato l’onore di un tempio sotto Eliogabalo. Mi ricorda di aver veduto nelle terme di Caracalla una bellissima testa di Apollo intorno alla quale uno di quegli insetti aveva ordito la sua tela, in modo che sembrava che vi si fosse gettato sopra un velo d’argento.
46. Incerti Tempor. demonstrationes, seu originum Constant. in Combefis, Orig., p. 29. Codinus, De origin., p. 51, narra che Costantino tolse dal Palatium di Roma la statua della Fortuna.
47. Prudent., Contra Symmachum, I, v. 502 sq. Il Fea (Sulle rovine di Roma, p. 279) cita S. Ambros., Epist. 18, n. 31, T. III, p. 886 B, ove quel Padre dice a Valentiniano: non illis satis sunt lavacra, non porticus, non plateae occupatae simulacris?
48. Zacharia scrisse in lingua siriaca un catalogo dei monumenti di Roma, di cui Angelo Mai publicò la traduzione latina: Script. vet., T. X, praef., p. XII-XIV. Zacharia attinse lumi da relazioni più antiche, e dal catalogo aggiunto alle Descrizioni delle Regioni. La notizia del numero delle statue merita fede se si paragoni con quanto scrive Cassiodoro. Zacharia enumera: Fontes aquam eructantes MCCCLII, e signa aenea MMMDCCLXXXV imperatorum aliorumque ducum. Di più parla di XXV statue di bronzo, che, dice il cronista, riferivansi ai tempi di Abramo e di Davide, e che erano state recate a Roma da Vespasiano. Questa fola mi persuade che lo scrittore vivesse ai tempi di Belisario.
49. Anastasius Bibl. in vita s. Clementis: hic fecit septem regiones dividi notariis fidelibus ecclesiae, qui gesta martyrum sollicite, et curiose unusquisque per regionem suam diligenter perquirerent. — Vita s. Evaristi: hic titulos in urbe Roma divisit presbyteris, et septem diaconos constituit, qui custodirent episcopum praedicantem propter stylum veritatis. Verso l’anno 238, Fabiano deve avere aggiunti sette Suddiaconi, e dopochè, nei tempi posteriori al vescovo Cajo, fu cresciuto il numero dei Diaconi, san Silvestro deve avervi preposti i sette Cardinali diaconi. Martinelli, Roma ex ethnica sacra, c. 4.
50. Ciò è confermato da una iscrizione della Roma Subterranea, II, lib. IV, c. 25.
51. Il Nardini (Roma Ant., I, p. 125, sq.) tentò di determinare i confini delle sette Regioni ecclesiastiche. Egli crede che ricevessero l’organamento da san Silvestro. Il Bianchini nel II Vol. della sua erudita edizione di Anastas. Bibl., appendix de regionibus urbis Romae (p. 137-140), tenta di trarre la notizia delle sette Regioni principalmente da un passo importante della vita di san Simplicio (intorno l’anno 464), dal quale traggo questo cenno: Regionem III ad s. Laurentium, Reg. I ad s. Paulum, Reg. VI et VII ad s. Petrum.
52. Anastas. Bibl., vita s. Pii. A torto le antiche Vitae dei Papi sono attribuite ad Anastasio, bibliotecario del tempo di Nicolò I. Questo libro prezioso (Liber Pontificalis), composto delle notizie desunte dagli antichi Archivî ecclesiastici, e dei Gesta pontificum, si stendeva fino al secolo nono con differenti recensioni. Il Liber Pontific. comprende i tempi da s. Pietro a Nicolò I (morto nell’anno 867): i gesta di Adriano II e di Stefano VI vi furono aggiunti dal Bibliotecario Guglielmo (vedi le osservazioni del Panvinius al Platina, sulla fine della vita di Nicolò I). I più eruditi editori del Liber Pontific. sono i veronesi Francesco e Giuseppe Bianchini, che, dietro le orme dell’Holstenius e dello Schelestrate, lo trassero alla luce compulsando parecchi cataloghi e recensioni. Le loro annotazioni sono di alto pregio anche per la topografia di Roma (II ediz., Roma, 1731). Non parlo dell’edizione di Magonza dell’anno 1602, nè di quella di Parigi fatta dal Fabrotto nel 1647. L’edizione più corretta fu quella curata da Giovanni Vignoli (Roma 1724, 3 Vol. in 4.º).
53. Il Davanzati (Notizie della basil. di s. Prassede, Roma 1725), sostiene fermamente che san Pietro ponesse sua prima dimora nella casa di Pudente, che colà egli fondasse la chiesa del titolo Pudentis, e che questa sia l’odierna chiesa di santa Prassede. — Santa Pudentiana sarebbe stata innalzata più tardi da Pio I, nelle terme di Novato. Afferma invece il Martinelli (Primo trofeo della Croce), che l’antichissima chiesa di Roma edificata da s. Pietro sia quella di santa Maria in via Lata. Devo osservare con rammarico che una delle difficoltà massime del mio lavoro consista nella fatica di leggere sì grande numero di monografie, le quali nulla contengono di sodo in mezzo a un viluppo di gonfie frasi e di vane ricerche che costringono lo Storico a gettarle con dispetto da sè.
54. In questa descrizione io seguii il Liber Pontificalis messo a paragone cogli scritti dell’Ugonio, del Martinelli, del Marangoni, del Severano, del Panciroli, del Panvinio ec.
55. Nel 1595 si trovarono in prossimità del Laterano, due tubi di piombo coll’iscrizione: Sexti Laterani. — Sexti Laterani M. Torquati et Laterani. Vedasi Marangoni, Istoria della cappella Sancta Sanctor. di Roma, c. I, p. 2.
56. Intorno alla storia della chiesa di s. Giovanni in Laterano si veda Anastas., vita s. Silvestri. San Silvestro si dice avere consecrato addì 9 di Novembre quella chiesa. Non è fatta descrizione della sua forma nel Liber Pontif. Nel Mabillon, Museum Ital. T. II, p. 560 sq., è data dal diacono Giovanni la descrizione della basilica, ma qual era nell’anno 1260. Per la storia di tutti gli edificî eretti da Costantino può consultarsi il Ciampini, De sacris aedificiis. Si veda anche A. Valentini, Basilica Lateranense descritta ed illustrata (Roma 1839).
57. Alcune iscrizioni riferentisi a taurobolii ed a criobolii, che usavansi pel culto di quella Divinità, furono trovate negli scavi praticati nel secolo decimosettimo nei lavori della basilica. La più recente di quelle iscrizioni è dell’anno 390. Vedi il Beugnot, I, p. 159 e seg. — Prudenzio (nato verso il 348), in un suo inno a san Romano, descrive gli orribili sacrificî di vittime umane, che celebravansi ancora a quel tempo.
58. La descrizione più antica del san Pietro si trova nel codice vaticano 3627 del canonico Pietro Mallio (della seconda metà del secolo duodecimo), intitolato: Historia Basilicae antiq. s. Petri; scritto pregevolissimo per la storia di Roma nel medio evo, che l’autore dedicava ad Alessandro III e che fu edito dal De Angelis in Roma nel 1646, e più correttamente nei Bollandisti, Acta Sanctorum, T. VII, Junii, p. 37-56. Dopo quello scritto, è degno di nota l’altro di Maffeo Vegio, che fu pur canonico in s. Pietro (morto nel 1457), intitolato: De rebus antiquis memorabil. Basil. s. Petri, in quattro libri, stampato nell’istesso volume dei Bollandisti, V. p. 61 e seg.
59. Il piano e la misura dell’antica basilica sono dati dal Bonanni, p. 12 e seg., dietro le notizie dell’Alfarano, del Severano, dell’Oldini ec. La chiesa odierna è lunga ottocentoventinove palmi e mezzo, e la sua altezza massima fino alla estremità della croce è di cinquecentonovantatre palmi.
60. Antiquae vatican. Basil. a Constantino Max. fabrefactae facies exterior, apsis, et muri extremi, ac illi super columnis surgentes, qui tecta gravi pondere sustinebant e laterum, tophorumque fragmentis, circo, adjacentibusque aedificiis eversis, celeri opera, rudique arte aedificati fuerunt etc. Compendio del Grimaldi nel Martinelli, p. 345, e nel Nardini, III, p. 355. Il Severano riporta un’iscrizione dei tempi di Trajano che deve essere stata sopra una delle grandi colonne dell’arco trionfale, e il Torrigio (Le sacre grotte Vat., p. 111), narra, che sulla base di marmo della grande croce posta sulla fronte del tempio, fosse scritto in greco il nome di Agrippina. Nel secolo nono, Leone IV fece collocare a ornamento di una finestra della torre una piccola colonna sulla quale era iscritto in lingua greca il memorabile voto a Serapide, che il Torrigio trascrisse (pag. 110).
61. Varianti dei testi: regalem e regalis. La lezione regalis è da preferirsi ad ogni modo all’altra regali. Si paragoni la bellissima spiegazione del Bunsen, a. a. O., pag. 88. Domus è l’arca oppure la cella mortuaria, e aula è la basilica stessa.
62. Egli è incerto se questo epigramma fosse sotto il musaico antico, oppure sotto quello più recente, del tempo di Adriano I. Andrea Fulvio (III, p. 84, trad. ital. del Rossi), lo trascrisse quando rovinava la tribuna antica.
63. Prudentius, Peristeph. XII, Passio Beator. Apostolor. Petri et Pauli, v. 31-44.
64. S. Paulin., Epist. XXXIII, ad Alethium (ediz. di Anversa, p. 289).
65. Ammian. Marc., XXVII, c. 11, scrive di Probo: Claritudine generis et potentia et opum amplitudine cognitus orbi Romano, per quem universum paene patrimonia sparsa possedit, juste an secus non judicio est nostri — E: marcebat absque praefecturis. Il sarcofago di G. Basso è nelle grotte vaticane; quello di Probo presso la cappella della Pietà nella chiesa odierna di san Pietro. Maffeo Vegio vide ancora il Templum Probi, prima che Nicolò V ordinasse che fosse distrutto, e potè conservare memoria delle iscrizioni di Probo e di Proba. Vedi la sua Histor. Bas. Ant. S. P. IV, 109, 110.
66. Prudent., Hymn. XII:
Ibimus ulterius, qua fert via fontis Hadriani,
Laevam deinde fluminis petemus.
67. Baron., Annal. Eccl., a. 386, riporta il rescritto, tratto da un Codice vaticano.
68. La iscrizione posta sul musaico dell’arco trionfale diceva:
Theodosius cepit, perfecit Honorius aulam
Doctoris mundi sacratum, corpore Pauli.
69. Ugonio, etc., p. 235.
70. Sopra l’arco leggesi questo epigramma:
Placidiae pia mens of eris decus Homn.... (omne paterni)
Gaudet Pontificis studio splendore Leonis.