Si è accennato sopra, a proposito delle lett. 36ª, 38ª e 39ª, ad una controversia tra l'Uccellini e il Frignani, la quale, sebbene entrambi non ne facciano parola nelle loro Memorie, va raccontata, come testimonianza dei dissidi, cosí poco e mal conosciuti, tra i nostri proscritti politici. Il primo accenno è nella lettera del 4 novembre 1836: «Una voce, non so da che mossa, sorge ora a dilaniare la mia fama ed a sottopormi all'accusa di esser stato in patria un capo di scellerati, un traditore, un venale al segno d'aver venduto per la vil somma di 30 paoli l'amicizia e l'onore. Quanto pesi al cuore una simile taccia, quanto dolore arrechi, ognuno che pregia l'onoratezza lo può da sé arguire. A che mi hanno servito tante pene e tanti sacrifizi? Se il giudizio della mia coscienza non mi sostenesse, assicurati che l'accusatore avrebbe su di me ottenuto il trionfo che si è prefisso. La testimonianza vostra può sola guarirmi da queste funeste ferite, che mettono in pericolo la mia vita morale; e voi non saprete negarmi quanto la verità mi dà diritto di reclamare. Piú tardi vi farò conoscere il fatto. Amo che la testimonianza che da voi sollecito sia concepita in questi termini: — che io ho sempre goduto in patria la stima de' miei cittadini; che l'amicizia non ha a rimproverarmi mancanze di fede che discreditino l'uomo e lo rendano indegno dell'altrui benevolenza; che niun allettativo m'ha sottratto da' miei doveri; e che per tale condotta mi furono confidati impieghi delicati...». La testimonianza fu subito formulata, amplissima e solenne: il 25 novembre '36 avanti il notaio ravennate Gaetano Achille Santucci si costituirono i signori il conte Francesco di Giovanni Lovatelli, avv. Gabriele del fu Giulio Guerrini, avv. Antonio del fu Giovanni Garzolini, dott. Giacomo di Domenico Montanari, dott. Scipione del fu Vincenzo Urbini, dott. Giuseppe del fu Sebastiano Valentini, dott. Domenico del fu altro dott. Domenico Guarini, Carlo del fu Luigi De Rosa, Alessandro del fu Giuseppe Bagnara, Giuseppe del fu Felice Taffi, Angelo del fu Lodovico Gavina, Antonio di Lorenzo Morigi tutti possidenti, Pietro del fu Melchiorre Runcaldier, Gaetano del fu Giuseppe Testoni, Giuseppe del fu Francesco Orioli, Mariano del fu Francesco Meldolesi, possidenti e negozianti, Romualdo del fu Paolo Miccoli contabile e Domenico del fu Giovanni Buranti cursore anziano presso il tribunale, tutti maggiorenni e salvo il conte Locatelli superiori agli anni quaranta; i quali, dichiarando di aver conosciuto «assai da vicino il giovane Primo Uccellini... di questa nostra Patria,... con tutta asseveranza» fecero fede «essersi egli sempre contenuto in quei doveri che sono dell'uomo onesto e dell'educato cittadino: esso ha dimostrato in ogni incontro di essere buon figlio ai suoi genitori, leale amico agli amici, ingenuo di carattere, onesto di costumi, di buona morale e di non comune ingegno; cosicché per siffatte sue qualità meritamente godeva e gode tuttora in patria fama di onest'uomo, a carico del quale non si è mai sentito a dir cosa, che offender potesse la sua riputazione: esso ha coperto in patria piú d'un impiego ed anche in questi incontri ha saputo dar prove di sua onestà, di probità e di saggezza, maggiore fors'anche di quella, che dalla non matura sua età era da ripromettersi; per le quali cose, a lode del vero, che esponiamo, ci troviamo in obbligo di commendare a larghe parole la morigeratezza de' suoi costumi e quella sua ingenuità, che lo resero caro a tutti que' molti che o per affari o per amicizia ebbero occasione di avvicinarlo». L'atto, scritto e firmato nelle forme legali, registrato dall'ufficio del Registro, ratificato dal Gonfaloniere di Ravenna Carlo Arrigoni e dal viceconsole di Francia dott. Giovanni Valli, fu spedito in Dijon all'Uccellini, il quale se ne valse per ismentire le accuse sparse contro di lui. Da chi e come queste accuse procedessero dice l'Uccellini stesso nella lettera, che in parte qui si riassume, del 21 gennaio 1837 al cognato Giulio Fanti: accennata la lunga amicizia che fin dall'infanzia lo aveva legato al Frignani, descritta la florida condizione di lui in esilio (perché aveva preso moglie e si era stabilito presso la famiglia di lei in Mâcon, fruendo dell'alloggio e del vitto gratuito, aveva guadagnato con la pubblicazione dell'Esule e col dar lezioni di lingua italiana, e risparmiava una buona parte del sussidio governativo) al confronto della miseria propria (che spiega raccontando di nuovo le sue vicende già a noi note, nei vari depositi, in Bretagna e a Dijon), narra come il Frignani non volesse prestargli aiuto traducendo o rivedendo la traduzione dei fascicoli delle note sue pubblicazioni (cfr. le lettere 25ª e seguenti), anzi intralciasse in ogni modo l'impresa e giungesse persino a richiedergli «continuamente d'inviargli dieci franchi» dei quali esso Uccellini gli era debitore. «Tutto ciò, egli dice, mi mise di malumore, e gli scrissi una lettera non offensiva, ma espressa in stile ironico, dichiarando che se proseguiva a seccarmi in tal guisa, a ricusarmi la sua cooperazione diretta, io avrei gettato tutto al fuoco. Quella lettera dovette essere per lui peggio che un colpo di cannone, perché la risposta fu di disdirmi la sua amicizia e a rinnegarmi per cittadino. Non contento di ciò, ebbe la perfidia di scrivere agli emigrati di qui, accusandomi di essere stato in patria un traditore, un scellerato, un infame, un caporione dei perversi, e di essermi venduto per denari. Potete imaginare qual effetto produsse fra gl'Italiani una tale accusa, e come io rimasi oppresso da una sí nera taccia. I miei antecedenti erano noti, io li misi allora vieppiú in chiaro; e gli emigrati amici della giustizia e della ragione mi accordarono un tempo opportuno per far constare con documenti autentici le mie assertive. Scrissi a tutti i proscritti italiani che ben mi conoscono, e n'ebbi risposte favorevoli; scrissi a voi, e il documento che m'inviaste finí per far svanire l'accusa di Frignani. Il Deposito gli scrisse risentitamente: allora cominciò a dire che non aveva inteso di toccare la mia qualità politica in riguardo al paese, ma rapporto a lui solamente. Vive dispute sono nate tra il Deposito di Mâcon e di Dijon; e riflettete bene che Frignani dalle lettere successive scritte agli emigrati di qui ha cosí indebolito la sua causa, che si era ridotto a chiamarmi semplicemente un sleale; e questa sua incongruenza è stata per me la migliore giustificazione del mondo. Come, direte voi, Frignani ha potuto per delle personalità commettere una perfidia tale? La paura di perdere la mercede assegnatagli per la traduzione del mio giornale, l'acciecò, lo sconvolse tutto, e per uccidermi, trovò l'espediente di toccare il punto delicatissimo della politica. Che sarebbe stato di me, se qui vi fossero stati dei fanatici? Frignani nascondeva nella sua accusa altri fini che or bene appariscono e che lo caratterizzano per qual egli è veramente. L'altro giorno venne qui per accomodare alcuni suoi affari col Tipografo che gli ha stampato un certo suo libercolo [dovrebbe essere quello delle Profezie sopra l'Italia, stampato a Dijon 1836, nella tipografia Brugnot]. Io mi prevalsi di questa occasione per avere con lui un colloquio alla presenza di altri Italiani: la disputa fu viva ed animata; e lo ridussi al punto che dichiarò non esser stata la sua accusa che un'induzione. Ciò non mi basta: il mio onore non è abbastanza soddisfatto; bisogna che metta in iscritto quanto ha proferito nel mio ultimo colloquio e che ritiri dalle mani degl'Italiani la lettera d'accusa: pare disposto a far tutto ciò, per quanto mi vien riferito da chi si è intromesso in questo affare. Non crediate però che possi riavere la mia amicizia. Oh no, certamente: un uomo tale n'è indegno. Il tempo farà vedere chi ha piú buon cuore, se io o lui. Egli mi ha fatto de' piaceri, non lo nego, tutto il mondo lo sa; ma ne ha perduto il merito dall'istante che me li ha sí pubblicamente rinfacciati: io ho tenuta nota di tutto ciò che gli devo, e sarà mia premura di soddisfarlo. Eccoti una risposta categorica, precisa e genuina alla tua del 2 corrente. La storia è tale quale te l'ho riportata con quel linguaggio naturale e franco che si richiede: tutti i documenti dell'accaduto esistono presso gl'Italiani, e temo che l'affare avrà delle conseguenze ben triste per Frignani». Se cosí terminasse la faccenda, come l'Uccellini s'imaginava, noi non sappiamo; ma ben conosciamo, della incresciosa controversia, alcuni altri particolari che rappresentano, per dir cosí, l'altra campana. Poiché tra gli altri, ai quali l'Uccellini mandò in Mâcon le sue giustificazioni e documenti, fu un esule modenese, il dottore Gavioli (forse quel dott. Emilio che è accennato dal Vannucci, I martiri, ediz. cit., vol. II, p. 85), il quale il 12 dicembre '36 gli rispose una lettera lunga e violenta, che è tutta un'apologia della persona del Frignani e una censura della condotta dell'Uccellini. Racconta che il Frignani da lui interrogato dichiarò verissime tutte le cose dette in onore di Uccellini dalle persone tutte onoratissime e stimatissime sottoscritte nel documento ravennate, ma che verso di lui l'Uccellini era colpevole di molti atti d'ingratitudine; che anche il capitano Ravaioli s'era doluto di lui; e che maggiori spiegazioni avrebbe date in una riunione da tenersi tra gli esuli. Questi si riunirono una sera presso il Gavioli: «Frignani letta la prima lettera ch'egli diresse agl'Italiani suoi amici a Dijon, soggiunse: Intendete voi che io per questa lettera abbia accusato Uccellini qual traditor della patria? No, dicemmo ad una voce; questo non apparisce; ma sibbene che ha tradito la tua amicizia e la tua causa che difendevi nella Speranza contro un Piavi, il quale ha dovuto poi essere un traditore. Cosí è, rispose il Frignani». Dopo altri discorsi inconcludenti si venne poi alla lettura della risposta dei sei e cioè di sei esuli italiani dimoranti in Dijon; i quali erano due a lui ignoti, uno da lui veduto solo una volta e per caso, due modenesi poco favorevolmente giudicati dai lor concittadini (uno di questi il Tavani, l'altro non è nominato) e finalmente il Gentilini, «del quale Frignani non dice altro se non che lo ama e lo stimerà sempre, amico ovvero nemico che gli sia» e che già gli aveva per mezzo del Ravaioli fatte le sue scuse per aver firmato quella risposta. Alla lettera dei sei replicò il Frignani con un'altra (è sempre il Gavioli che scrive tutto questo all'Uccellini) «tanto chiara, vera, giustificativa e dichiarativa,... per la quale si vede ad evidenza palmare ch'egli non ha mai detto, e non ha mai voluto dir altro, se non che voi siete uno sleale uomo e che avete sempre risposto con ingratitudini nere e con perfidie ai generosi attestati di sua amicizia. Il traditor della patria è dunque una parola che avete inventato voi per far chiasso con gli sciocchi per muoverli a compassione di voi e per aizzarli contro Frignani». E qui segue una gran lavata di capo, una sfuriata mista d'improperi e di consigli, all'Uccellini, al quale ricorda: Frignani «vi perdonò una grave ingiuria che gli faceste nella Speranza, e vi ridonò la sua amicizia e la sua stima.... perché, essendovene voi pentito, vi dimostraste poi onorato giovane in tutte le azioni vostre di parecchi anni in Italia». Lo ammonisce poi che sarebbe vano qualsiasi tentativo di attaccare il Frignani in Italia per l'onorato nome e l'autorità di cui vi gode; vano di attaccarlo in Francia, dove egli è in tanta estimazione: «Cresce sempre di giorno in giorno la fama sua; e meritamente, perché dice cose utili, vere e degne: e le dice con tanta bontà di stile e di lingua, che non pochi sono quelli, pure scrittori lodati, che gli hanno nobile invidia. Lasciatelo ancora scrivere cinque o sei anni (poiché egli è scrittor giovanissimo), e vedrete che non solamente Ravenna si loderà di un tanto suo onorato figliuolo, ma Italia pure vorrà compiacersene. Queste cose veggono e sanno tutti; e se voi non le sapete, domandatene ai Tommaseo, ai Mamiani, ai Pepoli e a tanti altri chiarissimi scrittori nostri che sono in Francia: domandate loro qual'è l'opinione che hanno del Frignani, come giovane scrittore. Ovvero, se di mala voglia vi faceste ad ascoltare quello che diranno, ma voleste sapere quello che s'è detto, pigliatevi il Reformateur, e leggete quello che di lui ha stampato il Lamennais d'Italia, voglio dire Tommaseo; poi vergognatevi della vostra bassa e ignorante invidia.... Vergognatevi ancora in pensare, che quando costí erano buoni italiani, non avevano sciocca invidia a Frignani, ma amore e stima. Leggete il giornale che si pubblica a Dijon, e vi troverete articoli in lode della Vita di Dante, scritta dal Frignani; e sappiate che chi lo lodava era l'ottimo e dotto Corsi. Tacerò le lodi che di lui hanno piú volte pubblicate i Francesi, gli Svizzeri e i Belgi; e fra questi la chiarissima signora de Gomont, oggi moglie di Gatti ravennate, la cui antica e adorata amicizia con Frignani voi avete pure tentato sturbare. Ripensate a tutte queste cose, e vergognatevi; ma sopratutto vergognatevi delle vostre nerissime ingratitudini.....» La sfuriata del medico modenese mi ha tutta l'aria di un'auto-apologia del Frignani, dal quale forse fu dettata al compiacente amico. Certo, se il Frignani non la dettò, molto se ne teneva perché, trascrittala di suo pugno e fattala firmare al Gavioli e autenticare al Maire di Mâcon, la mandò a Ravenna ai firmatari della testimonianza in favore dell'Uccellini, del quale in una lettera, del 15 dicembre indirizzata al notaio Scipione Urbini per lui e per tutti gli altri che avevano firmato, denunziava le opere indegne e le ingratitudini, le bassezze e le slealtà! E a questo proposito ricordava come «davanti un popolo di proscritti, che, pochi mesi fa, ascoltavano una sua orazione funebre, letta sopra una tomba», avesse detto: «L'esilio è castigo piú pericoloso e sotto il quale è piú lubrico il fallire che non sotto gli stessi martori e la carcere. Infiniti esempi, e funesti, ne abbiamo davanti i nostri occhi: giovani presuntuosi, incauti, mal fermi nella prudenza e nella virtú, i quali avresti alle case loro reputati santissimi, imperversati insaniscono, a sé non meno che all'Italia innocente, apportando vitupero e rossore»; e concludeva che «cosí appunto incontra ad Uccellini».
Fra i molti che lessero a Ravenna le scritture del Frignani e del Gavioli fu Giulio Fanti, il quale mandò al suo concittadino una bella e onesta lettera, che è anche una meritata lezione: «...Voi potevate (ne cito i passi piú salienti) prendere da quella carta [il documento ravennate del 21 nov. '36], se cosí vi piaceva, argomento a tessere, siccome faceste, il vostro elogio, senza dilaniare la fama di colui col quale aveste comune la Patria ed aveste comuni le disgrazie. Io non saprei ben dire, se a vergar quelle righe v'abbia mosso piú presto la manía di screditare Uccellini, oppure il desiderio che qui si conosca aver voi nome di eccellente scrittore, e di oratore che le gesta del trapassati sulle lor tombe encomia. Le quali cose come sarebbero belle dette di voi da altri, altrettanto si deturpano leggendole scritte di vostra mano...»; seguita poi esprimendogli il comune dispiacere dei parenti e degli amici per la questione sorta fra i due concittadini, gli dimostra la scorrettezza dell'aver reso pubblico, e in qual modo!, un privato dissidio, gli dice d'aver scritto anche al Gavioli il quale avrebbe dovuto comporlo anziché acuirlo, lo invita a «cessare di bersagliare un infelice» che nelle sue lettere aveva sempre fatti i piú grandi elogi di lui e persino richiedendo il certificato non aveva detto il nome dell'accusatore, e conclude esortandolo a pacificarsi con l'Uccellini secondo il desiderio di «tutti i buoni che di siffatta inimicizia vanno assai dolenti.» Il silenzio dei ravennati e le lettere del Fanti dovettero sapere di forte agrume ai due amici di Mâcon; i quali si misero d'accordo e gli risposero entrambi, con lettere separate, il 23 gennaio '37. Il Frignani con tono dapprima burbanzoso giustifica come effetto di sincerità la diffusione delle proprie lodi e si lamenta che l'Uccellini avesse scritto contro di lui anche a Bruxelles, a Giovanni Gatti («e il tenore mi fu manifesto per le acerbissime parole che esso Gatti mi scrisse e le quali turbarono la nostra antica amicizia, fino a che gli ebbi palesate le ragioni mie»); ma poi abbassando la voce si dice disposto a perdonare il passato e a tacere purché non sia provocato; da ultimo fa un grande elogio del Gavioli (generoso con gli amici, medico insigne, «lui, che, italiano, fu segretario della principale accademia medica di Francia, e la cui parola è tanto autorevole, eziandio presso a deputati ed a ministri, che moltissimi tra quelli, i quali, per aver fatto parte della sventurata spedizione di Savoia, perderono la pensione, a lui non hanno ricorso invano per riaverla») dolendosi che il Fanti gli abbia scritto in modo poco conveniente: ed il Gavioli, anch'egli cominciando col fare altezzoso dell'uomo «molto piú avvezzo a dare che a ricevere consigli», afferma cattiva la condotta dell'Uccellini non solo per il «procedere suo verso il Frignani, ma ancora per testimonio del procedere suo verso degli italiani che sono in Dijon», ma poi a un tratto abbassando pur esso il tono si dice disposto alla riconciliazione, come v'è disposto il Frignani, e a fare presso «questo onorando giovane» le opportune insistenze: «chi onora la patria in esilio è mio amico; chi la vitupera, mio nemico; di tal natura è il mio attaccamento al nome italiano.» La tempesta finiva cosí in un bicchier d'acqua; né alcun'altra traccia ho trovata se non una lettera del Frignani al proprio zio Cesare, dello stesso giorno 23 gennaio, nella quale gli trascrive la risposta mandata al Fanti, facendola precedere da parecchie chiacchiere inconcludenti; se ne ritrae per altro che a Ravenna non si fosse dato un gran peso alle accuse del Frignani, che finisce montando sul cavallo d'Orlando: «Se Uccellini fosse cosí sprezzato in Ravenna, come è sprezzato in Francia da tutti que' pochi che lo conoscono, io mi vergognerei di farmegli incontro per combatterlo... Ma a Ravenna non posso cosí sprezzare quest'uomo, come fo qua, s'egli è vero ch'egli sia cosí stimato come attesta il certificato. Per la qual cosa potrei essere forzato di combatterlo costí, come combattei un tempo Mazzoni e Piavi, dichiarandoli infami, quando tutti pensavano fossero degni liberaloni: e non avevano di liberale che la corteccia di fuori, e nel di dentro erano pieni di iniquità; la quale fu poi manifesta per le circostanze in che si trovarono due anni dopo».
Da un riavvicinamento malizioso tra l'Uccellini e il Piavi (cfr. p. 174) era sorta la contesa tra quello e il Frignani; con un ricordo analogo finisce questo triste episodio, che rispecchiava del resto la lotta di due tendenze opposte: il Frignani, posto dalla fortuna in condizioni d'agiatezza e innebbriato dei sogni di gloria letteraria, aveva temperati i propri ardori d'un tempo e s'era volto a quella parte moderata dell'emigrazione che seguiva il Mamiani, il Gioberti, il Tommaseo; l'Uccellini, duramente provato dalla miseria e letterato soltanto per procacciarsi il pane salatissimo, era rimasto fedele alle vecchie idee carbonaresche ringiovanite dal Mazzini. L'uno restò sempre in Francia e vi morí ricco di guadagni fatti traducendo gli Annali della propagazione della fede; l'altro tornò povero in patria ad affrontare nuove persecuzioni, decorosamente sostenute, per mantener fede alle idee che lo avevano sospinto ancor giovine alle carceri e nell'esilio. Entrambi ebbero la virtú di tacere, nei molti anni che vissero ancora, l'episodio della loro turbata amicizia; che ora non sembrerà inopportuno l'aver rivelato, perché è pur esso un elemento per conoscer meglio uno dei capitoli piú oscuri della storia del nostro Risorgimento: la vita dell'emigrazione politica italiana.
LII. La lettera 62ª, da Bruxelles 18 ottobre 1840 alla sorella Reparata, contiene piú minuti ragguagli del viaggio dell'Uccellini e dell'incidente di frontiera: egli vi racconta che prima di lasciare Parigi visitò Aristide Rasi, il quale si disponeva ad abbandonare la professione di orologiaio per seguire quella del cantante, seguendo i consigli della signora di St. Edme, che avendolo udito cantare trovò in lui una bella voce di basso, lo accolse in casa sua ove viveva allora e lo istruí si ch'egli avrebbe potuto salir presto le scene del teatro italiano. Non trovò invece il Gatti («figlio bastardo di Cappi») marito della signora de Gomont di Bruxelles, «donna bruttissima ma rinomata nelle lettere.» Partí da Parigi il 20 settembre e il 21 giunse alla frontiera, a Quievrain. «Là si visitano i baulli de' viaggiatori e si visano loro i passaporti; in questo mentre si fa colazione: io aveva finito prima degli altri e fumava tranquillamente un zigaro e di Avana, quando il gendarme del posto mi chiama e mi fa passare nella stanza dell'agente politico. — Signore, ei mi dice, bisogna che retrocediate, voi non potete entrare nel Belgio. — E perché? gli rispondo, tutto attonito. — Perché siete rifuggito, soggiunse egli. Invano gli faccio vedere e toccar con mano che non sono scacciato dalla Francia, invano gli espongo che vado nel Belgio per occupare un impiego, invano gli metto sott'occhio i certificati di cui era munito. Sostiene che ha degli ordini positivi in proposito e bisogna ubbidire. Lascio il mio baulletto in custodia all'albergatore di Quievrain; scrivo subito una lettera agli amici di Bruxelles che avevano preso tanto interesse per me; lor conto l'incidente arrivatomi; li prego di far pervenire l'ordine di passare e prendendo sul braccio sinistro il mio mantello, dall'altro l'ombrello ed un pacchetto di librucci, m'incammino verso Valenciennes, prima città di Francia, distante da Quievrain tre leghe, sei miglia. Scorsa una lega, incontro i gendarmi francesi, m'arrestano e mi chiedono il passaporto, mi domandano perché non entri nel Belgio, dico loro la pura verità, ma non mi credono: infine mostro loro i miei certificati, e si decidono di lasciarmi il cammin libero. Già molti contadini s'erano riuniti attorno a me per vedere l'esito di tale incidente, e vedendomi sortirne vittorioso, alcuni mi dissero in un linguaggio mezzo fiammingo e mezzo francese che facevo un cattivo girare in tale momento a causa del tentativo di Luigi Bonaparte. Infine giungo a Valenciennes, dopo tre ore di cammino: come aveva poco danaro, avendo pagato anticipatamente la diligenza sino a Mons, mi ritiro in un alberguccio, mangio una frittata e mi vado in letto. Malgrado tante traversie dormii profondamente sino alle nove del mattino del giorno seguente, 22. Che diavolo farò?, diceva io fra me stesso, in un paese ove non conosco persona; se avessi pensato un tal caso, mi sarei procurato a Parigi delle raccomandazioni: poi tutto ad un tratto mi viene l'idea di andare alla polizia per informarmi se vi erano a Valenciennes degli italiani; detto fatto, vengo a sapere che v'era Andrea Piani di Faenza, ottengo il suo indirizzo, corro da lui senza ritardo, e lo trovo ancora a letto. Ei vedendomi si mette a sedere sul letto domandandomi piú volte con un sentimento di gioia e di sorpresa incredibile, s'ero veramente Uccellini: quando n'è assicurato, m'abbraccia e mi fa subito portare il café al latte, che bevo attendendo si vesta. Insomma m'installo in casa sua, come se fossi stato in casa mia. Allora tornato in me stesso, scrivo un'altra lettera a Bruxelles e un biglietto a Quievrain, al proposto dei passaporti che m'aveva respinto, pregandolo d'avvertirmi quando avrebbe ricevuto l'ordine di lasciarmi entrare. In meno di tre giorni ricevei 20 franchi da Bruxelles per far fronte alle spese del momento e fui assicurato che quanto prima avrei ricevuto l'ordine che desiderava. Infatti due giorni dopo ricevei una lettera del proposto che mi annunziava avere l'amministratore della sicurezza pubblica permesso il mio ingresso nel Belgio e nello stesso tempo ordinato che mi fossero dati 25 franchi nel mio passaggio da «Quievrain.» Partí il 27, lasciando desolato il Piani, della cui gentilezza si loda grandemente: «voi dovete averlo conosciuto; dimorava in casa della Sambi, antica casa di Beltrami.» Il proposto si scusò, gli diede i 25 franchi e di piú da colazione. «Notate bene che il Belgio mi dava 25 fr. per fare 20 leghe di strada e che la Francia me ne aveva dati 32 per sostenere il viaggio di 130 leghe.» Alla sera del 27 era a Namur presso Spada: «Niun rifuggito è cosí ben visto come Spada a Namur; è l'idolo del paese, ei frequenta la piú alta società, è membro onorario di tutti i casini che ivi esistono, e certamente nulla ha da desiderare. Ei mi ha presentato nelle case più cospicue ed ho potuto vedere coi miei occhi l'influenza che vi esercita: ha imparato la musica, ed è invitato in tutte le conversazioni. La Reggenza, o Comune, gli ha accordato per eccezione una cattedra di lingua italiana nell'Ateneo con un emolumento di 600 franchi all'anno, che spera ancora d'aumentare; ha varie lezioni particolari ed il sussidio: il tutto insieme monta a 200 franchi il mese.» L'Uccellini confessa di dover molto allo Spada: fino al 2 ottobre rimase con lui a Namur, poi il giorno dopo, anniversario del suo arresto (cfr. p. 19) giunse a Bruxelles in casa di Nicola Fantini di Faenza, «sempre accolto dai rifuggiti con segni della piú leale amicizia.» Si è presentato al Lebeau, ministro degli esteri e presidente del consiglio, che esaminati i suoi certificati ha promesso di parlare al ministro della guerra per fargli avere la pensione, e all'Haumann «capo della società letteraria belgica» per ottenere l'impiego promessogli. Bruxelles gli piace e lo descrive, toccando delle cose che piú lo hanno colpito, e fra esse le ferrovie, delle quali non aveva che un'idea imperfetta: «Qui vi sono moltissimi rifuggiti, in gran parte piemontesi; di Romagna non vi sono che io, Spada, Fantini, Bendandi, che io non ho ancora visto perché allontanato da tutti: io frequento la casa di un Conte, Colonnello, il signor Bianco, ove intervengono i migliori rifuggiti.»
Il colonnello accennato dall'Uccellini è Carlo Angelo Bianco, morto suicida il 9 maggio 1843; cfr. su lui il Vannucci, op. cit., vol. I, p. 323-327. Il ministro belga era Giuseppe Lebeau (n. a Huy 1794, m. 1865) avvocato e giornalista, membro del Congresso nazionale, che fu uno dei creatori della Costituzione belga del '30, e fatto ministro degli esteri ebbe una parte notevolissima negli avvenimenti posteriori fino a che nel 1840 fu chiamato a costituire il primo gabinetto liberale, che ebbe corta durata.
LIII. Lett. 63ª, da Mons, 31 dicembre 1840: Malgrado la protezione del ministro Lebeau, del deputato Garcia e di altri, non ha avuto il sussidio perché i fondi per i rifugiati sono esauriti: anche l'impiego a lui promesso dall'Haumann è sparito: perciò non trovando a Bruxelles occupazione, è venuto a Mons, dove non vi è alcuno che dia lezioni di italiano e spera di far la fortuna di Spada. Ha già due lezioni in casa Hennekinne e spera trovarne presto altre. Ha fatto domanda al Borgomastro per essere autorizzato a dar lezione nell'Ateneo, e poiché molti l'appoggiano spera di riuscire; ciò che sarà un gran passo. A Mons è solo, non vi sono divertimenti, non italiani fuor che un lombardo, mercante di incisioni che vi dimora da 18 anni, uomo duro e piú belgio che italiano, e un chincagliere Cavalli che ancora non ha conosciuto. Nonostante egli sta bene ed è contento.
LIV. Delle persone nominate in questo capitolo, notissimo è il De Merode, pel quale è da vedere al cap. LIX; meno noti Franciade Fleurus Duvivier di Rouen, n. 1794, ufficiale d'artiglieria nel 1814, segnalatosi nelle spedizioni d'Algeria del 1828 e di Costantina del 1859, nominato comandante superiore del campo di Guelma nel 1839 e generale di divisione nel 1848, anno della sua morte avvenuta per le ferite toccategli reprimendo l'insurrezione di luglio; e il barone Carlo Emanuele Chazal, generale belga, n. a Tarbes 1808, che prese parte attiva alla rivoluzione belga del '30 e contribuí a salvare Anversa dal bombardamento, entrò nel '31 nell'esercito col grado di colonnello, poi fu fatto generale e aiutante di campo di re Leopoldo e nel 1844 naturalizzato belga: egli fu ministro della guerra in piú gabinetti e oratore parlamentare di prim'ordine; pensionato nel 1873, viveva ancora nel 1890.
L'ultima lettera che ci resti dell'Uccellini esule è la 64ª, dell'8 settembre 1843 da Mons alla sorella Vigilia; lettera per piú rispetti singolare: «Che dire dei movimenti politici di cui mi date conto? noi ne parliamo con una meraviglia inesprimibile, perché non comprendiamo un'acca. Da qual fonte scaturiscono? qual ne è la base? quai sono i mezzi d'azione? Niuno di noi, esaminando lo stato attuale d'Europa e pesando il partito radicale esistente, trova modo di sciogliere tali quesiti. La Gazzetta di Cologna li fa dipendere da un complotto creato dai membri della Giovine Italia: ma noi non potiamo supporre che gl'Italiani dopo le molte e triste lezioni ricevute dalle sette, abbiano ancora fiducia in esse: converrebbe comporle di semidei, onde sperare di tenerle occulte sino al momento opportuno dell'azione, e poi, ammettendo anche che si abbia potuto sormontare tale difficoltà, si domanda: Codesto complotto agisce isolatamente o con l'accordo del partito radicale d'Europa? Se agisce da sé, quanto progetta è una vera utopia; se agisce coll'intelligenza di tutto il partito che gli è omogeneo, s'arroga un privilegio funesto e si dà la mannaia sui piedi. Supponendo che il radicalismo si senta abbastanza forte per insorgere, sta forse all'Italia il dar fuoco alla macchina? no, senza dubbio. Non havvi in tutto il mondo che un paese, a cui tale iniziativa convenga, e questo paese è Parigi. Un'altra Gazzetta ci fa sapere che il movimento è nato in seguito ad una voce sparsasi dell'arrivo in Ancona di truppe francesi. Il prestar fede ad una tal voce è dichiararsi insensato. E poi qual magia ha in sé il nome francese per entusiasmare tanto gli italiani? Credesi forse che la Francia sia in grado di soddisfare i vóti de' liberali? vana credenza; il partito su cui questi possono contare è estenuato dalle lotte sostenute col sistema vigente; ha d'uopo di lungo riposo, e non vuole certamente far nuovi sforzi col pericolo inevitabile di rovinar sé stesso senza poter giovare agli altri. Non parlo dei radicali degli altri Stati, perché oltre che sono in peggior situazione di quelli di Francia, non possono avere alcuna influenza diretta su l'Italia. Una Gazzetta che ho sotto gli occhi annunzia che piú di 600 uomini, organizzati in bande ed armati da capo a piedi, hanno avuto uno scontro con un corpo di carabinieri, il di cui capitano è stato ucciso, alcuni dei suoi presi e fucilati: ma qual sarà la sorte di codesti disperati, quando si troveranno a fronte di corpi piú numerosi, disciplinati e sostenuti da cannoni? Chi verrà in loro aiuto? insomma non si trova modo di disbrigare un tal fatto; perciò nella prima che mi scriverete indicatemi quanto si vocifera sull'origine, sullo scopo e sull'appoggio «di esso». Dopo ciò, parla del Dizionario portatile da lui compilato e stampato in sei mesi, e ceduto all'editore Lenglumé, «un'arpia che vuol tutto per niente»; accenna alle critiche del suo Dizionario fatte in Ravenna dal Roatti; ha pronta una grammatica francese per gli italiani, per la quale vorrebbe che gli trovassero in patria un editore. Si rallegra che il Fanti sia stato fatto proposto del Registro. Bendandi è maritato da un mese e si è stabilito a Namur, non crede che adesso possa aiutar la famiglia perché non ha cicatrizzate ancora le piaghe di tanti anni di miseria sofferta dal 1834 al 1842, epoca in cui ebbe l'impiego di conduttore delle mercanzie nella Ferrovia del sud. Spada è stato a Mons otto giorni: «abbiamo parlato a lungo degli sconvolgimenti successi senza poter nulla intendere; è grasso, grosso, e in buon arnese; è curioso: non sa piú dire una sola parola ravegnana e mi ha di continuo parlato francese». Quanto al proprio stato, l'Uccellini non ha ancora ottenuto il sussidio piú volte richiesto; Spada gli ha dato speranza di ottenergli un posto nell'uffizio di uno spedizioniere a Charleroi. «Compiango tanti buoni amici che il torrente politico strascina in un abisso di disgrazie».
LVII. Al card. Francesco Saverio Massimo succedette, come ministro dei lavori pubblici, il 16 gennaio 1848 monsignor Giovanni Rusconi; il 12 febbraio questi rinunziò e in suo luogo fu chiamato l'avv. Francesco Sturbinetti; il quale passò il 10 marzo al ministero di grazia e giustizia ed ebbe per successore ai lavori pubblici Marco Minghetti.
LVIII. Intorno ai fatti accennati in questo capitolo, oltre gli storici in generale e i giornali del tempo, è da vedere il libro, pienissimo di notizie, di R. Giovagnoli, Ciceruacchio e Don Pirlone, vol. I, Roma 1895.
LX. L. C. Farini, Lo Stato romano, lib. III, cap. XIV parla della propria commissione a Bologna nell'agosto 1848 per sedare l'anarchia; il suo biografo G. Badiali (L. C. Farini, Ravenna, 1878, pag. 103) è il solo che accenni al complotto ordito a Roma per assassinarlo: gliene parlò l'Uccellini, il quale non si vantò mai, dopo il 1860, quando sarebbe stato cosí proficuo!, di avere stornato dal capo del Farini un sí grave pericolo.
Gli onori funebri al conte Tullo Rasponi furono il 9 ottobre 1847 e li diresse Giovanni Montanari; come si rileva da alcune Note mss. dell'Uccellini.
LXI. Il Consiglio Comunale di Ravenna, con deliberazione del 5 ottobre 1848 «in seguito ad opportuno avviso di concorso e sopra 9 concorrenti.... a maggiorità di voti elesse e nominò Protocolista ed Indicista Comunale il sig. Primo Uccellini cogli obblighi e collo stipendio di scudi 12 mensili, come all'anzidetto avviso di concorso» (comunicazione di Francesco Miserocchi). Il fratello, accennato in questo cap., è Terzo Uccellini, del quale resta vivente la sig. Ines Uccellini, che per la memoria dello zio patriota ha un culto vivissimo: a lei dobbiamo il ritratto che adorna questo volume, ove auguriamo ch'ella possa rileggere per molti anni ancora i ricordi cari al suo cuore.
Francesco Lovatelli meriterebbe un biografo, che ne mettesse in luce le benemerenze e la condotta politica: morí assassinato nel 1856; cfr. P. D. Pasolini, Gius. Pasolini, p. 520.
Antonio Monghini ravennate, deputato all'Assemblea costituente nel 1849, fu dopo il '60 direttore della Banca nazionale in patria e console di Turchia; nel 1865 si attentò alla sua vita, non si sa se per vendetta privata o settaria; morí in Firenze nel 1875 e fu portato a seppellire nella sua villa di Gambellara. — Sulla parte dei ravennati in «quella camarilla che faceva pratiche a Gaeta col papa» contro la Repubblica sono preziose informazioni nel cit. libro del Pasolini, cap. VIII.
LXII. Poco si sa di questa fuga dell'arcivescovo Falconieri (cfr. la nota a pag. 191) a Venezia: nelle cit. Note mss. l'autore registra sotto la data dell'11 aprile 1849 un indirizzo del Capitolo a Falconieri profugo a Venezia».
LXIII. La festa patriottica celebrata in Ravenna il 15 febbraio 1849 e quella del 19 nel sobborgo di Porta Sisi sono descritte nel Diario ravennate per l'a. 1871, Ravenna, tip. Angeletti 1870, p. 21-24; ma ivi non si accenna alla donna che coronò il fusto dell'albero: è facile però riconoscere in lei la vedova di Gaetano Rambelli giustiziato nel 1828 (cfr. pp. 24, 188) e madre di Epaminonda giustiziato nel 1854 (cfr. p. 246): essa era Antonia Mazzotti e morí in Ravenna nel 1880 di 73 anni.
LXVI. Della gloriosa ritirata di Garibaldi da Roma nel 1849, ha scritto la storia, seguendolo di luogo in luogo, giorno per giorno, sino a San Marino e al Cesenatico, il prof. Raffaele Belluzzi; e il suo lavoro sarà prossimamente pubblicato in questa Biblioteca. Nella quale ci proponiamo di dare anche la storia documentata dello scampo di Garibaldi per opera dei patrioti comacchiesi e ravennati, dallo sbarco a Magnavacca sino al suo arrivo in Forlí: intanto, chi voglia conoscere questi fatti, oltre il libretto dell'Uccellini citato nella prefazione, può vedere: Gioacchino Bonnet, Lo sbarco di Garibaldi a Magnavacca, episodio storico del 1849, Bologna, Società tipografica Azzoguidi, 1887; Pietro Grilli, Narrazione genuina e veritiera sullo sbarco di Garibaldi, Anita, Ugo Bassi e Livraghi alla Pialazza, comune di Comacchio, Ravenna, tip. nazionale, 1891; Primo Gironi, Note illustrative alla carta grafica del percorso da Garibaldi da Cesenatico a Forlí, profugo nell'agosto 1849 dopo la ritirata di Roma, Ravenna, tip. Calderini, 1888; Id., Appunti storici (con l'Elenco cronologico dei salvatori di Garibaldi) nel Diario ravennate per l'a. 1885, Ravenna, tip. Alighieri, 1884, p. 27-29; Saturnino Malagola, Epigrafi, Ravenna, tip. nazionale, 1883, sono sei epigrafi per i luoghi di fermata di Garibaldi; Anonimo, Giuseppe Garibaldi profugo a Ravenna nell'agosto 1849, Ravenna, tip. Calderini, 1884; Primo Gironi, Anita Garibaldi (3ª ediz. riveduta). Cippo ad Anita e XXX anniversario della Società operaia in Sant'Alberto di Ravenna, Ravenna, tip. Ravegnana, 1896.
LXXI. Ecco il testo della sentenza qui ricordata:
SACRA CONSULTA.
Nel dí 28 gennaro 1851.
Il secondo turno del Supremo Tribunale adunato nelle solite stanze per giudicare la causa Ravennate di piú titoli antipolitici contro Gaspare Saporetti, e Primo Uccellini maggiori di età, adempite tutte le formole di procedura, intese le conclusioni fiscali, e le ragioni del difensore, ha dichiarato, e dichiara che consta in genere d'ingiurie e minaccie fatte al Magistrato anche letali in odio di officio, e che in ispecie ne furono, e ne sono colpevoli per ispirito di parte i suddetti Gaspare Saporetti, e Primo Uccellini, a perciò in applicazione degli art. 139 e 103 dell'Editto penale, li ha condannati, e condanna a cinque anni di opera pubblica. Inoltre passando al titolo secondo ha dichiarato, e dichiara che consta in genere di ritenzione di carte antipolitiche, e che in ispecie ne fu ed è colpevole Primo Uccellini, senza licenza alcuna del governo, e perciò lo ha condannato, e condanna alla pena di detenzione a forma e per gli effetti dell'art. 97 del sudd. Editto penale, ultima parte. Ha pure dichiarato che le enunciate pene decorrino a forma di legge. Ed in ultimo ha condannato, e condanna Saporetti, ed Uccellini alla rifazione delle spese del Pubblico Erario.
Stefano Rossi Presid.
L. Colombo — P. Paolini — A. Negroni — A. Sibilia — L. Fiorani.
Per Copia conforme
Il Cancelliere — M. Evangelisti.
La presente Copia conforme al suo originale è stata notificata al sud.o sig.r Primo Uccellini consegnandola a lui stesso in persona detenuto in queste carceri.
Ravenna 5 febbraio 1851. P. Traversari cursore.
(Seguono gli art. 139 del titolo VIII e 103 e 97 del titolo II dell'Editto 20 settembre 1832).
LXXIII. Il maresciallo preposto alle carceri di San Michele era Angelo Renzetti, detto dapprima il Monco dei Monti, poi il Bronco: di lui parlano a lungo A. Lucatelli e L. Micucci, Carità di patria, ai fratelli dimenticati ricordo, Roma, stamperia reale D. Ripamonti, 1889, p. 135-136; nel qual libro sono molte altre informazioni sulle carceri politiche romane dopo il 1849.
LXXIV. Di Epaminonda Rambelli trovo nelle carte dell'Uccellini, in un frammento della biografia del padre di lui, queste notizie: «Suo figlio Epaminonda corse nel 1849 a Roma per cooperare alla caduta di quel dominio perverso, che gli aveva rapito il padre, e fece perciò parte della colonna dei finanzieri che tanto si distinse, sotto il comando di Zambianchi, contro gli stranieri che venivano a sostenerlo; il povero Epaminonda fu arrestato, e decapitato in Roma nel 1854.»
LXXV. Della supposta traslazione dell'Uccellini al carcere di Paliano è cenno in una minuta di supplica che la sua famiglia inviò al card. Marini, perché ottenesse una diminuzione della pena, tanto piú che «il caso di grazia per condanne emanate dalla S. Consulta non è né nuovo né infrequente, e valga l'esempio di Eugenio della Valle e di Giovanni Polidori, ai quali è stata rimessa interamente la pena.»
Il Marini, qui e altrove ricordato come benevolo agli Uccellini, è Pietro Marini, nato in Roma nel 1794, il quale dopo esser stato in Ravenna assessore del Legato Malvasia, tornò in patria, intraprese la carriera ecclesiastica, e in essa salí ai piú alti gradi; fu fatto cardinale da Pio IX il 21 dicembre 1846. Di lui parla D. A. Farini nell'op. cit. nelle note al cap. XLIV.
LXXVII. La data della partenza da Roma si è ricavata da una lettera scritta da questa città a Giulio Fanti, il 4 marzo '52, da A. Donati, il quale gli annunzia di aver contrattata «la vettura per Primo» e che «esso parte oggi istesso»: esiste anche il contratto, in data 3 marzo, col proprietario di vetture Luigi Chitarroni, per il viaggio da Roma a Ravenna del «signor Primo Uccellini e suo compagno» per scudi 17 e mezzo (vitto e alloggio compreso), fissandone la partenza alle 6 antimeridiane del 4 marzo.
Abbati Biagio di Savignano, precettato, 162.
Accademia del Magnismo istituita dall'A., 177-179.
Acquacalda Antonio, di Ravenna, compagno di carcere all'A., 124.
Acquisti Antonio, di Forlí, precettato, 160; — Francesco, id., id., 160; — Giuseppe, id., ascritto alla Carboneria, condannato a 15 anni di galera, 156.
Adelfi (degli), società segreta, 143.
A. F., ravennate, soccorre a Castel Bolognese l'A. e i suoi compagni di prigionia, 122.
Aguccini Giuseppe, di Bologna, ricordato nella sentenza Rivarola, 158.
Alberighi Alberigo, di Faenza, precettato, 162.
Albanesi Tommaso, id., ricordato nella sentenza Rivarola, 158.
Albani Giuseppe, card., commissario straordinario nelle legazioni, 54; suoi atti, 56.
Aleotti Pietro, di Forlí, precettato, 160.
Almanacco del Dipartimento del Rubicone, VIII; — della provincia di Ravenna, X; — di Romagna, VIII.
Amaducci Antonio, di Cesena, precettato, 157; — Giovanni, di Meldola, id., 164. — Luigi, di Forlí, id., 160.
Americani (degli), società segreta, 143, esistente in Ravenna, 149, 155, 156.
Ancona: assediata e presa dalle milizie nazionali nel '31, 39; sede del governo nel '31, 43; capitolazione fatta in Ancona tra il governo ed il card. Benvenuti, 45, 203; occupazione francese del '32, 57-59.
Anderlini Paolo, dottore, ricordato nel libro di Angelo Frignani, 225.
Andreati Luigi, di Ferrara, precettato, 162.
Annali della propagazione della fede, 237.
Antolini Tommaso, di Faenza, complice nell'assassinio di Antonio Bellini, condannato, 193-194.
Antonioli Michele, di Cesena, appartenente alla Carboneria, condannato alla galera perpetua, 153.
Apostolato (L'), giornale mazziniano, 62.
Appuntatore (l'), sopranome di Francesco Mantellini (vedi).
Ardoin, negoziante di Auray, benevolo agli esuli, 71.
Armari Carlo, capitano, muore nel combattimento di Rimini, 43; — Domenico, di Ferrara, ufficiale, di guarnigione in Ravenna, 173, precettato, 162.
Armuzzi Luigi, di Faenza, precettato ed espulso dal corpo dei soldati provinciali, 162.
Arrighi Giuseppe, di Faenza, precettato, 161.
Arrigoni Carlo, gonfaloniere di Ravenna, 46, 231, prolegato, 47, 57.
Arrigotti Vittorio, piemontese, dimorante in Forlí, appartenente alla Carboneria, esiliato, 157.
Artosini Carlo, di Forlí, precettato, 162; — Giuseppe, id., id., 162.
Assassinio di Angelo Bandi; Sante Bertazzoli; Antonio Bellini; Alessandro Cappa; Luigi Del Pinto; Mosé Forti; Francesco Gamberini; Giuseppe Lausdei; Lolli; Domenico Manzoni; Domenico Matteucci; don Domenico Montevecchi; Mariano Pierini; Pellegrino Rossi; Filippo Torricelli (vedi ai nomi rispettivi).
Assiari Antonio, di Forlí, ascritto alla Carboneria, partecipa a tumulti, condannato a 10 anni di galera, 156; — Giuseppe, id., 156; Luigi, id., a 7 anni, 156; — Luigi, di Forlí, flebotomo, mandato d'arresto contro di lui, 159.
Attentati contro il card. Agostino Rivarola, Giuseppe Gentilini, Pietro Morigi, Luigi Carlo Farini (vedi ai nomi).
Azzalli Giuseppe, di Faenza, precettato, 162.
Avvelenamento di Andrea Medri (vedi).
Babalotto, sopranome di Domenico Mazzesi (vedi.)
Baccarini Antonio, di Ravenna, morto a Rimini nel '31, 44, 202; — Sebastiano, di Faenza, ricordato nella sentenza Rivarola, 159.
Baccinetti, conte, addetto alla corte di Baviera, ottiene ai fratelli Boccaccini il condono dell'esilio, 64.
Bacchetta don Carlo, di Ravenna, rifiuta il suo aiuto all'A., 222.
Bagnara Alessandro, fa testimonianza per l'A., 230.
Baietti Gregorio, di Cesena, ricordato nella sentenza Rivarola, 158.
Balasso, sopranome di Bartolomeo Rondini (vedi).
Balboni Carlo, di Faenza, ascritto alla Carboneria, condannato alla detenzione perpetua, 149.
Baldassarri Francesco, di Faenza, id., condannato a 15 anni di detenzione, 150.
Baldi Gaetano, di Faenza, id., 146, condannato a morte, 148; — Luigi, id., precettato, 162.
Baldini Angelo, di Faenza, id. a 20 anni di galera, 154; — Luigi, di Forlí, precettato, 161.
Baldrati Giuseppe, di Faenza, id., 157.
Balducci Giuseppe, di Forlí, id., 160.
Balella di Ravenna, compagno di carcere all'A., 122.
Ballardini Antonio, di Faenza, feritore di Bartolomeo Savini Casadio, condannato a sei mesi di prigione, 193.
Balsani Giovanni, di Forlí, precettato, 160.
Baluga, sopranome di Francesco Manini (vedi).
Banchittone, sopranome di Antonio Amaducci (vedi).
Bandi Angelo, suo assassinio per odio di parte, 147, 158.
Bandini Giovanni, di Faenza, ascritto alla Carboneria e condannato a 10 anni di detenzione, 150; — Giuseppe, di Forlí, precettato, 162.
Barberini Pietro, di Forlí, mandato d'arresto contro di lui, 159, emigrato, 168.
Barbetti Mondo, di Ravenna, esule, 218; va in Africa, 220.
Barbieri Pietro, autore dell'assassinio di Francesco Gamberini e d'altri delitti, 146, 147, 152, 155; condannato a morte, 148; eccettuato dalla grazia, 167.
Barchetta, sopranome di Francesco Garaffoni (vedi).
Bardelli Giacomo, di Ravenna, precettato, 160.
Barduzzi Giovanni, di Brisighella, condannato a 20 anni di detenzione per ingiurie contro il Papa, 149.
Bargamino, sopranome di Domenico Maioli (vedi).
Bargozzi Giuseppe, di Forlí, precettato, 162.
Baroncelli Andrea, di Faenza, antico carbonaro, ispettore delle carceri di Forte Urbano, 95; condannato a 15 anni di detenzione, 150.
Bartolazzi Domenico, di Forlí, precettato, 162.
Bartolotti Antonio, di Bologna, id., 158; — Giulio, d'Imola, ricordato nella sentenza Rivarola, 158.
Barzellone, sopranome di Sebastiano Presenziani (vedi).
Bassetti Luigi, di Teodorano, ascritto alla Carboneria, 145, condannato a 20 anni di detenzione, 149.
Bassi Giovanni, di Ravenna, id. a 10 anni.
Bassi Ugo, sua prigionia nella Villa Spada, 91.
Bastianino, sopranome di Sebastiano Vignuzzi (vedi).
Bastogi Pietro, accoglie l'A. in Livorno, 66.
Battaglini Vincenzo, di Ravenna, condannato per l'assassinio Lausdei, 194.
Batuzzi Giacomo, di Ravenna, ascritto alla Carboneria e condannato a 15 anni di detenzione, 150; id. per l'assassinio Lausdei, 194; esule nel Belgio, 219.
Bavari, maggiore nelle truppe pontificie, 39.
Bazzica Carlo, di Faenza, precettato, 162.
Bedeschi, di Lugo, prigioniero a Forte Urbano con l'A., 96.
Bellini Antonio, assassinato per odio politico in Faenza, 163; — Luigi, di Forlí, precettato, 165.
Belloni Emidio, id., id., 162.
Bellotti Giovanni, di Cesena, id., 164.
Bellenghi Girolamo, di Forlí, per aver fatto cartucce per la Carboneria, condannato alla galera perpetua, 152.
Benati Gaetano, di Bologna, ascritto alla Carboneria e complice nel ferimento di Giacomo Greppi, condannato a 20 anni di detenzione, 149.
Bendandi Giovanni, di Forlí, precettato, 160.
Bendandi Paolo e Michele, di Forlimpopoli, appartenenti alla Carboneria e condannati, 193.
Bendandi, romagnolo, addetto al Mazzini in Marsiglia, 66; esule del Belgio; 240; sue notizie, 242.
Benedetti Giuseppe, di Faenza, ascritto alla Carboneria, 145, ricordato nella sentenza Rivarola, 159; — Nicola di Gubbio, complice nell'assassinio di Antonio Bellini e condannato, 193-194.
Bensi Francesco, di Forlí, precettato, 162.
Bensoni Alessandro, id., id., 160.
Bentivogli Matteo, di Forlí, mandato d'arresto contro di lui, 159; — Vincenzo, id., precettato, 162.
Bentivoglio, colonnello pontificio, 46.
Benvenuti Gio. Antonio, card. legato nel '31, 41; arrestato in Osimo e condotto a Ravenna, 41-42; convenzione del Governo provvisorio con lui, 45.
Berger Sofia, di Dijon, fidanzata all'A., 224, 229; il matrimonio va a monte, 225, 226.
Berghinzoni Cesare, di Ravenna, promotore dell'omicidio Del Pinto, condannato a 20 anni di galera, 153.
Berghinzoni Giulio, processato per l'assassinio Chiappa, 128; suo padre, 128.
Bernetti Tommaso, card., segretario di Stato, suoi atti, 39, 41, 45, 51, 54, 59.
Berry (di) duca, Carlo Ferdinando di Borbone, assassinato dal Louvel, 15, 172.
Berry (di) duchessa, entusiasmo per lei in Brettagna, 68, 214.