APÉNDICE
POESÍAS DE MIGUEL ÁNGEL
I
Véase página 133
Signor, se vero è alcun proverbio antico,
Questo è ben quel, che chi può mai non vuole.
Tu hai creduto a favole e parole
E premiato chi è del ver nimico.
I’sono e fui già tuo buon servo antico,
A te son dato come i raggi al sole,
E del mio tempo non ti incresce o dole,
E men ti piaccio, se più m’affatico.
Già sperai ascender per la tua altezza,
E’l giusto peso e la potente spada
Fosse al bisogno e non la voce d’eco.
Ma’l cielo è quel c’ogni virtù disprezza
Locarla al mondo, se vuol c’altri vada
A prender frutto d’un arbor ch’è secco.
(Poesías, Ed. de Frey, III)
II
Véase página 146
L’ho già fatto un gozzo in questo stento,
Come fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
Ovver d’altro paese che si sia,
C’a forza 'l ventre appicca sotto 'l mento.
La barba al cielo, e la memoria sento
In sullo scrigno, e’l petto fo d’arpia,
E 'l pennel sopra 'l viso tuttavia
Mel fa, gocciando, un ricco pavimento.
E’lombi entrati mi son nella peccia,
E fo del cul per contrappeso groppa,
E’passi senza gli occhi muovo invano.
Dinanzi mi s’allunga la corteccia,
E per piegarsi addietro si raggroppa,
E tendomi com’archo soriano.
Peró fallace e strano
Sorge il giudizio che la mente porta,
Che mal si tra’ per cerbottana torta.
La mia pittura morta
Difendi orma’, Giovanni, e’l mio onore,
Non sendo in loco bon, né io pittore.
(Poesías, IX)
III
Véase página 147
Grato e felice, c’a tuo’ feroci mali
Istare e vincer mi fu già concesso;
Or lasso, il petto vo bagnando spesso
Contra mie voglie, e so quante tu vali.
E se i dannosi e preteriti strali
Al segno del mio cor non fur ma’presso,
Or puoi a colpi vendicar te stesso
Di que’ begli occhi, e sien tutti mortali.
Da quanti lacci ancor, da quante rete
Vago uccelletto per maligna sorte
Campa molti anni per morire po’ peggio,
Tal di me, Donne, amor, come vedete,
Per darmi in questa età più crudel morte,
Campato m’ha gran tempo, come veggio.
(Poesías, II)
IV
Véase página 148
Quanto si gode, lieta e ben contesta
Di fior, sopra crin d’or d’una grillanda,
Che l’altro innanzi l’uno all’altro manda,
Come che’l primo sia a baciar la testa!
Contenta é tutto il giorno quella vesta
Che serra’l petto, e poi par che si spanda,
E quel c’oro filato si domanda
Le guance e ’l collo di toccar non resta.
Ma più lieto quel nastro par che goda,
Dorato in punta, con sí fatte tempre,
Che preme e tocca il petto che’ gli allaccia.
E la schietta cintura, che s’annoda,
Mi par dir seco: qui vo’stringier sempre!
Or che farebbon dunque le mie braccia?
(Poesías, VII)
V
Véase página 149
......................................
Quando un dì sto, che veder non ti posso,
Non posso trovar pace in luogo ignuno;
Se po’ ti veggo, mi s’appicca addosso,
Come suole il mangiar far al digiuno.
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Com’altri il ventre di votar si muore,
Ch’è più 'l conforto, po’che pri’ è 'l dolore.
......................................
S’avien che la mi rida pure un poco
O mi saluti in mezzo della via,
Mi levo come polvere dal foco
O di bombarda o d’altra artiglieria.
Se mi domanda, subito m’affioco,
Perdo la voce e la riposta mia,
E subito s’arrende il gran desio,
E la speranza cede al poter mio.
......................................
Tu m’entrasti per gli occhi, ond’ io mi spargo,
Come grappol d’agresto in un’ ampolla,
Che doppo 'l collo cresce, ov’ è più largo.
Così l’immagin tua, che fuor m’immolla,
Dentro per gli occhi cresce, ond’io m’allargo,
Come pelle ove gonfia la midolla.
Entrando in me per sì stretto viaggio,
Che tu mai n’esca, ardir creder non aggio.
(Poesías, XXXVI)
VI
Véase página 149, nota 2
Com’arò dunque ardire
Senza vo’ ma’, mio ben, tenermi’n vita,
S’io non posso al partir chiedervi aita?
Que’ singulti e que’ pianti e que’ sospiri,
Che’l miser core voi accompagnorno,
Madonna, duramente dimostrorno
La mia propinqua morte e’ miei martiri.
Ma se ver è, che per assenza mai
Mia fedel servitù vada in obblio,
Il cor lasso con voi, che non è mio.
(Poesías, XI)
VII
Véase página 173
Per molti, Donna, anzi per mille amanti,
Creata fosti, e d’angelica forma;
Or par che’l ciel si dorma,
S’un sol s’appropria quel ch’è dato a tanti.
Ritorna a’ nostri pianti
Il bel degli occhi tuo’, che par che schivi
Chi del suo dono in tal miseria é nato.
Dei! non turbate i vostri desir santi:
Che chi di me par che vi spogli e privi,
Col gran timor non gode il gran peccato;
Che degli amanti é men felice stato
Quello, ove’l gran desir gran copia affrena,
C’una miseria di speranza piena.
(Poesías, CIX, 48)
VIII
Véase página 174
S’alcun se stesso al mondo ancider lice,
Po’ che per morte al ciel tornar si crede,
Sarie ben giusto a chi con tanta fede
Vive servendo miser’ e 'nfelice.
......................................
(Poesías, XXXVIII)
IX
Véase página 177
......................................
Or che nostra miseria il ciel ti tolle,
Increscati di me, che morto vivo.
......................................
Tu se’ del morir morto e fatto divo,
Né tem’or più cangiar vita né voglia,
Che quasi senza invidia non lo scrivo.
Fortuna e 'l tempo dentro a vostra soglia
Non tenta trapassar, per cui s’adduce
Fra no’ dubbia letizia e certa doglia.
Nube non è che scuri vostra luce,
L’ore distinte a voi non fanno forza,
Caso o necessità non vi conduce.
Vostro splendor per notte non s’ammorza,
Né cresce ma’ per giorno, benché chiaro.
......................................
Nel tuo morire el mio morire imparo,
Padre mio caro...
Non è, com’alcun crede, morte il peggio
A chi l’ultimo dì trascende al primo,
Per grazia, eterno appresso al divin seggio;
Dove, Die gratia, ti prossumo e stimo,
E spero di veder, se 'l freddo core
Mie ragion tragge dal terrestre limo.
E se tra 'l padre e 'l figlio ottimo amore
Cresce nel ciel, crescendo ogni virtute.
(Poesías, LVIII)
X
Véase página 178
Oilmè oilmè ch’i’ son tradito
Da’ giorni mie’ fugaci e dallo specchio,
Che 'l ver dice a ciascun, che fiso’l guarda!
Così n’avvien, chi troppo al fin ritarda,
Com’ho fatt’io, che 'l tempo m’è fuggito,
Si trova come me’n un giorno vecchio.
Né mi posso pentir, né m’apparecchio,
Né mi consiglio con la morte appresso.
Nemico di me stesso,
Inutilmente i pianti e’ sospir verso,
Che non è danno pari al tempo perso.
Oilmè, oilmè, pur reiterando
Vo 'l mio passato tempo, e non ritrovo
In tutto un giorno che sia stato mio!
Le fallaci speranze e’l van desio,
Piangendo, amando, ardendo e sospirando
(C’affetto alcun mortal non mi è più nuovo)
M’hanno tenuto, ond’il conosco e provo:
Lontan certo dal vero,
Or con periglio pero;
Che 'l breve tempo m’ è venuto manco,
Né sarie ancor, se s’allungassi stanco.
I’vo lasso, oilmè, né so ben dove;
Anzi temo, ch’il veggio, e 'l tempo andato
Me 'l mostra, né mi val che gli occhi chiuda.
Or che 'l tempo la scorza cangia e muda,
La morte e l’alma insieme ognor fan pruove,
La prima e la seconda, del mio stato.
E s’io non sono errato,
(Che Dio 'l voglia ch’io sia!)
L’etterna pena mia
Nel mal libero inteso oprato vero
Veggio, Signor, né so quel ch’io mi spero.
(Poesías, XLIX)
XII
Véase página 184, nota 1.
Oltre qui fu, dove 'l mie amor mi tolse,
Sua mercè, il core e vie più là la vita.
Qui co’ begli occhi mi promisse aita
E co’ medesmi qui tor me la volse.
Quinci oltre mi legò, quivi mi sciolse.
Per me qui piansi, e con doglia infinita
Da questo sasso vidi far partita
Colui c’a me mi tolse e non mi volse.
(Poesías, XXXV)
XIII
Véase página 184, nota 2.
Per sempre a morte, e prima a voi fu’ dato
Sol per un’ora, e con diletto tanto
Porta’ bellezza, e po’ lasciai tal pianto,
Che 'l me’ sarebbe non esser ma’ nato[509].
(LXXIII, 29)
S’i’ fu’ già vivo, tu sol, pietra, il sai,
Che qui mi serri, e s’alcun mi ricorda,
Gli par sognar: sì morte è presta e 'ngorda,
Che quel ch’è stato non par fusse mai[510].
(LXXIII, 22)
Chi qui morto mi piange, indarno spera,
Bagnando l’ossa e 'l mio sepolcro, tutto
Ritornarmi com’arbor secco al frutto;
C’uom morto non risurge a primavera[511].
(LXXIII, 21)
XIV
Véase página 187.
Veggio co’ be’ vostr’occhi un dolce lume,
Che co’ miei ciechi già veder non posso;
Porto co’ vostri piedi un pondo addosso,
Che de’ mie zoppi non è lor costume.
Volo con le vostr’ale e senza piume;
Col vostro ingegno al ciel sempre son mosso;
Dal vostro arbitrio son pallido e rosso;
Freddo al sol, caldo alle più fredde brume.
Nel voler vostro è sol la voglia mia,
I miei pensier nel vostro cor si fanno,
Nel vostro fiato son le mie parole.
Come luna da sé sol par ch’io sia;
Che gli occhi nostri in ciel veder non sanno,
Se non quel tanto che n’accende il sole.
(Poesías, CIX, 19)
XV
Véase página 188.
S’un casto amor, s’una pietà superna,
S’una fortuna infra due amanti eguale,
S’un’aspra sorte all’un dell’altro cale,
S’un spirto, s’un voler due cor governa;
S’un’anima in due corpi è fatta eterna,
Ambo levando al cielo e con pari ale;
S’amor d’un colpo e d’un dorato strale
Le viscer di due petti arda e discerna;
S’amar l’un l’altro, e nessun se medesmo,
D’un gusto e d’un diletto, a tal mercede,
C’a un fin voglia l’uno e l’altro porre;
Se mille e mille non sarien centesmo
A tal nodo d’amore, a tanta fede,
E sol l’isdegnio il può rompere e sciorre?
(Poesías, XLIV)
XVI
Véase página 189.
S’i’amo sol di te, Signor mio caro,
Quel che di te più ami, non ti sdegni,
Che l’un dell’altro spirto s’innamora.
Quel che nel tuo bel volto bramo e’mparo,
E mal compres’ è dagl’umani ingegni,
Chi 'l vuol saper, convien che prima mora.
(Poesías, XLV)
XVII
Véase página 189, nota 5.
(Poesías, LXVI)
XVIII
Véase página 201.
Felice spirto, che con zelo ardente,
Vecchio alla morte, in vita il mio cor tieni,
E fra mill’ altri tuo’ diletti e beni
Me sol saluti fra più nobil gente;
Come mi fusti agli occhi, or alla mente,
Per l’altru’fiate, a consolar mi vieni:
Onde la speme il duol par che raffreni,
Che non men che 'l disio l’anima sente.
Dunque trovando in te chi per me parla,
Grazia di te per me fra tante cure,
Tal grazia né ringrazia chi ti scrive.
Che sconcia e grande usur saria a farla,
Donandoti turpissime pitture
Per riaver persone belle e vive.
(Poesías, LXXXVIII)
XIX
Véase página 202-203.
Se 'l mio rozzo martello i duri sassi
Forma d’uman aspetto or questo or quello,
Dal ministro, che’l guida iscorge e tiello,
Prendendo il moto va con gli altrui passi.
Ma quel divin, che in cielo alberga e stassi,
Altri, e sé più, col proprio andar fa bello;
E se nessun martel senza martello
Si può far, da quel vivo ogni altro fassi.
E perchè 'l colpo è di valor più pieno
Quant’ alza più se stesso alla fucina,
Sopra 'l mio, questo al ciel n’è gito a volo.
Onde a me non finito verrà meno,
S’or non gli dà la fabbrica divina
Aiuto a farlo, c’al mondo era solo.
(Poesías, CI)
XX
Véase página 203.
Quand’ el ministro de’ sospir mie tanti
Al mondo, agli occhi mei, a se si tolse,
Natura, che fra noi degnar lo volse,
Restò in vergogna, e chi lo vide in pianti.
Ma non come degli altri oggi si vanti
Del sol del sol, c’allor ci spense e tolse,
Morte, c’amor ne vinse, e farlo il tolse
In terra vivo e 'n ciel fra gli altri santi.
Così credette morte iniqua e rea
Finir il suon delle virtute sparte,
E l’alma, che men bella esser potea.
Contrari effetti, alluminan le carte
Di vita più che in vita non solea,
E morto a’l ciel, c’allor non avea parte.
(Poesías, C)
XXI
Véase página 204, en nota.
(Poesías, CIX, 63)
XXII
Véase página 216-217, nota 5.
Che fia di me? che vo’tu far di nuovo
D’un arso legno e d’un afflitto core?
Dimmelo un poco, Amore,
Acciò ch’ io sappi in che stato io mi truovo.
(Poesías, CX)
Amor...
D’un vecchio stanco oma’puo’goder poco;
Che l’alma, quasi giunta al’ altra riva,
Fa scudo a’tuo’di più pietosi strali;
E d’un legn’arso fa vil prova il foco.
(Poesías, CXIX)
XXIII
Véase página 237.
O nott’, o dolce tempo, benché nero,
Con pace ong’ opra sempre’al fin assalta.
Ben ved’ e ben intende chi t’esalta,
E chi t’ onor, ha l’intellet’ intero.
Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero,
Che l’umid’ ombra e ogni quiet' appalta,
E dall’ infima parte alla più alta
In sogno spesso porti, ov’ire spero.
O ombra del morir, per cui si ferma
Ogni miseri’, a l’alma, al cor nemica,
Ultimo delli afflitti e buon rimedio;
Tu rendi sana nostra carn’inferma,
Rasciug’ i pianti, e posi ogni fatica,
E furi a chi ben vive ogn’ ir’ e tedio.
(Poesías, LXXVIII)
XXIV
Véase página 238.
Mentre che 'l mio passato m’ è presente,
Sí come ogni or mi viene,
O mondo falso, allor conosco bene
L’errore e’l danno dell’umana gente;
Quel cor, c’alfin consente
A tuo’lusingi e a tuo’van diletti,
Procaccia all’alma dolorosi guai:
Ben lo sa chi lo sente,
Come spesso prometti
Altrui la pace e 'l ben che tu non hai,
Né debbi aver già mai.
Dunque ha men grazia chi più qua soggiorna;
Che chi men vive, più lieve al ciel torna.
(Poesías, CIX, 32)
XXV
Véase página 238.
Condotto da molt’ anni all’ultim’ore,
Tardi conosco, o mondo, i tuo’diletti:
La pace, che non hai, altrui prometti,
E quel riposo c’anzi al nascer muore.
La vergogna e 'l timore
Degli anni, c’or prescrive
Il ciel, non mi rinnova
Che 'l vecchio e dolce errore,
Nel qual chi troppo vive
L’anima ancide, e nulla al corpo giova.
Il dico, e so per prova
Di me, che 'n ciel quel solo ha miglior sorte,
Ch’ebbe al suo parto più presso la morte.
(Poesías, CIX 34)
XXVI
Véase página 242.
Giunto è già 'l corso della vita mia,
Con tempestoso mar per fragil barca,
Al comun porto, ov’a render si varca
Conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affettuosa fantasia,
Che l’arte mi fece idol’ e monarca,
Conosco or ben, com’era d’error carca,
E quel c’a mal suo grado ogn’ uom desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
Che fien’ or, s’a due morti m’avvicino?
D’una so 'l certo, e l’altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fie più che quieti
L’anima volta a quell’Amor divino
C’aperse, a prender noi, 'n croce le braccia.
(Poesías, CXLVII)
XXVII
Véase página 242, nota 2.
Scarco d’un’ importuna e greve salma,
Signor mio caro, e dal mondo disciolto,
Qual fragil legno, a te stanco rivolto
Da l’orribil procella in dolce calma[512]...
(Poesías, CLII)
Di giorno in giorno, insin da mie prim’ anni,
Signor, soccorso tu mi fusti e guida[513]...
(Poesías, CXLIX)
Le favole del mondo m’hanno tolto
Il tempo dato a contemplare Iddio.
......................................
Ammezzami la strada c’al ciel sale,
Signor mie caro...
Mettimi in odio quanto 'l mondo vale,
E quante suo bellezze onoro e colo,
C’anzi morte caparri eterna vita[514].
(Poesías, CL)
Carico d’anni e di peccati pieno[515]...
(Poesías, CLV)
Di morte certo, ma non già dell’ora[516]...
(Poesías, CLVII).
XXVIII
Véase página 246.
I’sto rinchiuso come la midolla
Da la sua scorza, qua pover’e solo.
......................................
Io teng’un calabron’in un orciuolo,
In un sacco di cuoio ossa e capresti,
Tre pillole di pec’in un bocciuolo[517].
Gl’occhi di biffa macinat’ e pesti,
I denti come tasti di stormento,
C’al moto lor, la voce suon’e resti.
La faccia mia ha forma di spavento;
......................................
Mi cova in un orecchio un ragnatelo,
Ne l’altro canta un grillo tutta notte;
Né dormo e russo al catarroso anelo.
......................................
L’arte pregiata, ov’alcun tempo fui
Di tant’opinion, mi rec’a questo;
Povero, vecchio e serv’in forz’altrui;
Ch’i’ son disfatto, s’i’non muoio presto.
......................................
Dilombato, crepat’, infrant’e rotto
Son già per le fatich’, e l’osteria
È morte...
(Poesías, LXXXI)