Domino Nicholo di messer Bernardo
Machiavegli, in Lucha.
In Lucha.
Lettera di Filippo de' Nerli a Niccolò Machiavelli in Lucca. Firenze, 1 agosto 1520.[587]
Carissimo Niccolò. Io ho una vostra, la quale, la prima cosa, dice le bugie; perchè dite d'essere breve, et poi è dua facce piene di scripto da banda a banda.
La causa perchè non s'è prima risposto, ne è suto causa, perchè la lettera mi trovò fuori di questa terra; et venni con la donna di Lorenzo sino presso a Lucca a tre migla, con animo di venirvi afrontare: poi pensai, quando ero al Bagno, che a volere tornare da Lucca, per fare ritorno a Firenze, si rallungava la via ben sedici migla, che fanno più di 20 per ritorno; tanto che io giudicai che non fussi da comperare tanto disagio la vostra presentia. Tornato qui, trovai la vostra lettera con la inclusa al Sibilia; e perchè, com'è detto, si soprastette per la absentia mia, gli parrà proprio haverla havuta per staffetta. Con Zanobi comunicai la vostra, et ne facemo quel iudicio che delle cose vostre si fa sempre, per arrecarvi voi queste cose in cazzelleria. Eravamo lui et io in animo questo giorno rispondervi a comune; ma lui ha havuto figliuolo maschio, et per questo io non li ho voluto dare noia. Potrete voi, nello scrivere in qua, rallegrarcene seco, perchè lui ne ha preso piacere singulare: perchè tanti più ci nasce maschi, tanti più provigionati hareno contro al Turco. Voi non pensate a queste cose. Le 'mportono più che voi non credete: ricordatelo, et advertitene cotesti signori Lucchesi, che attendino a ch....re assai, per fare fanterie, che saranno loro a proposito quanto e' fossi e' torrioni.
Con Gherardo ho riscorso tutto quello ne dite. Io stimo che questa vostra stanzia di costà habia a essere l'ultimo vostro tuffo. Voi sapete quanto poca gratia voi havevi; et liora che si è rimasto a' concorrenti e rivali libero il campo, io lascio giudicarlo a voi. Vorrete a otta rimediarvi ch'e' rimedi fieno più scarsi che 'l fistolo. Andate, andate.
Co' poeti e con le muse si parlò della lingua molto a lungho: a questo s'è pensato, per rassettarvi il gusto, come voi tornate, di darvi qualche buono preceptore. Erasi pensato al Sernigi, ma poi che lui non c'è, fanno pensiero che usiate a vostro ritorno con Gualtieri Panciatichi; e per vostra letione usiate ogni giorno leggere dua volte la sua epistola dell'entrata del pontefice in patria. Et così pensono havervi a rassettare l'orecchie.
Filippo, Giovanni, il Guidetto e questi amici di meriggio tutti si raccomandano a voi, e per loro parte non altro a dirvi. È vero che G.mo desiderrebbe che voi lo raccomandassi a cotesto contadino che voi dite, che a voi di costà fu di tanto conforto, posto che a lui fussi di danno. Et fu tanto liberale che mi commisse vi scrivessi che donerebbe cento ducati a chi lo dessi in mano a uno de' rettori di questa Signoria. Quando questo vi paressi partito honorevole et che facessi per voi, in voi sta la eletione del prenderlo.
Voi harete inteso come Francesco Vettori è ito a San Leo e Montefeltro, a piglare il possesso per questa Signoria di quella provincia. Voi vi date a 'ntendere che qua si badi a baie. Noi vi parremo, a vostro ritorno, più belli che mai.
Ricordovi come a vostro ritorno io ho procacciatovi uno alloggiamento a Pistoia, perchè non vi fia Ruberto, che oggi ha finato in quella terra la sua dittatura. Quando sarete alla porta, domandate della casa del Zinzi, e, se llo volete appellare per nome propio, di Bastiano di Possente. Sarete ricevuto da lui, per amore della Riccia e mio e per le vostre buone qualità, molto amorevolmente. Non li manchate.
Donato del Corno si duole molto di voi; et dubito, quando tornerete, che io harò a essere tra voi albitro. A ogni modo, ch'i' so quel che mi so, e sento quel ch'i mi sento, et lui fa quel che si faccia, ella va mal quant'ella può.
Truovo, in questo che io sono stato fuori, che si può un po' con più licentia, che è proposto a' magistrati, così fuori come drento, fare qualcosetta di suo mano. Truovo che le donne possono con più licentia essere p..., volendo; così, chi volessi d'huomini o leggere il Troiano, o attendere ad altro, farlo anche più securamente; chi volessi non credere, o portare più un abito che un altro straordinario, e sic de singulis, con più sicurtà fare tutto. Perchè Dio ha tirato a sè Piero delli Alberti, che se andò in Santa †, con tanta acqua, che parve bene che volessi dare il suo resto, così morto, dando tanto disagio a chi l'acompagnò: che fu la vigilia di S. Iacopo. E' non mi occorre altro per ora che raccomandarvi a voi. Non più. Vale.
Di Firenze, addì primo d'agosto 1520.
Vostro Filippo de' Nerli.
Spectabili viro Niccolò Machiavelli
come fratello carissimo,
in Lucca.
A Lucca.
M. Niccolò mio. Io non ho voluto rispondere alla lettera vostra venuta insie[me al vostro lib]ro dell'Arte Militare, se prima non ho letto il libro e considerato bene, per dirvene come.... l'opinion mia, e non fare come molti, i quali ancora che siano più savi di me,[pur]e in questo io non gli approvo, che nel lodare una cosa seguitano l'opinione de' più e non la loro propria. In modo che, essendo i più degl'huomini ignoranti, molte volte, giudicando secondo quelli, giudicano male. Io adunque, per seguitare la mia consuetudine, ho visto diligentemente el libro vostro, il quale quanto più l'ho considerato, tanto più mi piace, parendomi che al perfettissimo modo di guerreggiare antico habbiate aggiunto tutto quello che è di buono nel guerreggiar moderno, e fatto una composizione di esercito invincibile. A questa mia opinione si è aggiunto, per le guerre che sono al presente, qualche poco di sperienza, havendo visto che tutti i disordini che sono nati o nascono hoggi nelli eserciti franzesi o in quelli di Cesare o della Chiesa o del Turco, non per altro advengono, se non per mancare degl'ordini che sono descritti nel libro vostro. Ringraziovi adunque molto che, per la comune utilità degl'Italiani, habbiate mandato fuora questo libro, il quale per li tempi che verranno, sarà almanco, se non opererà altro, buono testimonio che in Italia non è mancato a' tempi nostri chi habbia conosciuto quale è il vero modo di militare. E non poco obbligo vi ho che subito me lo habbiate mandato, per essere il primo in Roma a vedere tanto bella opera, simile veramente e degna dello ingegno, esperienza e prudenza vostra, cui conforto a pensare e comporre continuamente qualche cosa, et ornar la patria nostra co 'l vostro ingegno. State sano e ricordatevi che tra le prime cose che io desidero, è far qualche cosa che vi piaccia.
In Roma, addì vj di septembre MDxxj.
Io. Card.is de Salviatis.
Spectabili viro Domino Nic.º De Machiavellis,
Amico Cari.mo Florentie.
Magnifice orator. Voi vorresti sapere per questa vostra lettera de 21, quello ch'io creda habbia mosso Spagna a fare questa tregua con Francia, non vi parendo che ci sia dentro il suo da nessun verso, in modo che, giudicando da l'un canto el Re savio, da l'altro parendovi habbi fatto errore, sete forzato a credere che ci sia sotto qualche cosa grande, che voi per ora, nè altri non intende. E veramente il vostro discorso non potrebbe essere nè più trito nè più prudente; nè credo in questa materia si possa dire altro. Pure per parer vivo e per ubbidirvi, dirò quello mi occorre. A me pare, che questa dubitatione vostra pro maiori parte sia fondata su la prudenza di Spagna. A che io rispondo, non poter negare che quel Re non sia savio; non di meno a me è egli parso più astuto e fortunato che savio. Io non voglio repetere l'altre sue cose, ma verrò a questa impresa ultimamente fatta contro a Francia in Italia, avanti che Inghilterra fussi scoperto, nella quale impresa a me parse e pare, non ostante che l'habbi hauto il fine contrario, che mettessi senza necessità a pericolo tutti li Stati suoi, il che fu sempre partito temerario in ogni huomo. Dico sanza necessità, perchè lui haveva visto per i segni dell'anno dinanzi, doppo tante ingiurie che 'l Papa haveva fatto a Francia, di assaltarli li amici, voluto farli ribellare Genova, e così doppo tante provocazioni, che lui proprio haveva fatte a Francia, di mandare le genti sue con quelle della Chiesa a' danni dei suoi raccomandati; nondimeno sendo Francia vittorioso, havendo fugato el Papa, spogliatolo di tutti e' suoi eserciti, possendo cacciarlo di Roma, e Spagna da Napoli, non lo havere volsuto fare; ma havere volto l'animo allo accordo, donde Spagna non poteva temere di Francia: nè viene ad esser savia la ragione si allegassi per lui, che lo facessi per assicurarsi del Regno, veggendo Francia non vi havere volto l'animo, per essere stracco e pieno di rispetti, e quali era per haverli sempre, perchè sempre il Papa non doveva volere che Napoli ritornassi a Francia, e sempre Francia doveva havere rispetto al Papa et timore della unione dell'altre potenze: il che sempre era per tenerlo indietro.
A chi dicessi Spagna dubitava che, non si unendo lui con el Papa a fare guerra a Francia, el Papa non si unissi per sdegno con Francia a fare guerra con lui, sendo il Papa huomo rotto et indiavolato come era, e però fu costretto pigliare simil partito; risponderei che Francia sempre sarebbe più presto convenuto in quelli tempi con Spagna che con el Papa, quando havessi potuto convenire o con l'uno o con l'altro, sì perchè la vittoria era più certa, e non ci si haveva a menare armi, sì perchè all'hora Francia si teneva sommamente ingiuriato dal Papa e non da Spagna, e per valersi di quella ingiuria, e sadisfare alla Chiesa del Concilio, sempre harebbe abbandonato il Papa; di modo che a me pare, che in quelli tempi Spagna havessi potuto essere o mediatore d'una ferma pace, o compositore d'uno accordo securo per lui. Non di meno e' lasciò indietro tutti questi partiti, e prese la guerra, per la quale poteva temere che con una giornata ne andassino tutti li Stati suoi, come e' temè quando e' la perdè a Ravenna, che subito doppo la nuova della rotta ordinò di mandare Consalvo a Napoli, che era come per lui perduto quel Regno, e lo Stato di Castiglia gli tremava sotto; nè doveva mai credere che e' Svizzeri lo vendicassino et assicurassino, e li rendessino la reputatione persa, come avvenne; talchè se voi considerate tutti maneggi di quelle cose, vedrete in Spagna astuzia e buona fortuna più tosto che sapere e prudenza: e come e' si vede in uno grande simile errore, si può presumere che ne facci mille. Nè crederrò mai che sotto questo partito hora da lui preso, ci possa essere altro che quello che si vede, perchè io non beo paesi, nè voglio in queste cose mi muova veruna autorità sanza ragione. Pertanto concludo, che possa avere errato, quando sieno veri discorsi vostri, et intesala male e conclusala peggio.
Ma lasciamo questa parte e facciamolo prudente, e discorriamo questo partito come d'uno savio. Parmi che a volere fare tale presupposto e rettamente ritrovare la verità della cosa, bisognassi sapere se questa tregua è suta fatta doppo la morte del Pontefice et assuntione del nuovo o prima, perchè forse si farebbe qualche differenza. Ma poi che io non lo so, presupporrò, che la sia fatta prima. Se io ne domandassi adunque quello che voi vorresti che Spagna havessi fatto, trovandosi ne' termini si trovava, mi risponderesti quello che mi scrivete, ciò è che lui havessi in tutto fatto pace con Francia, restituitogli la Lombardia, per obligarselo e per torli cagione di condurre arme in Italia, et per tal via assicurarsene. Al che io rispondo, che a discorrere questa cosa bene si ha notare, che Spagna fece quella impresa contro a Francia per la speranza che haveva di batterlo, faccendo nel Papa in Inghilterra e nello Imperadore più fondamento che non ha poi in fatto veduto da farvi, perchè dal Papa e' presuppose trarne danari assai. Credette che lo Imperadore facessi una offesa gagliarda verso Borgogna, e che Inghilterra, sendo giovane e danaroso, e ragionevolmente cupido di gloria, qualunche volta e' fussi imbarcato, havessi a venire potentissimo, talmente che Francia, et in Italia e a casa, havessi a pigliare le conditioni da lui, delle quali cose non glie n'è riuscita ver'una, perchè dal Papa ha tratto danari nel principio e a stento, e in questo ultimo non solo non li dava danari, ma ogni dì cercava di farlo rovinare, e teneva pratiche contro di lui; da lo Imperadore non è uscito altro che le gite di mre[590] di Gursa e sparlamenti e sdegni: da Inghilterra, gente debole incompatibile con la sua. Di modo che se non fussi lo aquisto di Navarra, che fu fatto innanzi che Francia fussi in campagna, e' rimaneva l'uno e l'altro di quelli exerciti vituperato, ancora che non ne habbino riportato se non vergogna, perchè l'uno non è uscito mai dalle macchie di Fonterabi, l'altro si ritirò in Pampalona, e con fatica la difese; di modo che, trovandosi Spagna stracco in mezzo di questa confusione d'amici, da' quali non che potessi sperare meglio, anzi temere ogni dì peggio, perchè tutti tenevano ogni dì strette pratiche d'accordo con Francia, e veggendo dall'altra parte Francia reggere alla spesa, per accordato co' Vinitiani, e sperare ne' Svizzeri, ha giudicato sia meglio prevenire con il Re, in quel modo ha possuto, che stare in tanta incertitudine e confusione, et in una spesa a lui insopportabile, perchè io ho inteso di buono luogo, che chi è in Spagna scrive quivi non esser danari nè ordine da haverne, e che l'esercito suo ci à solum di comandati, e' quali anche cominciavono a non lo ubbidire. E credo che disegno suo sia suto con questa tregua o fare conoscere a' collegati l'errore loro, e farli più pronti alla guerra, havendo promessa la ratificazione, ecc., o levarsi la guerra da casa e da tanta spesa e pericolo: se a tempo nuovo Pampalona havessi spuntato, e' perdeva la Castiglia in ogni modo. E quanto alle cose d'Italia, potrebbe Spagna, forse più che il ragionevole, fondare in su le sue genti; ma non credo già che facci fondamento nè in su Svizzeri, nè in su 'l Papa, nè su lo 'mperadore più che bisogni, e che pensi che qua il mangiare insegni bere a lui e agl'altri Italiani. E credo che non habbi fatto più stretto accordo con Francia di darli il Ducato, e sì per non lo havere trovato seco, sì etiam per non lo havere giudicato util partito per lui: per che io dubito che Francia non lo havessi fatto, per non si fidare nè di lui nè delle sue armi, perchè havrebbe creduto che Spagna no 'l facessi per accordarsi seco, ma per guastarli li accordi con gl'altri.
Quanto a Spagna, io non ci veggio nella pace per lui, per hora, alcuna utilità, perchè Francia diventava in Italia in ogni modo possente, in qualunque modo e' scuressi in Lombardia. E se per aquistarla li fussino bastate le armi spagnuole, a tenerla li bisognava mandarci le sua, e grossamente, le quali potevano dare i medesimi sospetti a li Italiani et a Spagna, che daranno quelle che venissero ad aquistarla per forza; e della fede e degl'obblighi non si tiene hoggi conto, talchè Spagna per questa ragione non ci vedeva sicurtà, e dall'altra parte ci vedeva questa perdita, perchè o e' faceva questa pace con Francia, con el consenso de' confederati, o no: volendola fare con el consenso, e' la giudicava impossibile per non si potere accordare Papa e Francia e Vinitiani et Imperadore. Havendola dunque a fare contro al consenso loro, ci vedeva per lui una perdita manifesta, perchè si sarebbe accostato a un Re, facendolo potente, che ogni volta che n'havesse hauto occasione, si sarebbe più ricordato delle ingiurie vecchie, che de' benefizii nuovi, e inritatosi contro tutti e' potenti Italiani e fuora, perchè, essendo stato lui solo il provocatore di tutti contro a Francia, e avendoli poi lasciati, sarebbe suta troppo grande ingiuria. Donde di questa pace fatta come voi vorresti, e' vedeva surgere la grandezza del Re di Francia certa, lo sdegno de' confederati contro di lui certo, e la fede di Francia dubbia, in su la quale sola bisognava si riposassi, perchè havendo fatto Francia potente e li altri sdegnosi, li bisognava stare seco, e li huomini savi non si rimettono mai, se non per necessità, a discrezione d'altri. Donde io concludo, che gl'habbi fatto più sicuro partito fare tregua, perchè con essa e' dimostra a' collegati l'errore loro; fa che non si possano dolere, dando loro tempo a ratificarla; levasi la guerra di casa; mette in disputa et in garbuglio di nuovo le cose d'Italia, dove e' vede che è materia ancora da disfare et osso da rodere. E, come io dissi di sopra, spera che 'l mangiare insegni bere ad ogn'uno, et ha a credere che al Papa, a lo Imperadore et a Svizzeri non piaccia la grandezza de' Vinitiani e Francia in Italia, e se non fieno bastanti a tenerli che non occupi la Lombardia, giudica che sieno bastanti seco a tenerli che non passino più oltre, e crede che 'l Papa per questo se li habbi a gittare in grembo, perchè e' può presumere che 'l Papa non possa convenire con i Vinitiani, nè con suoi adherenti rispetto alle cose di Romagna. E così con questa tregua e' vede la vittoria di Francia dubbia, non si ha da fidare di lui, e non ha dubitare della alienazione de' confederati, perchè o lo 'mperadore et Inghilterra la ratificheranno, o no: se la ratificano, e' penseranno come questa tregua habbi da giovare a tutti, se non la ratificano, e' dovrebbono diventare più pronti alla guerra, e con altre forze che l'anno passato, assaltare Francia, et in ogn'uno di questi casi Spagna ci ha l'intento suo. Dico di nuovo, adunque, el fine di Spagna essere stato questo: o costringere l'Imperadore et Inghilterra a fare guerra daddovero, o con la reputatione loro, con altri mezzi che con l'armi, posar le cose a suo vantaggio; et in ogn'altro partito vedeva pericolo, o seguitando la guerra o facendo la pace, e però prese una via di mezo, di che ne potessi nascere o guerra o pace.
Se voi havete notato e' consigli e progressi di questo cattolico Re, voi vi maraviglierete meno di questa tregua. Questo Re, come voi sapete, da poca e debole fortuna è venuto a questa grandezza, e ha hauto sempre a combattere con Stati nuovi e sudditi dubbii, e uno dei modi con che li Stati nuovi si tengono, e li animi dubbii o si fermano o si tengono sospesi e inresoluti, è dare di sè grande espettazione, tenendo sempre gl'huomini sollevati con l'animo nel considerare che fine habbino ad havere e' partiti e l'imprese nuove. Questa necessità questo Re l'ha conosciuta e usatala bene; di qui sono nati li assalti d'Affrica, la divisione del Reame, e tutte queste altre imprese varie, e senza vederne il fine, perchè il fine suo non è tanto quello o questo, o quella vittoria, quanto è darsi reputatione ne' popoli, e tenerli sospesi colla multiplicità delle faccende. E però lui fu sempre animoso datore di principii, a' quali e' dà poi quel fine che li mette innanzi la sorte, e che la necessità l'insegna: et insino a qui e' non si è possuto dolere nè della sorte nè dello animo. Provo questa mia opinione con la divisione fece con Francia del Regno di Napoli, della quale doveva credere certo ne havessi a nascere guerra intra lui e Francia, senza saperne el fine a mille miglia, nè poteva credere averlo a rompere in Puglia, in Calavria et al Garigliano. Ma a lui bastò cominciare, per darsi quella riputazione, sperando o con fortuna o con arte andare avanti, e sempre, mentre viverà, ne andrà di travaglio in travaglio, senza considerare altrimenti il fine.
Tutte le sopradette cose io le ho discorse presupponendo la vita di Giulio; ma quando egli havesse inteso la morte dell'uno e la vita dell'altro, credo harebbe fatto quel medesimo, perchè se in Julio non poteva confidare, per essere instabile, rotto, furioso e misero, in questo e' non può sperare straordinariamente, per esser savio. E se Spagna ha prudenza, non l'ha muovere gl'interessi contratti in minoribus, perchè all'hora egli ubbidiva, hora comanda; giocava quel d'altri, ora giuoca il suo; faceva per lui la guerra, hora fa la pace; e debbe credere Spagna, che la Santità di N. S. non voglia mescolare inter Christianos nè sua danari nè sua armi, nisi coactus, e credo che ognuno harà rispetto a sforzarlo.
Io so che questa lettera vi ha a parere uno pesce pastinaca, nè del sapore vi credevi. Scusimi lo essere io alieno con l'animo da tutte queste pratiche, come ne fa fede lo essermi ridutto in villa, e discosto da ogni viso humano, e per non sapere le cose che vanno atorno, in modo che io ho a discorrere al buio, et ho fondato tutto in su li avvisi mi date voi. Però vi prego, mi habbiate per scusato; e raccomandatemi costà a ognuno, e in spezie a Paolo vostro, quando non sia ancora partito.
Florentia, die 29 aprilis 1513.
V.º Compare
N. M.
Lettera di Francesco Guicciardini al Machiavelli. Modena, 18 maggio 1521.[591]
Non havendo, Machiavello carissimo, nè tempo nè cervello da consiglarvi; neanche sendo solito a fare tale officio sanza el ducato, non voglio mancarvi di aiuto, acciò che, almanco colla reputatione, possiate conducere le vostre ardue imprese. Però vi mando a posta el presente balestriere, al quale ho imposto che venga con somma celerità, per essere cosa importantissima; in modo ne viene che la camicia non gli toccha le anche. Nè dubito che, tra el correre et quello che dirà lui alli astanti, si crederrà per tucti voi essere gran personaggio, et el maneggio vostro di altro che di frati. Et perchè la qualità del piego grosso faccia fede a l'hoste, vi ho messo certi avvisi venuti da Tunich, de' quali vi potrete valere, o mostrandoli o tenendoli in mano, secondo che giudicherete più expediente.
Scripsi hieri a messer Gismondo, voi esser persona rarissima. Mi ha risposto, pregando lo avisi in che consista questa vostra rarità. Non mi è parso replicarli, perchè stia più sospeso, et habbia causa di observarvi tucto. Valetevi, mentre che è il tempo, di questa reputatione. Non enim semper pauperes habebitis vobiscum. Avisate quando sarete expedito da quelli frati, tra' quali se mettessi la discordia, o almanco lasciassi tal seme che fussi per pullulare a qualche tempo, sarebbe la più egregia opera che mai facesti. Non la stimo però molto difficile, attesa la ambitione et malignità loro. Avisatemi, potendo venire.
In Modena, a dì 18 di maggio 1521.
Vester Franciscus de Guicciardinis
Gubernator.
Al [M] Ni[ccolò] Machiavelli
nuntio fiorentino ec., in
Carpi.
Scritto di N. Machiavelli sul modo di ricostituire l'Ordinanza.[592]
Volendo V. S. intendere tucti l'interessi et ordini della Ordinanza, io non mi curerò d'essere un poco diffuso per satisfarle meglio et ripeterle quello, o in tucto o in maggior parte, che ad bocca le dissi. Io lascerò indreto el disputare se questo ordine è utile o no, et se fa per lo Stato vostro come per un altro, perchè voglio lasciare questa parte ad altri. Dirò solo, quando e' si volle ordinare, quello che fu iudicato necessario fare, et quello che io iudico bisogni fare hora, volendolo riadsummere.
Quando si disegnò ordinare questo Stato all'armi, et instruire huomini per militare ad piè, si indicò fussi bene distinguerlo con le bandiere, et terminare le bandiere con e' termini del paese, et non con el numero delli huomini, et per questo si ordinò di collocare in ogni potesteria una bandiera, et sotto quella scrivere quelli pochi o quelli assai, secondo el numero delli huomini che si trovassino in tale potesteria. Ordinossi che la bandiera si havessi ad dare ad uno che habitassi nel castello dove faceva residenza el podestà, il che si fece sì perchè la bandiera fussi dove un cittadino stessi con el segno publico, sì etiam per levare le gare che tralle castella era per nascere, qualunque volta in una podesteria fussi più d'uno castello. Ordinoronsi connestaboli che stessino in su e' luoghi, che comandassino li huomini descripti sotto dette bandiere, dando ad qualcuno in governo più o meno bandiere, secondo le commodità del paese, et dovevogli la state ragunare sotto le bandiere, et tenerli nelli ordini una volta el mese, et el verno ogni dua mesi una volta. Havevono di stipendio e' connestaboli 9 ducati d'oro per paga, in 4 page l'anno, et havevono dua ducati el mese da tucte quelle potesterie che governavano, che ciascuna concorreva a decti dua ducati per rata. Et haveva ogni conestabole un cancelliere habitante nel luogo, dove stava el connestabole, el quale teneva le listre di decti huomini, et haveva uno fiorino el mese, el quale li era pagato da tucte quelle potesterie che governava el conestabole.
Disputossi se gli era meglio tenerne scripti pochi o tenerne assai. Conclusesi fussi meglio ordinarne assai, perchè li assai servirono ad riputatione, et in loro era el piccolo numero et el buono, el quale non si poteva trarre de' pochi, et la spesa non era d'uno poco di più che d'arme et di qualche connestabole più.[593] Et sempre mai fu indicato che 'l tenerne assai scripti fussi bene et non male, et ad volersene valere fussi necessario haverne assai. Et intra l'altre ragioni ci è questa: tucti e' paesi o la maggior parte dove sono li scripti, sono paesi di confini;[594] per tanto li huomini scripti havevono ad difendere el paese che gli habitavono o quello d'altri. Nel primo caso si giudicava tucti gli scripti di quelli luoghi essere buoni et potervisi adoperare, et quanti più vene fussi scripti tanto meglio fussi;[595] ma nel secondo caso, quando e' si havessi ad ire ad difendere la casa d'altri, allhora non levare tucti li scripti, ma torre quelli che fussino più cappati et più apti, et el resto lasciare ad casa, e' quali servissino per rispecto in ogni bisogno che fussi per nascere. Et però si ordinò, che ogni conestabole di tucti gli scripti sua facessi tre cappate, el primo terzo de' migliori, l'altro de' secondi meglio, el terzo del restante. Et quando havevono ad levare fanti, toglièno di quello meglio, et così havendo el numero grosso, si valièno di quello havèno di bisogno, et facilmente, tanto che infino ad hoggi se ne era ordinato 55 bandiere, et tucta via si pensava di adcrescere el numero; in modo che per la experienza ne ho vista, se io havessi ad dire e' difecti della Ordinanza passata, io direi solo questi due cioè: che fussino li scripti stati pochi et non bene armati. Et chi dice di ridurla ad poco numero, dice di volere dare briga ad sè et ad altri sanza fructo.
Le ragioni che[596] costoro che la vogliono ridurre ad minor numero son queste: et prima e' dicono che, togliendone meno, e' si può torre quelli che vengono volentieri, puossi fare con minore spesa, possonsi meglio satisfare, possonsi torre e' migliori, et aggravonsi meno e' paesi, nonne scrivendo tanti; nè credo che possino allegare altre ragioni che queste. Ad che io rispondo, et prima quanto al venire volentieri: se voi volessi torre chi al tucto non può o non vuole venire, che la sarebbe una pazia; et così se voi volessi scrivere solamente quelli che vogliono venire, voi non adgiugneresti ad 2 mila in tucto el paese vostro. Et però bisogna cappare quelli che altri vuole; di poi ad farli stare contenti, non bisogna nè tucti preghi nè tucta forza, ma quella autorità et reverentia che ha ad havere el principe nè subditi sua; di che ne nascie che coloro che, essendo domandati se volessino essere soldati, direbbono di no, sendo richiesti, vengono sauza recusare; in modo che ad levarli poi per ire alle factioni, quelli che sono lasciati indreto l'hanno per male; donde io concludo, che tanta volontà troverrete voi in trentamila che in sei mila. Ma quanto alla spesa, et a poterli meglio satisfare, non ci è altra spesa che di qualche connestabole più et delle armi, la quale spesa è molto piccola, perchè un connestabole costa quanto uno huomo d'arme, et dell'armi basta dare loro solamente lance, che è una favola mantenerle loro, perchè l'altre armi si possono tenerle in munitioni, et darle loro a tempi, et metterle loro in conto. Et se voi disegnassi pagarli, stando ad casa, o fare loro exentione, nel primo caso, ciò che voi disegnassi di dare, etiam ad uno numero piccolo, sarebbe gittato via et spesa grave, perchè la intera paga non saresti per dare loro; dando loro tre o 4 ducati l'anno per uno, questo sarebbe spesa grossa ad voi, et ad loro sì poca, che non li farebbe nè più ubbidienti nè più amorevoli nè più fermi ad casa. Quanto al farli exenti, come voi entrate qui, voi fate confusione, perchè li scripti nel distrecto non potete voi fare exenti, per li capituli havete co' distrectuali; se voi facessi exenti quelli del contado et non quelli del distrecto, farebbe disordine; et però bisogna pensare ad altro benifitio che ad pagarli, o ad exentione. Et se pure l'exentione si hanno ad fare, riserbarle quando, con qualche opera virtuosa, e' se l'havessino guadagnata: alhora gli altri harebbono patienza. Et poi sempre fa bene tenere l'uomini in speranza, et havere che promettere loro, quando e' si ha bisogno di loro. Et così concludo che, per spendere meno o per satisfarli meglio, non bisogna torne meno; et le satisfactioni che si ha ad fare loro, è farli riguardare da' rectori et da' magistrati di Firenze, che non sieno assassinati. Quanto ad poterli torre migliori, togliendone minore numero, dico che o voi vorrete torre ad punto quelli che sono stati soldati, et in questo caso voi non vene varrete: perchè come e' sentiranno sonare un tamburo, egli anderanno via, et così voi crederesti havere 6 mila fanti, et voi nonne haresti nessuno: o voi vorrete torre di quelli che ad occhio vi paiono più apti; in questo caso, quando voi vedessi tucte l'Ordinanze vostre, voi non saperresti quale vi lasciare, sendo tucti giovani et di buona presenza, et crederesti torre e' migliori et voi torresti e' più cattivi. Et altrimenti questa electione de' migliori non si può fare, perchè el fante si iudica o dalla presenza o dall'opere: altra misura non ci è. Quanto allo aggravare meno e' paesi, io dico che questo non adgrava e' paesi, anzi li rileva, et per conto della securtà et per conto della unione, per le ragioni ch'io vi dixi ad bocca; nè può dare graveza ad chi ha descripti in casa, non sene togliendo più che uno huomo per casa, et lasciando indreto quelli che sono soli, il che si può fare per essere el paese vostro copiosissimo di huomini.
DUE SONETTI DI NICCOLÒ MACHIAVELLI.[597]
Costor uissuti sono vn mese o piue
a noce a fichi a faue a carne seccha,
tal ch'ella fia malitia et non cileccha
el far sì lunga stanza costá sue.
Come 'l bue fiesolano quarda a l'angúe
Arno, assetato, e' mocci se ne leccha;
così fanno ei de l'uoua che ha la treccha,
e col becchaio del castrone e del bue.
Ma, per non fare afamar le marmegge,
Noi farèn motto drieto a daniello,[599]
che forse già u'è qualcosa che legge;
Perchè, mangando sol pane et coltello,
fatti habián becchi che paion d'acegge,
et a pena tegnán gl'occhj a sportello.
Dite ad quel mio fratello
che uenga ad trïonfar con esso noj
l'ocha ch'havemo gouedí da uoi.
Al fin del guoco poj,
Messér Bernardo mio, uoi comperrete
Paperi et oche, et non ne mangerete.
Io ho, Guliano, in gamba, vn paio di geti
et sei tratti di fune in su le spalle;
l'antre fatighe mia ui uo contalle
poi che così si trattano e' poetj.
Menon pidochj questi parietj,
grossi et paffuti che paion farfalle;
né maj fu tanto puzo in Roncisualle,
né lá in Sardignia tra quegli arboretj,
Quanto è nel mio più delicato ostello;
con un romor che par proprio che 'n terra
fulmini Gove tutto Mongibello.
L'un si scatena et quell'altro si sferra,
Combattono uscj, toppe et chiauistelli;
Quel'altro grida: — Troppo alto da terra! —
Quel che mi fa più guerra
è che dormendo, presso alla aurora,
io cominca' a sentir: — Pro eis ora!
Hor uadino in buon'hora,
pur che la tua pietá uer me si uolga
che al padre et al bisauo el nome tolga.
finis
Lettera di Francesco Vettori al Machiavelli. Roma, 8 marzo 1524/25.[601]
Compare mio caro. Io non vi saprei consiglare, se voi dovete venire col libro o no, perchè e' tempi sono contrarii a leggere et donare; et da altra parte el papa, la prima sera giunsi, poi che io li hebbi parlato di qualchosa mi achadeva, mi domandò, per sè medesimo, di voi, et dixemi se havevi finito la Historia, e se l'havevo veduto. Et dicendo io, haverne veduto parte, et che havevi facto insino alla morte di Lorenzo, et che era choxa da satisfare, et che voi volevi venire a portargnene, ma io, rispecto a' tempi, ve n'havevo dissuaso; mi dixe: — E' doveva venire, et credo certo ch'e' libri suoi habbino a piacere et essere lecti volentieri. — Queste sono le proprie parole m'ha decto: in su le quali non vorrei pigiassi fiducia al venire, et poi vi trovassi con le mani vote, il che per le mostre d'animo nelle quali si truova il papa, vi potrebbe intervenire. Pure non ho voluto manchare di scrivervi quanto mi ha decto. Rachomandatemi a Francesco del Nero, et diteli che vo[rrei] scrivessi al suo Berlinghieri qui, che non solo mi pagassi denari per suo ordine, ma mi facessi piacere d'ogni altra choxa lo ricercassi. Et choxì mi rachomandate a Donato del Corno. Iddio vi guardi.
In Roma, a' dì 8 di marzo 1524.
Francesco Vectori.
Al mi[o ca]ro Compare Nicolò
di messer [Bernardo] Machiavelli,
in Firenze.
Breve di Clemente VII a Francesco Guicciardini.[602]
Francisco Guicciardino,
Dilecte fili. Haec temporum et rerum perturbatio, quae tanta est quantam non alias fere extitisse credimus, cogit nos inopes quotidiani ordinatique rimedii, ad consilia confugere inusitatiora, quae tamen praeclara et salutaria fore non dubitamus, si rem bene susceptam ad optatum exitum poterimus perducere; cumque in eiusmodi nostro consilio exequendo multum in fide et virtute tua acquiescamus, mittimus ad te dilectum filium. Nicolaum Malchiavellum civem florentinum, cum quo omnia nobis tractata communicata examinataque sunt, qui ad te deferat teque plene instruat, et quid nos designaverimus quemve finem spectemus faciat certiorem. Hunc ergo diligentissime audies, et fidem ei summam habebis; ac si tu, qui in re presenti es, cognoveris et iudicaris facilem fore rem, et ad eum exitum ad quem per nos intenta est profuturam, statim nos de omni tua opinione ac sententia certiores facies; si vero quominus expedite et plane perfici possit aliqua tibi obstare et impedimento esse videbuntur, de omnibus cures, ut sciamus ut quod expedire et in rem esse visum nobis fuerit, possimus continuo deliberare. Res magna est, ut iudicamus, et salus est in ea cum status ecclesiastici, tum totius Italiae ac prope universae christianitatis reposita. Sed opus esse arbitramur non solum ordine et diligentia singulari, sed nostrorum etiam populorum studio atque amore. Quamobrem tu cui plurimum credimus quique praesens perspecta habere omnia potes, re bene ab ipso Nicolao intellecta, statim nos per litteras secretiores edocebis, quid tibi de re tota videatur. In quo et diligentiam a te querimus et celeritatem.
Datum Romae, etc. Die vj junii MDXXV. Anno secundo.
Lettera di Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli. Firenze, 27 luglio 1525.[603]
Spectabilis vir et cogniato salutem. Io hebbi una vostra da Roma, ad la quale feci risposta. Dipoi ne ho havuto una altra da Faenza, sopra il gran sapere del frate, il che Francesco Vectori non credeva; nè mai lo harebbe creduto, se non che gli fu monstro una lettera del magnifico Presidente che referiva il medeximo. Il Conte ne ha facto ricordo etc.
Philippo Strozzi mi scrive havere parlato ad la Santità di Nostro Signore, sopra ad lo augumento della vostra provixione, et truovala benissimo disposta. Onde ricorda che, quando prima siate in Firenze, gli scriviate un motto, ricordandoli la faccenda vostra; et Filippo mostrerà il capitolo a Sua Beatitudine, et opererà che qui ne venga la commissione. Sichè le felicità vostre multiplicano. Ancora io vi serbo uno pippione da cavarne ducati cento d'oro l'anno. Se ritornerete a Roma però, desidero sapere quando credete partire di costì, et per che volta; ad ciò vi giri sotto lo vano mondo. Donato attende a portarvi polli; ma per essere una di quelle cichale dal Ponte Vechio, non si può tenere non mostri le vostre lettere, tale che ne è capitata una in mano al Conte, et è quella honorevole lettera gli scrivesti un mexe fa, cioè la seconda da Faentia etc. Nec plura. Ad voi mi raccomando.
In Firenze, addì XXVII di luglio 1525.
Vostro Francesco del Nero.
[Spectabi]li viro Niccolò Machiavelli....
honorando, in Faenza.
Lettera di Monsignor Ludovico Canossa a Francesco Vettori. Venezia, 15 settembre 1525.[604]
Magnifico messer Francesco. Al giongere che fece il vostro Malchiavello in questa terra, vene da me et portòmi la lettra vostra. Io lo vidi tanto voluntera quanto io solio vedere tuti li amici vostri, et li offersi ogni opera mia, et el pregai che se ne valesse. Io non lo vidi più: penso che non li reusisse de la sorte che voi me li havevati depinto, et che contento del iuditio suo, non volesse fare altra prova di me. Ogi è ritornato, et ame dito volere partire domatina verso voi: et certo mi doglio de non l'havere potuto più godere et meglio cognoscere. Holi dito delle cose publiche quanto io ne so, atiò ve lo dica; bemchè tuto è niente, o forsa tropo; et vedo che se ne andiamo in servitù, o per dire meglio che la compriamo: et ognuno lo cognosce et niuno li remedia, parendo a ciascuno non si potere aiutare se non con il megio di Franza; et tale megio non vedo como lo possiamo sperare mentere che il Re è presone. Dico sperare, attenta la natura de' Francesi, et li modi che vedo che in questa pratica usano; che quando fusseno de altra sorte, modi non mancarebeno. Bem credo che quando N. S. et voi Signori volesti unirve con questo Stato a defensione comune, che essi starebbeno saldi; ma più presto che stare soli, temo assai che non se acompagnano con lo imperatore. Delle cose mie particulare non so che vi dire; se non che molto io desidero di condurmi in casa mia, essendo risoluto de non potere fare qua più di quello che se è fato; consistendo la difficultà in quelli che mi li feceno venire: de li quali pocho o niente sono io restato inganato, dico, poi che io vidi il Re andare in Spagna. Volio anche dirvi como questi Signori fariano ogni cosa a loro posibile, atiò che il ducato de Milano non andasse in le mani de lo imperatore o del fratello; ma soli non ardiscono de assalire il remedio. Voi altri Signori che li haveti tanto interesse quanto essi, li dovereti pensare. Et se una volta li Spagnoli entrano in posesione de quello Stato, alcuno non ardirà a scoprirsi, perchè vederano la impresa difficile et la spesa longa. Et se il Duca more, male se li po' remediare, che non vi intrino; perchè essi sono in fati, et nui non habbiamo anchora pensato quello che vogliamo fare. Anci mi pare che siamo resoluti di non fare nulla, ma stare a descretione. Ma non voglio più scrivere. Io sono intrato, non volendo in una baia che non finirebbe hozi. Stati sano et servetive di me.
In Venezia, alli 15 de setembre 1525.
El vostro fratello
Luc.º Canossa.