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I simboli

Chapter 15: INDICE
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About This Book

L'autore propone una vasta indagine sul simbolo, analizzandone origine e sviluppo e il ruolo nelle principali forme di comunicazione umana: linguaggio, religione, scrittura, diritto, leggenda e arte. Collega i fenomeni simbolici alla psicologia — attenzione, inerzia mentale, avversione al lavoro intellettuale — e alla sociologia del potere e della giustizia, mostrando come fraintendimenti simbolici possano generare riti, conflitti e ingiustizie. Il saggio combina osservazioni teoriche e riflessioni applicate, segnala questioni trascurate dalla ricerca e suggerisce che lo studio del simbolismo può offrire rimedi pratici alle debolezze cognitive della civiltà moderna.

INDICE DEGLI AUTORI E DELLE RIVISTE CITATI NELL’OPERA

INDICE

Dedica Pag. V
Prefazione VII
 
Introduzione: La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale 1
 
PARTE I.
Fisio-psicologia del simbolo.
 
Capitolo    
I. — Simboli di prova 17
II. — Simboli descrittivi 32
III. — Simboli di sopravvivenza 52
IV. — Simboli di riduzione 70
V. — Simboli emotivi 77
VI. — Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo ed ideo-emotivo 83
VII. — Atavismo e patologia del simbolo 107
 
PARTE II.
Applicazioni psico-sociologiche.
 
Capitolo Unico. — Il simbolo nel diritto moderno 119
 
Indice degli Autori e delle Riviste citati nell’Opera 135

NOTE:

1.  Garlanda, La filosofia delle parole. — Roma, 1890.

2.  Letourneau, La sociologie d’après l’ethnographie. — Paris, 1884, lib. III, cap. X.

3.  Vedi riguardo a questi piaceri, Spencer, Les bases de la morale évolutionniste. — Paris, 1889, cap. IX.

4.  Spencer, op. cit.

5.  Ribot, La psychologie de l’attention. — Paris, 1889.

6.  Richet, L’homme et l’intelligence. — Paris, 1884.

7.  L’importanza di questo lato della questione fu vista dall’Hartmann, il celebre pessimista tedesco; il capitolo L’inconscio nell’intelligenza della sua opera Philosophie des Unbewusten, Berlin, 1872, per quanto imbevuto ancora di metafisica, è importantissimo. Vedi anche il bel lavoro del De Sarlo, L’inconscio in patologia mentale, Reggio d’Emilia, 1892.

8.  Espinas, Des sociétés animales. — Paris, 1878.

9.  Spencer, Principes des psychologie. — Paris, 1874, parte II, cap. VII; parte IV, cap. VII.

10.  Kemble, The Saxons in England, II, 105, in Spencer, op. cit.

11.  Spencer, Principes de sociologie. — Paris, 1882, vol. III, P. IV, cap. IV; P. V, cap. XVI.

12.  Il merito di avere introdotto il concetto dell’inerzia nella psicologia spetta, come è noto, al Lombroso, che se ne servì per spiegare l’innato conservatorismo dell’uomo. È una idea straordinariamente feconda e capace delle più svariate applicazioni: io ne tento, in questo lavoro, una nuova.

13.  Beaunis, Physiologie, 2ª ediz., pag. 1351.

14.  Beaunis, L’expérimentation en psychologie par le somnambulisme provoqué, nella Revue philosophique, agosto, 1885.

15.  Vedi, sull’influenza della musica, le originali osservazioni di Stendhal, Physiologie de l’amour, che notò sopra di sè come essa rinforzi il tono di qualsiasi sentimento si trovi per il momento nella psiche. Così, quando egli era innamorato, la musica lo rendeva più innamorato ancora; una volta che pensava ad armare una spedizione per la Grecia, raddoppiò in lui l’alacrità e l’entusiasmo.

16.  Feré, Sensation et mouvement. — Paris, 1887.

17.  Binet, Études de psychologie expérimentale. — Paris, 1883.

18.  Bouche, La Côte des Esclaves et le Dahomey. — Paris, 1885.

19.  Vedi su questo feticismo normale dell’amore Binet, Le féticisme dans l’amour (Revue philosophique, agosto, 1887) e Krafft-Ebing, Psycopathia sexualis. — Stuttgart, 1887.

20.  Ottolenghi e Lombroso, Nuovi studi sull’ipnotismo e sulla credulità. — Torino, 1889.

21.  Maudsley, L’esprit et le corps.

22.  Op. cit. — Vedi anche, su questo argomento, i numerosi fatti portati dal Richet, L’homme et l’intelligence, Paris, 1884, nello studio: Le somnambulisme provoqué.

23.  Marzolo, Saggio sui segni. — Pisa, 1866.

24.  Vedi su questa ipotesi che riduce la sensazione e gli altri processi psichici a un movimento molecolare, gli studi principali di psicofisica, specialmente i tedeschi. Münsterberg, Beitrage zur experimentelle Psychologie, I, 129; Vundt, Essays, IV; Gehirn und Seele, p. 118, Physiol. Psychologie, II, 204. — Ora questa ipotesi (ammessa e nello stato presente della scienza, non si può a meno di ammetterla) questa teoria, che riconduce il processo dell’associazione mentale ai fenomeni dell’inerzia, è più che giustificata. Quando infatti due stati di coscienza sono percepiti contemporaneamente, ciò significa, secondo il Münsterberg, che due gruppi gangliari del cervello sono nello stesso tempo eccitati, ed è secondo lo psicologo tedesco legittimo supporre che si stabilisca tra i due punti eccitati una specie di via di comunicazione, attraverso la quale le due eccitazioni, che non sono che movimenti molecolari, tenderebbero a equilibrarsi. Quando poi solo uno dei due gruppi è in seguito rieccitato, una debole corrente di movimento molecolare per la via di comunicazione già aperta andrebbe ad eccitare l’altro (Münsterberg, op. cit. — Offner, Ueber die Grundformen der Vorstellungsverbindung, Marburg, 1892).

25.  Marzolo, Saggio sui segni. — Pisa, 1866.

26.  Così i Romani, come vedremo, quando sostituirono al governo a vita (monarchia) il governo a tempo (repubblica) credevano che tutti i poteri del re, spettassero ancora al pretore, anche quelli che contrastavano alla temporaneità ed elettività della carica.

27.  Lo stesso si dica della teoria che, quando questo lavoro in proporzioni più modeste fu discusso come tesi, mi fu opposta dal prof. Carle: che cioè i simboli sono dovuti sopratutto alla vivace fantasia dell’uomo primitivo. Si è ripetutamente accennato, da molti scrittori, a questa vivacità infantile della fantasia umana, ma senza darne documenti sicuri; anzi dopo gli studi dello Spencer e del Guyau è lecito supporre invece che il selvaggio sia poverissimo di immaginazione e che la fantasia vivace sia piuttosto il privilegio delle grandi intelligenze, di Dante, di Shakspeare, di Newton, di Darwin, che non delle intelligenze rudimentali.

28.  Vedi, per es., i singolari costami degli eroi di Omero (Ulisse in specie), che spesso sono i costumi di veri furfanti; i non rari poco ingenui contratti che si trovano nella Bibbia; le esperienze della doppiezza selvaggia fatte dai viaggiatori, da Cook in Australia, da Stanley e da Schweinfurth in Africa, nonchè dalla nostra politica coloniale in Abissinia. I libri poi di etnografia sono pieni di fatti e prove in proposito. Si dice che nei popoli tedeschi invece l’onore fosse quasi una religione e anche il Taine l’asserì (Taine, Histoire de la littérature anglaise, Paris, 1886, vol. I, cap. 1); ma chi ha letto nel libro di Gregorio di Tours, Historia Francorum, un contemporaneo dell’invasione dei Franchi nella Gallia, i caratteristici aneddoti sulla perfidia dei capi, può dubitare che anche gli antichi popoli germanici fossero davvero migliori, sotto questo rispetto, che la maggior parte dei loro confratelli in umanità.

29.  Riguardo all’imprevidenza dell’uomo primitivo, vedi Spencer, Princ. de sociol., vol. I. — Letourneau, La sociologie d’après l’ethnographie, Paris 1884, pag. 562: «Per prevedere bisogna esser capace di osservazioni, di attenzione, saper raggruppare e paragonare i fatti, dedurre l’avvenire dal presente e dal passato. Ma l’uomo inferiore non sa osservare che in un campo ristretto, è scosso solo da quanto ha rapporto con i suoi bisogni più urgenti, la sua memoria è corta e il passato vi si cancella presto». E che per l’uomo primitivo il passato e il futuro fossero idee vaghe e indeterminate, lo prova l’etimologia: il greco Ἠρι = domani è la stessa parola che l’Heri latino, che significa ieri; quindi come osserva profondamente il Marzolo, doveva esprimere in origine vagamente un tempo fuori dell’attuale, senza determinazione di passato o di futuro. Ora, con così vaga nozione dell’avvenire, è impossibile contrattare per un tempo futuro. Nei bambini poi noi possiamo osservare quella incapacità di godere idealmente della proprietà, che dovè esser comune un tempo a tutti gli uomini primitivi. Quando regalate loro un giuocattolo lo portano con sè da per tutto, a tavola, a passeggio, al teatro. Chi non ha visto una bambina addormentarsi con la bambola nuova tra le braccia? Quando li lasciano è segno che se ne sono stancati, o che anche quella sorgente di piacere è inaridita. Di più, se promettete loro qualche cosa, la vogliono immediatamente, e si mettono a piangere se debbono aspettare.

30.  Salvioli, Manuale del diritto italiano. — Torino, 1890.

31.  Macpherson, Report upon the Khonds of Ganjan and Cuttack. — Calcutta, 1842.

32.  Spencer, Princ. de sociologie. — Paris, 1883, vol. III.

33.  Houard, Anciennes lois franc., I, pag. 101.

34.  Vedi in Ducange, Anaticla, I, 415.

35.  Digest of Hindu Law, II, 488.

36.  Vedi Post, Studien zur Entwickelungsgeschichte des Familienrechts, Oldenburg und Leipzig, 1890, e il lucido riassunto del Colini (Un libro del dottor Post sullo sviluppo del diritto di famiglia) nel Bollettino della Società Geografica, marzo, 1891.

37.  Howitt, Trans. R. Soc. Victoria, pag. 118, in Colini.

38.  G. Ferrero, L’atavisme de la prostitution, in Revue scientifique, 30 luglio 1892.

39.  Reclus, Les primitifs. — Paris, 1885.

40.  Letourneau, L’évolution du mariage et de la famille. — Paris, 1888.

41.  Reclus, Les primitifs. — Paris, 1885, pag. 240.

42.  Vedi intorno a questo fenomeno e le sue cause Letourneau, L’évolution de la famille et du mariage, Paris, 1888. — Sumner Maine, Études sur les institutions anciennes, Paris, 1884. — A. H. Post, Studien zur Entwizelung der Familienrechts, Oldenburg und Leipzig, 1890.

43.  Grimm, Deuts. Rechtsalther, pag. 155.

44.  Beaumanoir, Cout. de Beauvoisis, cap. XVIII.

45.  Grimm, Poesie in Rechte, § 6.

46.  Il libro di Ruth, III, 9.

47.  L. H. Morgan, Ancient Society. — London, 1877, pag. 80-81.

48.  Chron. Cassin., II, 39.

49.  Spencer, Princ. de sociol., vol. III. — Paris, 1883.

50.  Si ricordi il palazzo di Tirinto, scoperto dallo Schliemann, chiuso da robustissime porte, accanto a cui si vedono ancora i posti delle guardie, e da cui era impossibile uscire senza il permesso del signore. — Vedi Schliemann, Tyrinthe, Paris, 1886.

51.  Leg. Willem, Noth. reg. Angl., cap. LXV.

52.  Rotari, cap. 224.

53.  Cont. du Nivernais, t. II, pag. 134.

54.  Sumner Maine, Études sur l’histoire des institutions primitives.

55.  L. 5, § 10, D. de oper. novi nunt. — L. 20, § 1, D. quod vi aut clam.

56.  Marzolo, Saggio sui segni. — Pisa, 1866.

57.  Bertillon, Les races sauvages. — Paris, 1883.

58.  Bancroft, The native races, etc.

59.  Letourneau, La sociologie d’après l’ethnographie. — Paris, 1884.

60.  Numeri, XV, 37, 38.

61.  Marzolo, Saggio, ecc.

62.  A. De Remusat, Recherches sur les langues tartares, pag. 65.

63.  Bertillon, op. cit.

64.  Journal Asiatique, aprile-maggio 1868.

65.  Giosuè, IV, 6-7.

66.  De Lanoye, L’homme sauvage. — Paris, 1873, pag. 41.

67.  Bouche, op. cit.

68.  I ladri sanno ancora sfruttare questo ferravecchio della storia della civiltà. Una loro forma di furto è quella di rubare in un club o in altro luogo, per es. il cappotto di una persona, di andare a casa sua e di inventare, che sono mandati dal padrone per prendere o una somma di denaro o qualche oggetto prezioso: la prova della loro missione sta appunto nel cappotto o altra cosa della persona, che essi hanno tra le mani.

69.  Sull’origine di questi simboli non parlo, perchè la questione è stata già risolta dallo Spencer, Principes de sociologie, vol. III, parte I. Io quindi mi sono ristretto a studiare l’uso fatto dei simboli, supponendone già nota al lettore la genesi.

70.  Bouche, op. cit.

71.  Greg. Turon, VII, 3.

72.  Si dirà che nel Medio-Evo si conosceva ben la scrittura. È vero: ma non basta possedere uno strumento, bisogna anche comprenderlo, conoscerlo bene e saperne usare; ora, nel Medio Evo la scrittura era uno strumento troppo complicato, perchè data la condizione generale della coltura, il suo uso potesse essere diffuso; era una tradizione della civiltà romana conservata, come tante altre, da un piccolo gruppo di persone, che quasi sempre furono i religiosi. «Durante molti secoli, scrive il Bukle, fu raro il veder un laico che sapesse leggere o scrivere» (Histoire de la civilisation en Angleterre, vol. I, pag. 348, Paris, 1881); e il Dowling (Introduction to the Critical Study of ecclesiastical History, 1838, pag. 56): «Gli scrittori erano quasi tutti ecclesiastici, e la letteratura null’altro che un esercizio religioso». Così i re merovingi non sapevano scrivere. Carta e inchiostro furono nel Medio Evo oggetti rarissimi; la carta, specialmente dopo che le invasioni saracene nella Sicilia resero difficili le comunicazioni con l’Egitto; i monaci dovettero inverniciare i loro codici per scrivervi su i loro salmi; e il Petrarca non trovò, più d’una volta, in città considerevoli della Francia, una goccia d’inchiostro per copiare codici latini. Di più, tanto è vero che la scrittura era poco capita in quei tempi, che noi troviamo certi manoscritti medioevali (es., parecchi del Sachsenspiegel), in cui sono intercalate figure che illustrano il testo e ne agevolano la comprensione, formando una vera mescolanza di scrittura e pictografia, quale noi la troviamo nei libri dei Batacchi (Bastian, Der Mensch in der Geschichte, Leipzig, 1861, vol. I. — Modigliani, Tra i Batacchi indipendenti, Roma, 1893).

73.  Michelet, Les origines du droit français cherchées dans les symboles et d’après les formules du droit universel. — Paris, 1892.

74.  Questa connessione è rivelata dalla parola gallese maes, che significa ager e curia (Vedi Leges Wallicae, II, 10, 11, 12).

75.  Ducange, Investitura, 1535. — Galland, Franc-allen, XX, 340.

76.  Per questo credo che le scritture mnemoniche abbiano precedute le scritture a disegno, sebbene popoli rozzissimi, e perfino le popolazioni preistoriche sapessero disegnare relativamente bene (Vedi Massenat, Matériaux pour l’histoire de l’homme primitif, 1869. — Joly, L’homme avant les métaux, Paris, 1879). Io credo che il disegno preesistè alla scrittura pictografica, cioè che il disegno non fu impiegato come mezzo di comunicazione tra gli individui, se non molto tempo dopo che era praticato all’ornamento delle armi, delle case, ecc. Difatti, dover graffire una scena di caccia o di pesca è minor fatica, che dovere esprimere con figure una idea determinata; perchè nel primo caso il disegnatore può scegliere e variare a piacere le figure, purchè nel complesso diano l’idea dello spettacolo che si vuol rappresentare; nel secondo invece è schiavo della sua idea e bisogna che cerchi quali figure proprie importino di più a far comprendere più esattamente a un estraneo la propria idea.

77.  Garlanda, La filosofia delle parole, Roma, 1890. — Marzolo, Brevissimo sunto sulla storia dell’origine dei caratteri alfabetici, Venezia, 1857. — Ascoli, Del nesso ario-semitico, Milano, 1864. — Lenormant, Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans l’ancien monde, Paris, 1872.

78.  Romanes, L’évolution mentale chez l’homme. — Paris, 1891.

79.  Spencer, Principes de sociologie, vol. I. — Paris, 1878, pag. 489.

80.  Marzolo, Monumenti storici rivelati dall’analisi delle parole, vol. I, Padova, 1847. — F. Steinthal, Die Mande-Neger Sprachen, psichologisch und phonetisch betrachtet, Berlin, 1867.

81.  Il Ribot, in alcuni suoi recenti e interessantissimi studi (Une enquête sur les variétés des concepts, in Revue scientifique, 3 settembre 1892), cercò di determinare che cosa si producesse nella coscienza, oltre il nome, quando si legge o si ascolta una parola astratta o generale. L’esperienza tentata su 900 individui diede questi risultati: nel 47% si produceva o una imagine concreta (per es., la parola legge richiamava l’idea dei giudici togati), o l’imagine ottica della parola stampata, o l’imagine acustica della parola pronunciata; il 53% rispose che in essi non si risvegliava nulla. Il Ribot osserva giustamente che questo niente deve essere qualche cosa e che con un’indagine più minuta si scoprirebbe: in ogni modo, ciò dimostra che deve essere uno stato di coscienza molto vago, se non si riesce a determinarlo con parole. Quindi una scrittura a disegno sarebbe almeno per questo 53% assai faticosa; e lo sarebbe egualmente, in quell’altro 47%, a quelli che appartengono, come dice il Ribot, al tipo visuale tipografico o al tipo uditivo.

82.  Lenormant, Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans le monde ancien. — Paris, 1872, vol. I, cap. I.

83.  Bopp, Glossarium sanscritum, Berolini, 1847. — Marzolo, Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola, Padova, 1847, vol. I. — Vignoli, Mito e Scienza, Milano (Bibl. scient. intern.).

84.  Grimm, Poesie im Recht, passim. — Eisenhart, Grundsätze des Deutschen Rechts in Spruchwörtern, Leipzig, 1822. — Lex Wisig., I, 8.

85.  Goethe (Maximen und reflexionen) e Carlyle (Sartor Resartus) notarono essi pure come l’imagine sia in origine un modo quasi naturale di esprimersi. G. Trezza, poi (Studi critici, Verona 1878, pag. 224), ha benissimo descritto il carattere imaginoso delle concezioni primitive: «Nello stato arcaico del sentimento, si mescono le forme delle cose e vi destano una impressione confusa, appunto perchè la natura vi si rivela in un modo confuso. È veramente una vasta metafora il modo con che la natura si riproduce nel sentimento mitologico. Tuttavia la metafora non era in quei tempi un processo consapevole, nato da una intuizione precisa delle analogie ideali tra le cose diverse, ma un istinto divino, che prorompeva dal sentimento stesso. La metafora ei la portava dentro di sè, lingua vivente di una coscienza impregnata di sensazioni vivacissime estranee». Senonchè, come si vede, la spiegazione che io do del fenomeno, è diversa da quella dell’illustre e compianto professore di Firenze. Anche il Max Müller, che sostiene, a torto o a ragione, esser la religione una vasta metafora primitiva, di cui si è perduto il significato, una malattia del linguaggio (diseased language), intuì bene, senza però spiegarla, la grande importanza della metafora nella psicologia primitiva dell’uomo. — Vedi, oltre le opere di Max Müller, Cox, The mithology of arian nations. — London, 1870.

86.  Pausania, Att., I, 23.

87.  Herod., VII, 225.

88.  Bouche, op. cit.

89.  Lefèvre, La religion. — Paris, 1892.

90.  Tylor, Civilisation primitive. — Paris, 1884.

91.  Bastian, Der Mensch in der Geschichte, vol. I, p. 265. — Leipzig, 1860.

92.  Marzolo, Brevissimo sunto della storia dell’origine dei caratteri alfabetici, pag. 15, Venezia, 1857. — Vedi in questo opuscolo, sunto d’una grande opera che rimase, pur troppo, come tante altre del sommo pensatore, inedita, le prove etimologiche di questa figliazione delle lettere alfabetiche dalle figure delle costellazioni.

93.  Sumner Maine, op. cit.

94.  Vedi in Spencer, Princ. de soc., vol. III, pag. 139 e seg., le prove che l’idea dello scambio è sconosciuta a molti popoli primitivi. In latino emere non significava originariamente, come notò il Muirhead, comprare per denaro, ma solo prendere, ricevere, acquistare (ved. in Festo, voc. redemptores). Quanto alla proprietà fondiaria, essa, come è noto, non esiste presso i popoli primitivi e anche i popoli civili non la conobbero che tardi: secondo Mayer, Die Rechte der Israeliten, Athoener und Römer. (I, 361) l’ebraico non ha parola per esprimere proprietà fondiaria: e secondo Mommsen «l’idea della proprietà non era presso gli antichi Romani associata al possesso delle cose immobiliari, ma solo al possesso degli schiavi e del bestiame». E l’origine della proprietà fondiaria fu la violenza. «Solo la forza — scrive lo Spencer — sotto una forma o sotto un’altra è la causa capace di obbligare i membri di una società a cedere il loro diritto al godimento comune del territorio che abitano. Ora è la forza di un aggressore esterno, ora quella di un aggressore interno...». (Principes de sociologie, vol. III, pag. 728, Paris, 1883). — Vedi anche in Loria, Analisi della proprietà capitalistica, vol. II, la lunga documentazione delle origini violente della proprietà fondiaria. Ricorderemo qui che praedium e praedari hanno comune etimologia, che hortus e haeredium derivano da una radice ghar che in sanscrito significava prendere, impadronirsi; che la lancia era presso i Romani il signum justi dominii.

95.  Spencer, Les bases de la morale évol., Paris, 1887, pag. 99. «Quando, come nelle società più rozze, non esiste ancora nè regola politica, nè regola religiosa, la causa principale che impedisce di soddisfare un desiderio quando si manifesta, è la coscienza dei mali che risulteranno dalla collera degli altri selvaggi, se la soddisfazione del desiderio è ottenuta a loro spese».

96.  Gianturco, Istituzioni di Diritto civile italiano. — Firenze, 1887, pag. 107.

97.  Houard, Anc. lois françaises, I, 378.

98.  Fraser’s Journey, II, pag. 372.

99.  Moerenhout, Voyage aux îles du Grand-Océan, II, pag. 68.

100.  Earle, Residence in New Zealand, pag. 244.

101.  Letourneau, L’évol. du mar., etc. — Paris, 1888.

102.  In Australia gli sforzi dei missionari per togliere il matrimonio per ratto trovarono opposizione, specialmente nelle donne (Letourneau, La sociologie, etc., Paris, 1884). Il sentimento dell’uomo riguardo al ratto dovè esser lungamente analogo a quello che noi troviamo tra gli Zulù rispetto alla compra della sposa. — Ratzel, Le razze umane, Torino, 1892, vol. I, pag. 387: «Soltanto la compra fa sentire la forza reciproca del vincolo matrimoniale; e marito e moglie non si riterrebbero uniti legalmente, se il marito non avesse dato o almeno promesso qualche cosa per averla. Un uomo poi si sentirebbe umiliato, se prendesse una moglie per niente».

103.  Dugmore, Kafir Laws and customs, pag. 37.

104.  Secondo il Muirhead, questa formola, riportataci da Gaio, è troppo vaga, e probabilmente il convenuto rispondeva provando il suo titolo.

105.  Buonamici, Delle «Legis actiones» nell’antico Diritto romano, Pisa, 1868. — Muirhead, Storia del Diritto romano, Milano, 1888.

106.  Vedi a questo proposito le belle osservazioni del Sumner Maine, Etudes, etc.

107.  «In loco iuxta fluvium pheterac» (Meichelbeck, Hist. frising., n. 368). «Actum super fluvium Moin in loco nuncupante Franconofurd» (Ried, Cod. dipl. Ratisb., n. 10, an. 794).

108.  «Acta sunt haec apud Velbach in littore laci turicini» (Neugart, Cod. dipl. Alleman., N. 1030, an. 1282).

109.  «Zu dem richtbrunnen an dem landtag bi stuhlingen» (Vegelin, II, 221, an. 1391).

110.  «Beim Born zu Pfungstatt» (Wenk, Hess. Gesch., I, 82).

111.  «Sein Gericht mag er (der Landrichter) setzen vor der Bruche» (Walch, Vermischte Beiträge zu den deutschen Recht, III, 257).

112.  Joinville, Hist. de S.-Louis, 1668, pag. 12 e 13.

113.  Spencer, Princ. de sociol., III, p. 665.

114.  Ellis, Polynesian Researches, tom. I, pag. 202, 203.

115.  Ardigò, Relatività della logica umana, nel III volume delle Opere filosofiche. — Padova, 1885.

116.  Reymond, Le arti figurative e un vecchio pregiudizio fisiologico sulla visione. — Torino, 1891.

117.  Spencer, I primi principii. — Milano, 1888.

118.  Bourget, Nouveaux essais de psychologie contemporaine.

119.  Lombroso, L’uomo di genio. — Torino, 1888.

120.  Krafft-Ebing, Psycopathia sexualis. — Stuttgart, 1889.

121.  Tylor, Forschüngen über die Urgeschichte der Menschheit, trad. ted., pag. 25.

122.  Garrick Mallery, Sign-Language among the North-American Indians (First annual Report of the Bureau of Ethnology. — Whashington, 1881).

123.  Reise der osterreichischen Fregatten Novara um die Erde-Linguisticher Theil, von dr. Friedrich Müller, Vien, 1867. — Marzolo, Monum. stor., ecc., vol. I.

124.  Spencer, Princ. de soc., vol. III. — Paris, 1883.

125.  Ducange, Investitura, III, 1531.

126.  Vedi in Spencer (Princ. de sociol., vol. III, chap. II, Paris, 1883) le prove sulla enorme diffusione del trofeo in tutte le razze.

127.  Op. cit.

128.  Chroniques de Monstrelet, vol. II, lib. I, chap. CVII, pag. 435.

129.  Floquet, Histoire du Parlem. de Normandie, vol. I, pag. 250-256.

130.  Bukle, Histoire de la civilisation en Angleterre, vol. III, pag. 294. — Paris, 1887.

131.  Vedi riguardo a questa polemica lo Spencer. Principes de sociologie, vol. I, Paris, 1878, ed il Guyau, L’irreligion de l’avenir, specialmente a pagine 26-38. — Paris, 1887.

132.  Spencer, Principes de psychologie, vol. I, pag. 302. — Paris, 1874.

133.  Hartmann, Die Philosophie, etc., nel capitolo: L’inconscio nell’intelligenza.

134.  Guyau, L’irréligion de l’avenir. — Paris, 1887.

135.  Id., id.

136.  Stephenson, invece, un giorno vedendo una sua locomotiva correre via rapida, esclamò: E dire che è il sole che la fa muovere (Ardigò, La formazione naturale nel fatto del sistema solare, Padova, 1884). — Ecco la differenza tra il ragionamento dell’uomo medio e il ragionamento del pensatore di genio: in quello le associazioni si restringono a quelle sensazioni che si sono più volte seguite nell’esperienza e che hanno lasciata una traccia di sè nella psiche in immagini o idee; in questo invece si formano da idee lontanissime e apparentemente senza alcun nesso. Ma non dimentichiamo che gli Stephenson e i Newton sono una eccezione nell’umanità, che nella sua massa è composta di ben altra stoffa di individui.

137.  Bertillon, Les races sauvages. — Paris, 1833.

138.  Revue politique et littéraire. — Paris, 1888.

139.  Niblack, The coast indians of soutern Alaska and northern british Columbia. — Washington, 1890.

140.  Marzolo, Saggio sui segni, pag. 37. — Pisa, 1866.

141.  La tradizione della ninfa Egeria e di Numa Pompilio rappresenta una variante del fenomeno. Siccome usualmente la massima parte degli uomini, non produce da sè le idee che ha, ma le riceve da altri, dai vecchi, dai creduti sapienti, ecc.; così si crede che quando uno ha un gran numero di idee le debba aver ricevute da un altro, da un essere superiore.

142.  Saggio sui segni.

143.  Lefèvre, La religion, pag. 538. — Paris, 1892.

144.  Tanzi, I germi del delirio. — Rivista sperimentale di freniatria e medicina legale, vol. XVI, fasc. I-II, Reggio Emilia, 1890.

145.  Marzolo, Saggio, ecc.

146.  Salvioli, op. cit.

147.  Binet, Etudes de psychologie expérimentale. — Paris, 1888.

148.  Genesi, XXVII.

149.  Questa idea non ha nulla di comune con quella del Loria, che (Analisi della proprietà capitalistica, vol. II) sostiene sì, essere la logica variabile, ma che le sue variazioni dipendono dalle condizioni diverse della terra libera. E cita il fatto che nelle età in cui la schiavitù è necessaria per le condizioni economiche, tutti gli scrittori ne sostengono la legittimità, mentre nelle età in cui non è più necessaria, è da tutti maledetta e dimostrata una infamia. Ma forse perchè Aristotile concludeva che la schiavitù non si poteva abolire, mentre Spencer tratterebbe di pazzo chi volesse ricostituirla, si può dire che i processi logici con cui l’uno e l’altro arrivano alle diverse conclusioni siano differenti? Ma sono le premesse che differiscono, il punto di vista, i dati della questione e quindi anche le conclusioni, non la maniera di ragionare: il sillogismo funziona nel cervello dell’uno come in quello dell’altro. Invece non funziona nello stesso modo nel cervello di Aristotile e in quello di un ragazzo o di un selvaggio: così tra l’altro il Marzolo dimostrò che il post hoc ergo propter hoc, eresia immensa nella logica ideale, è una vera legge del ragionamento come si fa dai bambini, dai selvaggi, e ancor oggi dagli uomini più rozzi (Vedi quella bellissima memoria che è il saggio forse più stupendo scritto sin qui sulla psicologia dell’uomo inferiore: Marzolo, Delle disposizioni originarie soggettive dell’uomo e degli effetti loro, Milano, 1862). La logica è una funzione del cervello; e può solo variare, come tutte le funzioni, secondo il variare dell’organo.

150.  Spencer, Principes de sociologie, vol. III.

151.  Spencer, Istituzioni ecclesiastiche. — Città di Castello, 1886.

152.  Draper, Histoire du développement intellectuel et moral de l’Europe. — Paris, 1868-69, vol. II.

153.  Michelet, Les symboles, etc.

154.  Spencer, Principes de sociologie, vol. III.

155.  Id., id.

156.  Di qui dipende l’intenso ma ristretto altruismo dei membri di molte tribù, uno rispetto all’altro; il che però non esclude la più assoluta ferocia riguardo agli stranieri. Vedi l’articolo del principe Krapotkine: L’appui mutuel chez les sauvages, nella Société nouvelle, gennaio 1893.

157.  Bouche, op. cit.

158.  Alongi, La camorra, Torino, 1890.

159.  Arch. di psichiatria e scienze penali, 1880, fasc. II. Vedi questo intaglio riprodotto nell’Uomo di genio, tav. VII.

160.  Spencer, La giustizia. — Città di Castello, 1893, pag. 48-49.

161.  Sumner Maine, Ancient Law, pag. 76-7, 3ª ediz. (Citato da Spencer).

162.  Giornale La Lombardia, 15 marzo 1893.

163.  Journal du Palais, t. LXXVII, pag. 824.

164.  In un lavoro che avrà forse per titolo: La formazione naturale della giustizia; l’espressione dell’Ardigò formazione naturale parendomi, almeno in questa materia, più esatta che l’altra evoluzione dello Spencer.