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La sesta crociata / ovvero l'istoria della santa vita e delle grandi cavallerie di re Luigi IX di Francia cover

La sesta crociata / ovvero l'istoria della santa vita e delle grandi cavallerie di re Luigi IX di Francia

Chapter 79: INDICE
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About This Book

A close companion offers an eyewitness chronicle of a devout medieval monarch, blending detailed reports of crusading expeditions and battlefield operations with intimate observation. The narrative relates military campaigns, sieges, hardships, and leadership decisions while also recording anecdotes of court life, chivalric behavior, diplomatic exchanges, and the administration of justice. Recurrent attention is given to the ruler’s piety, personal austerity, and moral reasoning, and reflective passages interpret events in religious and ethical terms. The work balances action and meditation to present both practical military detail and a portrait of leadership shaped by spiritual conviction.

Capitolo LXVII. Come ’l Santo Re riprendesse la Croce maluriosamente, e come fosse condotto in fin di vita appresso Tunisi.

Appresso tutte le suddette cose, il Re mandò tutti i Baroni di suo Reame per andare a lui in Parigi in un tempo di Quaresima[89] e similmente m’inviò egli a cherère a Gionville, di che io mi pensai a bastanza scusato del venire per una febbre quartana che io aveva: ma egli mi mandò che aveva assai genti che sapevano dar guarigione della quartana, e che per tutto l’amore ch’io gli portava, andassi a Parigi, ciò che io feci a mio gran disagio. E quando fui là, unqua non potei sapere perchè avesse così mandati tutti li gran Signori di suo Reame. Allora avvenne che il giorno della festa di Nostra Donna in marzo io m’addormentai a mattutino: e nel mio dormire mi fu avviso ch’io vedeva il Re a ginocchi davanti uno altare, e ch’egli ci avea molti Prelati che il rivestivano di una pianeta rossa, la quale era di sargia rensa. E tantosto ch’io fui isveglio raccontai la visione a un mio Cappellano, ch’era uomo molto savio, il quale mi disse che ’l Re si crocerebbe la dimane. Ed io gli domandai come egli lo sapeva? ed egli mi rispose che per lo mio sogno ed avviso, e che la pianeta rossa, ch’io gli aveva veduto mettere su, significava la Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, la quale fu rossa del prezioso suo sangue ch’elli isparse per noi, e similmente che la pianeta, sendo di sargia rensa, ne accadrebbe che la Crociata non sarebbe punto gloriosa e di gesta grande.

Ora egli avvenne veramente che la dimane il Re e li tre suoi figliuoli si crociarono, e fu la Crociata di poco uscimento tutto così come il mio Cappellano m’avea recitato il giorno innanzi, per che io credo ch’egli allora avesse spirito profetale. Ciò fatto il Re di Francia e ’l Re di Navarra, mi pressarono forte di crociarmi, e d’imprender di nuovo con essi il santo pellegrinaggio della Croce, ma io loro risposi che in quel tanto ch’io era stato oltre mare al servizio di Dio, le genti ed officiali del Re di Francia avevano troppo gravati ed oppressi i miei sudditi, sicchè ne erano essi appoveriti talmente che giammai non sarebbe ch’essi e me non ce ne risentissimo dolorosamente. Pertanto vedeva aperto che s’io mi mettessi da capo al pellegrinaggio della Croce ciò sarebbe la totale distruzione dei suddetti miei poveri sudditi: il che per diritto non doveva soffrire. Poscia udii dire a molti che quegli che gli consigliarono la intrapresa della Croce fecero un molto gran male e peccarono mortalmente. Perchè, mentre ch’egli fu nel Reame di Francia, tutto il Reame stesso viveva in pace, e vi regnava giustizia; e incontanente ch’egli ne fu fuora, tutto cominciò a declinare ed a volgere in peggio. Per altra via fecero essi un gran male, perchè il buon Signore era così fievole e debilitato di sua persona ch’egli non poteva soffrire nè portare alcun arnese sopra il suo corpo, nè durare all’essere lungamente a cavallo: e mi convenne una fiata portarlo tra le mie braccia dalla magione del Conte di Alserra sino ai Cordiglieri, quando mettemmo piede a terra al nostro rivenir d’oltre mare. Del cammino ch’e’ prese per andar sino a Tunisi io non ne scriverò niente, perciò ch’io non vi fui punto, e non voglio mettere per iscritto in questo libro alcuna cosa della quale io non sia affatto certificato. Ma noi diremo brievemente del buon Re San Luigi che, quando egli fu a Tunisi davanti il Castello di Cartagine, una malattia di flusso di ventre lo prese. E parimente a Monsignor Filippo suo figlio primo nato prese la detta menagione colle febbri quartane. Il buon Re dovette darsi al letto, e ben conobbe ch’egli doveva decedere di questo mondo nell’altro. Allora appellò i suoi figliuoli, e quando furono davanti a lui, egli addirizzò la parola al suo figlio primo-nato e diedegli degl’insegnamenti che gli comandò guardare come per testamento, e come sua reda principale. Li quali insegnamenti io ho udito dire che il buon Re medesimo li scrisse di sua propria mano, e son tali.

Capitolo LXVIII. Dei santi ed ultimi ammaestramenti ch’esso diede al figliuolo.

«Bel figlio, la primiera cosa che t’insegno e ti comando a guardare si è che di tutto tuo cuore, e sovra tutte cose tu ami Dio, perchè senza ciò null’uomo non può esser salvato; e guardati bene di far cosa che a lui dispiaccia, cioè guardati di peccato: giacchè tu dovresti piuttosto desiderar di soffrire tutte maniere di tormenti, che di peccare mortalmente. Se Iddio t’invia avversità ricevila benignamente, e rendigliene grazie, e pensa che tu l’hai ben meritata, e che il tutto ti ritornerà a prò. S’Egli ti dona prosperità sì ringrazianelo umilmente, e guarda che per ciò tu non ne impeggiori per orgoglio o altrimenti: poichè non si dee mica muover guerra a Dio coi doni ch’egli ci ha fatto. Confessati sovente ed eleggi Confessore idoneo che produomo sia, e che ti possa securamente insegnare a fare le cose che sono necessarie per la salute dell’anima tua, ed altresì quelle da cui tu devi guardarti; e fa d’esser tale che i Confessori tuoi, i tuoi parenti e famigliari ti possano così arditamente riprendere del male che tu arai fatto, siccome apprenderti il bene ch’era da farsi. Ascolta il servigio di Dio e di Nostra Madre Santa Chiesa devotamente e di cuore e di bocca (e per ispeciale alla Messa dappoi che la consecrazione del Santo Corpo di Nostro Signore sarà fatta) senza celiare od ammiccare con altrui. Abbi il cuor dolce e pietoso ai poveri, e li conforta ed aiuta in ciò che potrai. Mantieni le buone Costume del tuo Reame, ed abbassa e correggi le malvage. Guardati della troppo gran cupidigia, e non buttar su al tuo popolo troppo grandi taglie e sussidii, se ciò non fusse per invincibile nicissità e pel tuo Reame difendere. Se tu hai alcun misagio in tuo cuore, dillo incontanente al tuo Confessore, o ad alcuna buona persona che non sia punto piena di villane parole, ma le abbia soavi e amorevoli, e così leggermente porrai portare il tuo male, per lo riconforto che l’uomo savio ed ammisurato ti donerà. Prenditi ben guardia che tu aggia in tua compagnia genti probe e leali, le quali non siano punto piene di cupidigia, sieno esse religiose, secolari o altrimente. Fuggi la compagnia dei malvagi, ed isforzati d’ascoltare le parole di Dio, e le ritieni in tuo cuore. Procaccia continuamente preghiere, orazioni e perdoni. Ama il tuo onore. Guardati dal soffrire colui che sia sì ardito di dire davanti à te parola alcuna, la quale sia cominciamento d’ismuovere chicchessia a peccato, o che maledica d’altrui assente o presente per detrazione. Non soffrire che alcuna villana cosa sia detta di Dio, della sua degna Madre, o dei Santi o Sante. Sovente ringrazia Dio dei beni e della prosperità ch’egli sarà per donarti. Fa drittura e giustizia a ciascuno tanto al povero come al ricco. A tuoi servitori sii leale, e munifico, ma fermo e non voltabile di parola, acciò ch’essi ti temano ed amino come loro Signore. Se controversia nasce, od azione alcuna viene intentata, fanne inquisizione fino a raggiugnere la verità, sia che questa ti favorisca o ti contrarii. Se tu sei avvertito di avere alcuna cosa d’altri, sia per fatto tuo, sia de’ tuoi predecessori, qualora ne venga certificato, rendila incontanente. Riguarda con tutta diligenza se le genti a te soggette vivono in pace ed in drittura, e specialmente nelle buone ville e cittadi. Mantieni loro le franchigie e libertà, nelle quali i tuoi antenati le hanno mantenute e guardate, e tienile in favore ed amore: giacchè per la ricchezza e possanza delle tue buone cittadi i tuoi nemici ed avversarii si dotteranno d’assalirti e di misprendere inverso di te, e per ispeciale i tuoi Pari, i tuoi Baroni, ed altri simiglianti. Ama ed onora tutte le genti di Chiesa e di Religione, e guarda bene che non loro togliessi li redditi, i doni, e le elemosine che i tuoi antenati e predecessori hanno lasciato o donato alle medesime. Si racconta del Re Filippo mio avo che una fiata l’uno de’ suoi Consiglieri gli disse che le genti di Chiesa gli facevano perdere ed amminuire i diritti, le libertà, non che le giustizie sue, e che era gran meraviglia ch’egli il sofferisse così. E il Re mio Avo gli rispose ch’egli il credeva bene altresì, ma che Dio gli avea fatti tanti beni e tante gratuità donate, ch’egli amava meglio perdere alcun poco di suo podere che piatire e contendere colle genti di Chiesa Santa. A tuo Padre e a tua Madre porta onore e reverenza, e guardati dal corrucciarli per disobbedienza de’ loro buoni comandamenti. Dona i beneficii che ti apparterranno a persone buone e di netta vita, e sì fallo per lo consiglio di uomini probi e savi. Guardati dallo ismuover guerra Contra Cristiani senza grande consilio, e solo allorchè altrimenti tu non ci possa ovviare: e se guerra ci avrai, risparmiane le genti di Chiesa, e coloro che in niente non ti avranno misfatto. Se guerra o dibattimento insorga tra i tuoi soggetti, pacificali al più tosto che tu potrai. Prendi guardia sovente a’ tuoi Balivi, Preposti, ed altri Officiali, ed inchiedili di lor governo, affinchè se cosa v’ha in essi a riprendere che tu lo faccia. Pon mente gelosa che qualche villano peccato non s’immetta nel tuo Reame, e principalmente blasfemo e resìa, e s’alcuno ve ne rampolla fallo togliere e strappar via. Tien modo che tu faccia nella tua Magione spendio ragionevole ed ammisurato. Supplico poi io a te, figliuol mio, che dopo il mio fine aggia sovvenenza di me e della povera anima mia, sicchè ne la voglia soccorrere per messe, orazioni, preghiere, limosine e buoni fatti in tutto il Reame, e mettimi in parte e porzione di tutti li beneficii e sante opere che tu farai: ed io dono a te tutta la benedizione che giammai Padre può donare a figliuolo, pregando umilmente alla Santissima Trinità del Paradiso al Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo, sicchè ti guardi e difenda da tutti i mali, e per ispeciale dal morire in peccato mortale; acciò che noi possiamo una fiata, appresso questa breve vita mortale, essere insieme davanti a Dio, a rendergli grazie e lodi senza fine nel suo vero e non perituro Reame del Paradiso. Amen.»

Capitolo LXIX. Della santa morte del Santo Re, e come fu poscia annoverato tra Confessori della Fede.

Quando il buon Re San Luigi ebbe così insegnato ed indottrinato Monsignor Filippo suo primogenito, ed in lui tutti gli altri figliuoli suoi, la malattia che il premeva cominciò tosto a crescere duramente. Ed allora domandò i Sagramenti di Santa Chiesa, che gli furono amministrati in sua piena conoscenza, buon senno e ferma memoria. E bene ciò apparve perchè, quando lo misero in estrema unzione, e dissero i sette Salmi di penitenza, egli medesimo rispondeva i versetti dei detti Salmi insieme cogli altri che accompagnavano il Prete in quell’ultimo pietoso officio. E udii poscia dire a Monsignore il Conte d’Alansone suo figliuolo, che sentendosi il buon Re approssimare alla morte s’isforzava d’appellare i Santi e Sante del Paradiso perchè il venissero âtare e soccorrere a quel trapasso: e per ispeciale evocava egli Monsignore San Jacopo, in dicendo la sua orazione che comincia: Esto, Domine. Anche Monsignor San Dionigi appellò egli, recitando la sua orazione, la quale in sentenza dice così: Sire Iddio, donaci grazia di poter disprezzare e mettere in obblìo le proprietà di questo mondo, sicchè incontriamo senza dottanza qualsivoglia avversitade. Finalmente, dopo aver richiamato anche Madama Santa Geneviefa, si fece istendere sovra un letto coverto di ceneri, fece croce sul petto delle sue braccia; e così, riguardando tuttavia verso il cielo, rese in un suave sospiro la benedetta anima al suo Creatore, a tale ora medesima in che Nostro Signore Gesù Cristo rese lo Spirito al Padre in su l’albero della Croce per la salute di tutti i popoli.[90]

Pietosa cosa è veramente e degna di largo pianto il trapassamento di questo Santo Principe, il quale sì santamente ha vissuto, e bene ha guardato suo Reame, e che tanto di buone ovre ha fatto in verso Dio. Perchè, così come il dittatore vuole alluminato il suo Libro in oro smagliante ed in colori gai per farlo più bello e onorato, simigliantemente il buon Santo Re ebbe alluminato e fregiato la vita sua ed il suo regno per le grandi limosine, e pei Monasterii e Chiese ch’egli ha fatto e fondato in suo vivente, ove Dio è al dì d’oggi lodato ed onorato notte e giorno. La domane della festa di Santo Bartolomeo Apostolo trapassò egli di questo secolo nell’altro, e ne fu poscia apportato il corpo in Francia a San Dionigi, e là fu soppellito nel luogo ove egli avea già da tempo eletta la sua sepoltura: al qual luogo Dio misericordioso, per le preghiere di lui, ha permesso sien fatti molti e belli miracoli.

Tosto appresso per lo comandamento del Santo Padre di Roma venne un Prelato a Parigi che fu lo Arcivescovo di Roano, ed uno altro Vescovo con lui, e se ne andarono a San Dionigi, al qual luogo essi furono lungo tempo per inchiedervisi della vita, delle opere e dei miracoli del buon Re San Luigi. E mi mandarono che venissi a loro, e là fui per due giorni per ch’io loro isponessi tutto ciò che sapeva. E quand’essi si furono per tutto bene e diligentemente inchiesti d’esso buon Re, ne riportarono in Corte di Roma tutto l’inchierimento. Lo quale bene veduto, ed a buon diritto esaminato, funne il nostro buon Re per solenne dicreto messo nel novero dei Confessori della Fede[91]. Donde gran gioia fu e dovè essere per tutto il Reame di Francia, e molto grande onore ne venne a tutto il suo lignaggio, e sì veramente a coloro che lo vorranno imitare, mentre sarà a gran disonore di quelli di suo lignaggio che non imitandolo, saranno mostri col dito, e si dirà di loro: che giammai il buon Sant’Uomo arebbe fatta tale malvagità o villanìa.

Appresso che queste buone novelle furono venute di Roma, il Re donò ed assegnò giornata per levare il Santo Corpo. L’Arcivescovo che fu di Reims, e Messer Errico di Villiere che altresì fu Arcivescovo di Lione lo portarono primi, e più altri Arcivescovi e Vescovi il portarono dappoi, de’ quali io non so i nomi. Appresso ch’e’ fu levato Frate Giovanni di Semuro lo predicò davanti il popolo, e tra gli altri suoi buoni fatti rammentò sovente una cosa ch’io gli avea detto del buon Re: cioè la grande sua lealtà, perchè, com’io ho mentovato davanti, quando egli avea alcuna cosa promessa della sua sola e semplice parola ai Saracini nel viaggio d’oltremare, non ci avea rimedio che non la tenesse loro a qualunque costo, od a perdita qualsivoglia. Predicò similmente il detto Frate Giovanni tutte le parti della sua vita com’elleno per me sono state già scritte. E tantosto che il Sermone fu finito, il Re novello ed i fratelli suoi riportarono il corpo del Re loro padre nella detta Chiesa di San Dionigi con l’aita del loro lignaggio, per onorare così quel corpo che tanto onore apporta loro, ed apporterà per lo avvenire se per essi non farà difetto il proposito di seguitarne i precetti.

Capitolo LXX. Un’ultima parola sul caro e santo mio Re.

E qui finirebbe il conto s’io non volessi anche aggiungere qualche cosa in onore del mio buon Re San Luigi. Sappiate dunque che, sendo io nella mia Cappella a Gionville, egli mi fu avviso ad un cotal dì, nel quale era tutto insonnolito, ch’e’ mi venisse davanti molto gioioso, e ch’io parimente fossi assai lieto di vederlo nel mio castello, e che poi gli dicessi: Sire, quando voi vi partirete di qui, io vi menerò alloggiare in un altro mio maniere che io ho a Cheviglione: ed anche m’era tuttavia avviso ch’egli mi rispondesse in ridendo: Sire di Gionville, per la fe’ che vi deggio, già non mi partirò io sì tosto di qui, poi che vi sono a mio agio. Quando io mi svegliai pensai allora in me, che certo era il piacere di Dio e di Lui ch’io lo albergassi nella mia Cappella; perchè senza più vi ho fatto fare un altare altresì in onore di Dio e di Lui, e vi ho stabilito, e bene fondato una Messa perpetua per ciascun giorno dell’anno. E queste cose ho io rammentate a Monsignor Luigi suo figliuolo[92] affinchè, facendo il grado di Dio, io possa avere qualche parte delle reliquie del vero Corpo di Monsignore che fu mio buon Re, per tenerla nella mia Cappella a Gionville, sicchè quelli che vi vedranno il suo altare possano avere insieme a quel caro e buon Santo una maggior divozione.

E qui finendo veramente faccio assapere a tutti i lettori di questo Libro che le cose, ch’io dico aver vedute e sapute di lui, sono al tutto veraci e fermamente le deggiono credere. E le altre cose, ch’io non testimonio se non per udita, prendanle in buon senso, se a loro piace. E qui pure prego a Dio che per la inframmessa di Monsignore San Luigi, gli piaccia donarci ciò ch’elli sa esserci necessario alla salute del corpo, e più assai alla salute dell’anima nostra. Amen.

INDICE

L’Editore Gaetano Romagnoli al Lettore benevolo a facce V
Lezione Preliminare IX
 
Prologo 1
 
PARTE PRIMA.
 
Capitoli.
I. Di alcune sante parole che ’l buon Re disse a me e ad altri 3
II. Di due questioni che ’l buon santo Re m’indirizzò 6
III. Qui conta di Maestro Roberto di Sorbona 9
IV. Di due insegnamenti che ’l Re mi diede 13
V. Anche della stessa materia e del governo della sua vita 18
VI. Di un insegnamento che un buon Cordigliere diede al Re, e come ’l Re non l’obbliasse punto 20
VII. Come ’l buon Re sapesse all’uopo difendere i laici da oltraggio, e come fusse leale e fino guardatore di giustizia e di pace 22
 
PARTE SECONDA.
 
I. Della nascita e coronazione del buon Re, e quando portò arme primamente 27
II. Qui conta come seguitò la guerra dei Baroni di Francia e come ’l Re la menò a suo prode e ne seguì pace 32
III. Ove per inframmessa si tocca del Conte Errico di Sciampagna e di Artaldo di Nogente il ricco borghese 36
IV. Della gran Corte che ’l Re bandì a Salmuro, poi della fellonia del Conte della Marca, e come questi ne fu punito 39
V. Perchè e come il buon Re si crociò, e come con esso presi io anche la Croce 42
VI. Come prendemmo il mare a Marsilia, e come si navicò sino a Cipri 47
VII. Di ciò che avvenne nel nostro soggiorno in Cipri 49
VIII. Dove si parla per inframmessa dei Soldani d’Oltremare 52
IX. Come ci ismovemmo di Cipri e venimmo in vista di Damiata in Egitto 55
X. Come si ferì alla terra contro lo sforzo de’ Saracini, e perchè questi fuggironsi e ci lasciarono Damiata 58
XI. Dell’obblio in che fu lasciata la grazia fattaci da Dio nel donarci Damiata 62
XII. Di ciò che avvenne sino a che stemmo a campo presso Damiata 66
XIII. Come movemmo da Damiata per a Babilonia secondo l’avviso malarioso del Conte d’Artese 70
XIV. Qui tocca il conto dello fiume meraviglioso d’Egitto che l’uomo dice Nilo 73
XV. Come ci arrestammo davanti il fiume di Rosetta, e di ciò che ’l Re vi dispose, e lo nuovo Almirante vi contrappose 75
XVI. Come la Petriera e gl’ingegni de’ Saracini, gittando il fuoco greco, abbruciassono due fiate i nostri Gatti incastellati 79
XVII. Qui conta del passaggio a guado del fiume di Rosetta 84
XVIII. Della battaglia che ne seguì oltre ’l fiume, ove fue morto il Conte d’Artese 85
XIX. Anche della battaglia e delle grandi cavallerie che vi fece Monsignore lo Re 90
XX. Come io, a buona compagnia, difendessi un ponticello perchè ’l Re non ne venisse accerchiato dai Saracini 94
XXI. Qui per inframmessa si conta de’ Beduini e di loro condizioni 100
XXII. Di ciò che avvenne dopo che ci fummo riparati agli alloggiamenti 102
XXIII. Come i Saracini fecero un nuovo Capitano, e come questi li dispose ad assaltare i nostri alloggiamenti 105
XXIV. Qui si conta lo assalto dato a tutte le nostre battaglie 108
XXV. Nel quale s’inframmette discorso delle varie genti d’arme del Soldano, e de’ suoi Cavalieri della Halcqua 114
XXVI. Come a Babilonia venne uno nuovo Soldano, e come entrò nell’oste nostra una fiera pistolenza 118
XXVII. Come per lo gran disagio della pistolenza il Re pose di torsi dalla via di Babilonia, e di alcune mie speciali incidenze 121
XXVIII. Qui conta del vano parlamento per pace fare tra ’l Re e ’l Soldano, e della nostra ritratta verso Damiata 121
XXIX. Ove si mette per conto la fazione e maniera come fu preso il buon santo Re 127
XXX. Come io fussi preso e condotto in fine di vita, e poi guarito per un beveraggio datomi da un buon Saracino 130
XXXI. Di quello avvenne dopo la mia guarigione, e come fui menato là dove erano le genti del Re 135
XXXII. Come fu menato il Trattato per la diliveranza del Re e nostra 138
XXXIII. Come appresso il Trattato si approdò alla nuova Albergheria del Soldano, e come gli Almiranti si giuraro contra di lui 143
XXXIV. Come i Cavalieri della Halcqua uccisono il Soldano di Babilonia 146
XXXV. Del male che ci avvenne dopo che ’l Soldano fue ucciso, e delle nuove convenenze giurate cogli Almiranti 148
XXXVI. Come fummo fatti scendere a valle sino a Damiata, e come questa fue resa ai Saracini 153
XXXVII. Come dopo lunga disputazione fummo finalmente diliverati di prigionia 155
XXXVIII. Qui conta come fu lealmente pagato il tanto del riscatto pattuito, e come femmo vela per Acri di Soria 158
XXXIX. Ove si fa incidenza per contare alquanti fatti che ci avvennero in Egitto e ch’erano stati intralasciati 161
XXXX. Di ciò che avvenne in Damiata alla buona Dama Madonna la Reina 164
XXXXI. Qui dice il conto come ’l Re sofferse disagio in nave, e come io ebbi in Acri molte tribolazioni 166
XXXXII. Come ’l Re tenne consiglio del ritornare in Francia, o del rimanere in Terra Santa, e come s’attenne al rimanere 168
XXXXIII. Come ’l Re tenne a suo spendio me e la mia bandiera sino al tempo di Pasqua a venire 174
XXXXIV. Di tre Imbasciate che vennero al Re in Acri 177
XXXXV. Nel quale si ritrae ciò che Frate Ivo il Bretone raccontò del Veglio della Montagna 181
XXXXVI. Come ’l buon Re ponesse condizioni di tregua ed alleanza cogli Almiranti contro il Soldano di Damasco, e come gli Almiranti sapessero non menarle a conchiusione 184
XXXXVII. Dove si fa incidenza per porre in conto ciò che i nostri Messaggeri ritrassono dei Tartarini e del loro Gran Re 187
XXXXVIII. Di alcuni Cavalieri stranii che vennero al Re a Cesarea, e di ciò ch’e’ feciono e di ciò ch’e’ raccontarono 195
XXXXIX. Delle nuove convenenze ch’io feci col Re appresso la Pasqua venuta, e delle Giustizie che vidi fare a Cesarea 198
L. Delle tregue ed alleanze cogli Almiranti d’Egitto contro il Soldano di Damasco, le quali tuttavia non approdaro a compimento, e di ciò che avvenne sotto Giaffa 201
LI. Ove si conta per inframmessa del buon Conte di Giaffa Messer Gualtieri di Brienne, delle sue cavallerie, e della sua pietosa morte 205
LII Come si fu pace tra ’l Soldano di Damasco e gli Almiranti d’Egitto, e come noi non avemmo più con nissun di loro nè triegua, nè pace 210
LIII. Come i Turchi di Damasco vennero davanti Acri, e poi, partitisine, assalirono Saetta e la misero a distruzione 212
LIV. Come ’l buon Re s’astenesse dello andare a Gerusalemme a maniera di pellegrino 215
LV. Delle munizioni e difese che ’l Re fece a Giaffa ed a Saetta, e di ciò che avvenne nel frattempo 218
LVI. Come assalimmo la città di Belinas, e del pericolo nel quale fui capitanando la prima battaglia del Re 221
LVII. Del pellegrinaggio a Nostra Donna di Tortosa, e come avvenne che la Reina s’agginocchiasse davanti i miei camelotti 226
LVIII. Come ’l buon Re, saputa la morte di Madama sua Madre, accogliesse il pensiero di ritornare in Francia 229
LIX. Come col Re femmo vela per ritornare in Francia, e delle malenanze che c’incolsero presso Cipri 232
LX. Di ciò che vedemmo nell’Isola di Lampadusa, e di un bello miracolo di Nostra Donna di Valverde 240
LXI. Come finalmente scendemmo a porto di Yeres in terra di Provenza, e di ciò che ivi avvenne 242
LXII. Nel quale si ritrae come io mi scompagnassi dal buon Re, e come ponessi opera al maritaggio del Re di Navarra 246
LXIII. Come ’l buon Re si reggesse dopo ’l suo ritorno di Terra Santa, e come fusse troppo grande amadore di pace 247
LXIV. Come amasse lo onore di Dio e de’ Santi, e di altre sue sante costume 251
LXV. De’ buoni Stabilimenti ch’e’ fece, e del prò ritrattone dal Reame 254
LXVI. Come fusse largo ed allegro elemosiniere 259
LXVII. Come ’l Santo Re riprendesse la Croce maluriosamente, e come fusse condotto in fin di vita appresso Tunisi 261
LXVIII. De’ santi ed ultimi ammaestramenti ch’esso diede al figliuolo 263
LXIX. Della santa morte del Santo Re, e come fu poscia annoverato tra’ Confessori della Fede 267
LXX. Un’ultima parola sul caro e Santo mio Re 271

NOTE:

1.  Questa Lezione fu recitata dall’A. in una tornata Accademica nel 1840 circa, e poi stampata nel 1843.

2.  Queste cose furono da me in seguito più ampiamente sviluppate nel discorso premesso al Glossario Etimologico Modenese.

3.  Alla lettera: la Carlone a viso fiero, ossia, compiendo la frase: la spada di Carlo dal viso fiero.

4.  All’impugnatura d’oro, o com’altri vogliono, d’oro puro.

5.  Cioè: le vostre arme, alla siciliana per anime.

6.  Vedi Journal des Savans. Octobre 1816, p. 88 ecc. Grammaire Romane ch. II, p. 26.

7.  Effettivamente nello stesso anno 1843 io pubblicava il testo rammendato del Vidale, e nel titoletto iniziale aggiungeva di pubblicarlo per la prima volta su una copia estratta da un Codice Laurenziano. Questa malaugurata frase per la prima volta eccitava l’ira di M. F. Guessard, il quale aveva tre anni prima dato fuori la Grammatichetta di Raimondo nella allora recente ed a me ignota Collezione intitolata Bibliothèque de l’École des Chartes, togliendola da un Ms. Parigino della Mazzarina. Questi mi accusava di plagio, un Giornale Italiano aggravava le accuse, e così finalmente mi vedeva costretto a dar fuori quella Difesa, che è uscita in Modena in 4 Capitoli nei Tomi III e IV del Giornale intitolato Opuscoli Religiosi, Letterarii e Morali.

8.  L’esatta traduzione di questi tratti del Vidale è da vedersi nella succitata Difesa, di cui il volgarizzamento della nostra Grammatica Limosina forma appunto il 4. Capitolo.

9.  Ed a questo tratto è luogo di dire come in lingua d’oil, poote, non poole, era contrazione di poosteiz; per cui hons de poote si chiamavano gli uomini liberi, sui juris, cioè che avevano podestà di sè medesimi. Ecco pertanto come la voce Potta, pel Magistrato che era detto Potestas, non era poi così singolare a noi modenesi quanto taluni han voluto far credere, ed ecco ancora come essa sarà stata contrazione, non di podestà ma di podèsta. Per accertarsi poi come anche sotto i Cesari i Magistrati delle minori Città si dicessero Podestà, si vedano Giuvenale al v. 100 della Satira X, Svetonio in Claudio al cap. 23 e Plinio al cap. 8 del lib. IX.

10.  Si legge nella Preghiera alla Vergine. Rayn. T. 2 facc. 136.

E c’el non la ’n crees,

E don frut no manjes,

Ja no murira hom

Chi ames Nostre Don.

cioè — E s’egli (Adamo) non ne la credesse, e del frutto non mangiasse, già non morrebbe uomo che amasse Nostro Signore. — Da questo Don vocalizzato avemmo Donno, per riscontro a Donna quando, vale Domina, non fœmina. Così nell’antico poema su Boezio:

Dona fo Boecis; corpo og bo e pro,

— Signore, cioè Patrizio, fu Boezio, corpo ebbe buono e prò — Da questo donz uscì poi col solito aumento quel dongione che, applicato a torre, valse torre maestra, o dominicale, nella quale cioè si teneva il Donno od il Castellano.

11.  In Occitanico am tutto solo fece l’officio di ambo: perciò, tug silh d’ams los regnatz, significò tutti quelli d’ambi i regni.

12.  Perchè ciò sia chiaro a ciascuno, bisognerà ch’esso rimonti col pensiero a que’ tempi poveri, ne’ quali l’uso non ancora rinovatosi dei cortili o cavedii lasciava i manieri dei liberi privi di vuoti nel mezzo e senza palchi sovrapposti. Una lunga e spaziosa camminata li attraversava, e quattro porte aperte in essa a riscontro, due per ogni lato, menavano appunto alle quattro parti in che si divideva tutta l’abitazione; rassomigliando così senza molta differenza alla maggior parte dei presenti nostri Casini di campagna. V. il Dialogo del Tasso intitolato: Il Padre di famiglia.

13.  Il discorso delle voci numerali mi fa sovvenire, e porre qui per fuor d’opera, come Virgilio scrivesse nel X dell’Eneide quam quisque secat spem, per sequat; dalla quale antica scrittura del verbo vennero poi sectores e secta per sequitores et sequuta; che però, stante lo scambio avvertito, il sequior latino sarà lo stesso di quel sector comparativo di cui non si conosce il positivo, il quale forse potrebbe essere stato non dissimile dal sezzo de’ Toscani per ultimo, cioè per cosa al seguito e non mai principale.

14.  L’antico Romano aveva avuto mu o mi per ego: ora avvertendo, come fu già indicato superiormente, che la desinenza casuale del possessivo o genitivo era in us od is (ejus, hujus, illius, istius, ipsius, cujus) ne consegue che il pronome primitivo di persona prima poteva lasciarsi intendere così: N. mu o mi: G. mius o mis: D. mii (mihi): A. me. Siccome poi i pronomi possessivi di forma aggiuntiva sogliono derivarsi appunto dal caso possessivo del relativo pronome personale primitivo, così è che dal genitivo mius o mis, usciva mius o meus, mea, meum, che tanto vale quanto di me od a me. Dicasi il simigliante di Tu o Ti, che avrà fatto: N. Tu o Ti: G. Tuus o Tius o Tis: D. Tii (Tibi): A. Te, e di Su o Si che si sarà svolto in N. Su o Si: G. Suus o Sius o Sis: Dat. Sii (Sibi): A. Se. Dai casi genitivi de’ quali avevamo poi Tius, o Tuus, tua, tuum (di Te o a Te) e Sius o Suus, sua, suum, (di sè o a sè). Una prova poi che i possessivi personali escono dai genitivi dei loro pronomi primitivi, l’abbiamo dal rustico cuius, cuia, cuium, conservatoci da Virgilio nelle Ecloghe, e che esce evidentemente dal genitivo cujus, di qui, quae, quod.

15.  Quest’uso trova però le sue ragioni nelle voci lui o lei, che regolarmente avrebbero dovuto designare soltanto i regimi indiretti di egli e di ella, sebbene poi in fatto, massime ne’ dialetti nostri, servissero e servano per tutti i casi, movendo allora per aferesi non dalla forma comune eille od ille ma dalla composta eillus (od eille-is) eilla (eille-ea) eillud (od eille-id). Lui e lei si trovano anche in altri romanzi dopo i verbi come forme speciali del caso attributivo, e quindi non bisognose di segnacaso, giacchè il dativo comune a tutti i generi illi od illii sembra che nel volgare, per distinzione e per ricordo del genitivo illius si pronunciasse più chiusamente illui nel maschile, rimanendo illei, (da ille-ei) pel femminile. Leggiamo infatti in lingua d’oc: (Adelaide di Porcairague.)

Vas Narbona portats lai

Ma chanson ab la fenida

Lei cui jois e jovens guida.

cioè — Verso Narbona portate là la mia Canzone, colla Licenza, a lei cui gioia e giovinezza guida.

(Ponzio di Capodoglio:)

Mas liey non cal si m peri, per qu’ieu no m duolh.

cioè — Ma a lei non cale se mi perde, per che io non me ne dolgo.

(Il Monaco di Fossano:)

Cais que non tanh selui chan mi trobars

Cui ten estreg vera religios.

cioè — quasichè non convenga a colui canto nè trovare cui tiene istretto vera religione.

Così presso i nostri ducentisti, e specialmente presso Guittone d’Arezzo, fu della forma vo-i, dall’antico vois (vobis) che valse senz’altro a voi; e di no-i che anche in Dante non provenne da nos, ma da nois (nobis.)

Per grazia fa noi grazia che disvele

A lui la bocca tua....

Non è l’affezion mia tanto profonda

Che basti a render voi grazia per grazia.

16.  Come lui, che può anche considerarsi metatesi di illius, e che doveva rappresentare soltanto i regimi d’egli, passò, secondo si disse, nei nostri dialetti a far insieme gli uffici di soggetto, così fu di loro, che uscito dall’illorum latino reso comune a tutti i generi, valse prima d’elli e d’elle, poi ad elli e ad elle, e finalmente eglino ed elleno senza bisogno di segnacasi: talchè sembrò mutarsi in una forma di pronome possessivo proprio della persona terza determinata, ma non presente, completando le relazioni di possesso significate da mio, tuo e suo. Questa proprietà fe’ sì che Dante, il quale avea creato immiarsi e intuarsi, potè creare anche inluiarsi.

17.  La legge del rovesciamento era spontanea nelle lingue ad antefissi succedenti a lingue a suffissi. Io ho discorso su ciò altrove ampiamente: basterò quindi l’accennare che il latino inter-im diventa il volgare mentre, l’inter-dum od inter-dom, domentre; che l’ipse-met prendendo forma superlativa in ipsumus-met, si fa metipsumus, o medesimo, cioè istessissimo: che l’unus-quisque diventa quisquunus o ciascuno; parum-per o paucum-per, per poco: postidea, dappoi; e che l’ul-tra e ci-tra passa nel dialetto patrio a tra-là e tra-chè.

18.  V. il Vol. I delle mie Lez. Accad. a facc. 221, 222.

19.  Non ommetto però di avvertire come la voce an-co venga originata per altri da ἄν e da hoc quasi che, riferendosi a quantità, misura ecc. valga quanto ad hoc, e riferendosi a tempo quanto ad huc. Unquanco sarebbe adhuc unquam, ed ancora, ad hanc horam.

20.  Ed ecco, in questa frase italiana l’altrui, chiaramente l’articolo venire dal pronome di cui conserva il valore stesso.

21.  Ciò accade similmente presso noi, in ispezialtà quando l’atto comandativo viene preceduto da una negazione, la quale minorando la rattezza del comando, o lo oscura, o lascia incerta l’intenzion personale della proposizione. Diciamo perciò, ama la gloria, temi la vergogna, e: non amare la gloria, non temer la vergogna.

22.  Partì da Gionville per l’Egitto dopo la Pasqua del 1248. Partì da Acri per la Francia dopo la Pasqua del 1255, e così stette assente sette anni. I sei interi si riferiscono dunque, non alla assenza, ma alla compagnia col Re. Entrò esso al soldo del Re solo in Cipri.

23.  Dirà altrove che la sua compagnia col Re è durata 22 anni: e così dal 1248 al 1270, anno in che il Re santo morì.

24.  Fu posto tra i Santi, e non tra i Martiri, da Papa Bonifacio VIII nel 1297.

25.  Questi nacque nel 1244, e morì di sedici anni nel 1260.

26.  Al tempo del buon Re la Scozia, affatto indipendente dall’Inghilterra, era sottoposta alla discendenza de’ suoi antichi Re, e gli Scozzesi si aveano per più rozzi di quello non fossero gli Anglo-Normanni.

27.  Gli antichi Cristiani chiamavanlo il Malo o l’Avversario; Maufez, o il Facimale, gli antichi Francesi; i moderni Diantre per non dire Diable: noi per lo stesso motivo Diacine; Avversiere.

28.  La bocca dello stomaco per tutto lo stomaco, sicchè fredda forcella è quanto stomaco debole.

29.  I lebbrosi si dicevano miselli, o miserabili, per antonomasia, e misellarie i lazzaretti, o spedali spartati che li accoglievano.

30.  Il nostro Guitto d’Arezzo fece sua questa parità nelle Rime, II, 7.

31.  Ladre in antico francese risponde anche a mesel o mezeau, cioè a mizello; e però nel nostro volgare cosa ladra, o ladronaja può valere cosa bruttissima e ributtante.

32.  Questo Maestro Roberto, che morì intorno il 1270, fondò in Parigi il Collegio che dal suo nome venne detto di Sorbona.

33.  Parlar consiglio od a consiglio, vale in credenza, ed a modo di chi consiglia segretamente.

34.  Qui prode uomo, non vale soltanto uomo prode o valente di sua persona, ma uomo religioso, prudente e valente di suo intendimento, insomma probo-uomo; probus vir. V. du Cange alla voce Probi homines.

35.  «Non probatur largitas, si quod alteri largitur, alteri extorqueat, si injuste quaerat, et juste dispensandum putet.» S. Ambrogio, l. I. de Offic. cap. 30.

36.  Stoffa fatta di pelo di cammello, e che più grossolana dicevasi cammellotto.

37.  Al Re Santo successe il figliuolo Filippo l’ardito, a questi Filippo il Bello, a cui Luigi il Caparbio. In quanto a Re Tebaldo di Navarra, esso era genero, non figliuolo di San Luigi, avendone sposato la figliuola Isabella.

38.  Cioè: della linea di confine.

39.  Il 25 Aprile 1215.

40.  Accenna alle processioni istituite in tal giorno da S. Gregorio Magno per occasione della fiera pestilenza, che desolò Roma, le quali sono anche volgarmente dette Cruces nigrae, quoniam in signum mœroris ex tanta hominum strage, et in signum pœnitentiæ, homines nigris vestibus induebantur, et Cruces et altaria nigris pannis velabantur.

41.  Il primo giorno di Decembre del 1226, non avendo anche compito 12 anni, e ciò per la morte avvenuta in quell’anno di suo padre Luigi VIII figlio di Filippo l’Augusto.

42.  La non men famosa che bella Bianca di Castiglia.

43.  Questi è quel Conte Tebaldo di Sciampagna che, al dire di taluno, in Bianca di Castiglia riverì la Regina ed amò la Dama, sicchè potè lasciarne scritto un cronista:

Malates paroles en dist on

Comme d’Isot et de Tristan.

44.  Questa pace fu fermata nel 1242. 1 possessori di feudo d’usbergo, lo vestivano a 21 anni, cioè quando avevan raggiunta la maggiore età; dunque il n. a. sarà nato intorno il 1222.

45.  La malattia del Re vien riferita all’anno 1243. I preparativi della Crociata durarono poi per più anni.

46.  Il n. a. s’era sposato giovinetto nel 1340 ad Alice sorella d’Errico Conte di Gran Prato, e ne avea avuto due figliuoli prima del suo passaggio per la Guerra Santa.

47.  Si veda il Serventese di Guglielmo di Muro. Ray. Choix ec. T. V. f. 803 ove tra l’altre cose si dice ai Crocesignati:

Però ciascuno guardi come v’andrà guarnito,

Perchè Dio non vuole che coll’altrui guernimento,

Di che altri a torto sia stato spossessato,

Là passi null’uomo senza farne innanti soddisfazione.

Perch’io non credo che a tal uomo prometta

Dio suo regno nè che suo amor gli doni,

Sebbene là vada con arco e con saette

Perchè il soldo che prende supera il suo guiderdone.

Non credo già da Dio bene accolto,

Quel ricco che passi con li altrui doni,

Nè quegli che a torto ha li suoi spogliati,

O fa rubare per quell’occasione.

Perchè Dio sa tutto che porta nella sua bisaccia,

E se con torti va, travagliasi in vano,

Chè Dio vuol cuor fino con volontà netta

E che l’uomo passi per Lui, non per doni.

48.  Beatrice figlia di Stefano Conte di Borgogna e di Auxonne.

49.  L’Ordine Cisterciense.

50.  Gioiello è piccolo e caro dono.

51.  Al rostro, od a prua.

52.  Nell’Aprile del 1249.

53.  Odone Vescovo di Tusculo.

54.  Se Funda si trova usato per Borsa dai neolatini, donde la fonda de’ nostri antichi per crumena (ora ristretta a denotare la custodia delle pistole), è certo altresì che presso i Saracini Alfondiga valse ciò che presso noi il Mercato, o la Borsa dei Mercanti. Di qui il nostro Fondaco, il franzese fondics, così spiegato nell’Itinerario Turcico — Les Fondics sont Magazins ou se serrent les marchandises qui sont apportées des Indes et de Perse par la voie d’Alep..... les Marchands y logent aussi — Il fondachiere od il fondacaio de’ nostri trecentisti risponde dunque al fundicarius od al fundegarius delle Carte anteriori Siciliane o Marsigliesi.

55.  Liverare per abbandonare, usato nel Volgarizzamento delle Decadi di Livio ed altrove.

56.  Guido di Puglia Patriarca di Gerusalemme.

57.  Giovanni di Brienne Re di Gerusalemme prese Damiata nel Novembre del 1219.

58.  Il Signore di du Cange scrive a questo luogo — Le mot de Bordel, pour designer un lieu infame, lupanar, vient de ce qu’ordinairement les garces et autres gens de cette farine habitoient les petites maisons, qu’en vieux langage François on nommoit bordels, du diminutif de Borde, qui signifie maison; et probablement a esté emprunté du Bord des Saxons-Anglois, ou ce mot a la même signification. —

59.  Così per Cerusici ha Ser Zucchero Bencivenni nel suo Volgarizzamento di Rasis.

60.  Si legge nell’Itinerario Gerosolimitano: — Haec Babilonia non est illa quae fuit secus fluvium Chobar, sed dicitur Babylonia Ægypti, quae parvo dividitur intervallo a Chayro. Itaque non duas faciunt civitates, sed unam cujus pars altera dicitur Chayrum, altera Babilonia, et ipsa tota, nomine composito, Chayrum — Babilonia appellatur. — Et creditur quod olim fuerit nuncupata Memphis, deinde Babilonia, et tandem Chayrum.

61.  Nel Decembre del 1849.

62.  Altri: Facradino, o Farcardino.

63.  Il 20 Gennaio 1250.

64.  Cioè: che si carica girando una manivella.

65.  Ma che pur che, soltanto che: e qui: pur ch’egli dicesse il vero.

66.  Il testo ha à grant erre, cioè: a grande anda od a grand’andare. Si poteva anche tradurre: a grande aìna, od agina.

67.  Il dì 8 Febbraio 1250.

68.  Cavallo cui sien mozzate le orecchie e la coda.

69.  Muta croce in creffa, siccome noi sogliam mutare Dio, Cristo, Madonna ecc. in Bio, Crispo, Madosca ecc. per reverenza de’ sacri nomi.

70.  Allora.

71.  Il testo ha Bahairiz, o forse era da tradurre Giannizzeri. Il Sire di Vi’lerval parlando di loro, li chiama les Esclaves du Soudan. Di qui uscì la tremenda Milizia de’ Mamalucchi.

72.  Almirante od Ammiraglio, rende, secondo Guglielmo di Tiro, il Saracinesco Al-Emir, che vuol dire: Il Signore.

73.  Armenia, donde ermellino pel piccol sorcio d’Armenia.

74.  Tali verghe erano insegna di Magistratura eminente, e di Officio Palatino anche presso gl’Imperatori d’Oriente.

75.  Il 5 Aprile 1250.

76.  I Turbanti.

77.  Federico II, che era stato coronato Re di Gerusalemme, e teneva alquante piazze forti di quel Reame.

78.  Ricco uomo è quanto Barone.

79.  Pullani erano detti i nati da padre Siriano e da donna Franca, o viceversa, quasi pullati, e non aventi puro sangue, ma misto.

80.  Ciò è a dire: ch’io farò passare alle mani loro tutto il mio tesoro.

81.  24 giugno 1250.

82.  Cioè a quella del 1251.

83.  I Cristiani di Terra Santa potevano temere principalmente dagli Emiri d’Egitto, e dal Soldano di Damasco. Ora ciascuna di queste due parti ne sollecitava l’alleanza per opprimere l’altra. Per tutto il lungo tempo speso nel doppio negoziato, era quindi nell’interesse de’ Saracini di lasciare in pace il Re Luigi, ed i Baroni d’Oltremare. Da ciò, meglio che dalle stremate forze de’ Cristiani d’Oriente, dipese ch’esso Re potè compirvi le opere di difesa che qui in seguito si descriveranno.

84.  Norvegia?

85.  Ciò accadde intorno al 1244.

86.  Si possono vedere le Poesie del Beato Iacopone da Todi, e segnatamente le così dette Satire.

87.  Aprile 1255.

88.  Bianca figlia di Re Filippo l’Ardito e sorella di Re Filippo il Bello, sposatasi a Rodolfo Duca d’Austria, e poi Re di Boemia figlio primogenito dello Imperatore Alberto I. Il maritaggio accadde correndo l’anno 1300.

L’Autore morì a quanto pare nel 1317 o nel 1318 avendo poco meno di cent’anni, ed ultimò la Storia presente nei primi anni del Secolo XIV.

89.  Nel 1268.

90.  Il 25 Agosto 1270 a ora di nona.

91.  Fu santificato da Papa Bonifacio VIII nel 1297.

92.  Se quì è parola di Luigi Utino (che tanto può valere Pervicace, quanto Altero) questa voce figliuolo dovrà intendersi usata per discendente; giacchè esso era invece pronipote di San Luigi, e fu detto Re di Navarra nel 1307, e Re di Francia dopo la morte del padre suo Filippo il Bello, avvenuta l’anno 1314.