Viaggio a Gerusalemme. — Belbèis. — Gaza. — Saffa. — Ramlè. — Scena dei due vecchi. — Ingresso in Gerusalemme.
Ripigliai il mio alloggio in casa dello scheih el Metlouti; ossia capo de' Mogrebini, ed in pari tempo Scheih della grande Moschea el-Azahar.
Gli abitanti del Cairo erano alquanto inquieti per lo sbarco che gli Inglesi avevano fatto ad Alessandria, e pei due attacchi di Rosetta, nei quali gli assalitori erano rimasti soccombenti, ed il Cairo era pieno di prigionieri inglesi. Rimasi in questa città diciannove giorni festeggiato da tutti gli amici. Finalmente il venerdì mattina 3 luglio 1807 presi la strada di Gerusalemme.
Ebbi partendo lo stesso accompagnamento del giorno che entrai in città fin presso ad Alberca ov'erasi radunata la carovana.
Erano le due e mezzo del mattino quando la carovana composta di due cento cammelli si mise in cammino verso il N. ¼ N. E. sopra un suolo alternativamente di arena sciolta, e di ciottoli. Il paese prima piano, è poi tagliato da piccole colline. A mano a manca vedevasi molto lontano una linea d'alberi che fiancheggiano il canale di Belbèis, ove arrivammo alle dieci ore del mattino. La carovana si accampò presso alla città, ed io mi posi in un eremitaggio dedicato ad un santo detto Sidi Saadoun.
Il Capidgi Baschi apportatore del Firmano con cui il Sultano di Costantinopoli riconfermava Mehemed Ali Pascià nel suo governo di Egitto, faceva parte della carovana. Mi fu detto che il Pascià gli aveva in tale occasione regalati cinquanta mila franchi. Eranvi inoltre molti altri personaggi turchi.
Belbèis è una vasta città fornita di molte moschee. Un canale del Nilo la provvede abbondantemente di acque in tempo dell'escrescenza, e mantiene rigogliosi un infinito numero di alberi e di palme. Vi si trovano ottimi poponi ed angurie, ma non legumi. La città ed il territorio sono governati da un Kiaschet, ossia ufficiale dal Pascià del Cairo.
Ad un'ora dopo mezzo giorno camminavamo in mezzo ad un deserto nella precisa direzione di levante, esposti ad un vento infiammato, e percossi dai cocenti raggi del sole. Alle sei ed un quarto si fece alto in mezzo a questa vasta campagna ove non trovasi alcuna traccia di esseri organizzati animali o vegetabili. Poco prima di arrivare al luogo dell'accampamento il mio cavallo cadde come morto: tornò ben tosto a dar segni di vita, ma non potè levarsi, onde rimase abbandonato alla benefica natura fino all'indomani.
Dopo un lungo cammino arrivammo al di là di el-Wadi; ed avendo attraversato il canale di Belbéis si fece alto alle sette ore ed un quarto in una piccola foresta.
Alle quattr'ore e tre quarti del mattino la carovana viaggiava nella direzione di N. E., ed alle undici arrivò in un luogo detto Al-bovaarouk, ove fece alto presso ad un pozzo di acque amare e fetenti.
Nel precedente giorno aveva ordinato di riempire i miei grandi otri dell'eccellente acqua di El-Wadi: ma quando si scaricarono i cammelli mi accorsi che non ve n'avevano che quattro di pieni. Chiesi al capo della carovana quando potrei trovare acqua bevibile; ed egli mi rispose che non ne troverei che ad Aaerisch, lontano quattro giorni di viaggio. In quell'istante mi si presentò all'immaginazione l'accidente del 4 agosto 1805 nel deserto della Sahara; onde trovandomi di nuovo in mezzo ad un deserto senza sufficiente provvisione di acqua, non fui padrone d'un primo impeto di collera, e sguainata la spada, mi volsi contro le mie genti. Tutti i viaggiatori e lo stesso Scheik condottiere dalla carovana, vedendomi preso da tanto furore, si buttano a terra. Questo commovente spettacolo disarma la mia collera; ma nell'agitamento in cui mi trovava, volendo rimettere la sciabla nel fodero, la mano si svia, e conficco il ferro nella parte superiore della mia coscia sinistra alla profondità di nove linee. Accortomi appena della ferita rimisi con più moderazione la sciabla nel fodero; ed entrato nella mia tenda, mi trovai inondato da un torrente di sangue, che parvemi uscire da una arteria. Feci subito recare la mia spezieria, e dopo aver lasciato uscire alquanto di sangue, lavai la ferita con acqua fredda, poi riempiendola di balsamo cattolico vi posi sopra un grande piumacciuolo di filaccie inzuppate nello stesso balsamo, e con tre bende feci una fasciatura che montava fin sopra le reni per assicurare il piumacciuolo contro qualunque accidente. Mi posi a letto per riposarmi, e la carovana volle per mio riguardo fermarsi fino all'indomani. In questo infausto giorno morì uno de' miei cammelli.
Alle quattr'ore del mattino, trovandomi in buono stato, e quasi non mi accorgendo della ferita, montai a cavallo colle debite precauzioni, e partii colla carovana dirigendoci al N. E.
Si fece alto la sera alle cinque ore e mezzo in un luogo detto Barra. La mia ferita non mi dava verun incomodo, e la scena che la cagionò produsse almeno il buon effetto di far rispettare le mie provvisioni.
La carovana riprese il cammino alle quattr'ore, e tenendo sempre la direzione di N. E. giunse alle otto ore al villaggio abbandonato di Catieh, ove sonosi molte palme ad un pozzo di acqua bevibile, presso al quale i Francesi avevano fatta una fortezza, che ora più non esiste. Si tornò a mettersi in viaggio alle tre ore e mezzo, e poco prima delle sette si alzarono le tende ad Abouneïra, ove trovasi un pozzo.
Questo giorno si avanzò nella direzione di levante, si fece alto a nove ore a Dienadel, ove scopersi il mare Mediterraneo a non molta distanza, ed alle sei ed un quarto la carovana si fermò ad Abudjilbana.
Nella carovana eranvi già molte persone alle quali incominciava a mancare l'acqua; onde si affrettava possibilmente il viaggio. Mentre io dormiva, alcuni Turchi entrarono nella mia tenda, che stava aperta onde dar passaggio all'aria, per levarmi la mia acqua, ma vedendomi addormentato rispettarono il mio sonno, e ritiraronsi senza prenderne. La notte si fece alto a Messaoudia in riva al Mediterraneo, ove trovansi molti pozzi d'acqua bevibile.
Si giunse alle sei ed un quarto del mattino presso ad Aarisch, e si fece alto in una macchia di palme. L'Aarish, è un alcassaba sul fare di quelli di Marocco, ed era stato dai Francesi rimesso in buono stato. Vi sono all'intorno alcune case abitate da circa duecento persone, pozzi di acqua di mediocre qualità, palme, e pochi erbaggi.
La mia ferita andava sempre di bene in meglio, e dava speranza di cicatrizzarsi senza suppurazione.
A mezzo giorno il termometro esposto al sole segnava 53° 7′ Reaumur, che equivale ai due terzi dal calore dell'acqua bollente, ed all'ombra 43° 5′.
Alle due ore del mattino eravamo in cammino verso Levante. Non tardai a trovare alcune terre vegetali, poi terre lavorate, mandre di vacche, e di altri bestiami, benchè il terreno in generale fosse ancora arenoso. Dopo sette ore di cammino la carovana si riposò a poca distanza da un eremitaggio, ove si venera un santo detto Scheik Zonaïl. Vi si trova dell'acqua, ed all'interno alcuni Dovar, e piantagioni di palme. Alcuni abitanti ci vennero all'incontro per venderci delle angurie.
Alle undici ore e mezzo riprendemmo il cammino, e lasciando la strada maestra, attraversammo molte colline al S. E., il di cui suolo era a vicenda formato di terre vegetali e seminate, e di vasti tratti arenosi. Alle cinque della sera arrivammo a Khanjounes, borgata cinta di mura, e di giardini, in bella situazione, poco distante dal mare, e la prima popolazione della Siria da questa banda.
La carovana partita alle quattr'ore del mattino prendendo la direzione di N. E. in mezzo a terre parte sterili, e parte coltivate, attraversò alle sette ore il torrente el-Wadi-Gaza che non aveva acque; ad un'ora dopo entrò in Gaza, avendo così felicemente terminato il viaggio del deserto.
Gaza è una mediocre città vantaggiosamente fabbricata sopra un'altura, e circondata da molti giardini. Vi si contano presso a poco cinque mila abitanti. Le strade sono angustissime e le case quasi senza finestre. Il paese abbonda di pietre calcaree, o marmi grossolani di un bel bianco, che servono agli edificj di Gaza. I mercati sono assai ben provveduti di commestibili a discretissimi prezzi, il pane comune è piuttosto cattivo, ma se ne trova di buonissimo, ed eccellenti sono le carni, i pollami, gli erbaggi, i legumi e l'acqua. Vi sono molti cavalli, ma sembraronmi di cattiva razza, all'opposto dei muli che sono assai belli.
La popolazione di Gaza è formata di una mescolanza di Arabi e di Turchi; e perchè posta sulle frontiere del deserto, gli Arabi sono di tutte le nazioni, delle Arabie, dell'Egitto, della Siria, dei Fellahs, dei Bedovini, ec., e tutti conservano le proprie costumanze degli abiti e di tutt'altro. In Gaza non ho quasi veduta alcuna donna, perchè sono più riservate che nell'Egitto e nell'Arabia: a fronte di ciò il mal venereo è un mal comune in questo paese, e molti mi chiesero s'io avessi qualche rimedio per questa crudele malattia.
La città è governata da un Agà Turco, la di cui autorità stendesi anche sul territorio sotto gli ordini dell'Agà di Jaffa; esso pure dipendente dal Pascià di s. Giovanni d'Acri.
Il governatore di quel tempo era Moustafà Agà, uomo di buon carattere, da cui ricevetti mille cortesie. Il clima di Gaza è caldo in modo che il termometro all'ombra d'ordinario segnava 37 gradi di Reaumur. Gaza è distante mezza lega dal mare, una giornata e mezza da Jaffa, e due assai lunghe da Gerusalemme.
Io soggiornai qualche tempo a Gaza per terminare la guarigione della mia ferita ch'era omai chiusa il giorno 19 di luglio, quando partito a cinque ore e mezzo del mattino senza carovana, dopo mille ravvolgimenti in mezzo a giardini ed alle piantagioni d'ulivi, mi trovai ad un'ora e mezzo in aperta campagna nella direzione di E. N. E. Poichè ebbi fatto colazione alle otto in un villaggio posto al di là d'un piccolo ponte, continuando il viaggio a N. E., mi fermai ad un'ora e mezzo nel villaggio di Zedond.
Tutti i villaggi di questa contrada sono situati sopra alture; hanno le case assai basse, coperte di stoppia, e circondate da piantagioni di ulivi e da bei giardini. Quanto parevami nuova questa maniera di viaggiare! Avvezzo com'io era da lungo tempo ad attraversare i deserti con numerose carovane, provai questo giorno le più grate sensazioni non avendo meco che tre domestici, uno schiavo, tre cammelli, due muli, il mio cavallo, ed un soldato turco di scorta; mi trovavo alla fine in terreni coltivati, incontrava di tratto in tratto villaggi e casali abitati; il mio sguardo poteva sempre fermarsi con piacere sopra variate piantagioni; e di quando in quando incontrava degli uomini che viaggiavano a piedi o a cavallo, e quasi tutti vestiti, talchè parevami d'essere in Europa. Ma gran Dio! qual pensiero veniva a mischiare la sua amarezza a così dolci sensazioni! Lo confesserò poichè l'ho provata: entrando in questo paese, circoscritto da proprietà individuali, il cuore dell'uomo s'impiccolisce e resta compresso. Io non posso volgere gli occhi, non posso fare un passo senz'essere subito fermato da una siepe che sembra dirmi; Alto là, non oltrepassare questo limite; la mia anima si abbassa, mi si rilasciano le fibre, m'abbandono mollemente al movimento del cavallo, più in me non sentendo quello stesso Ali Bey, quell'Arabo che pieno d'energia e di fuoco slanciavasi in mezzo ai deserti dell'Affrica e dell'Arabia, come l'ardito navigante che si abbandona alle onde d'un mar tempestoso, colla fibra sempre tesa, e collo spirito preparato ad ogni avvenimento. Non è a dubitarsi che la maggior felicità dell'uomo non sia quella di vivere sotto un governo ben organizzato, che col prudente uso della forza pubblica, assicura ad ogni individuo il pacifico godimento della sua proprietà: ma sembrami altresì che quanto si guadagna in sicurezza ed in tranquillità, si perda in energia.
Il suolo attraversato questo giorno è composto di colline ondeggiate, coperte di ulivi, e di piantagioni di tabacco, che allora fioriva.
Partii ad un'ora e mezzo del mattino prendendo la direzione di N. N. E., poi di N. E., e non molto dopo incontrai una carovana con carico di sapone e di tabacco che andava da Nablous al Cairo.
Attraversando il villaggio di Iebui vidi molte donne col volto scoperto, e tra queste alcune assai belle. Chiesi se erano cristiane, e mi fu risposto essere musulmane, e che le Fellahis, ossia paesane del contorno, non usavano di coprirsi il volto. Quale corruzione di costumi!
Di qui m'internai tra montagne coperte di boschi, ove mi trattenni alquanto per far colazione; indi ripiegando a N. O. entrai alle dieci ore in Jaffa.
Tutto il paese ch'io vidi della Palestina e terra promessa da Khanyounes fino a Jaffa è formato di belle colline rotonde ed ondeggiate, coperte di un terreno grasso somigliante alla belletta del Nilo, ridente della più rigogliosa vegetazione. Ma non vidi un solo fiume in tutto il distretto, una sola fontana. Secchi erano i torrenti che attraversai, ed il paese non ha altra acqua per bevere e per innaffiare la terra che quella delle pioggie e dei pozzi, che per altro è molto buona. Tale è la cagione delle frequenti carestie ricordate dalla storia di queste contrade.
È cosa notabile che tutti i luoghi abitati ch'io vidi nell'Arabia, sono posti in fondo alle valli, e che tutte le città, borgate e villaggi della Palestina trovansi sopra qualche altura. Potrebbe ascriversi tale diversità alla rarità delle pioggie in Arabia, ed alla loro frequenza nella Palestina.
Questa provincia abbonda di selvaggiumi; e le pernici che incontransi attruppate, sono così grasse e pesanti che basta avere un bastone per prenderle: ma vi s'incontrano altresì in grandissimo numero le lucertole, i serpenti, le vipere, gli scorpioni, ed altri insetti velenosi. A questi incomodi animali si aggiungono le mosche d'ogni specie e così copiose, che i cavalli, i muli, i cammelli ne sono fieramente molestati. Ma che dirò delle formiche? Figurisi un vasto formicajo sopra l'estensione di tre giorni di cammino; e questa è la sola idea ch'io posso dare di ciò che vidi. La strada è tutta coperta di questi animaletti che vanno e vengono in tutti i tempi occupati dei loro giornalieri travagli.
Tra i villaggi da me veduti lungo la strada non doveva ommettere quello di Askalan, patria del celebre Erode.
Sortii di Jaffa il mercoledì 22 luglio alle due dopo mezzo giorno. Alle tre ore passai pel villaggio di Nazouv, e lasciandone diversi altri a destra ed a sinistra giunsi a Ramlè in sulle cinque ore della sera.
Il suolo è perfettamente eguale a quello attraversato il giorno 20.
Ramlè, che i cristiani dicono Ràma, è una città di circa duemila famiglie. La gran moschea è un'antica chiesa greca che conserva ancora un'alta bellissima torre.
Fui alloggiato in una gentile moschea, ov'è il sepolcro d'Aayoub-Bey, Mamelucco, che fuggito d'Egitto in tempo dell'invasione Francese, morì in questa città.
Alle nove ore della stessa sera ripigliai la strada, ed attraversando la città trovai molti degli abitanti uomini e donne riuniti in una piazza illuminata da molte fiaccole, e che danzavano al suono di varj istromenti. Questa unione dei due sessi in una città musulmana mi riuscì oltre modo spiacevole.
Appena uscito di città m'internai tra le montagne, ove fui costretto di sormontare scoscese rupi. Giunto sulla maggiore sommità alle due ore e mezzo del mattino, mi vidi circondato di nubi, e di nebbie staccate, che col chiarore della luna, e gli spaventosi precipizj che mi circondavano, formavano un imponente magnifico quadro.
Preceduto dalla guida, e seguito dalle mie genti a qualche distanza, camminavo tutto concentrato nella contemplazione di questo grandioso spettacolo, quando all'improvviso due vecchi si presentano e fermano la mia guida. Io non saprei descrivere l'effetto in me prodotto dalla subita loro apparizione.
La guida che li conosceva disse loro: sono musulmani. I vecchi ripigliano: no, sono cristiani. La guida gridando più forte: vi dico che sono tutti musulmani. Uno de' vecchi mi si avvicina, prende la briglia del mio cavallo, e mi dice: tu sei un cristiano. La guida ed i miei domestici gridano ad una voce: è musulmano, è fedele credente. Io non sapeva che farmi perchè ignorava le loro intenzioni, ed altronde pareva stravagante il loro procedere. Il primo vecchio ricomincia, e mi dice: per Dio tu sei cristiano. Io gli rispondo: buon uomo io sono musulmano, chiamato Sceriffo Abbassi, e vengo dal pellegrinaggio della Mecca. Allora il vecchio mi chiese la mia professione di fede, ch'io gli feci per compiacerlo; ed egli ci lasciò in libertà di continuare il cammino. Ma per quale ragione ostinavasi questo vecchio a credere ch'io fossi cristiano, senza avermi mai veduto, e senza avermi udito parlare?... perchè io aveva un bournous turchino, colore in particolar modo usato dagli abitanti cristiani. Finalmente perchè questo attacco in tal luogo ed in ora così indebita? Perchè i cristiani e gli ebrei che vanno in Gerusalemme, pagano in questo luogo il tributo di quindici piastre a testa a profitto del sultano di Costantinopoli, e i due vecchi hanno l'appalto di questo tributo.
Arrivai a Kariet el-Aameb alle quattr'ore del mattino, piccolo villaggio posto sulla cima delle montagne, circondato da belle vigne. Dopo una mezz'ora di riposo proseguii il cammino scendendo per una lunga costa rigida e pericolosa. Giunto in sul piano della valle dovetti risalire altre più elevate montagne, dalla cui sommità vedesi la santa città di Gerusalemme, in cui entrai alle sette ore e tre quarti del mattino il giovedì 23 luglio 1807.
Mi fu dato per alloggio la moschea di un santo detto Sidi Abdelkader posta a lato del tempio Musulmano. Dormii fino alle tre ore dopo mezzogiorno: indi fui condotto al tempio.
Fine del tomo terzo.
DELLE MATERIE
CONTENUTE IN QUESTO TERZO TOMO.
| Cap. XXVIII. | |
| Alessandria. — Antichità | Pag. 5 |
| Cap. XXIX. | |
| Abitanti d'Alessandria. — Corrispondenza. — Clima. — Notizie storiche | 18 |
| Cap. XXX. | |
| Tragitto a Rosetta. — Bocche del Nilo. — Rosetta. — Viaggio al Cairo pel Nilo | 31 |
| Cap. XXXI. | |
| Sbarco. — Stato politico del Cairo e dell'Egitto. — Le piramidi. — Djizè. — Il Mikkias. — Il vecchio Cairo. — Commercio | 42 |
| Cap. XXXII. | |
| Viaggio a Suez — Navigli Arabi. — Tragitto del mar Rosso. — Pericolo della Nave. — Arrivo a Djedda. — Vertenza col governatore. — Djedda. | 55 |
| Cap. XXXIII. | |
| Continuazione del pellegrinaggio. — El-Hhadda. — Arrivo alla Mecca. — Ceremonia del pellegrinaggio alla Casa di Dio, a Staffa, ed a Meroua. — Visita dell'interno della Kaaba, o Casa di Dio. — Presentazione al sultano Scheriffo. — Purificazione, o lavacro della Kaaba. — Titolo d'onore acquistato d'Ali Bey. — Arrivo dei Wehhabiti | 88 |
| Cap. XXXIV. | |
| Pellegrinaggio ad Aàrafat. — Grande riunione di pellegrini. — Descrizione di Aàrafat. — Sultano ed armata dei Wehhabiti. — Cerimonie di Aàrafat. — Ritorno a Mosdelifa. — Ritorno, e cerimonie a Mina. — Ritorno alla Mecca, e fine del pellegrinaggio. — Appendice al pellegrinaggio | 117 |
| Cap. XXXV. | |
| Descrizione della Mecca. — Sua posizione geografica. — Edificj. — Mercati pubblici. — Viveri. — Arti e Scienze. — Commercio. — Povertà. — Decadenza | 137 |
| Cap. XXXVI. | |
| Donne. — Fanciulli. — Lingua. — Costumi. — Armi. — Siccità. — Matrimonj, nascite, e funerali. — Clima. — Medicina. — Balsamo della Mecca. — Incisioni sul volto | 153 |
| Cap. XXXVII. | |
| Cavalli. — Asini. — Cammelli. — Altri animali. — Tappeti. — Corone. — Montagne. — Fortezze. — Case dello Sceriffo. — Sultano Sceriffo. — Situazione politica della Mecca. — Mutazione di dominio. — Beled-el-Haram, ossia Terra Santa dell'Islam. — Montagne dell'Hediaz. | 170 |
| Cap. XXXVIII. | |
| Notizie intorno ai Wehhabiti. — Principj religiosi di questi popoli. — Loro imprese militari più notabili. — Armi. — Capitale. — Organizzazione. — Considerazioni | 186 |
| Cap. XXXIX. | |
| Ritorno d'Ali Bey a Djedda. — Sua posizione geografica. — Notizie. — Tragitto all'Iemboa | 205 |
| Cap. XL. | |
| Viaggio alla volta di Medina. — Djideïda. — Viene arrestato dai Wehhabiti. — Dispiaceri che gliene derivano. — Viene rimandato con una carovana d'impiegati del tempio di Medina. — L'Iemboa | 214 |
| Cap. XLI. | |
| Tragitto per andare a Suez. — Incaglio della nave. — Isola Omelmelek. — Continuazione del viaggio. — Accidenti diversi. — Sbarco d'Ali Bey a Gadiyahia. — Prosiegue il viaggio per terra | 231 |
| Cap. XLII. | |
| Viaggio a Suez. — Disputa degli Arabi. — El Wadi-Tar. — El-Hammam Firaoun. — El Wadi-Corondel. — Sorgenti di Mosè. — Arrivo a Suez. — Petrificazioni del mar Rosso. — Abbassamento del suo livello. — Corrispondenze su questo mare. — Viaggio al Cairo | 244 |
| Cap. XLIII. | |
| Viaggio a Gerusalemme. — Belbéis. — Gaza. — Saffa. — Ramlè. — Scena di due vecchi. — Ingresso in Gerusalemme | 272 |