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Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) / Seconda edizione con aggiunte cover

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) / Seconda edizione con aggiunte

Chapter 33: NOTE:
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About This Book

A first-person memoir recounts the popular uprising in Milan in March 1848, tracing political and local causes, street fighting, the erection of barricades, and the formation of a provisional government. The author describes personal involvement in patrols, committees, and missions, detailed episodes of combat and occupation of military posts, civic hardships, funerary ceremonies, and everyday arrangements for food and security. Added material treats the Piedmontese army's retreat after the Custoza battle and the violent August crisis in the city. The narrative closes with reflections on public spirit, citizens' responsibilities, and social problems exposed by the revolutionary episode.

Nella narrazione del modo col quale venne da me redatto il manifesto del re Carlo Alberto in Milano del 5 agosto 1848, ossia in furia e fretta, in mezzo ad un gran tramestìo, in piedi, appoggiato ad un tavolo, aggiunsi che quell'originale stesso doveva avere le sue vicende.

Or bene mi sia permesso accennarle. Può forse sospettarsi che si mescoli un po' di vanità? Credo di no; credo aver diritto di dire che è una legittima compiacenza. Sono passati trentacinque anni da quel giorno che posso qualificare di terribile, ma già dopo l'undecimo anno si verificava quel fatto che io sto per narrare, ne corsero dunque altri ventiquattro senza che mi affrettassi a farlo conoscere e par che basti per dire che non fui spinto da vanità.

Narrando que' fatti così dolorosi nella loro origine, ma che ebbero la loro riparazione dalla campagna del 1859, deve ben esser lecito anche a me il parlar della mia speciale riparazione, il partecipare agli amici che sopravviveranno, e se n'avrò, a qualche lettore, anche un po' di quella soddisfazione che provai quando toccò anche a me la mia parte d'indennizzo.

Io sono qui obbligato a chiamar in scena uno degli uomini i più rispettabili e simpatici che annovera l'Italia, anzi una delle sue glorie, Alessandro Manzoni.

Fra le fortune della mia vita e precisamente fra quelle che dovetti all'emigrazione, che ebbe il suo passivo, ma ebbe anche il suo attivo, annovero la conoscenza di Alessandro Manzoni. Nè fu una conoscenza fugace, che mi autorizzasse solo poter dire: l'ho conosciuto anch'io; non si rimase stranieri l'un l'altro, fu conoscenza che nata nel 1855, alimentata per più anni dal trovarsi assieme più giorni ogni anno, si converti in famigliarità, sì che mi onorava del dolce titolo di caro. Io dovetti questa fortuna al marchese Giuseppe Arconati-Visconti, patriotta fra i celebri. Questi, assai più innanzi di me negli anni, talchè aveva potuto essere condannato a morte nel 1821 per ragione politica, ma sottrattosi in tempo, padrone di vasti possessi nel Belgio, aveva colà passato tutto il periodo che corse dal 1821 al 1847. All'annuncio dell'amnistia di Carlo Alberto, volò l'ottimo patriotta in Piemonte, ponendo tosto la sua influenza e le sue ricchezze al servizio della causa nazionale. Io lo conobbi nel 1848, dopo i rovesci di Lombardia, a Torino, ov'erasi stabilito e dove fissai io pure il mio domicilio. Entrati ambidue nel Parlamento, egli come deputato di Vigevano ed io di Arona, divenimmo ben presto amici. Ei soleva passare l'autunno in un suo vasto possesso nel Comune di Cassolnovo in vicinanza di Vigevano. Nell'ampia casa signorile convenivano colà amici e parenti. Fra questi e precisamente nella doppia qualità di amico e parente veniva ogni anno a passar qualche settimana l'illustre Alessandro Manzoni. Amico dell'Arconati prima del 1821 era entrato più tardi in parentela seco lui, poichè un fratello della moglie dell'Arconati stesso, il marchese Lodovico Trotti, aveva sposato una figlia di Manzoni. L'ottimo Arconati non mancava ogni anno d'invitare me pure a passar qualche tempo alla sua campagna. Ora è facile l'immaginare come non dovessi farmi pregare quando sopratutto mi disse qual ospite avrei colà trovato. Il primo nostro incontro fu nel 1854. Ci voleva il suo tempo prima che divenisse famigliare con una persona che non conosceva, ma uomo del quale è realmente impossibile il dire se erano in lui superiori le qualità della mente o del cuore, quando cominciava ad aver simpatia, ad entrare in dimestichezza era la più cara persona che è possibile l'immaginare. Di fondo ilare, era talvolta inesauribile nel raccontare aneddoti, sopratutto della rivoluzione di Francia della quale aveva conosciuto taluno dei corifei, e si può immaginare di quanto interesse era la sua conversazione, poichè alla vastissima dottrina, accoppiava un retto giudizio, uno spirito di osservazione caratteristico anche nelle sue opere. Ora la mia relazione con casa Arconati essendo intima, non durò a lungo che assunse questa natura anche quella con Manzoni.

L'illustre uomo aveva le sue abitudini, fra le quali talune per rispetti igienici, e fra queste la sua passeggiata di un'ora precisa prima del pranzo, e di solito in Cassolnuovo si faceva dalle 3 alle 4. Ei doveva esser sempre accompagnato, era una necessità, solo non poteva andare, ma non occorre il dire che non vi era mai difetto di accompagnatori. Io non mancava mai, di solito eravamo tre; rado di più, ma talvolta mi trovava esser solo. Quei giorni erano per me i più felici. Oggi è tutto mio, diceva fra me e me.

Or egli avvenne che nel terzo o quarto anno che ci trovammo e quando già si era in una relazione d'una amicizia famigliare, benevola, un giorno fossi solo ad accompagnarlo. Il territorio di Cassolnuovo è attraversato da un canale irrigatorio detto della Sforzesca perchè fatto scavare da uno dei duchi Sforza di Milano. Deriva l'acqua dal Ticino poco al disopra del gran ponte che un giorno costituiva il confine fra il regno Lombardo-Veneto ed il Piemonte. Quel canale reca la fertilità nel Vigevanasco. La passeggiata lungo il medesimo era una delle più favorite e quel giorno ci avviammo lungo le sue sponde.

Il discorso cadde sugli avvenimenti del 5 agosto 1848 in Milano. Conviene premettere che Manzoni era avidissimo de' particolari, anche i più minuti, di un fatto che molto l'interessasse. La parte che il dovere, il caso e la fortuna mi aveva imposto in quel giorno era stata piuttosto larga; posso dire che dalle 9 del mattino a mezzanotte passata una commissione con incarico era succeduta all'altra, era passato per emozioni le più diverse, aveva visto scene e spettacoli strazianti ed ogni ora della terribil giornata, era rimasta profondamente impressa nella mia mente e parlava di quei fatti come fossero avvenuti pochi giorni prima; fra gli altri, nella mia narrazione venni a quello cotanto caratteristico, anzi il più grave, quello del Manifesto per riprendere le ostilità... Ma cosa mi dice? esclama desso quando gli narrai come l'avessi steso io ed in quali condizioni. Quando passeggiando seco si arrivava ad un punto del discorso che richiamava in modo speciale la sua attenzione, si fermava, ed allora fu precisamente il caso. Si fermò sui due piedi: Che mi dice? ripetè ancora una volta, scuotendo il capo e sorridendo per qualche istante; ma poi venne con una vera tempesta di interrogazioni intorno a quel Manifesto. Rimessi in cammino continuammo a parlar sempre di quell'argomento.

La cosa non mi fece allora gran senso, attesa come dissi la sua insaziabilità dei minuti particolari, tuttavolta mi pareva che quel racconto gli avesse fatto più impressione degli altri, e di quando in quando sorrideva scuotendo la testa.

La campagna del 1859 procurò, come è ben noto, la cessione della Lombardia al Piemonte. Io aveva accettato d'andar a reggere la provincia di Sondrio e mi trovava colà verso la fine di quello stesso anno, allorchè un giorno mi perviene una lettera da Milano che apro sbadatamente e mi casca sul tavolo un mezzofoglio scritto ed anzi piuttosto sudicio; parmi la mia scrittura, osservo meglio, ma questo, esclamo fra me, è il Manifesto del 5 agosto di Milano! allora guardo tosto da chi vien la lettera e vi trovo — Alessandro Manzoni; la lettera è tutta autografa.

Cosa provassi allora non saprei esprimere, divoro con febbrile impazienza la lettera. — Cominciava col rammentare come in una delle amene passeggiate di Cassolnuovo io gli narrassi la storia del Manifesto. Or bene quel manifesto era nelle sue mani, ed ecco come ne era venuto al possesso.

Convien premettere che tosto che il 5 agosto 1848 circa le 10 ant. ebbi consegnato al generale, mio superiore quello scritto, fu immediatamente portato alla stamperia più vicina che era quella del noto Redaelli, in relazione con Manzoni anzi l'editore dei Promessi Sposi, illustrati. Per far presto a stampare divisero il foglio in due; la parte superiore andò perduta, ma l'inferiore e più importante la conservò il Redaelli stesso che la regalò al Manzoni. — Ecco per qual via semplice e breve ei venne in possesso di quel foglio che alla sua volta egli regalava a me.

Ora prego il lettore a considerare quale e quanta delicatezza vi era in quell'uomo e vi fu in quell'atto.

Io non rammento bene se la nostra passeggiata avesse luogo piuttosto nel 1856 che 1857, certo in uno dei due anni. Nulla lasciò allora trapelare che fosse in possesso di quel foglio, benchè mi tempestasse in quel modo di dimande, ed infatti qual valore aveva desso? Mi richiamava un momento dolorosissimo di una giornata terribile. Ma sì tosto la fortuna d'Italia cambiò le sorti della Lombardia, anche quei fatti, quei dolori cambiarono per così dire natura; si potevano richiamare senza che il pensiero si arrestasse a loro, si confondesse colla nostra sconfitta coll'insuccesso del primo gran tentativo del 1848.

Ora questo foglio, pensò l'uomo dall'ottimo cuore, deve far piacere a Torelli e me lo invia con una lettera che è uno dei più preziosi giojelli che si lasciano a' propri figli.

Qui il lettore deve permettere che mi soffermi un istante anch'io sulla mia riparazione.

L'atto delicatissimo del Manzoni e la sua lettera mi fecero una grande impressione.

Non vi era punto preparato. Rammento che essendo in piedi dovetti sedermi; quivi come evocate a rassegna sfilarono avanti di me le rimembranze di quella fatal giornata, ma con altra veste, facendo diversa impressione delle tante volte che l'imaginazione anche suo malgrado aveva dovuto soffermarsi su di essa; rividi la scena pazza del mattino sulla via al mio arrivo in casa Greppi, la desolazione di Milano quando la prima volta traversai gran parte della città per recar ordini a Porta Romana per la ripresa d'ostilità del cui esito io non mi faceva illusione; la scena sublime, ma sublime quanto valore si può dare a questa parola, del podestà Bassi che si presenta a Carlo Alberto col volto alterato dal dolore perchè si pensasse bene se quella determinazione era possibile; sfilarono le scene successive; quella della notte, la lunga corsa che stanco ed affranto mi toccò fare fuori di Porta Romana, tutto sfilò dirò ancora avanti a miei occhi; ma campeggiava su tutto quel Manifesto redatto con tanta buona fede, non parliamo da parte del compilatore ch'altro non era che un istrumento, un soldato obbediente come un monaco, ma del re Carlo Alberto che credeva possibile la difesa ed al quale si rinfacciò come un inganno. Quel Re, martire della libertà ed indipendenza dell'Italia era spirato nel lontano esiglio del Portogallo senza che una speranza confortasse i suoi ultimi giorni. — Tutto quel cumulo di ricordi colla loro tinta sempre oscura in passato, già mi apparivano modificati dal gran fatto che aveva cambiato le condizioni della Lombardia, l'elemento vivificatore si era esteso a tutti; ma per me pur eravi qualcosa di speciale; io poteva dire di aver sofferto più degli altri; qualche riparazione lo doveva anche a me la fortuna e si servì di Manzoni. Lessi, rilessi, contemplai a lungo que' cari caratteri le sue espressioni così benevoli, così sincere, e poi mi dissi: — Ebbi anch'io la mia riparazione.

Oh perchè mai nulla di consimile potè avere quel grande sventurato che morì in Oporto?

Ebbe avversa la fortuna, trovò ingiusti i suoi contemporanei. — Quando la morte avrà spazzato anche gli ultimi di que' falsi patriotti che tanto amareggiarono i suoi giorni e non rimarranno che posteri neutrali, rammentino questi di tenere tanto più sacra e rispettata la sua memoria in quanto che hanno da riparare l'ingiustizia di molti dei loro padri.

FINE.


NOTE:

1.  La prima data dal 1876. — Milano, Ulrico Hoepli.

2.  Dall'epoca della prima edizione, ossia dal 1875. — Ora converrebbe dire 36 anni.

3.  La prima edizione dell'opera del Balbo Le Speranze d'Italia venne stampata a Torino, ma senza che venisse indicata quella città; sul frontispizio eravi la parola in Italia...

4.  Si fecero due edizioni; la prima nel 1846 e la seconda nel 1847. Essendosi un mio correttore, che inclinava al rosso, permesso di far alterazioni nel testo, ordinai che si annullasse la prima edizione già stampata e si facesse la seconda; questa venne fatta, ma l'editore (Buonamico) trovò più comodo smerciarle entrambe e pagarmi poi con un fallimento. Benchè stampate a Losanna si datarono da Parigi.

5.  Ora senatore del Regno.

6.  Vedi allegato N. 1.

7.  Era un fabbricato con portici, che sorgeva sull'area dell'attuale piazza del Duomo, a sinistra di chi si presenta avanti alla facciata, lungo quanto la piazza ma stretto assai.

8.  Così chiamavasi tutto il tratto che fiancheggia il Duomo venendo sino al così detto Leoncino di Porta Renza, e la denominazione di corsia de' Servi gli veniva dalla chiesa de' Servi, che sorgeva ove oggi trovasi la piazza S. Carlo. Ufficialmente dal 1825 in poi si chiamava corso Francesco, in onore dell'imperatore Francesco I, ma, nel fatto, il popolo lo chiamò sempre corsia de' Servi. E il medesimo tratto che chiamasi ora corso Vittorio Emanuele, e quella simpatica denominazione pose realmente in obblio l'antica secolare dei Servi.

9.  L'attuale corso di Porta Venezia.

10.  Il Delegato corrisponde al Prefetto, e copriva allora quella carica una distinta persona, il signor Antonio Bellati.

11.  Guardia NazionaleLibertà di stampaGaranzie personali.

12.  Gran Comando è il termine allora molto usato a Milano per indicare il grande palazzo, nella via di Brera, che, fino dai tempi di Napoleone I, servì sempre, come serve tuttora, di residenza al Comando Superiore militare.

13.  S'intende a partire dal 1876 quando io scriveva.

14.  Ora via Pietro Verri.

15.  Ora Porta Vittoria.

16.  Oggi via Manin.

17.  Perseveranza del 17 marzo 1867.

18.  Del quale io faceva parte.

19.  Ora via Alessandro Manzoni.

20.  Ora via Pietro Verri.

21.  Tutte queste vie sono ora surrogate dalla Via Torino.

22.  Al 1875, epoca della prima edizione.

23.  In quella cantoniera havvi ora un Osservatorio Meteorologico, fondato dal Club Alpino Valtellinese, e da me inaugurato il 2 settembre 1873, in occasione del IV Congresso degli Alpinisti Italiani. La sua straordinaria elevazione, lo rende uno dei più utili Osservatorii. Venne dedicato al celebre P. Secchi.

24.  Non seppi mai chi fossero: rammento però che allora taluno mi disse che due erano figli di un ingegnere Albino Parea, giovani entrambi; ma non posso garantire che fossero propriamente essi, dacchè lo seppi da un terzo.

25.  Ora via Oriani.

26.  Ora via Manin.

27.  Ora via Tre Alberghi.

28.  Voglio dare una prova di questo, che relego però in una nota, non volendo allungare il testo con racconti polemici.

La cito poi perchè altre vi potrebbero essere ugualmente concludenti, ma nessuna in grado maggiore; ed oggi ancora, se mai qualcuno vorrà darsi questo pensiero, è sempre facile il verificare la cosa.

Questa prova si riferisce precisamente al fatto della prima bandiera inalberata sul Duomo, che io vi recai, come ho spiegato, senza correre nessun pericolo.

Eravi in Milano un ginevrino certo Dunant profumiere. Poco dopo la rivoluzione, ei chiese al Governo Provvisorio la cittadinanza italiana, basandosi sopra quanto aveva fatto. Dopo aver enumerato una serie di titoli veri, poichè mi dissero che realmente si era prestato non poco, volle coronare l'esposizione con un fatto clamoroso, ed asserì ch'egli aveva portato pel primo la bandiera tricolore sul Duomo, in mezzo alla mitraglia dell'inimico.

Siccome però era impossibile il negare che pur qualche altro vi era stato prima di lui che aveva portato colà una bandiera, che fece il profumiere?

Asserì che quella era una bandiera bicolore (senza accennare quali fossero i due colori); dal che ne veniva che la sua, come bandiera tricolore, era la prima. Ma, per quanto stranissima dovesse sembrare quell'asserzione a fronte del fatto che la bandiera da me collocata era stata tolta da una vera selva di bandiere tricolori, e consegnata alla presenza di un gran numero di testimonî e poi salutata da centinaia e centinaia, ed annunziata, per ultimo, come tale al pubblico da un ordine del giorno del Comitato di Guerra; non pertanto il fatto non era impossibile; ma letteralmente impossibile e contro le leggi fisiche era la circostanza asserita dal Dunant di aver collocato colà la bandiera in mezzo alla mitraglia dell'inimico, il che poi costituiva in realtà il suo principal merito in quell'impresa.

Io ho menzionato come i Tedeschi, nell'ultimo giorno, tirassero a mitraglia dal bastione di Porta Tosa verso lo stabilimento detto dei Martinitt, ma ho aggiunto che la mitraglia non arrivava tampoco colla forza da rompere le grate che difendono i finestroni del primo piano. Or bene, fra tutte le località delle quali erano padroni i Tedeschi, quella era la più vicina al Duomo; ma la distanza fra quel punto e il Duomo è almeno del quintuplo di quella che si percorre per arrivare dal detto bastione ai Martinitt. Or si pensi se quella mitraglia, che al quinto della via era già innocua, poteva venir spinta sulla guglia del Duomo; osservando inoltre che dal punto indicato i Tedeschi tiravano sullo stabilimento menzionato tenendo il cannone quasi orizzontale, laddove invece, per battere la guglia, avrebbero dovuto puntarlo sotto un angolo molto aperto, ossia tirare dal sotto in su, il che avrebbe moltiplicato ancora le difficoltà.

A malgrado di tale fisica impossibilità, tale singolare asserzione si trova narrata in un libro, il cui titolo ben non rammento, ma credo sia quello De' fatti principali avvenuti nelle Cinque Giornate di Milano, o qualcosa di simile; ma rammento in modo preciso che vi è aggiunto che que' fatti sono convalidati da 200 e più testimonî. Tuttavolta, di que' 200 testimonî non havvene uno solo firmato, e davvero ci voleva un bel coraggio ad asserire d'aver visto il Dunant sulla guglia del Duomo, in mezzo alla mitraglia.

Un mio amico mi spedì al campo quella narrazione, perchè ridessi, dicendomi in quell'occasione ch'io forse non conosceva una circostanza non spregevole nella storia della bandiera, ed era che la persona che l'aveva data a me dal balcone era una bella signora per nome Introini, il che era stato a lui narrato da una persona che faceva i commenti sulla bandiera bicolore, trovata dal Dunant sul Duomo.

29.  Riferibilmente al 1875.

30.  L'autore di questo scritto si trovò alla battaglia di Novara qual capo dello Stato Maggiore della suddetta brigata Solaroli con grado di Maggiore.

31.  Doppia fu la via tenuta per raccogliere mezzi; l'una fu quella del prestito fruttifero (credo di 40 milioni) e l'altra quella delle oblazioni volontarie. Per queste eransi costituite Commissioni in tutte le provincie, e le offerte furono numerosissime da ogni classe; anelli, orecchini, crocettine d'oro, ma proprio di quelle colle quali sogliono ornarsi le ultime classi in città e in campagna ve n'era in tale quantità da attestare un linguaggio veramente d'oro, quanto l'entusiasmo fosse universale e penetrato in tutti gli strati sociali. Quanti di que' modesti ornamenti erano l'unica cosa preziosa di coloro che li offrivano! Or bene, chi mai crederebbe che una gran parte ebbe miseranda fine? Tutte quelle offerte facevano capo a Milano ove appositi incaricati le ricevevano e pubblicavano i relativi elenchi, che sarebbero oggi ancora documenti preziosissimi, testimonî parlanti dello spirito pubblico di allora. Quando sopravvennero i nostri rovesci fu tale la confusione delle menti di quegli incaricati o di quelle persone qualunque alle quali in quell'epoca erano stati affidati quegli oggetti preziosi che non seppero porli in salvo, benchè dalla disfatta di Custoza (25 luglio) all'ingresso de' Tedeschi in Milano (6 agosto) decorressero ben 11 giorni. Non conosco i particolari di quel fatto, ma certo si è che caddero in mano dei Tedeschi, ed ecco come io lo seppi. Mia moglie aveva offerto anch'essa una catena d'oro; l'astuccio entro il quale veniva conservata, portava esternamente impresso il suo nome e cognome scritto per esteso. Verso la fine d'agosto trovandomi nell'emigrazione, mi viene fatta l'offerta di riscattare la collana allo stesso prezzo ch'era stata acquistata all'asta tenuta dai Tedeschi in Piazza Castello. Io non sapeva concepire quella strana provenienza, ignorando il fatto che una massa ingente di quegli oggetti era divenuta preda dei Tedeschi. L'acquisitore evidentemente si informò chi era quella signora, ed ebbe la delicatezza di offrirmi il riscatto allo stesso prezzo; ma tale era allora l'incertezza dell'avvenire che non volli riscattarla, benchè il prezzo fosse vantaggioso. Questo fatto mi provò che anche in quella classe che fornì gli acquisitori di quegli oggetti, ed era di quella che non badava più che tanto alla provenienza, vi ebbero lodevoli eccezioni. Pei buoni cittadini ha dovuto essere uno spettacolo doppiamente doloroso quell'asta, di catene d'oro, di orologi, di anelli, spilloni e gioielli d'ogni forma e gradazione tenuta su diversi banchini in Piazza Castello.

32.  Compreso il voto del noto Maurizio Quadrio ch'era di Valtellina.

33.  Ecco la serie: Lombardia, giugno 1848; Toscana, marzo 1860; Emilia, marzo 1860; Provincie napoletane, ottobre 1860; Sicilia, ottobre 1860; Marche, novembre 1860; Umbria, novembre 1860; Venezia e Mantova, ottobre 1866; Roma e provincie romane, ottobre 1870.

34.  Carlo Alberto era avviato coll'armata a Rivoli ove credeva dar battaglia agli Austriaci, ma si ritirarono. — Nel luglio successivo ci attaccarono però essi i primi in quel medesimo punto e fummo obbligati noi a ritirarci.

35.  Nel 1883 dovrebbe dirsi 35.

36.  Riportandosi al 1876, epoca della prima edizione, ora (1883) sono sette.

37.  È una cascina alla quale venne dato quel nome divenuto storico, o l'aveva forse anche prima del 1800.

38.  Il nominato Perego, che si atteggiava a vera potenza nel campo della stampa, al ritorno degli Austriaci si pose al loro soldo. Se lo fosse anche prima non saprei, poichè nè io lo conobbi, nè mi occupai gran fatto di lui; so di certo che aveva la sfrontatezza di mettere in ridicolo il gran tentativo del 1848 ogni qualvolta gli veniva il destro. Ei finì coll'essere redattore di un foglio ufficiale che si pubblicava a Verona. Un giorno (credo nel 1858) si udì che assalito da atrocissimi dolori era morto repentinamente. Nessuno lo compianse nè più si parlò di lui.

39.  Vedi Allegato III.

40.  Quella chiesa è ora distrutta e sorgeva nel luogo ove si incontrano le prime case della via Principe Umberto a sinistra venendo dai Portoni sopra menzionati.

41.  Seppi poi che andò a riposarsi per poche ore al Collegio Convitto Calchi-Taeggi, prossimo a Porta Romana, ed ove era alloggiato il generale Bava.

42.  Questa frase, anni dopo, può riuscir oscura, taluno può chiedere come si attesero anni? Voglio dar la ragione perchè torna a lode di quell'uomo impareggiabile per lealtà, franchezza, nobiltà di carattere e servigi resi che fu Alfonso La Marmora.

Il lettore conosce ora le vicende toccate ad ambidue in quella notte. — Avevamo corso i medesimi pericoli ma desso era stato il fortunato. Benchè divenissi amico già nel 1848 e perfino collega nel Ministero Perrone S. Martino (il penultimo del re Carlo Alberto), non toccai giammai quell'argomento. Se vuol parlarne, diceva fra me, prenderà lui l'iniziativa; io, lo sventurato, potrei aver l'aria di sentir dolore che altri mi abbia resi frustranei i pericoli e le fatiche, e posso dire che non furono poche. Si arrivò fino al 1872 allorquando il marchese Federico Corradini pubblicò una biografia del general Fami. — Ei cita il fatto della liberazione del re Carlo Alberto, da casa Greppi, come dovuta a noi due in comune. — I due arditi (sono sue parole) si lanciarono da una finestra nel giardino interno del palazzo e da questo scavalcando un muro riescono in un remoto viottolo.

Era una credenza generale che erasi propagata. — Ritenni mio dovere rettificare que' fatti così narrati e lo feci perchè non venisse punto menomato il merito del La Marmora che non era stato condiviso con nessun altro. La lettera diretta all'Opinione, riprodotta dai fogli principali cadde sotto gli occhi di La Marmora che cascò dalle nubi, ignorava quel fatto. Ei volle ravvisare un atto di delicatezza nel mio silenzio ed altro non minore nella rettifica e sotto questa impressione mi scrisse una lettera la più espansiva che si possa imaginare, il silenzio reciproco intorno a quel fatto aveva durato trent'anni, ma non gli bastò e si sfogò in altra sua diretta al bravo capitano Chiala che la rese di ragione pubblica.

Veramente non posso a meno di dire che va oltre il segno, si vede l'uomo che ha bisogno di sfogarsi e l'argomento tocca un caro amico e di questo me ne vanto. L'amicizia sincera di non pochi che furono fra i più insigni attori della redenzione dell'Italia fu la più dolce delle mie soddisfazioni, e fra i carissimi fu La Marmora.

43.  Vedi articolo inserito nel Patriota di Pavia del 18 febbraio 1876, che ha per titolo: Note Bibliografiche, ed è firmato dai suo autore.

44.  Questo passo merita maggior spiegazione. — In Lombardia si era sparsa la voce che il governo austriaco voleva ribassare il prezzo del sale; io n'ebbi sgomento, poichè vedeva che questo gli avrebbe procurato popolarità e tosto scrissi in Piemonte che si facesse altrettanto, ma presto. Ora sia che venisse accolto il mio consiglio o sia che già fosse prima determinata quella misura, il fatto sta che mi venne risposto che col 1º luglio si sarebbe recato in atto il ribasso. Io dimostrava in quella lettera i pericoli del ritardo e la necessità di prevenire l'Austria. — Gli avvenimenti che ben presto dovevano succedere (10 giorni dopo la data di quella lettera) fecero dimenticare e pur troppo resero impossibile quella misura.

45.  In causa d'aver riconosciuto il Piemonte non ben preparato alla guerra.

46.  Si riferiva ai disertori.

Milano — FRATELLI DUMOLARD — Milano

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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (qui/quì, còmpito/cómpito, scorsi/scôrsi e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.