The Project Gutenberg eBook of L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto

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Title: L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto

Author: F. T. Marinetti

Release date: June 4, 2009 [eBook #29035]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Emanuela Piasentini and the
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ALCÒVA D'ACCIAIO: ROMANZO VISSUTO ***

F. T. MARINETTI

L’ALCÒVA
D’ACCIAIO

ROMANZO VISSUTO

NONO MIGLIAIO

Illuminare

CASA EDITRICE VITAGLIANO—MILANO


PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati.
Copyright by C. E. Vitagliano Aprile 1921
15-4-1921-5


Tip.-Lit. A GORLINI—Milano.

INDICE

Pag.
I.L’offensiva dell’amore5
II.La Dama al Balcone e le serenate massacrate23
III.La battaglia chimica e gli aloni azzurri33
IV.Una donna-premio 46
V.Il pazzo62
VI.Un’esposizione futurista navale66
VII.La 7476
VIII.Gli equipaggi della Luna81
IX.Il Deposito fa schifo98
X.Vita da cow-boys107
XI.La marchesa Casati e i balli futuristi126
XII.Una festa napoleonica136
XIII.I veleni del Golfo143
XIV.Una festa petroliniana162
XV.Cavalleria medioevale e blindate futuriste170
XVI.Le ville nostalgiche181
XVII.Duello fra Caviglia e la pioggia190
XVIII.La Vittoria212
XIX.La villa devastata225
XX.Le Forze della gioia, della pietà e della vendetta237
XXI.Lavami, lavami, o amore257
XXII.Fiumi, campane, donne e mitragliatrici innamorate268
XXIII.Massaggio del corpo divino dell’Italia279
XXIV.Un parto in blindata288
XXV.Un esercito in trappola302
XXVI.Pagiolin, colombo viaggiatore325
XXVII.Un’isola profumata nel fiume puzzolente346
XXVIII.La più bella notte d’amore359
XXIX.A mensa col vinto fra i rottami dell’Impero Austroungarico364

I.

L’OFFENSIVA DELL’AMORE

La sera del primo giugno 1918 nella baracca dei bombardieri piantata spavaldamente a sghimbescio sopra una cresta montana di Val d’Astico, si mangiava e beveva allegramente. Le lunghe lunghe forchette rosse del tramonto s’intrecciavano con le nostre, arrotolando gli spaghetti sanguigni e fumanti. Una ventina di ufficiali, tenenti, capitani, colonnello Squilloni giocondo e pettoruto a capo-tavola. Fame da bombardieri dopo una giornata di lavoro duro. Silenzio religioso di bocche che masticano preghiere succolente. Teste chine sui piatti. Ma i più giovani non amano le pause, e vogliono ridere, agire. Sanno la mia fantasia feconda in beffe e mi eccitano con occhiate. C’è troppo silenzio a tavola, e il buon dottore è troppo gravemente assorto nel rito della pasta asciutta.

Con quattro bocconi io placo il mio stomaco poi mi alzo e brandendo una forchettata di spaghetti, dico ad alta voce:

—Per non impantanare la nostra sensibilità, spostamento di due posti a destra, march!

Poi tirando su alla meglio piatti, bicchiere, pane, coltello, spingo brutalmente il mio compagno di destra, che a malincuore cede, tira su tutto anche lui e spinge a destra. I giovani, pronti, eseguiscono l’esercizio, ma il dottore sbuffa, brontola, grida. Lo sollevano di peso. Il piatto di maccheroni gli si rovescia sulla giubba. Crollo di bicchieri Inondazione di vino. Risate, urli, schiamazzo. Tutti spingono il dottore, lo pigiano come l’uva. Schizzano le sue urla.

Dominando il tumulto, io comando:

—Spostamento riuscito! Tutti seduti! Ma guai, guai a chi lascia ancora impantanare la propria sensibilità!... E tu, caro dottore, non dimenticare che la più alta e preziosa delle virtù è l’elasticità. Come potresti, senza elasticità, curare un bubbone, un callo, una sifilide, una otite, o il rammollimento di certi superiori? Con elasticità, abbiamo abbandonato il Carso dopo Caporetto, abbiamo riso mentre il cuore piangeva nella ritirata. Come potremmo, senza elasticità, schiacciare il passatismo austro-ungarico, rinnovare integralmente l’Italia dopo la vittoria? T’impongo, caro dottore, d’interrompere con elasticità futurista la tua spanciata passatista!

Tutti ridono. Il dottore mi guarda spaventato. Minacciandolo burlescamente, impongo:

—Per non impantanare la nostra sensibilità, piatti e bicchieri nelle mani! Giro totale della tavola, in corteo!

Il frastuono diventa infernale. Urti, scossoni, «Basta!» «Finiamola!» pugni, capitomboli, «Accidenti!». Vortice rullio e beccheggio. Ma i giovani sono tenaci e con forza imprimono alla ressa un giro tumultuoso intorno alla tavola. Piace molto al colonnello il gioco bizzarro. Soltanto il dottore non si diverte. Dov’è, il dottore? Dov’è? Tutti lo cercano. E’ fuggito sulla terrazza col suo piatto di pasta asciutta.

Fuori, fuori all’assalto! e si finisce il pranzo alla rinfusa, sbandati, con grande scrosciar di risate nella risata fulva del Tramonto, tutto nuvole di cristallo incandescente, bottiglie spumeggianti d’oro, cirri di porcellana viola affastellati, luminoso banchetto aereo sospeso a picco sulla pianura veneta crepuscolare.

I miei amici cantavano intorno al dottore l’inno della burla futurista:

Irò irò irò pic pic
Irò irò irò pac pac
Maa — gaa — laa
Maa — gaa — laa
RANRAN ZAAAF

Uccidevano così le nostalgie.

Alla vigilia di una grande offensiva nemica i combattenti italiani dovevano spesso subire una ben più pericolosa offensiva; l’offensiva dei Ricordi Amorosi. La sentivamo accanirsi sopra di noi e in noi, nel nostro cuore e sulle labbra—quella sera fra gli agili ventagli di piume rosate del cielo e i fiumi interni del nostro sangue felice. Ero seduto col colonnello Squilloni, il capitano Melodia, il tenente Bosca e il mio attendente Ghiandusso, sull’orlo a picco della alta montagna scoscesa.

Muti in ascolto sorseggiavamo la sera dolce fresca mordente come certe bevande arabe impreziosite e profumate di spezie e di fiori. Guardavamo le città dell’immensa pianura veneta. Sentivamo laggiù Milano. A quell’ora la ribollente città lombarda, dopo il lavoro curvo accanito, accendeva tutti i suoi lumi azzurri guardando e bevendo con tutte le sue finestre l’ossessionante linea curva del Fronte.

Le sue 800.000 anime buttavano via sul selciato i corpi affranti gretti e rapaci per salire in alto e vedere, vedere. Su, su, a grandi grappoli colorati, salivano le anime come palloncini sfuggiti alle mani dei bimbi. Finalmente potevano immaginare, forse vedere ciò che i fratelli, i padri, gli sposi, gli amanti facevano, combattevano, soffrivano laggiù.

Io parlavo a Zazà, la mia cagnetta di guerra, fulva grassotta agile e intelligentissima bastarda, nata sul Piave da una foxterrier purissima e da un cane randagio. Una di quelle lunghe tenerissime conversazioni astratte, piene di una filosofia indulgente tra due animali di sesso diverso uno dei quali dimentica volentieri il suo genio per essere semplicemente un cane. Mi sentivo cane per la mia fedeltà generosamente data, prodigata, al nome radioso dell’Italia che dal Cengio vedevamo in tutta la sua bella nudità dormente coricata fra i mari il cui respiro salato ci veniva a quando a quando sulle labbra colla brezza.

I miei amici sgranavano confidenze a mezza voce e ricordi amorosi. Io pensavo al mio probabile passaggio nelle automitragliatrici blindate e sognavo una bella velocissima blindata per inseguire gli austriaci che dovevano fra poco sferrare la loro grande offensiva. Il mio ottimismo era più che mai convinto della vittoria finale. L’idea della morte non preoccupava nessuno.

Il capitano Melodia, viso asciutto e tagliente, occhi furbi, languidi di ricco signore romano, ufficiale di cavalleria, volontariamente passato nei bombardieri per amore del pericolo e per onorare il padre senatore. Anima vivacissima piena di allegre pazzie e di buffonate temerarie. Era celebre per le sue bizzarrie e avventure originali. Afflitto da una blenorragia doveva, prima della guerra entrare all’ospedale o fare istruzione ai suoi soldati. Preferì fare istruzione in Piazza d’armi e comandare il suo squadrone stando seduto in carrozzino con a fianco l’attendente. Brandiva la frusta con la mano destra per dare i comandi mentre guidava il suo cavallo con le briglie nella sinistra. Un’altra volta mandato in servizio di pubblica sicurezza in un villaggio di Romagna si fece passare per principe del sangue, ingravidò la figlia del sindaco e passò in rivista, il giorno dello Statuto, pompieri, società operaie e carabinieri. Ebbe due mesi di fortezza.

Ora Melodia, sentendo parlare di morte, interviene dominando la conversazione:

—In guerra, non ebbi mai la paura di morire. Son sicuro che non l’avrò neanche nella prossima battaglia. Però, la conosco... La provai lontano dal fronte, in condizioni veramente eccezionali. Ero all’ospedale di Torino, un anno fa, per la mia ferita. Già guarito con una voglia pazza di divertirmi e l’impossibilità assoluta di uscire dall’ospedale. Divieti e sentinelle feroci. Pensai per tre giorni al mezzo di fuggire. Al quarto una idea di genio: mi introduco nella camera mortuaria. I piantoni discutono intorno al cadavere enorme di un Alpino che non si poteva fare entrare in una cassa troppo corta. Aiuto anch’io. Tentiamo vanamente. La cassa troppo corta è messa da parte e i piantoni se ne vanno. Intanto io complotto con un mio amico e decido. La notte stessa rientro nella camera mortuaria e mi sdraio nella cassa da morto troppo corta, ma sufficiente per me. Mentre io bestemmio sotto per il rumore, l’amico mi inchioda sopra il coperchio alla meglio, per modo che una lunga fessura mi permetta di respirare. All’alba avvenne ciò che avevo preveduto. I portatori macchinalmente mi sollevarono, mi buttarono con brutalità sul carro. Questo sgangheratissimo e trascinato da due rozze entrò due o tre volte nelle rotaie del tram con degli scossoni da staccarmi le budella. Ad un tratto sento trombettare un automobile con ferocia ingiuriante. Cosa fa il mio cocchiere? Certo dorme. Perchè non si scansa? C’erano anche due autocarri che mi correvano addosso addosso... e urlai urlai dal terrore! Sentivo veramente sentivo il glaciale e lacerante terrore di morire.

Il racconto vissuto del capitano Melodia fu acclamato.

Tutti lo sapevano capace di quello e d’altro. Ma le risate morivano sotto le ampie troppo soavi carezze della notte che dopo l’offensiva dei ricordi amorosi e delle nuvole carnali sferrava una delirante offensiva di stelle negatrici d’ogni eroismo terrestre. Stelle, stelle, stelle, che beffeggiavano con lunghi trilli bianchi la compattezza delle montagne e lo sforzo entusiasta delle cime, e la statura atletica del nostro bel colonnello Squilloni ritto davanti a noi.

Squilloni è un simpaticissimo quarantenne, fiorentino pieno d’ingegno. Maffia del suo capello alpino un po’ piccolo sul viso giocondo fiero. Occhi celesti di sbarazzino senza ironia. Gesti violenti che contrastano col sorriso offerto per piacere a tutti. Comandante energico ma paterno dei bombardieri che lo adorano.

Conosciutissimo nei caffè di Vicenza, di Thiene, di Schio dove passa e ripassa muscoloso pettoruto col suo giardino multicolore di decorazioni, raccogliendo sorrisi speciali di cocottes e contraccambiandoli con risatine subito ricomposte nella fierezza militare.

Bell’uomo che avrebbe tutte le fortune con donne della buona società; forse disilluso, ora amante amato di tutte le prostitute.

Per loro canta accompagnandosi sulla chitarra, seccato se qualcuno canta insieme con lui. Magnifico ufficiale, quattro volte medagliato, ottimo organizzatore di batterie, goliardico e carnascialesco re dei bordelli.

Squilloni si volta e parla con voce importante all’Italia, alle città della pianura, a noi: «Le stelle non mi piacciono e neanche le nuvole rosee che paiono, a voialtri poeti, seni e cosce di donne. Domani si va tutti, figliuoli, a fare un bagno di carne da Madama Rosa».

Il giorno dopo tutti nell’autocarro della spesa, per Campiello e Mosson fino a Thiene, sbattuti dalle risate trionfali del Colonnello Squilloni che ci conduceva verso ciò che chiama l’unico paradiso!

Sforzo del motore nelle salite vruu truu vruu truu. Poi respirazione dilatata in discesa vraaaa svaaaa err tling tlaang.

Polverone. Odore di morte a Campiello. Vi sono trincee colme di cadaveri della prima offensiva austriaca. Qui la nostra difesa fu accanita.

A un chilometro dalla casa ospitale, una automobile militare ci sorpassa, filando a tutta velocità forse collo stesso obbietivo. La sua sirena si sforza di imitare il raglio d’un asino in amore.

iii ooo iii ooooo

Noi sorpassiamo dei piccoli plotoni di scozzesi in gonnella, rudi gambe e polpacci abbronzati e bitorzoluti. Marciano a passo ritmato più rapido del passo militare alla conquista dei piaceri facili. A frotte veloci meno ordinate, ufficiali e soldati grigioverdi.

Stop. Entriamo nella graziosa villetta. Per ufficiali. Fumo, fumo, fumo. Non si respira, tenenti e capitani in grigio verde tozzi rudi, sporchi polverosissimi, frustino o bastoncino in mano, tintinnio di speroni, nei corridoi da transatlantico.

Le dame sembrano tutte bellissime, delicatissime, troppo fragili. Strane statuette di cristallo, fra i voluminosi rullanti e beccheggianti maschi di guerra in foia.

Il colonnello Squilloni è festeggiatissimo.

—Lei... ho già avuto il piacere di conoscerla. Mi ricordo, nel bordello di Cervignano, offensiva di Maggio.

—Signor colonnello, si ricorda di Madama Rosa a Cormons? Mi disse: Salutami tanto il caro Squilloni!...

Interviene un capitano inglese ubriaco:

—Moi aussi, monsieur le colonnel, je vous ai connu au bordel de Verona.

Squilloni rideva godeva da studente o marinaio l’allegria del bordello, scalo di tutti i cuori naviganti in guerra. Comprensione e cordialità assoluta di popoli e sessi alleati.

Prima saletta: Porta aperta con tenda sulla campagna torrenzialmente inondata di stelle che aspetta gli areoplani. Nel centro la lampada con tendina blu scura proietta un tondo cerchio di luce studiosa e scientifica sul tavolo. Luce d’intenso lavoro spirituale. Luce per progetti d’ingegneria. Sembra un laboratorio preparato per una veglia saggia e feconda. Quale incubo feroce ha scatenato tanti sessi vocianti in questo asilo del pensiero? Tin tin toc ploc di piedi sulla scala di legno. Un grosso tenente di fanteria con ampio ondeggiamento del corpo imbottito e armato spinge su come un pastore la donna scelta pecora fronzoluta mezzo nuda che sembra adornarsi salendo delle foglie verdi e dei papaveri della tappezzeria. Una magrissima biondina che tutti chiamano non si sa perchè pantera, gira coraggiosamente col suo fragile corpo minuto fra le gomitate i fianchi rocciosi e le dure pistole degli ufficiali. Tutti guardano in alto verso il corridoio dove le porte si richiudono ogni tanto su dei chiarori di camere chirurgiche per rapide operazioni. Meccanizzazione dell’amore. Sento la casa vibrare di un meccanico ininterrotto stantuffare d’istinti rudi denudati di ogni civiltà. Instancabili donne-motori.

Uragano di rumori, voci, luci.

Urari-ciacipiera-teloo... Io sono ancora vergine questa sera... Non ci credo... Andiamo a godere biondino... Dove è andato il pancione?...

Viva il nostro colonnello Squilloni! Urla risate applausi, tutti si precipitano verso il divano dove il capitano Melodia che ha indossato una vestaglia gialla finge di sedurre il tenente Bosca e lo tiene fra le braccia. Comincia poi il giuoco tradizionale di spingere a viva forza e trasportare in camera un amico che non si decide, mentre altri catturano una ragazza. I due pigiati a spintoni e a pedate sono insaccati nella porta semi aperta.

—Via, via, presto, forza, dentro! Ti abbiamo scelto la bimba, eccola pronta!

Una milanese pallida, carina, con i capelli corti, neri, ricci e cocciuti pettinati all’indietro, mi bacia. La seguo. Camera piccolissima, letto grande, coperta rossiccia gibbosa, bitorzoluta, tutta sporca di piedi eroici per continuare e imitare forse le Doline del Carso perdute. Ma si ripigliano, si ripiglieranno con la sana virilità della razza che sa prendere bene e tenere sotto le donne e le montagne sue. Plafone ingenuo e primitivo. Odore acuto di Contessa azzurra.

—Come ti chiami?

—Maria.

—Di che parte d’Italia?

—Sono Milanese.

—Anch’io.

—Vieni sarai contento.

E mi abbraccia col   tin tin    glin glin    di troppi braccialetti.

Quando ritorno in sala un mio amico dice a Maria che sono Marinetti. Maria pianta il nuovo cliente viene da me, mi dà un bacio e dice:

—Se avessi saputo che tu eri il celebre futurista ti avrei dato dei baci più raffinati.

—Perchè?

—Perchè ho letto tutti i tuoi libri. Ero abbonata anche a Lacerba.

Esco. Giù, fuori della porta, vedo tre soldati che parlano a una prostituta alla finestra. Si tengono per mano come collegiali, scherzano indecisi, ansiosi. La prostituta è scesa anch’essa. Si avvicina ai soldati. Dà in fretta 5 lire a ognuno di loro poi ripassando di corsa vicino a me seguita dai soldati mi dice:

—Mi facevano pietà.

Mi dirigo verso l’autocarro dicendo a Squilloni:

—Bordello! Ultimo rifugio del cuore!

—Certamente, risponde Squilloni, il bordello è la soluzione sintetica di tutti i problemi dell’Amore. Credo che avrete finalmente sconfitto tutte le offensive delle nostalgie sentimentali.

—No, non ho pensato all’amore. Ho ideato invece l’architettura del mio nuovo libro che sarà meraviglioso, siatene sicuro.

Voglio che questo libro danzi, danzi, danzi vivo e palpitante con ritmo giocondo fra le mani del lettore. Voglio che la sua danza pazza d’amore e di sconfinato eroismo trasformi le mani del lettore in quelle agilissime del giocoliere. Scatterà anch’egli fuor dalla poltrona e ritto si sforzerà di aumentare la sua statura sulla punta dei piedi ballerinamente nell’ebbrezza ascensionale che lo spingerà a gareggiare in temerario equilibrismo col ritmo selvaggio del mio libro. Sarà ebbro di guardarlo in alto quasi in bilico sull’improvviso zampillo di gioia che gli schizzerà dal cuore. A braccia aperte aspetterà che ricada che ricada finalmente.

Ma intendiamoci parlo del lettore geniale, amico d’ogni coraggio spirituale! Con ferocia brutale il mio libro piomberà sul naso del passatista imbelle acidulo e occhialuto che trema sotto i suoi vetri come un microbo sotto il microscopio. Si staccherà da lui per rimbalzargli addosso furente e per schiaffeggiarlo.

Ma con quanta grazia ridente e primaverile si spalancherà sotto gli occhi vivaci del lettore geniale per profumarne l’anima! Vedo allora gli orli bianchi delle mie pagine fremere ammorbidendosi e iridandosi con gli amoerri beati, la metallicità persuasiva e gli invitanti riflessi rosei-azzurri del mare che scivola, scivola, scivola verso la forza tonda e rossa del sole al tramonto. Ecco il mio libro segue i consigli del mare e veleggia bianco per seguire il sole che scivola esso pure gonfiandosi d’orgoglio e di morte giù dal suo morbido letto di tenerezza crepuscolare.

Stracciatelo, bruciatelo pure questo libro mio. Rinascerà perfetto. Se un giorno sarà stanco come credo delle stanze chiuse e meticolose fugga, fugga le inevitabili biblioteche e si slanci aprendo le pagine come ali in cielo. Subito immensificato dal suo ardore si tramuterà in un areoplano simile a quello ricco di raggi che si libra e ronza con garriti e applausi sulla mia testa mentre entro nel forte Corbin di Val D’Astico.


Oggi 11 giugno 1918.

Sono un tenente dei bombardieri che ha fatto il suo dovere. Ma non mi sento degno di te, libro mio preferito. Mentre il mio cuore batte sicuro il mio passo non lo sa cadenzare con eguale sicurezza. Ho il passo indeciso, malfermo ondeggiante, ferito, che ripete sulla terra le punture dilanianti d’una piaga infame e assillante aperta nel mio fianco. Piaga di Caporetto, piaga enorme che sento vivere soffrire, imputridire e che presto bisogna, ad ogni costo bisogna colmare, colmare con un nuovo ultravermiglio generosissimo sangue a fiotti bollenti, a torrenti nel suo centro e sugli orli il cui viola sinistro ricorda le botti sventrate dai fuggiaschi ubriachi, le schifose avvinazzate bombe incendiarie su Cervignano e il putrido violaceo fuggente tramonto del 27 ottobre. Guarire, guarire quella piaga! La guariremo. Già domino il mio passo e lo cadenzo. La grande battaglia è prossima e tutto nel mio corpo s’avventa verso quell’ora decisiva dalla quale nascerà il nuovo passo Italiano, quello d’avant’ieri sul Carso, passo elastico, martellante, padrone delle nobili elegantemente femminili strade italiane.

Mi siedo alla mensa dei gloriosi Gialli del Podgora, 11 fanteria, brigata Casale, nel Forte Corbin. Pranzo giocondo, chiassoso. Circa 30 ufficiali pigiatissimi che divorando rossa pasta asciutta parlano golosamente della prossima inevitabile offensiva austriaca. I gialli del Podgora hanno ornato di fiori gialli la sala. Volete che io parli di voi, cari Gialli, della vostra gloria passata e della prossima, sicura?

Volentieri! Mi abbandono. So che saprete dare col vostro slancio al giallo della smisurata bile italiana lo scoppiarne fragore purpureo della vittoria definitiva!

Si brinda alla gloria di Boccioni, di Sant’Elia e degli altri futuristi, primi fra tutti gl’interventisti italiani.

Declamo parole in libertà che varcano tonando le porte della sala aperte sulla terrazza e si tuffano nell’ampio respiro freschissimo dell’Astico. I rumorismi della battaglia Bulgara cantata da me svegliano certo le batterie austriache di Tonezza e gli applausi che li salutano completano la polifonia di echi delle montagne e l’infinita orchestra volubile dei contro-echi. Usciamo sulla terrazza del forte che sbarra a picco la valle profonda di oltre 1.000 metri. Poi su su per una scala di ferro fra i calcinacci e i rottami delle cupole d’acciaio già disalveolate perchè il forte è già in parte smantellato.

La tenerezza carnale rosea del crepuscolo inonda la vallata, spalma di olii dorati le groppe dure, le gravidanze grottesche, i gomiti ostili, le ondate ribelli e i rigonfiamenti pietrificati delle montagne.

I nostri 75 campagna rispondono rabbiosamente ai forti austriaci di Tonezza...

L’altissima terrazza sembra una passerella di corrazzata che navighi nelle acque seriche, viola azzurre dorate del crepuscolo, entrando in un golfo di sogno fra monti sereni che sognano.

Ecco un nostro 149 del Cengio colpisce un baraccamento austriaco sulla groppa del Cimone. Vi scoppia un’incendio. Lentezza molle disinteressata del suo fumo che sale scapigliandosi e tentacolando con grazia una prima stella.

Braaaaaa... di echi come frane di ghiaia. Un lontano soavissimo ronzio di aeroplano bevuto dagli ultimi rossori del Tramonto. Cip cip cip d’uccelli negli alberi rabbrividenti. Pi, pi... pi... di pulcini e galline sotto la porta del forte.

Il maggiore Sannia m’invita a seguirlo nei sotterranei del forte.

Lunghi corridoi di carcere. Scale a chiocciola fra feritoie di vento azzurro. I nostri passi echeggiano. Pedali d’organo che prolungano cannonate lontane. Una camerata buia con strani movimenti d’alghe marine. Sono soldati che dormono. Altra camerata con respirazioni e puzzi folti, aspri, stipati, selvaggi, ammoniacali. Finalmente un moccolo sospeso lingueggia giallastro e ci guida verso dei pacchi enormi di sonno e di odore di stiva.

—Su, alzati! dice il maggiore scuotendo uno dei dormienti.

E’ un disertore austriaco. Indovino i piccoli occhi celesti nel viso biondiccio. Breve interrogatorio. Appartiene alle truppe d’assalto, parla Italiano, si dice slovacco. Ha lavorato in Italia in una fabbrica di birra.

—Perchè hai disertato?

—Perchè il mio tenente mi ha schiaffeggiato ieri. Ogni sera di pattuglia. Sono stanco.

—L’offensiva austriaca è sicura, non è vero?

—Sì—e anche la data fissata—il 15 giugno alle 2 e mezza dall’Astico al mare, ma l’attacco importante sarà nel centro.

—Ti hanno dato da mangiare e da bere?

—Sì.

Rimontiamo. Sulla terrazza sotto i trilli gioiosi delle prime stelle fra gli immensi ventagli freschi dell’Astico sicuro ritmato come il sangue d’un uomo forte, il maggiore Sannia dice:

—Dato lo stato dei due eserciti è ormai sicuro che il primo dei due che oserà un’offensiva generale e non la vincerà sarà perduto per sempre... Quanto diversi, i nostri disertori! Noi abbiamo avuto nella brigata solo 3 soldati fucilati per diserzione. Uno appena uscito dalla linea fu subito inseguito da una pattuglia ordinata da me e fucilato a tre passi dai reticolati austriaci. Gli trovai addosso una lettera che spiegava la sua diserzione veramente strana dato il suo ottimo stato di servizio. Scriveva alla moglie: «Non mi farò ammazzare dal dispiacere. Domani mi darò prigioniero agli austriaci. Conserverò così la pellaccia per il dopo-guerra quando verrò a spaccarti il cuore per pagare il tuo tradimento...» Il secondo disertore fu preso dai carabinieri mentre abbandonava la linea. Disse: «Non vado via per paura. Me ne frego degli austriaci. Voglio andare a Trapani a uccidere mio padre che ogni notte va a letto colla mia fidanzata.»

E il maggiore concluse: «Con simili disertori si deve assolutamente vincere la guerra.»

II.

LA DAMA AL BALCONE
E LE SERENATE MASSACRATE

Il 14 Giugno tutto è pronto. La nostra linea aspetta l’urto con sicurezza. Si parla di nuove batterie austriache non ancora individuate. I pessimisti insistono sulla pericolosa propaganda disfattista che Milano e Torino particolarmente inoculano colla posta ai soldati in linea. Io ho trattenuto tutta la posta delle batterie nella baracca del Gruppo. Credo preferibile distribuire un rancio accurato invece di troppi sentimentalismi postali alla vigilia di una battaglia decisiva. Tutto lo schieramento di batterie che dal forte Corbin lungo Val D’Astico gira la cima Ardé e seguendo la cresta di Sculazzon in Val D’Assa raggiunge gli Inglesi a Cesuna, con le sue 200 bombarde, e le mitragliatrici e i fucili della brigata Casale, è pronto all’urto che si prevede furibondo, decisivo.

Abbiamo bene pranzato nella baracca di legno e lamiera del Gruppo bombardieri, che appoggia le spalle a dei roccioni grigio ferro in forma di piccole torri. Fumiamo serenamente sull’orlo della Vallatella Silà verdissima bacinella quieta, colma di silenzio alpino, sospesa da un lato alle creste del Cengio e dall’altro alla strada che va al forte Corbin. Dolcezza languida, mansueta della sera madreperlacea che cede docilmente all’ombra salente delle valli profonde. Un frastuono ci scuote.

Allegria degli echi turbati da una singolare mandolinata. Sono i miei bombardamenti che vogliono invitare gli austriaci alla prossima danza. Eccoli sotto di noi. I due primi grattano disperatamente due mandolini, due altri li seguono battendo a gomitate e a calci delle latte di benzina. Dietro viene sculettando e sgambettando il violoncellista. Ha per violoncello un lungo attaccapanni di ferro. L’orchestra si ferma per fare agli ufficiali una serenata, sotto la gesticolazione frenetica del più fantastico direttore d’orchestra.

Porta in testa una gamella obliqua, sulle 33, a guisa di berretto inglese. Si è legato sul culo le falde rialzate del cappotto per imitare l’antica foggia militare italiana. Buffonescamente insulta i suonatori cadenzando la melopea con lazzi e pernacchi fragorosi. La tempesta di rumori e di grida sveglia gli accampamenti nella Vallatella Silà.

Applausi. Applausi e ironie volubili degli echi freschi ventilati da morbidi rombi lontani.

L’orchestra si ferma davanti al Comando del Gruppo. Il capitano mi prega di parlare. Si affollano bombardieri, artiglieri e suonatori.

—Cari bombardieri, cari artiglieri e fanti d’Italia, grazie di tutto cuore per la serenata a noi e per i meravigliosi pernacchi scagliati contro gli austriaci! La vostra fragorosa allegria dimostra al cielo, al sole che tramonta e alle stelle, che sapete spavaldamente infischiarvi di tutti i pericoli! Voi avrete appreso dalle molte informazioni che se non è certa è probabile la grande battaglia questa notte alle due e mezza. Io personalmente ci credo. Ad ogni modo ciò non vi preoccupa, come vedo, non può preoccupare nessuno poichè altre informazioni e queste certissime mi hanno convinto come hanno convinto tutti i capi che l’intera linea italiana dall’Astico al mare è pronta, assolutamente pronta non soltanto a resistere a qualsiasi offensiva austriaca, ma anche a rintuzzarla vittoriosamente. Ricordatevi: qualsiasi offensiva, anche strapotente, sarà massacrata. Cadorna non era un generale incapace. Ebbe soltanto il torto di non dimettersi, quando si sentì stanco e logorato. Fu lui che scelse la linea del Piave, ed è una linea forte. Ora è di acciaio. Resisterà. La lotta sarà aspra, e vi saranno momenti gravi, forse delle oscillazioni. In quei momenti, pensate che quella pianura veneta, laggiù, è il letto della nostra sposa unica e divina: l’Italia... il letto delle vostre spose che adorate... Voi, ritti in piedi, custodite la porta, e la scala che gli austriaci vorrebbero assalire! Pensate che cedendo il passo un solo istante voi permettereste vergognosamente a quelle canaglie di entrare in casa vostra, piombare nel vostro letto e possedere le vostre donne. Meglio morire! Sono certo che nessuno di voi vorrà essere un vile idiota e becco contento. Ed ora andate a dormire, sarete svegliati a tempo opportuno!

Giudicai opportuno di svestirmi per riposarmi meglio.

In branda a 6 centimetri dal tenente Bosca. Abbiamo fra di noi come orinali un bossolo da 75 ed una scatola da conserva. Ogni 5 minuti (verifico l’orologio alla mano) la notte silenziosa succhia una nostra granata da 149 uuuussss uuufff. Mi addormento.

Alle 2 e mezza siamo svegliati dal bombardamento.

—Bosca, ci siamo.

Mentre ci vestiamo sentiamo crescere, addensarsi e centuplicarsi i sibili delle granate austriache che fanno, passando sui roccioni e sul tetto di lamiera, l’illusione d’un’enorme corrente d’acqua col loro rumore di seta lacerata. Passano a un metro o due dalla lamiera che vibra e vanno a scoppiare in val Silà.

Bombardamento feroce, pieno, continuo. Abbondanza di munizioni. Gli austriaci credono siano annidate molte batterie in Val Silà.

Siamo tutti in piedi col respiratore inglese bene saldato al viso. Fuori buio. Un vago sentore d’alba verso il Cimone. La vallatella è piena di fragori violenti, irritatissimi, fra le vendette gli squarciamenti e le minacce urlanti degli echi. Controllo tutto, chiamo gli uomini. Sul tetto di lamiera scorre dilatato il fiume dei sibili. Ho l’impressione di essere immerso in quel fiume che cresce. La baracca sembra abbracciata da un’inondazione di sibili. Verifico il respiratore di ogni bombardiere. I gas lagrimogeni cominciano ad agire sui nostri occhi. Bizzarrissima sensazione di piangere senza dolore. Albeggia.

Tutte le nostre batterie rispondono con un fuoco precipitato. Le vampe continue e fitte vestono il Cengio d’un convulso drappeggio di fuoco. Val Silà è piena di fumi bianchi, grigio-perla che si sfilacciano forati dalle vampe delle nostre batterie.

Ecco una sorpresa che ci lascia presto indifferenti: un nuovo tipo di granate austriache che scoppiando lanciano in alto lunghissimi vermi ondulosi e perpendicolari alti 50 e talvolta 100 metri.

Strani vermi di fumo anellato che talvolta non riescono a rizzarsi e allora si sviluppano orizzontalmente scrosciando e borbottando nella vegetazione. Sono granate segnali che servono ad indicare agli osservatori austriaci un punto di caduta invisibile nelle vallate profonde. Le batterie austriache di Campolongo, Luserna, Tonezza, sembrano avere una questione personale con Val Silà. Concentramento di fuoco contro di noi. I telefoni non rispondono più.

Il mio attendente Ghiandusso viene con una catinella piena d’acqua seguito dalla mia cagnetta Zazà. Ghiandusso le impone i soliti esercizi ed eccola seduta sul culo, schiena ritta con un giornale piegato in bocca.

Senza togliermi il respiratore, faccio la mia toilette a dorso nudo nell’acqua diaccia. Non posso lavarmi il viso, e parto col capitano per raggiungere i miei amici in batteria a Sculazzon. Il monte Priaforà fiata vampe. Fiati di fuoco tra le labbra nere, occhiate di fuoco sotto le palpebre nere, stilettate di fuoco dalla pancia nera del monte. BRAA bububu BRAA vuvuvu delle valli. La strada che ci conduce a Forte Corbin è tempestata dalle granate. Nel forte trovo il capitano Melodia, magro, onduloso, allegro e pronto alla beffa. Scendiamo con lui in un sotterraneo che dà al camminamento Cima Ardè.

Il mio capitano si è munito di due lampadine elettriche. Dopo avere seguito per 10 minuti un tortuoso camminamento sotto il cielo sibilante e lampeggiatissimo giungiamo ad un vero pozzo di miniera. Curvi ci inoculiamo in una galleria tutta stillante su un terreno sempre più sdrucciolevole. Il pozzo scende nella spina dorsale di un costone fortificato. Riconosco ormai il cammino che ci deve condurre alla famosa Dama al Balcone. Infatti dieci passi dopo sbocchiamo nel fulgore sfarzoso di centomila feste da ballo riunite. Sono i centomilioni di candele del massimo proiettore che sorveglia le posizioni Austriache in Val D’Astico. Pausa abbacinante. Poi sentiamo la danza furibonda e il ta-ta-ta-ta-tà capriccioso, spietato, ironico e femminile della mitragliatrice Saint-Etienne che, sei metri a destra, sputa come una Andalusa fuoco di passione e garofani rossi dal suo balcone mascherato di fogliami. E’ lei la leggendaria Dama al Balcone della brigata Casale.

Una Saint-Etienne prodigiosa. Si ricorre a lei per la difesa dei punti pericolosi. Non si inceppa mai se è servita e accarezzata dal suo amico mitragliere Buco, un pugliese magrolino, olivastro, dagli occhietti furbi tutti a lampi che si mescolano ai lampi d’una risata bianca continua. Meccanico provetto. Non ha mai bisogno di smontare la sua amante per pulirne il cuore. La domina impugnandone la groppa flessuosa, la pizzica, la solletica. E la Dama elegante in nero si curva giù sugli abissi dove fervono le serenate austriache e sputa, sputa i suoi innumerevoli fiori veementi che uccidono i romantici e audaci suoi serenatori.

Buco mi saluta offrendo la sua risata allegra allo splendore elettrico bianco azzurrino del proiettore. Siamo glorificati, divinizzati dalla versicolore splendida pazzia delle farfalle che si slanciano ebbre d’oro nel gran fascio di luce, cozzano ruzzolano, piroettano contro il grande occhio vetrato divenuto ormai accecante.

La rabbia delle cannonate in rissa con tutti gli echi mugolanti accresce la fantasia e il mistero di questa notte ultra-romantica innamorata di morte e d’ilarità crudele. Tragicamente come uno spettro dalla tonda pancia di metallo in fusione, il proiettore che funziona a distanza esce dalla sua caverna e s’avanza sul binario Decauville fin sull’orlo della roccia a picco, poi retrocede senza rumore e si cela nel buio.

Dal fondo della caverna i foto-elettrici regolano, sulla sfera girevole di un apparecchio i movimenti di spostamento e di accensione. Ma le rotaie sotto il proiettore brillano e si torcono come serpenti fosforescenti e il mio sogno ultra acceso vede realmente camminare un formidabile spettro dalla pancia vetrata tutto convulso nello sforzo di liberarsi dalle farfalle in foia. Si avvicina austero e minaccioso alla troppo civetta Dama mitragliatrice che schiamazza, sbraita sempre più contro i suoi corteggiatori della valle.

La bella Dama d’acciaio respira golosamente l’eccitante miscela degli odori notturni: vaniglia, violette, acacie e menta selvaggia, tutti pepati dall’odore aspro dominatore della balistite.

Sembra ballare pazza di gioia la sua strana danza a schiena curva. Fumano i suoi capelli sciolti. Il mitragliere le stringe i fianchi e l’ombra ingigantita della coppia bizzarra danza proiettata a cento metri davanti a noi sul tondo, enorme cerchio di luce che il fascio luminoso del proiettore stampa sulla nebbia. Vicino, sotto, sopra, intorno, altre ombre strabilianti: le nostre. Labirintica prospettiva fra gli specchi irreali numerosissimi di questa festa da ballo.

Buco mi dice: «Come è bella la mia dama! Elegantissima! Come balla bene! E’ un po’ capricciosa e suscettibile, ma non con me. Con me è buona! Mi è stata sempre fedele, mi preferisce a tutti! Mi dà tutto il suo spirito e il suo ingegno... Gode, veramente gode quando io la olio di baci... ha un odio speciale per quella stupida, pettegola che vorrebbe tenerle testa là davanti a noi!».

Sentiamo infatti le numerose pallottole della mitragliatrice austriaca frugare brutalmente a 2 metri sopra le nostre teste nella vegetazione buia.

La Dama al Balcone la deride, la insulta a perdifiato: «Idiooota   ta-ta-ta-ta-ta-ta-    Idiooota ta-ta-ta-ta-ta.»

Rispondono tutti gli echi del muraglione di faccia, ma una gran nebbia ci vieta di vedere malgrado gli sforzi insolenti del proiettore la strada austriaca da dove scendono gli assalitori. Gli echi irritati o sedotti ridono essi pure, conquistati dalla festa da ballo, moltiplicando i loro lunghi

gia-a-a-a-a-a gia-a-a-a-a-a gia-a-a-a-a-a

Sembrano frane di ghiaia o meglio grida di popolo sfamato sotto l’opulenza esplodente di questi palazzi rocciosi. Le stelle altissime palpitano come segnali luminosi di una lontanissima battaglia di pianeti.

No! no! sono le sonagliere di molleggianti equipaggi invitati celesti! Mille, mille bocche ridenti di dame lontanissime affacciate allo Zenit. Si sbracciano, si sbracciano per gettare nella grande festa da ballo perle, perle ossessionanti e tali da mutare presto la danza in una rissa di folgori avvinghiate, che si contendano delle campane montane. Ma le stelle purtroppo sono già ridiventate ciò che sono in realtà: i rubini che ornano i volanti dinamici delle gonne alle divine ballerine che non balleranno purtroppo mai con noi! Saluto Buco, e passo sotto una vôlta fronzuta. Urto nelle spalle di un enorme bombardiere.

Siamo in una delle piazzole della batteria di Melodia. Fooc! srrrrrrrrrrrr. Seguiamo in alto l’ascensione di una bomba da 58. Eccola già in discesa mugolando giù giù nella vallata SCRABRAAANG. Si riprende il camminamento.

III.

LA BATTAGLIA CHIMICA
E GLI ALONI AZZURRI

Nei prati alti che strapiombano sulla confluenza dell’Astico e dell’Assa, la battaglia si spalanca davanti a noi con un milione di vampe febbrili e dei vasti roteanti volumi d’aria che ci squassano fra la vegetazione torturata e singhiozzante.

A destra scoppia nel folto fogliame nero

SGRAGRANG-GRAANG

una Spraangranata. Il graticcio di verdura che ricopre il camminamento diventa per me un pergolato satanico dai grappoli furibondi. La terra sembra sventrata dagli atletici colpi di reni delle nostre bombarde. Invisibili sotto di noi slanciano a gara con brutalità ubriaca i loro bottiglioni di sciampagna esplosiva in alto, in alto e li guardano ammirati la bocca al cielo, senza curarsi degli immensi tondi maestosi rimbombi che quell’alcool massacrante produce a 600 metri sotto di loro. Ci sdraiamo per riprendere fiato su un declivio mentre la luce torbida dell’alba sbianca la curva dei fumi e svela sui fianchi prativi di Campolongo in faccia a noi i villaggi di Rotzo e di Albaredo. Piccole mandre di casette bianche dal tetto rosso, umili, timide, infantili, estatiche, beate.

Le nostre batterie da 149 tirano accanitamente con sempre nuove rotaie buttate sulla valle contro la Croce di Alenburg. La Croce appare incensata da fumi bianchi, neri; blocchi, cerchi, ovi, losanghe, pacchi di fumo che spacchettano delle stelle violente d’argento votivo.

Più giù 3 case di Rotzo godono d’essere spaccate. Si fumano spensieratamente da sè come pacifiche sigarette. Invitano, implorano o sfidano le granate nostre che le sfondano con voluttà crudelissima. Il villaggio di Rotzo ha delle linee semplici, caste, sante come dipinto da Giotto sotto gli elastici ondulanti arabeschi e guinzagli che gli scaglia forse il genio dinamico plastico di Boccioni. I volumi mostruosi e lenti dei fumi sono assaliti dalle pressioni d’aria formidabile, giganteschi boa di forze torride che li arruffano, impacchettano, globalmente. Salgono i fumi, ma sono ricacciati giù, scopati dalle ventate furenti e rinascono più tenere, più tranquille, più attente, più sottomesse le sette casette di Rotzo. La luce che cresce dà ai tetti il colore del sangue. Sono forse segnate per il macello quelle strane pecorelle? Il campanile è da tempo decapitato. Penso al tragico fermento molecolare di quelle fragili mura che presentono l’urto acuto di diabolico pesce d’acciaio che li sfascerà. Sembrano anche bianche polpe di cadaveri in fondo al mare grigio verde fumoso di quest’alba sottomarina fra gli assalti voraci degli innumerevoli squali esplosivi.

Valli, valloni, valloncelli, burroni, vallette, conche e torrentelli si sono svegliati, gemono, singhiozzano e strillano a perdifiato. Poi una collera li invade e scoppiano ovunque moltiplicando i loro grugniti, rutti, sputacchi, vomiti lugubri. Le valli ampie sono sdegnose nelle loro digestioni sonore e senza fretta ingoiano i pesanti fragori per rivomitarli masticatissimi tra i denti stridenti dei loro echi che brillano e tintinnano di passione.

Sentiamo sotto i piedi risuonare i polmoni, le budella e fino in fondo lo sfintere della montagna dove si sono infilati, asserragliati e stipati infiniti rumori. Alle nostre spalle frana una valanga di echi appassionatissimi. Li distinguo tutti: ovoidali, sferici, serpentini, piramidali, cubici, stracciati, tutti accalcati nella furia goliardica di partecipare alla battaglia. Risse, corse, fughe, salti, capitomboli e coiti forsennati di rumori.

Ormai gli echi si sono fatti esperti, attentissimi, tutti al loro posto come vedette.

SPRANG-SPRANG di cannonata e BRAAAA BRAAAA di echi. Vi sono in alto loggioni di Echi affollatissimi che fischiano. Sono molto più numerosi delle cannonate. Ogni cannonata è aspettata da 10, 20, 30 echi pronti a schiacciarne il fragore sbranarlo, lacerarlo, liquefarlo, spremerlo, allungarlo, spezzettarlo per poi riscagliare tutto con schizzi, sputi, scherzi, rabbuffi e risate, risaaaate, risaaaate infiniiiiiiiiite.

Sento lontanissimo dietro di me rumoreggiare dei colossi che certo buffonescamente calpestano la lamiera del mare Adriatico. Certo le platee della pianura veneta applaudono e ridono. Nel cielo, migliaia di rumori ginnasti dondolano sui trapezi del vento, giuocano e ridono.

Noi non possiamo ridere, colla faccia presa dal respiratore inglese, che ci dà, colle sue tubature, dei profili di originalissimi palombari immersi in un mare di gas asfissianti e lagrimogeni. Ecco la terribile iprite!

Gli ufficiali verificano il respiratore inglese sul viso dei soldati. Hanno tutti il naso prolungato mostruosamente dalla tubatura di caucciù che scende nella gialla musetta. Alcuni sembrano formichieri, altri fanno oscillare dei misteriosi cordoni naso-ombelicali. Una luce di rogo crepita improvvisamente dietro di noi: sono strani viluppi neri di resina e catrame che cuociono e fumano sospesi su cavalletti come porci impalati, spandendo un acre odore-vapore anti-ipritico.

La trincea sembra un laboratorio chimico pieno di scienziati impazziti. Impazziti forse dalle continue nuove miscele sempre più pericolose azzannanti e massacranti che la valle smisurato lambicco fornisce a noi pronti ma un po’ ansanti nel risolvere i problemi di questa così lirica e pur scientifica battaglia chimica: acetilene, solfuro di carbonio, acido solforoso, cloropicrina.

TUM-TUM BROONG

d’un nostro 75 da campagna.

Rispondono gli echi

BRAA

bu-bu-bu-bu-bu-bu
vu-vu-vu-vu-vu-vu-vu.

Entrano in scena i grossissimi calibri. Sulle bottiglie, i bottiglioni di esplosivo inebriante crollano ormai i barili giganti. E la frenetica gioventù baldanzosa dei gas a lungo compressi si scatena nella domenica di tutte le libertà omicide. I barili non bastano. Bisogna sventrarsi, pensano i cannoni, e gettare a manate e a palate sulle montagne in giro le nostre lunghissime budella di bronzo. Inghirlandiamone anche le cime che ora tintinnano sotto i primi buffetti dorati del lontanissimo faticoso sole nascente. I rumori salgono, salgono, come spiraliche budella nere a strangolar le cime perchè se mai vi fosse un nostalgico pastore a sognare, possa pensare d’essere immerso a capofitto colle punte dei monti nel più spaventoso inferno di tutte le religioni.

Prendiamo il camminamento e poi la trincea della brigata Casale. Si scende dietro le spalle dei fucilieri che scattano, sparando pim-pam-pam-pam.

Un gruppo di mitragliatrici innaffia giù con un ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta che non cessa, un burrone a 300 metri sotto di noi granulato di piccole forme che salgono. I nastri delle cartucce corrono su a tuffarsi nella macchina sussultante come frettolose di trovarvi il varco e per la canna precipitare con gioia contro i corpi vivi che appetiscono.

Sulle bocche delle mitragliatrici si aprono e chiudono fulmineamente orchidee e giaggioli scarlatti, argentei e dorati. Flora tropicale dalla telegrafica fecondità.

Valle Ghelpa mette 200 metri di vuoto tra noi e la trincea austriaca di Cima Tre Pezzi incoronata di fumi neri zaffiro, smeraldo e celeste verdolino delicatissimo. Svolazza via un fumo elegantissimo a mille pieghe come una veste di Poirée. Sentiamo che la battaglia infuria a destra dove si dice gli inglesi abbiano ceduto. Siamo a Sculazzon fra le mie bombarde con l’amico Mattoli.

Si tira verso destra in un punto della valle ormai trasformato in un vulcano. Il ritmo della fucileria opprime il cuore. Corre voce nella lunga trincea della brigata Casale che gli austriaci hanno conquistato 900 yards agli inglesi con un principio di accerchiamento che avrebbe per obiettivo il Cengio. Tutto il blocco di montagne che s’incunea fra l’Astico e l’Assa è in pericolo. Passano uomini e uomini con cassette di munizioni. Hanno spostato le mitragliatrici verso la destra. I telefoni però funzionano. Ordine di cessare il fuoco delle bombarde. Ma una lieve angoscia ci punge nello straripamento dei fumi che ormai hanno invaso tutto il paesaggio oscurandolo. Siamo ripiombati in una specie di notte caotica fra gli altissimi scossoni dell’aria dove viaggiano come su mille binari paralleli i proiettili dei grossi calibri. Impera ora il 280. Interviene tirannicamente il 305 di tratto in tratto. Questo che scoppia è certo un veliero carico di esplosivi spinto in questo mare di fumi per colmare, incagliandosi, lo stretto che separa gli Austriaci e gli Inglesi.

Oh con quale fierezza italiana io ammiro i buoni fanti della brigata Casale che sparano nella trincea! In uno squarcio di luce ancor torbida una allucinazione o una realtà stranissima assale i miei occhi. Ogni soldato che spara sussultando al suo parapetto ha uno strano alone azzurro-rosso intorno a sè. Sembra un molle globo di nebbia, una ruota di fumo azzurrino. Ne noto tre, quattro, venti, cento. Mi alzo e nell’angosciosa precipitante frenesia della fucileria seguo la trincea. Certo ogni combattente appare ai miei occhi come un nucleo opaco o meglio come il mozzo di quella misteriosa ruota di diafano azzurro. Intuisco così la presenza della vita vissuta che avviluppa ogni combattente nel momento della battaglia.

Sono grovigli di giorni passati, di gioie godute, di dolori sofferti che affettuosamente si arrotondano sull’uomo nel giuoco supremo; quando le forze ostili lo assaltano da ogni parte. Ogni ruota azzurra è diversa dall’altra, non so se per l’età, le condizioni di vita, o la coscienza. Malgrado le ondate sbattenti dei fragori e degli echi polifonici io odo quelle ruote azzurre veramente vive chiamare, gridare, implorare. Voci di donne in lagrime, gridio di bambini al sole e la madre impietrita che singhiozza, e il viso del padre che si scolora leggendo il giornale, e la bocca soavissima fresca che mostra le sue perle più ricca di ogni ricchezza.

Ecco sfioro la schiena d’un forte soldato dal viso cotto dal sole: sono nel suo alone azzurro e tremo come chi entra nella casa dove è morto qualcuno fra pianti disperati. Il soldato che m’è vicino e che spara, spara, affrettando i colpi è forse un marinaio. Chi pensa più alle fischianti pallottole che cinguettano sul capo coi primi passeri indifferenti? Sono preso dalla gioia di scoprire una nuova legge. Ben lontano dai Bergson seduti nelle cretine poltrone universitarie trovo nel momento più pericoloso d’una battaglia la soluzione di molti problemi che i filosofi non potranno mai scoprire nei libri, poichè la vita non si svela che alla vita. Il segreto amplesso del passato e del futuro nella stessa coscienza si rivela a coloro che tutto il passato hanno vissuto, sudato, pianto, baciato, morso e masticato e che vogliono fra le carezze o le gomitate della morte vivere, baciare, masticare e soffrire il loro futuro.

I fanti della brigata Casale mi appaiono come astri nella loro atmosfera gassosa di luce azzurra. Atmosfere ruotanti che si sfrangiano simili a ruote dentate della gran macchina della battaglia. Il mistero mi avvince, la divinazione mi incoraggia. Ogni ruota è formata, tessuta di innumerevoli piccole ruote. Più queste piccole ruote snelle e combacianti sono numerose, più l’alone o ruota globale chiude fortemente il nucleo che è più compatto. Quando è facile decifrare e contare le ruote secondarie che girano sul combattente, questo ha un nucleo più fragile e più scoperto; e la massa di sensibilità vissute, ondeggiando elasticamente e agganciandosi ad altri aloni, lo protegge poco o affatto.

Potenza della nostra razza meravigliosa e della sua sensualità dentata, polputa e coperta di bocche come una piovra! In quelle ruote azzurre vi sono tutte le forze affettive dei congiunti, amici, parenti, figli, madri, amanti e bambini che unite alle forze dei dolori e piaceri passati corazzano i combattenti. Avevo già ammirato la bella qualità d’uomini che distingue la brigata Casale, uomini forti, agili, scattanti, con muscoli visibili, denti e capelli ben piantati. Li ho sentiti i migliori della razza eletta perciò capaci di amare, più amati, più ricordati, più istintivi. Amici del sole e del mare, sanno agire bene senza pensare, hanno quasi tutti oggi un forte alone azzurro d’affetto e di coraggio protettore; vincono, vinceranno, hanno già vinto, ne sono sicuri.

Infatti mentre cresce dovunque la spavalderia gesticolante del sole scopando via con le sue lunghe scope d’acciaio e d’oro flessibilissime le immani matasse di fumi, nebbie, fragori, rumori, io constato che fra questi combattenti dagli aloni azzurri vi sono pochi morti, molti feriti, ma questi raggianti e sicuri d’una prossima più forte salute domani.

Tre ore dopo rientravo al Gruppo. Riordinamento delle linee telefoniche rotte. I guardafili corrono sulla strada. Uno porta l’apparecchio telefonico, l’altro rotoli di filo. Incontro dei porta-ordini in biciclette veloci che ondeggiano su e giù nei vasti buchi scavati dalle granate. Il fuoco austriaco rallenta sempre più. Giungono le ultime granate colleriche disperate. Trovo al Gruppo bombardieri le prime notizie e le voci che corrono false, vere, imprecise. Molti feriti, pochi morti. I nostri muli massacrati. I nostri fanti contrattaccano con gli Inglesi a Cesuna per riprendere i 300 yards perduti. Una baracca nostra vuota in fiamme. Il bombardamento austriaco si accanisce ancora su Campiello. Gli Austriaci hanno preso cima Ekerle agli Inglesi. Molti colpi sono caduti su Piovene e su Schio. L’offensiva austriaca è generale dal Val D’Astico fino al mare; con fluttuazioni la linea nostra resiste poderosamente. Sento nell’aria la sicurezza della vittoria.

Alle 10 il bombardamento che è cominciato alle due e mezza di notte è completamente cessato. Val Silà riprende la sua fresca anima alpina, bacinella di silenzio puerile, tenero, nostalgico. Ma l’invade un nuovo frastuono veramente inaspettato. E’ il corteo orchestrale di ieri sera che gira spaccando i timpani colla virulenza delle latte percosse, i lazzi, i pernacchi. Hanno aggiunto due chitarre e un clarinetto. Il direttore impazzisce gesticolando di gioia; sembra guidare buffonescamente l’anima ancor commossa della Patria alla fiera finale dove saranno macellate e mangiate dai panciuti e ghiotti cannoni le mandre austriache.

Mi addormento in baracca affranto, soddisfatto. Sonno pesantissimo.

A mezzo giorno due nostre cannonate mi svegliano dandomi l’illusione di Ghiandusso battente alla mia porta. Grido nel sonno «Ava-a-anti». Ho preso due cannonate per un innocuo bussare alla porta, tanto il mio sonno fu profondo.

Tre giorni dopo il generale Monesi in automobile si ferma davanti alle baracche del Gruppo. Entra, allegro. Eccellenti notizie. Con La sicurezza di un generale vittorioso, dopo avermi detto di avere assistito alla serata futurista di Brescia mi parla del piano fallito degli Austriaci che speravano di tagliarci fuori facendo cadere tutto il massiccio nostro (Forte Corbin, Cima Arde, Cesuna) giungendo al Cengio e poi al Pao con un aggiramento. Le nostre posizioni perdute del Tonale sono riconquistate. Asiago, il Grappa sono fermi. Abbiamo perduto una parte del Montello sul quale pesa lo sforzo principale degli Austriaci, che sono però contenuti.

Il generale Monesi parte sotto una pioggia dirotta, mentre si straccia il nebbione agitato e dilaniato dal vento che sale da Val D’Astico inesauribile caldaia di nebbie. I nostri 75 campagna non tacciono mai e i loro proiettili hanno dei rumori di siluri sull’acqua.