Non se ne parli altro! Episodio Num. 2
Quelle gite quotidiane, inesorabili, che si dovevano fare al Cascinino, con qualunque tempo ed in qualunque stagione, erano, alle volte, molto uggiose.
«Nell’inverno specialmente, quella spedizione era seccantissima per noi, e si faceva a gara a chi non andrebbe.
— «Io debbo finire un ricamo....
— «Io debbo fare un esercizio di francese....
«Ma il nonno non ci menava buone quelle scuse. La gioventù, secondo lui, aveva sempre bisogno di moto; al moto si doveva sacrificare ogni cosa....
«In sostanza credo che, oltre al nostro moto, gli premesse anche d’aver compagnia nella sua passeggiata, sebbene non parlasse quasi mai. Perchè il nonno amava raccontare, ma non conversare.
«Ad ogni modo, non voleva andare al Cascinino solo nella sua seconda gita del pomeriggio. Ci si rassegnava nella prima, che faceva il mattino dalle dieci alle dodici, perchè le zie trovavano che, per due ragazze giovani, sarebbe stato sconveniente uscire due volte nella giornata, a meno che una fosse per andare in chiesa.
«S’erano dunque accomodate le cose alla meglio, alternandoci, e facendo un giorno per ciascuna ad andare al Cascinino, durante i tristi mesi dell’inverno novarese, rigido, umido, nevoso.
«Si camminava nella neve, sul ghiaccio, nel fango.
«La casa era chiusa. Il nonno apriva; s’entrava nella sala buia, si spalancavano le imposte, e s’accendeva il fuoco nel camino.
«Quella vampata era la gioia del nonno ed il nostro tormento, perchè toccava a noi toglierci i guanti, e, vestite da passeggio, romper la legna e fare il fuoco.
«Una volta ch’io m’ero provata a chiamare la contadina, il nonno mi aveva dato sulla voce: «che non ero una principessa, e che una ragazza doveva esser sempre pronta a tutte le occupazioni casalinghe, anche le più modeste....» Una ramanzina che era durata un quarto d’ora.
«E non bastava di farla la vampata, bisognava anche goderla, come diceva lui, bruciandosi il viso al fuoco e gelandosi il dorso in quella così detta sala, che era una stanzaccia terrena, con delle finestre alte alte, alle quali s’arrivava appena salendo in piedi ad una sedia, ed ingombra d’una tavola quadrata, tanto larga, che a stento si poteva girarle intorno. Una tavola tutta screpolata, vacillante, scricchiolante, minacciante rovina; perchè il nonno, che aveva la passione del ferro vecchio, una vera manìa, andava comperando a tutte le fiere, sui banchi dei rigattieri, agli incanti, una quantità di serrature arrugginite, di catenacci, di chiodi, di chiavi, di viti; e ne aveva, col tempo, talmente riempita la cassetta di quel tavolone, che un bel giorno s’era sfondata sotto il peso, e, nel cadere col carico formidabile che aveva nel ventre, aveva fatto piegare la tavola, spezzandone due gambe.
«Il nonno poi aveva rattoppato alla peggio quel mobilaccio monumentale e venerabile.
«Dico rattoppato, e non fatto rattoppare, perchè era un’altra sua manìa di fare da sè, quando poteva; ed anche quando non avrebbe potuto, perchè si può figurarsi com’erano bellini quei mobili che rabberciava lui, inchiodando delle vecchie lastre di ferro ai due pezzi staccati d’una gamba di tavola, o d’una spalliera di sedia, per tenerli uniti.
«Con che occhi li guarderebbero le nostre signorine, quegli orrori, fra i quali noi siamo cresciute, ridendone un poco, anche molto, ma senza crucciarcene però, e sopratutto senza vergognarcene menomamente, vagheggiando anzi, se ci fosse stato possibile, di ricevere fra essi le nostre amiche ed anche di farvi degli inviti.
«Gli altri ornamenti di quella famosa sala, erano: un divano di pelle lustra e fredda che metteva i brividi, ed un grande e massiccio cantonale di quercia, solido che avrebbe sostenuto un cannone, e la cui unica destinazione era di reggere un piccolo Napoleone a Sant’Elena, «le braccia al sen conserte» chiuso in un tempietto di vetro.
«Quella statuina era l’idolo, la passione del nonno, e gli forniva ogni giorno l’occasione di raccontarci qualche episodio della vita gloriosa di quel suo eroe non mai abbastanza ammirato.
«Dopo la vampata e l’episodio napoleonico, si saliva al piano di sopra, squallido, coi letti disfatti e respinti in un canto, con dei palchi come quelli dei bachi, rizzati in mezzo alle stanze, e carichi di frutta conservata per l’inverno, che mandava un odore nauseabondo.
«Il nonno ci faceva salire a prendere una mela, una pera o un grappolo d’uva, per aiutarci a pazientare, aspettando che lui avesse finito il giro della casa e del fondo.
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«Una sera io tornai dalla passeggiata al Cascinino con una grande, una stupefacente novità.
«Noi si darebbe un ballo alla villa!!!
«Per fortuna Mario era in collegio, altrimenti Dio sa che scene avrebbe fatte! Mia sorella, che pure non era una gran riditrice, fece una quantità d’esclamazioni, e finì per abbandonarsi sul divano in una convulsione di risa contorcendosi e gridando:
— «Oh! no! no! È troppo buffa! È troppo buffa!
«E la zia Rosa, che si trascinava dietro da trent’anni una malattia di fegato, e coi suoi poveri occhi gialli, vedeva dei malanni dappertutto, mi afferrò il polso, e mi disse tutta spaurita, preparandosi a guardarmi in bocca:
— «Metti fuori la lingua!
«Mi credeva in un delirio di febbre.
«Veramente la cosa era tanto nuova, tanto impreveduta, tanto straordinaria, che avevano ragione di non volerla credere.
«Eppure era vero.
«Quel giorno, al Cascinino, dopo aver fatto il giro delle stanze di sopra che erano quattro, due da ciascun lato della scala, e comunicavano fra loro da una parte pel pianerottolo, e dall’altra per un corridoio interno, il nonno aveva detto queste precise parole:
— «Ora che, ai balli, c’è quella brutta moda di non stare in sala, di fare la coda, qui si potrebbe benissimo dare una festa; perchè quattro coppie in qualunque di queste stanze ci possono ballare comodamente, poi uscirebbero man mano dal pianerottolo, passerebbero nella prima stanza di là dalla scala, e rientrerebbero dal corridoio...
«Quando vidi l’incredulità con cui in casa era accolta la mia fausta novella, ripetei alla Giuseppina ed alle zie quel discorso del nonno, tutta eccitata dall’idea gloriosa di far passare la coda d’una festa da ballo... dal pianerottolo.
«Mia sorella, che aveva smesso di ridere per riprender fiato, mi disse con un’aria sbalordita:
— «E perchè il nonno ha detto questo, tu t’immagini che daremo un ballo davvero? No! Veramente sei troppo immaginosa, Maria! Un giorno o l’altro scriverai dei romanzi!
«Povera sorella! Non pensava certo, allora, che quel malinconico oroscopo la farebbe indovina!
«Io, più che mai impuntigliata a dimostrare che non avevo raccontata una frottola, esclamai:
— «Ma no! Ma no! Il nonno ha detto di più. Si sono fatti dei progetti. Si farà portare un pianoforte, ben inteso. Si toglieranno dalle stanze i letti ed i palchi della frutta; si faranno ridipingere le pareti...
«Un’altra risata di mia sorella mi troncò le parole in bocca.
— «Oh! Oh!!... Ridipingere le pareti! Il nonno!... Oh! ma davvero ti gira la testa. Ha ragione la zia Rosa. Metti fuori la lingua! E chi è il Raffaello che farà questo lavoro?
— «Via! non s’hanno a dipingere davvero; s’intende ricolorirle... darci una tinta...
«Ero così mortificata che non sapevo più stare allo scherzo e rispondevo seria seria e scimunita.
«Dovetti lottare tutta la sera contro l’incredulità della Giuseppina e delle zie, e contro le loro burle.
«Finalmente il nonno uscì dallo studio, ed io lo aggredii addirittura, domandandogli francamente, a bruciapelo, come una ragazza sicura del fatto suo:
— «Nevvero, nonno, che s’è combinato di dare una festa da ballo al Cascinino?
— «Ah! sì. Ho veduto che i locali si prestano, rispose lui, tutto sorridente al pensiero di quei suoi locali che amava tanto.
— «E quando daremo questa festa? domandò mia sorella, sempre con un’aria d’incredulità e di burla.
— «Ma... questa primavera, disse subito il nonno.
«Io trionfavo. Ma la Giuseppina tornò a domandare ridendo:
— «Si ballerà intorno ai palchi dei bachi da seta?
«Il nonno, che sentì in quelle parole un accento d’ironia, come un voto di sfiducia ai suoi locali ed al suo tenimento, rispose:
— «Ma no! Che bisogno c’è? Non manca lo spazio. I bachi si possono mettere a pian terreno; in sala, in cucina, nella serra....
«La serra era un corridoio senza stufa, dove si ritiravano nell’inverno i vasi di fiori che sarebbero morti stando al freddo di fuori, e che morivano gelati di dentro.
«Mia sorella non potè a meno di osservare:
— «Staranno caldi i bachi nella serra!
«Però, vedendo che il nonno insisteva sulla possibilità, per quanto discutibile, di dare quel ballo, cominciò a trovarmi meno immaginosa, ed a prender sul serio la mia grande nuova.
«Dal prenderla sul serio ad appassionarsene non c’era che un passo. Perchè, sebbene cominciassimo già ad avere quello spirito critico, che ora rende tanto esigenti ed un po’ infelici i giovinetti, non eravamo ancora arrivati a farcene un cruccio, e ne usavamo soltanto per trovare il lato buffo d’ogni cosa e per divertircene.
«Pel resto della serata non si parlò d’altro che della festa. Si disposero, colla fantasia, le sale, i lumi, i rinfreschi. Dei rinfreschi molto ridicoli, che noi credevamo adatti ad una festa campestre, tutti di frutta, di latte, di cose di campagna, ed assolutamente disadatte ad un ballo.
«Io, che ebbi sempre un senso esagerato di pietà anche per le miserie che lo meritano meno, ed un bisogno inconsiderato di larghezza che ha mantenuto sempre lo squilibrio nel mio bilancio con una costanza degna di miglior causa, avevo immaginata un’altra assurdità, che mi pareva magnifica: di spargere qua e là per le sale, sui mobili, delle scatole di guanti. E questo perchè mi ero commossa sproporzionatamente alle piccole festine di provincia dov’ero stata, vedendo dei giovanotti, poveri impiegati della posta, del telegrafo, della prefettura, con dei guanti troppo vecchi e sporchi.
«Andammo a letto colla fantasia eccitata, gloriose di quell’avvenimento insperato, che permetteva alla nostra vanità di fare degli inviti, di ricevere, d’essere ringraziate e ricercate dai ballerini, come lo sono sempre, ad un ballo, le padroncine di casa, anche quando non sono punto attraenti.
«Il domani la Giuseppina, che non rideva più, volle stendere la lieta degli inviti, e, naturalmente, mettemmo avanti a tutti le Liprandi, felici di potere in quell’occasione riparare alla scortesia che avevamo dovuto fare nell’estate, per quel disgraziato invito a pranzo, e di ricuperare la loro amicizia.
«Non si può immaginare cosa più stravagante di quegli inviti che combinavamo pel nostro ballo.
«Mentre doveva essere una seratina affatto intima, agli uomini si doveva mandare un invito, scritto o stampato, ma sempre un invito formale per lettera, perchè noi di uomini non ne conoscevamo neppur uno. Il nonno non voleva giovinetti per casa. Si dovevano dunque invitare i ballerini dai guanti vecchi, che avevamo veduti nel carnovale alle festicciuole dove avevamo fatta la nostra breve comparsa prima di mezzanotte, ed altri giovani che vedevamo in istrada, e dei quali sapevamo appena il nome, oppure non lo sapevamo nemmanco, e contavamo di domandarlo sui connotati.
«Cominciammo a parlarne colle cugine, poi colle prime amiche che incontrammo. La voce corse, e ben presto tutte le nostre conoscenti furono informate che nella primavera vi sarebbe una festa da ballo alla nostra villa.
«Un bel giorno, dopo un lungo abbandono, capitarono a farci visita le Liprandi tutte in ghingheri, e ci dissero con quel loro fare tanto affabile e grazioso:
— «Abbiamo sentito che ci farete ballare, nevvero?
«Noi, che non vedevamo l’ora di dare la stura alla grande nuova, con tutto il suo seguito di progetti, confermammo gentilmente l’invito, sottinteso nella loro domanda, e cominciammo subito a discorrere della disposizione dei locali, e dell’orario, e dei vestiti...
«Dicevamo con una grande affettazione di semplicità:
— «Non si dovrà fare del lusso... figurarsi! Quattro salti in campagna... Ma ci vestiremo di chiaro, però; sarà della stagione, ed anche più allegro...
«Il che era quanto dire modestamente:
«Badate a farvi belle, ad ornarvi di colori gai, perchè noi intendiamo che la nostra festa riesca elegante.
«Le Liprandi, che non avevano bisogno d’incoraggiamenti in fatto di toletta, proposero subito varie combinazioni, una più bella dell’altra, compiacendosene già in anticipazione, come se si vedessero in uno specchio.
«A Novara le voci hanno presto fatto a compiere il giro della città; allora era anche più piccola d’adesso, e quella voce, nel suo giro, doveva bussare soltanto alle porte della borghesia modesta.
«In capo alla settimana la novità di casa nostra non era più ignorata da nessuno; e noi si venne a sapere, molto indirettamente, e con un misto d’orgoglio e di sgomento, che se n’era parlato in un caffè!
«Poi ebbimo altre soddisfazioni inaspettate.
«Una signorina molto bionda, molto miope e molto altera, che, colla scusa che non vedeva bene, non salutava mai nessuno in istrada, ci fece dire dalle Liprandi che desiderava di fare la nostra conoscenza.
«Non ci era mai accaduto d’inspirare a nessuno un desiderio simile.
«Infatti, venne colle nostre belle amiche a farci una visita, e la maggiore delle Liprandi, che parlava bene, avviò il discorso con garbo, per preparare l’invito.
— «Queste signorine, disse alla bionda miope, hanno una bella villa fuori di porta Vercelli.
«E l’altra, che non s’era mai degnata di guardare l’umile Cascinino del nonno, rispose tutta in un sorriso:
— «Oh lo so! La conosco. Ci si passa per andare alla Vigna Grande.
«La Vigna Grande era la sua villa. Una vera villa, quella. Non di lusso, nè elegante; ma certo adatta per passarvi il tempo della villeggiatura, e da non confrontarsi colla nostra capanna.
«Ma era l’idea del ballo che rendeva quelle ragazze tanto indulgenti e complimentose verso il povero Cascinino. Troppo complimentose; tanto, da parere che ci burlassero, perchè, mentre noi balbettavamo con dei falsi attucci modesti: «Oh! la nostra non è una villa... Le sta meglio il nome che le ha posto il nonno: il Cascinino... ecc. ecc.» la Liprandi maggiore c’interruppe, per dire, sempre alla sua amica:
— «Ma no, no. Se tu vedessi, di dentro, è bellissima!
«Poi, un po’ confusa di quella bomba che aveva sparata, riprese:
— «Modesta, sai; campestre, anzi. Ma graziosa. E contano anche di darvi un ballo, appena comincerà la primavera.
«L’altra, che era venuta per quello, fece le meraviglie, come se non ne sapesse nulla.
«La tentazione di formulare un invito era così forte per me, che soggiunsi subito:
— «Sarà un’occasione di vedere il nostro Cascinino, se vorrà favorirci in quella circostanza.
«E si tirò via, una serie di salamelecchi, che a me ed a mia sorella andarono in tanto sangue.
«Certe altre signorine, che avevano il banco immediatamente davanti al nostro in Duomo, e che ci salutavano appena con un’aria di degnazione, perchè avevano un titolo di nobiltà e molti anni più di noi, cominciarono a farci dei sorrisetti amichevoli quando si voltavano ad aprire il banco prima della predica. Ed un giorno una, la più giovane, profittò della combinazione ch’io era ancora inginocchiata, per cui le rimanevo vicina, per dirmi, mentre metteva la chiave nella toppa:
— «Le piace questo predicatore?
«Era un modo d’entrare in discorso, per poi concludere, come concluse:
— «È tanto, che ci si vede ogni giorno nella quaresima, che mi pare di conoscerle, e m’è venuto naturale di rivolgerle la parola.
«Io balbettavo delle cose inconcludenti, tutta intimidita, perchè erano tre zitellone che non m’inspiravano nessuna confidenza.
«Ma loro si voltarono tutte a fare dei sorrisetti e dei cennini graziosi col capo; e quella che aveva parlato, mi disse a bruciapelo, facendomi arrossire e confondere:
— «È un pezzo, sa, che volevo parlarle. Mi è tanto simpatica!..
«Infatti d’allora ci parlarono ogni giorno, e fin dal giorno seguente, cominciarono a fare delle allusioni alla villa, ed alla festa da ballo... «che chissà come doveva riescir bella! Una festa campestre...!»
«Naturalmente, ricaddi a capo fitto nel tranello, e sfoggiai le mie graziette in un invito.
«Quel fermento, quel chiacchierìo, durò una settimana in città. Poi, siccome eravamo in piena quaresima, ed alla primavera mancavano ancora due mesi e più, il fermento cessò, e della nostra festa non si parlò più che fra noialtre amiche.
«E finì la quaresima, e venne la Pasqua, che quell’anno fu verso la metà d’aprile, poi l’aprile finì, e cominciò il maggio, tutto biancheggiante di margherite e rosseggiante di rose.
«Era primavera!
«Ma, a misura che il tempo di concretare il gran disegno s’avvicinava, l’enormità della cosa si faceva più chiara alla nostra mente, ed un segreto sgomento c’invadeva.
«Sarebbe stato tempo di provvedere a far dipingere le stanze, a far portare il pianoforte, a diramare gl’inviti....
«Il nonno non faceva la menoma allusione a tutto questo.
«Anzi, era tutto occupato del seme di bachi, e già due volte di seguito ce l’aveva fatto lavare nel vino, con gravissimo danno delle nostre mani, che ne serbavano il violetto alla radice delle unghie per vari giorni, ad onta delle più complicate lavande.
«Intanto le amiche, incontrandoci in istrada, ci domandavano:
— «A quando? Sarete occupate nei preparativi? Sarà questa settimana? O quest’altra?
«E noi si rispondeva sempre:
— «Oh, sarà presto; sicuro...
«Ma sempre con un freddo nel cuore; con una specie di vertigine, all’idea che ci si affacciava alla mente di quelle stanze squallide, colle pareti imbiancate a calce ed ora annerite dal fumo e dal tempo, e col pavimento di mattoni, che ad ogni passo esalava una nuvoletta di polvere rossastra.
«Mia sorella cominciava a recriminare:
— «S’è parlato troppo presto. Tu colla tua fantasia che vola, e che piglia per veri tutti i fantasmi... Ora chissà come andrà a finire? Il nonno non ci pensa affatto; bisognerà rammentarglielo...
«Ah! che tribolazioni, che paure, che lunghe strette di cuore ci costò quella festa da ballo!
«Non ne hanno idea le ragazze d’adesso, avvezze a trattare i genitori con tanta confidenza, ed esprimere i loro desideri senza soggezione, ad accettare il sì dei babbi e delle mamme come cosa a cui abbiano sempre diritto, a ribatterne il no quando lo trovano incomodo, a discutere, a volere, a contare per qualche cosa, per molto, nelle risoluzioni da prendersi in famiglia!
«Intanto i giorni e le settimane passavano, e non si vedeva nessun sintomo di festa da ballo; e noi non avevamo il coraggio di ricordare al nonno quella sua parola spontaneamente impegnata.
«Eppure bisognava trovarlo quel coraggio. Cominciavamo già a pensare come si potrebbe entrare in discorso. Andavamo alla villa con lui, o l’una o l’altra, anche il mattino; parlavamo di cose agricole. Mia sorella, la cui inettitudine per la botanica non era comparabile che alla mia, ricominciò a farsi insegnare dal nonno quella sua scienza gentile che avevamo abbandonata, ed a masticare dei nomi latini, che era una pietà. Ed io lavavo e rilavavo con fervore il seme dei bachi, immergendo eroicamente le braccia nel vino fino ai gomiti.
«Ah! cosa non avremmo fatto per predisporre l’animo del nonno alla condiscendenza!
«Mentre noi accarezzavamo così tutte le sue piccole manie, e lo studiavamo ad ogni ora, in ogni sguardo, in ogni sorriso, nel tono della voce, e nell’espressione del silenzio, per spiare il momento più opportuno al difficile discorso della festa da ballo, il caso provocò la spiegazione tanto e lungamente aspettata.
«Un giorno, tornando colle zie da casa loro, ci vedemmo correre incontro giù per le scale la serva, che ci disse:
— «Ci sono su quelle due signorine in gala, con quell’altra che non ci vede.
«Capimmo subito che erano le Liprandi colla bionda miope della Vigna Grande.
— «Dove sono? domandammo affrettandoci a salire.
— «Sono in sala, col signor Andrea.
«Arrivammo su di corsa, tutte sorridenti, colle mani stese... Ma fummo arrestate, fulminate sull’uscio, respinte indietro contro le zie che ci seguivano davvicino, all’udire una parola tremenda:
— «Non se ne parli altro!
«Era il nonno, naturalmente, che parlava, col volto serio, accigliato. Poi, con accento fermo, inesorabile, ripetè spiccando le sillabe, come per piantarle ben salde:
— «Non-se-ne-par-li-al-tro!
«Le signore erano tutte confuse; e la Liprandi maggiore, tutta rossa in viso, si rivolse a noi, e senza badare alle nostre mani stese, ci disse con accento di stizza:
— «Brave, voi! Ci fate fare delle belle figure!
«E la loro mamma colla parrucca, soggiunse:
— «Ma sicuro! Domandavamo al vostro nonno di questo ballo.... Pare che ve lo siate sognato! Bisogna pensarci, prima di parlare, mie care... Avete montata la testa a queste ragazze... Le avete fatte lavorare a cucirsi gli abiti... E poi ne abbiamo parlato con tutti... Ora come si fa a dire che non era vero?
«Noi ci affannammo a protestare che era vero; che il nonno l’aveva detto lui, e che noi non si poteva a meno di crederlo.
«Ma parlavamo come d’un terzo lontano, senza osare di rivolgere la parola al nonno per rinfacciargli la promessa mancata.
«Quanto a lui, aveva detta la sentenza che troncava ogni questione, aveva respinta da sè una idea importuna, come si scaccia una mosca, e non si curava affatto delle lagnanze di quelle signore, nè del nostro imbarazzo.
«Ai suoi occhi le ragazze erano esseri così assolutamente dipendenti, che non ammetteva che nessuno potesse aver dato valore alle nostre parole non confermate da lui. Ed avrebbe riso se gli avessimo detto che noi ci prendevamo tanto sul serio, da crederci impegnate in faccia alla società per quella promessa mancata.
«Da quel giorno l’amicizia delle Liprandi fu inesorabilmente perduta per noi.
«La loro amica, più miope che mai, non ci riconobbe più affatto, neppure quando ci incontrò sul cancello del Cascinino, nel passare per andare alla Vigna Grande.
«E le zitellone del banco in Duomo, quando si voltavano ad aprirlo, avevano da fare a cercare la toppa, e non potevano neppure alzare gli occhi. I loro volti pieni di sussiego non sembravano neppur suscettibili dei sorrisetti e dei cennini graziosi che li avevano rischiarati un istante.
«Nell’estate la brigata delle amiche non si fece più vedere al Cascinino; e nel carnovale seguente non ebbimo neppure un invito per una seratina.
«Aveva fatto il vuoto intorno a noi, quel terribile: «Non se ne parli altro!»
Fine.
INDICE
| Due parole d’esordio | Pag. 9 |
| Come il nonno imparò a nuotare | 19 |
| Santa Lucia | 31 |
| Come il nonno si fece levare un dente | 51 |
| Come il nonno diventò un famoso ballerino | 63 |
| Come il nonno imparò a suonare il flauto | 79 |
| Come il nonno imparò a farsi la barba | 101 |
| Come il nonno non si vestì di nuovo | 115 |
| Come il nonno troncò una serie di rappresentazioni | 137 |
| Come il nonno non sposò la signora Giovannina | 153 |
| Come il nonno prese moglie | 183 |
| Non se ne parli altro! (Episodio n. 1) | 207 |
| Non se ne parli altro! (Episodio n. 2) | 237 |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.