NOTE:
[1] Vedi Il Socialismo e la Democrazia, Vol. XIII, op. comp. p. 120.
[2] Quartiere di Livorno.
[3] Vedi Archivio triennale delle cose d'italia—Capolago, Tipografia Elvetica, vol. 2.
[4] Questa lettera fu ristampata a Parigi nel 1847 preceduta dalle seguenti parole:
Signore,
Voi mi chiedete s'io consenta alla ristampa di certa mia lettera indirizzata, sul finire del 1831, al re Carlo Alberto. Ogni cosa ch'io pubblico è, il dì dopo, proprietà dei lettori, non mia; e ogni uomo può farne, nei limiti dell'onesto, quel che a lui più piaccia. Bensì, mi dorrebbe ch'altri interpretasse l'assenso siccome consiglio. Provvedete cortese a questo, e mi basta.
Io non credo che da principe, da re o da papa possa venire oggi, nè mai salute all'Italia. Perchè un re dia Unità e Indipendenza alla Nazione, si richiedono in lui genio, energia napoleonica e somma virtù: genio per concepire l'impresa e le condizioni della vittoria; energia, non per affrontare i pericoli che al genio sarebbero pochi e brevi, ma per rompere a un tratto le tendenze d'una vita separata da quella del popolo, i vincoli d'alleanze o di parentele, le reti diplomatiche e le influenze di consiglieri codardi o perversi: virtù per abbandonare parte almeno d'un potere fatto abitudine, dacchè non si suscita un popolo all'armi ed al sacrificio senza cancellarne la servitù. E son doti ignote a quanti in oggi governano, e contese ad essi dall'educazione, dalla diffidenza perenne, dall'atmosfera corrotta in che vivono, e, com'io credo, da Dio che matura i tempi all'Era dei Popoli.
Nè le mie opinioni erano diverse quand'io scriveva quella lettera. Allora Carlo Alberto saliva al trono, fervido di gioventù, fresche ancora nell'animo suo le solenni promesse del 1821, tra gli ultimi romori d'una insurrezione che gl'insegnava i desiderî italiani e i primi di speranze pressochè universali che gl'insegnavano i suoi doveri. Ed io mi faceva interprete di quelle speranze, non delle mie. Però non aggiunsi a quelle poche pagine il nome mio. Oggi, se pur decidete ripubblicarle, proveranno, non foss'altro, a quei che si dicono creatori e ordinatori d'un partito nuovo, che essi non sono se non meschinissimi copiatori delle illusioni di sedici anni addietro e che gli uomini del Partito Nazionale tentavano quel ch'essi ritentano, prima che delusioni amarissime e rivi di sangue fraterno insegnassero loro dire ai concittadini: Voi non avete speranza che in voi medesimi e in Dio.
Vostro:
Gius. Mazzini.
Londra, 27 aprile, 1847.
[5] Sono estratte da quattro lettere sulle Condizioni e sull'Avvenire d'Italia ch'io inserii col mio nome nei numeri di maggio, giugno, agosto e settembre 1839 del Monthly Chronicle, rivista mensile di Londra. Scritte a illuminare l'opinione Inglese intorno alle cose nostre, poco gioverebbe ripubblicarle intere per gli Italiani.
[6] La Carboneria s'impiantò nel Regno delle Due Sicilie, nel 1811, con approvazione del Ministro di Polizia Maghella e del re Murat; e si diffuse tra gli impiegati. Nel 1814, proscritta da Murat, chiese e ottenne l'assenso del re Ferdinando allora in Sicilia. Lord Bentinck ne accolse anch'egli le offerte. Poi, quando il ristabilimento dell'antica forma di Governo la rese inutile ai disegni della Monarchia, cominciarono accanite le persecuzioni contr'essa.
[7] L'insurrezione dovea promoversi subito dopo il 12 del gennajo 1821, giorno in cui il Governo aveva incrudelito col ferro sugli studenti della Università Torinese. Mancò il consenso di Carlo Alberto. E anche nel marzo, dacchè il cenno dato da lui il giorno 8, fu revocato il 9, il moto non avrebbe avuto luogo, se il 10 Alessandria, stanca degli indugi, non violava, insorgendo, gli ordini ricevuti.
[8] La proscrizione dei Carbonari abbracciò tutta Italia. Molti sacerdoti furono condannati nel Sud, due nel ducato di Modena: un d'essi, Giuseppe Andreoli, professore d'eloquenza, udendo che egli solo era fra gli imprigionati con lui, condannato a morire, ringraziò Dio ad alta voce. Molte confessioni furono estorte indebolendo le facoltà intellettuali degli accusati con una infusione d'atropos belladonna mista colla bevanda. Le condanne nel solo piccolo ducato di Modena sommarono a 140 incirca, a più di cento in Piemonte, a molte più in Napoli ed in Sicilia. In Lombardia, condanne capitali furono pronunziate il 18 maggio 1821, contro individui come rei d'appartenere alla Carboneria, parecchi dei quali erano stati imprigionati in Rovigo nel carnevale del 1819-20, cinque o sei mesi prima che fosse promulgata contro la Carboneria la legge di proscrizione del 25 agosto 1820.
[9] Quel Governo era composto del marchese Francesco Bevilacqua, del conte Carlo Pepoli, del conte Alessandro Agucchi, del conte Cesare Bianchetti, del professore F. Orioli, dell'avv. Gio. Vicini, del prof. Ant. Silvani e dell'avv. Ant. Zanolini. Sul finire della Rivoluzione e al tempo della Capitolazione s'era modificato: Vicini era presidente del Consiglio, Silvani ministro di Giustizia, il conte Lodovico Sturani delle Finanze, il conte Terenzio Mamiani della Rovere dell'Interno, Orioli dell'Istruzione pubblica, il dottor Giov. Battista Sarti di Polizia, il generale Armandi di Guerra, Bianchetti degli Esteri.—Taluno di questi uomini s'agita tuttavia tra la coorte de' faccendieri che sgoverna oggi, per la terza volta, il moto d'Italia.
[10] Un barone di Stoelting di Vestfalia, appartenente alla Casa del Principe di Monforte (Gerolamo Bonaparte) era stato pure inviato a persuadere l'Armandi perchè rispettasse una promessa fatta dal Principe al card. Bernetti, che Roma non sarebbe stata assalita. L'abboccamento ebbe luogo in Ancona. Lo Stoelting recava pure con sè una lettera dell'ambasciatore Austriaco in Roma, conte Lutzow—I Bonaparte ci erano fin d'allora, e in tutti i tempi, funesti.
[11] Terenzio Mamiani ritirò il suo nome dall'atto stampato del 26. Ma io ebbi tra le mani il processo verbale dell'atto originale del 25, smarrito con altre carte dal Presidente Vicini nella rapida fuga e inviatomi da Guerrazzi; e il nome di Mamiani era a calce dell'atto senza protesta o cenno di opposizione.
[12] Dal Pozzo, cacciato dopo il 1821 in esilio, ottenne di ripatriare, vendendo la penna all'Austria. V. il suo opuscolo: Della felicità che gli Italiani possono e debbono dal Governo Austriaco procacciarsi.
[13] Parigi era sottoposta allo stato d'assedio in conseguenza dell'insurrezione del 5 e 6 giugno, suscitata dalle esequie del Generale Lamarque.
[14] Tradotta dalla Tribune del 20 settembre 1832.
[15] Dalla Tribune del 18 novembre 1832.
[16] Ecco il testo della sentenza, com'era riportato dal Monitore. Chi legge giudichi.
«La sera del 15 corrente, alle 10 pomeridiane, il Capo della Società, adunati i membri che la compongono, ordinò al Segretario di pubblicare una lettera, nella quale era riportata una sentenza emanata dal tribunale di Marsiglia contro i prevenuti rei Emiliani, Scuriati, Lazzareschi, Andreani; esaminati gli atti processuali speditici dal presidente in Rodez, ne è risultato ch'essi sono rei: 1.º come propagatori di scritti infami contro la sacra nostra Società; 2.º come partitanti dell'infame governo papale di cui hanno corrispondenza che tutto tende a rovesciare i nostri disegni contro la santa causa della libertà. Il fisco, dopo le più esatte riflessioni e da quanto è risultato in processo, facendo uso dell'art. 22, condanna a pieni voti Emiliani e Scuriati alla pena di morte; in quanto a Lazzareschi e Andreani, perchè non consta abbastanza di quanto vengono addebitati, la loro condanna è la percussione di alcuni colpi di verga, e si lascia l'incarico ai loro tribunali appena tornati in patria di condannarli in galera ad vitam (come famosi ladri e trafatori). Si ordina inoltre al presidente di Rodez estrarre quattro individui esecutori della detta sentenza da eseguirsi imprescrittibilmente entro il periodo di giorni 20 e chiunque dell'estratto si recusasse dovrà essere trucidato ipso facto.
«Dato in Marsiglia, dal supremo Tribunale, questa sera, alle ore 12 pomeridiane, 15 dicembre 1832.
«Mazzini, Presidente.
«Cecilia, l'Incaricato.»
[17] Sentenza del 30 novembre 1833. Gavioli fu condannato ai lavori forzosi. La Cecilia continuava a vivere liberamente in Francia, e non era mai stato interrogato.
[18] Tribunale Correzionale di Parigi: aprile 1841. La sentenza statuì che essendo io, a detta di tutti e dello stesso Gisquet, uomo onesto e incapace di misfatto, il documento del Monitore citato nelle Memorie alludeva evidentemente a un altro Mazzini!
[19] Risponda questo all'accusa avventatami periodicamente contro da tutti gli scrittori di parte moderata, ch'io tendeva alla Dittatura.
Più dopo, in un fascicolo della Giovine Italia del 1833, inserendo un articolo di Buonarroti—firmato Camillo—del Governo d'un Popolo in rivolta per conseguire la Libertà, io protestavo contro un § che invocava la Dittatura d'un solo, colla nota seguente: «Noi consentiamo in tutte le idee dell'articolo fuorchè in quest'una che ammette fra i modi della potestà rivoluzionaria la Dittatura d'un solo:
«Perchè, sebbene la potestà che deve governar la rivolta debba essenzialmente differire da quella che deve sottentrare dopo la vittoria, essa deve pure soddisfare a due condizioni: quella di rinegare assolutamente il carattere della potestà contro la quale il popolo insorge, e quella di racchiudere in sè il germe della potestà futura; e ambe le condizioni si risolvono nell'escludere la dominazione dell'uno e indicare la dominazione dei più:
«Perchè, sebbene la potestà rivoluzionaria debba comporsi di potenti d'anima, d'intelletto e di core, e non giovi il ricorrere ai parlamenti, alle numerose assemblee, quando gli atti e i decreti devono succedersi colla rapidità dei colpi nella battaglia, crediamo nondimeno doversi contenere in quella Potestà un rappresentante a ogni grande frazione d'Italia che insorga:
«Perchè, in un popolo guasto dalle abitudini della servitù, la Dittatura d'un solo riesce sommamente pericolosa:
«Perchè fino al giorno in cui il governo della Nazione escirà dalla libera e universale elezione, la diffidenza è condizione inevitabile a un popolo che tende ad emanciparsi; e il concentramento di tutte le forze della rivolta nelle mani d'un solo rende illusorie tutte le guarentigie che vorrebbero stabilirsi:
«Perchè in Italia, come in ogni altro paese servo, mancano tutti gli elementi necessari a riconoscere l'uomo che per virtù, energia, costanza, intelletto di cose e d'uomini, valga ad assumere sulla propria testa i destini di ventisei milioni; e a riconoscerlo è necessario un lungo corso di tempo e vicende, per le quali egli sia uscito incontaminato da alcune delle situazioni che corrompono più facilmente gli uomini;—e pendente quel tempo di prova, la rivoluzione ha pur bisogno d'essere amministrata.
«L'opinione della Dittatura, ove prevalesse in Italia, darà potere illimitato, facilità d'usurpazione e forse corona al primo soldato che la fortuna destinerà a vincere una battaglia.»
[20] A questo di vero si riduce ciò che affermano, sulle condizioni dei quaranta o trent'anni d'età attribuite a una Associazione che numerava tra' suoi il quasi settuagenario generale Ollini, lo storico Farini e altri d'eguale valore.
[21] 23 giugno 1833.
[22] Questa lettera, nella quale Gioberti pronunciava anzitutto condanna acerba contro i moderati e sè stesso, fu pubblicata, col nome Demofilo, nel fascicolo VI della Giovine Italia, e ristampata poi col vero nome vivo Gioberti.
[23] Traduco le seguenti pagine dalla IV Lettera sulle condizioni d'Italia inserita da me nel Monthly Chronicle del 1839.
[24] Questo artificio infernale fu usato con Jacopo Ruffini.
[25] A Miglio, sergente nella Guardia, imprigionato in Genova, fu collocato accanto un ignoto che gli si diede, piangendo, per uno dei congiurati; poi, trascorsi parecchi giorni, gli accennò a un modo di corrispondenza da lui serbato colla famiglia. E Miglio, sedotto a valersene, scrisse, scalfendosi il braccio, col proprio sangue, poche parole agli amici suoi. Quello scritto costituì uno dei principali documenti per la condanna.
[26] «Dopo la fucilazione dei sergenti, essi tentarono di farmi credere a quella di Pianavia. La sua cella era nel mio corridojo. Egli aveva l'abitudine di cantare; ma un sabbato, ei si tacque subitamente. La domenica fu un andare e venire continuo nella sua prigione. Giunse il Governatore e rimase lungo tempo con lui. Alle tre dopo mezzogiorno venne nella mia celletta il Generale comandante la Cittadella (Alessandria) con parecchi de' suoi ufficiali e un Cappellano che avea ceffo d'assassino più che di prete. Tutti sembravano commossi e quasi piangenti. Il Generale mi chiese s'io mi sentissi tranquillo. Risposi di sì. Partì dopo avermi fatto indirizzare alcune parole dal Cappellano. Tutta quella notte continuarono i rumori. Allo spuntare del giorno, udii qualcuno, ch'io credetti essere Pianavia, attraversare il corridojo con passi affrettati, e pochi momenti dopo, tre spari annunciarono una fucilazione. Io piansi amaramente per l'uomo che avea già segnata la rovina di parecchi de' suoi fratelli.» Da una dichiarazione di Giovanni Re. L'ufficiale Pianavia s'era fatto denunziatore, si prestava al maneggio e fu salvo.
[27] «La mia nuova cella era tristissima e scura, con una sola finestra difesa da doppia grata. Incatenandomi all'anello confitto nel muro, Levi, il carceriere, m'andava dicendo che la legge del Re era legge di Dio, e che i suoi trasgressori dovevano aspettare rassegnati il meritato castigo. Di fronte alla mia stava la cella del povero Vochieri, alla vigilia della sua morte. Avevano praticato tre fori nel fondo della mia porta; e siccome quella del carcere di Vochieri era, a bella posta, lasciata aperta, io non poteva star vicino alla mia finestra senza notare la luce che attraversava quei fori. Guardai, curvandomi, e vidi il povero Vochieri seduto, con una pesante catena al piede, due sentinelle gli stavano ai fianchi colla spada nuda; di tempo in tempo gli lasciavano mutar posizione, senza che le due sentinelle lo abbandonassero mai o gli indirizzassero una sola parola. Venivano spesso due cappuccini a parlargli. Durò siffatto spettacolo una settimana intiera, finchè lo condussero al supplizio. E a compiere quella scena d'orrore, stava in una cella contigua alla mia un malato, che gemeva dì e notte e invocava soccorso... Pochi dì dopo fui condotto in un'altra prigione appena finita e umida tuttavia. Fui colto da dolori in tutte le membra. Così, infiacchiti, lo spirito e il corpo, ricominciarono a interrogarmi.
«Gli interrogatorii erano condotti in modo da soggiogare le mie facoltà, A ogni tanto, mentr'io imprendeva a dare spiegazione di fatti allegati, l'auditore Avenati m'interrompeva col dire che badassi a ciò ch'io parlava, ch'io era visibilmente confuso e che le mie spiegazioni aggiungevano al pericolo della mia situazione. E poco dopo ei mutava tono e dichiarava ch'io era chiaramente colpevole e che si terrebbe nota di quanto io diceva a mio danno senza dare la menoma attenzione a ogni cosa che tentasse difesa.
«Mi convinsi che volevano la mia morte.
«Poi vennero una dopo l'altra le deposizioni di parecchi fra' miei compagni, Segrè, Viera, Pianavia, Girardenghi, tutte a carico mio. Io mi sentiva veramente minacciato d'insania.
«Chiesi nondimeno d'un difensore. Sacco, il segretario del Tribunale, mi suggeriva il capitano Turrina; io preferiva un Vicino: non mi fu dato nè l'uno nè l'altro.
«Pensai a preparare io stesso la mia difesa; ma quantunque i procedimenti preliminari fossero da due giorni conchiusi, io non aveva inchiostro nè carta. I miei parenti, ch'erano venuti nella città, ebbero ordine di partirne immediatamente.
«Finalmente, Levi, il mio cerbero, mi propose a difensore il luogo tenente Rapallo. Disperato d'ogni altro ajuto, accettai.
«E venne; ma non per parlarmi della mia difesa. Egli, il solo protettore sul quale io poteva appoggiarmi, mi dichiarò che la mia posizione era oltremodo grave. Mi disse che il Governo sapeva esser io stato uno dei più attivi membri dell'Associazione, ch'io non poteva sfuggire al castigo, e che non m'avanzava se non una via di salute. Mi disse che il mio segreto era omai divulgato da tutti; che Stara confesserebbe a momenti ogni cosa, e saperlo egli dal suo difensore; che Azario aveva anch'egli offerto rivelazioni, e non s'aspettava, per accoglierle, che l'assenso da Torino. E aggiungeva ch'io poteva proporre condizioni le più favorevoli e sarebbero accettate.
«Due volte respinsi la triste proposta. Al terzo convegno, piegai.»
Estratto dalla Dichiarazione di Giovanni Re.
[28] «. . . . . . . . . . Egli mi fu amico: il primo e il migliore. Dai nostri primi anni d'Università fino al 1831, quando prima la prigione, poi l'esilio mi separarono da lui, noi vivemmo come fratelli. Egli studiava medicina, io giurisprudenza; ma, escursioni botaniche dapprima, poi l'amore, pari in ambi, alle lettere, le prime battaglie tra classicismo e romanticismo, e più di tutto gli istinti affini del core, ci attirarono l'un verso l'altro, finchè venimmo a una intimità, unica per me allora e poi. Non credo d'aver mai avuto conoscenza più compiuta e profonda d'un'anima; ed io lo affermo con dolore e conforto, non ebbi a trovarvi una sola macchia. L'imagine di Jacopo mi ricorre sempre alla mente ogni qualvolta io guardo a uno di quei gigli delle valli (lilium convallium) che ammiravamo sovente assieme, dalla corolla d'un candido alpino, senza involucro di calice, e dal profumo delicato e soave. Egli era puro e modesto com'essi sono. E fin anche il lieve piegarsi del collo sull'omero che gli era abitudine, m'è ricordato dal gentile tremolìo che incurva sovente quel piccolo fiore.
«La perdita de' suoi fratelli maggiori, le frequenti e pericolose infermità della madre ch'egli, riamato, amava perdutamente, e più altre cagioni, non gli avean fatto conoscere la vita fuorchè pel dolore. Squisitamente, e quasi direi febbrilmente sensibile, ei ne aveva raccolto una mestizia abituale che s'inacerbiva di tempo in tempo a disperazione d'ogni cosa. E nondimeno, non era in lui vestigio alcuno di quella tendenza a misantropia, che visita sovente le forti nature condannate a vivere in terra schiava. Aveva poca gioja degli uomini, ma li amava: poca stima dei contemporanei, ma riverenza per l'uomo, per l'uomo come dovrebbe essere e come un giorno sarà. Forti tendenze religiose combattevano in lui lo sconforto che gli veniva da quasi tutti, e da tutto. La santa idea del Progresso, che alla fatalità degli antichi e al caso dei tempi di mezzo sostituisce la Provvidenza, gli era stata rivelata dalle intuizioni del core fortificate di studî storici. Adorava l'ideale come fine alla vita, Dio come sorgente dell'Ideale, il Genio come suo interprete quasi sempre frainteso. Era mesto, perchè sentiva la solitudine di chi sta innanzi, e non vedrà vivo la terra promessa: ma era abitualmente tranquillo, perch'ei sapeva che il fine della nostra esistenza terrestre non è la felicità, bensì il compimento d'un dovere, l'esercizio d'una missione, anche dove non vive possibilità di trionfo immediato. Il suo sorriso era sorriso di vittima, pur sorriso. Il suo amore per l'Umanità era, come l'amore ideale di Schiller, un amore senza speranza individuale, ma era amore. Ciò ch'ei pativa non esercitava influenza sulle sue azioni.
«Jacopo comprese, dai primi cominciamenti della persecuzione, ch'egli era perduto, e aspettò con serena fermezza i proprî fatti. Avvertito dell'ordine dato per imprigionarlo, non volle sottrarsi. A chi insisteva con lui rispose che chi aveva spinto altrui nel pericolo, dovea soggiacergli primo. Preso, e tormentato d'interrogatorî, rispose con un muto sorriso. Bensì minacce terribili e l'artificio citato delle rivelazioni falsificate e il linguaggio insidioso d'un Rati Opizzoni, auditore, lo ridussero a tale da fargli temere ch'ei forse cederebbe un dì o l'altro. E allora risolse d'uccidersi. Io credo il suicidio atto colpevole come la condanna a pena di morte. La vita è cosa di Dio: non è concesso abbandonare il proprio posto quaggiù, come non è concesso rapire ad alcuno la via di ripigliarlo, quando per colpa s'è abbandonato. Ma nel caso di Jacopo, parmi che il suicidio s'inalzi all'altezza del sagrificio. È l'atto d'un uomo che dice a sè stesso: quando il tuo occhio sta per peccare strappalo; quando per tristizia degli uomini tu ti senti minacciato di cedere ai suggerimenti del male, getta via la tua vita; e piuttosto che peccare contr'altri, poni sull'anima tua un peccato contro te stesso. Dio è buono e clemente. Egli t'accoglierà sotto la grande ala del suo perdono.» Da alcune pagine inglesi mie nel People's Journal, maggio, 1846.
[29] Vedi preliminari della sentenza del 13 giugno contro Rigasso, Costa e Marini.
[30] E basti un unico esempio. Vochieri supplicò che si mutasse la via per la quale ei doveva andare al supplizio, e che passava sotto la casa ov'erano la moglie incinta, la sorella e due figliuoletti. Ebbe rifiuto. La sorella impazzì. Galateri volle essere presente all'esecuzione.
[31] Da quel giorno ha data la mia conoscenza di lui. Il suo nome di guerra nell'Associazione era Borel.
[32] Credo in novembre. Riproduco qui una lettera ch'io scrissi nell'ottobre del 1856 a Federico Campanella e ch'ei pubblicò nell'Italia e Popolo. Il fatto che ne è argomento spetta a questo periodo. Scrissi quella lettera richiesto, perchè se da un lato ho sempre sprezzato calunnie e calunniatori, non ho mai dall'altro ricusato di dire il vero quand'altri lo chiese. Il Gallenga aveva, in una sua Storia del Piemonte, narrato il fatto intorno al quale io aveva sempre taciuto, soltanto dissimulando che il fatto era suo e lasciando credere ch'io lo avessi inspirato e promosso più che non feci. Quindi le inchieste.
[33] Da un mio articolo nella Jeune Suisse, numero del 30 marzo 1836. Le considerazioni espresse in quell'articolo erano le stesse che dirigevano il mio lavoro nel 1834.
[34] Anche il Cristianesimo non contemplò nella sua dottrina che l'individuo; e trapassò fatalmente per le due fasi logiche alle quali io accennava in quell'articolo. Nella prima epoca della sua vita, il Cristianesimo fu, quanto alla parte terrestre del problema dell'Umanità, rassegnato, inerte, contemplatore: nella seconda, quando volle assumersi di risolvere quel problema, fu—nel sublime ma inefficace tentativo di Gregorio VII—dispotico—(1862).
[35] Il sorgere a vita della Russia ha superato, quanto al tempo, le mie previsioni e le altrui: e l'influenza decisiva che ogni suo moto esercita su tutta quanta l'Europa è innegabile. E nondimeno, quanto all'ordinarsi dei varî gruppi della famiglia Slava, credo tuttavia che la maggiore e più diretta influenza sarà esercitata dal surgere della Polonia.
[36] Traduco con vero dolore. Non sembra ch'io scrivessi allora per l'Italia d'oggi?—(1862).
[37] Debbo all'amico ragione d'una frase, che apparve dubbia, inserita nel terzo volume di questi Scritti, a pag. 322, dove, parlando delle cagioni che impedirono si tentasse moto in Genova, accenno al timore generoso di quei che dirigevano l'Associazione, ch'altri attribuisse il segnale dell'azione a un desiderio di tentare la propria salute—e nominai Jacopo e Giovanni Ruffini. Il Comitato Genovese era allora composto d'essi due e di Federico Campanella; e la decisione di non agire fu presa in comune. Nominai i due, perchè, scrivendo su' ricordi della mia memoria soltanto intesi rispondere a incerte accuse che serpeggiarono per breve tempo intorno ad essi. Ma a nessuno che conosca Campanella, o la stima profonda ch'io ho per lui, può cadere in mente, ch'io, tacendone il nome, mirassi a far cadere su lui sospetto d'indole meno generosa e pronta al sagrificio di sè. Campanella diede in quei giorni terribili prova d'animo più che fermo; rimase ultimo fra i più pericolanti dei nostri in Genova e non ne partì che dopo i supplizi e disperata ogni cosa, il 23 giugno del 1833.
[38] Vedi il fascicolo dell'ottobre 1836.
[39] Vedi vol. V dell'Opere complete, pag. 55.
[40] Come documento dei tempi, la collezione della Jeune Suisse potrebbe giovare a chi tesserà la storia degli ultimi tempi; ma credo quasi impossibile rinvenirla. La mia manca di venti e più numeri.
[41] Quel documento è citato in extenso nell'ultimo volume della Storia di dieci anni di Luigi Blanc, c. IV.
[43] V. La Commedia di Dante Allighieri illustrata da Ugo Foscolo, Londra, P. Rolandi, 1842, quattro volumi.
[44] A Tommaso Duncombe, che aveva con rara energia sostenuto in parlamento le parti mie, una riunione d'Italiani risiedenti in Londra votò il dono di due medaglie coniate allora in Londra e in Parigi a spese d'esuli in onore dei nostri martiri. La medaglia coniata in Parigi ha da un lato l'Italia coronata di spine in atto di accendere una fiaccola alla fiamma uscente dalle ceneri dei martiri di Cosenza racchiuse in un'urna. Sull'urna è scritto: nostris ex ossibus ultor; e sulla base: fucilati in Cosenza il 25 luglio 1844 sotto Ferdinando re. Dietro la tomba è un cipresso; intorno alla medaglia stanno i nomi delle vittime; appiedi: a memoria ed esempio. Dall'altro lato, nel centro d'un serto di palma e alloro stanno le parole: Ora e sempre: poi quelle proferite dai Bandiera: è fede nostra giovare l'italica libertà morti meglio che vivi. Il concetto appartenne a Pietro Giannone.—La medaglia coniata in Londra, sul disegno di Scipione Pistrucci, ha da un lato i nomi di quei fra i membri dell'Associazione che avevano fino a quel giorno patito il martirio; e dall'altro un serto di quercia, palma, ellera e cipresso, e nel centro la leggenda: Ora e sempre: la Giovine Italia ai suoi martiri.
La dedica a Duncombe diceva: A. T. S. Duncombe, membro di parlamento, perchè onorò di generose parole nell'aula la memoria dei loro fratelli caduti per la fede italiana in Cosenza nel 1844; perchè sostenne virilmente i diritti degli esuli codardamente e con tristissimo intento violati nella loro corrispondenza privata dal governo inglese; perchè respinse la calunnia avventata, a palliare l'ospitalità tradita, a un loro concittadino—molti italiani raccolti a convegno hanno votato questo lieve ma carissimo pegno di riconoscenza e di plauso, 23 maggio 1845.
Tra i membri della deputazione che presentò le medaglie era, ricordo, il Gallenga.
[45] Naturalmente, nè io potea ideare nè essi sospettavano allora la possibilità dell'ipotesi verificatasi nel 1859, d'una guerra straniera contro l'Austria capitanata da un principe alleato al Piemonte costituzionale.
[46] Fu inserita nella Pallade, giornale di Roma.
[47] Vedi la lettera di Gioberti al Muzzarelli, presidente del ministero romano, in data del 28 gennajo: in essa ei proponeva la restaurazione politica del papa e, a proteggerla, l'intervento d'un presidio piemontese in Roma. In Toscana si tentavano le stesse pratiche: e a vendicarsi del rifiuto, il Piemonte osteggiava apertamente quella provincia italiana; provocava i soldati toscani posti sulla frontiera alla diserzione e li mandava in Alessandria; ordinava a Lamarmora l'occupazione di Pontremoli e Fivizzano, ecc.
[48] Nella Divisione lombarda serpeggiava, dopo la rotta di Novara, la idea d'avviarsi a Genova e fortificarne l'insurrezione. Intanto noi mandavamo proposte e mezzi per Roma. Il governo, impaurito, aderì, chiedendo promessa che la Divisione non s'immischiasse nelle cose genovesi, e la diresse per la via di Bobbio su Chiavari. Se non che Fanti, inteso col governo, condusse la marcia per sentieri alpestri fino a un punto dove il passo riusciva difficilissimo alla cavalleria, impossibile alle artiglierie. La Divisione giunse nondimeno lentamente e smembrata in Chiavari, ma il governo, sottomessa Genova e libero d'ogni paura, violò la propria promessa e non concesse l'imbarco. I soli bersaglieri comandati da Manara riuscirono e sul finire d'aprile giunsero in Roma.
[49] Questi e molti altri fatti di quel tempo furono raccolti in un volumetto intitolato: Raccolta di Atti e Documenti della Democrazia Italiana, e stampato alla macchia nel 1852. Fu lavoro di Piero Cironi, italiano di Toscana, uomo più che onesto, virtuoso, di severa fede repubblicana, di vigoroso e modesto intelletto, lavoratore instancabile in ogni fortuna e per tutte vie, coll'azione e colla penna, a pro' della Patria. Io l'ebbi amico degno, leale e costante sino alla morte. Parmi che quel lavoro potrebbe utilmente ristamparsi, e che il miglior modo di onorare la memoria dei buoni caduti sia quello di raccoglierne i dettati e farne senno.
[50] 7 dicembre. Enrico Tazzoli, sacerdote, Angelo Scarsellini, Bernardo de Carral, Giovanni Zambelli, Carlo Poma, mantovani il primo e l'ultimo, veneziani gli altri.
[51] Scrivo sul finire del luglio 1866, mentre si sta dalla monarchia italiana maneggiando, auspice Luigi Napoleone, una pace che abbandonerebbe, dopo di aver fatto balenare ad essi innanzi la libertà, il Trentino, i passi dell'Alto Friuli e l'Istria: le chiavi d'Italia.
[52] L'ordinatore militare del moto, cercato per ogni dove, riescì a sottrarsi. Ei vive tuttora in Assisi. E m'è caro ricordarne agli Italiani, in questa pagina, il nome, E. Brizi, nome d'un modesto, operoso, intrepido soldato della Democrazia Nazionale.
Perirono per mano del carnefice, condannati da una Commissione militare, poco dopo il tentativo:
Scannini Alessandro;
Taddei Siro;
Bigatti Eligio;
Faccioli Cesare;
Canevari Pietro;
Piazza Luigi;
Piazza Camillo;
Silva Alessandro;
Broggini Bonaventura;
Cavallotti Antonio;
Diotti Benedetto;
Monti Giuseppe;
Saporiti Gerolamo;
Galimberti Angelo;
Bissi Angelo;
Colla Pietro.
Perirono intrepidi: degni seguaci di quell'Antonio Sciesa, popolano egli pure, che tratto a morte dagli austriaci il 2 agosto 1851 per affissione di scritti rivoluzionarî, avea risposto a chi gli offriva, a due passi dal luogo del supplizio, la vita, purchè rivelasse: tiremm'innanz. Quelle parole dovrebbero essere adottate, come formola della loro vita collettiva, dalle Associazioni operaje d'Italia.
[53] Ne citerò una fra cento.
Prima assai d'ogni ricominciato lavoro in Milano, e quando Luigi Kossuth si preparava a un viaggio, che poteva prolungarsi indefinitamente, negli Stati Uniti, avevamo statuito ch'egli mi lascerebbe un proclama firmato da lui ai soldati ungheresi in Italia, per eccitarli a seguire qualunque moto nazionale avesse luogo tra noi, e ch'io porrei in mano sua, collo stesso intento, un mio proclama agli Italiani che militerebbero, al tempo d'un moto, in Ungheria. E così facemmo. Potevamo, in circostanze decisive e imprevedibili anzi tratto, trovarci lontani; e rimanemmo quindi arbitri l'uno e l'altro d'usar del proclama e d'apporvi data a seconda del nostro giudizio. Io mi giovai del diritto datomi, e ordinai che sul cominciare del moto s'affliggesse, insieme a un mio, il proclama di Kossuth. Il primo cenno dell'insurrezione scoppiata giunse in Londra senza altri particolari e Kossuth, che v'era tornato, s'infervorò di tanto che recatosi all'amico mio, James Stansfeld, lo richiese d'ajuto pecuniario per raggiungermi, e l'ebbe. Ma quando il dì dopo recò la nuova della disfatta, Kossuth, tenero più assai della propria fama che non del vero e dell'amicizia che tra noi correva, s'affrettò a dichiarare sui giornali inglesi, che il proclama agli ungheresi era pura e pretta invenzione mia. Avvertito da' miei amici, mandai al Daily News due linee che dicevano semplicemente, come l'originale del proclama fosse rimasto in mia mano, visibile a ogni uomo che desiderasse di sincerarsi. E bastò agli inglesi; ma la stampa governativa italiana continuò per lunga pezza a invocare il nome di Kossuth per dichiararmi falsario.
Quando io mi ridussi in Londra, non cercai di Kossuth, ma egli venne a vedermi, m'abbracciò con sembiante d'uomo profondamente commosso e non fiatò del proclama. La lega, s'anche mal ferma, tra lui e me poteva giovare alla causa nostra. Mi strinsi nelle spalle e mi tacqui.
[54] Non rimane più dal 1859 in poi.—1866
[55] Dell'Initiative Révolutionnaire en Europe—Foi et Avenir, etc.
[56] E quel più vasto terreno è indicato nella formola Dio e il Popolo—intorno al valore della quale parmi possa giovare ch'io qui inserisca un frammento di lettera mia ad un amico, che l'Italia e il Popolo inseriva sui primi dì di febbrajo:
«Fra le cento formole politiche proposte dalle scuole diverse, che s'avvicendarono, negli ultimi sessant'anni, indizio di transizione da un'epoca consunta, incadaverita, a una nuova, due sole ebbero consecrazione di fatti gloriosi e consenso di popoli.
«La prima è la formola francese: Libertà: Eguaglianza: Fratellanza; uscita dalla Rivoluzione del 1789, e accettata da quanti popoli seguirono allora e poi l'iniziativa di Francia.
«La seconda è la formola italiana: Dio e il Popolo; adottata spontaneamente dai repubblicani e consecrata dagli eroici fatti di Venezia e di Roma, nel 1849.
«Esistono, tra queste due formole, differenze radicali finora poco avvertite e nondimeno importanti.
«Le formole, se vere e destinate a vivere sulla bandiera delle nazioni, racchiudono un programma, che si svolge attraverso gli eventi per una serie di conseguenze logiche inevitabili.
«La formola francese e essenzialmente storica: ricapitola in certo modo la vita dell'Umanità nel passato, accennando, poco definitamente, al futuro. L'idea libertà fu elaborata, conquistata su scala limitata dal mondo greco-romano, dal Paganesimo, il cui problema fu l'emancipazione dell'individuo umano. L'idea eguaglianza fu elaborata e conquistata, in parte dal mondo latino-germanico, dal Cristianesimo, il cui problema, falsato verso il VII secolo dal Papato, fu la libertà per tutti, l'applicazione della conquista anteriore a tutti gli individui, la emancipazione dell'anima umana, in qualunque condizione versasse, sotto la fede nell'unità di natura. L'idea fratellanza, conseguenza inevitabile dell'unità di natura, albeggiò, traducendosi in carità, nel dogma cristiano, e scese, per breve tempo, sul terreno politico internazionale, ne' bei momenti della Rivoluzione Francese.
«La formola italiana è invece radicalmente filosofica: accettando le conquiste del passato, guarda risolutamente al futuro, e tende a definire il metodo più opportuno allo svolgimento progressivo delle facoltà umane.
«La prima esprime, compendiato, un grande fatto. La seconda scrive sulla bandiera un principio. La prima definisce, afferma il progresso compiuto: la seconda costituisce l'istrumento del progresso, il mezzo, il modo per cui deve compirsi.
«Una formola filosofico-politica, per aver diritto e potenza d'avviare normalmente i lavori umani, deve racchiudere, sommi, due termini: la sorgente, la sanzione morale del Progresso: la Legge e l'interprete della Legge.
«Questi due termini mancano nella formola Francese: costituiscono l'Italiana.
«La sorgente, la sanzione morale della Legge, sta in Dio, cioè in una sfera inviolabile, eterna, suprema su tutta quanta l'Umanità, e indipendente dall'arbitrio, dall'errore, dalla forza cieca, di breve durata. Più esattamente, Dio e Legge sono termini identici: Dio, stampando la natura umana delle due tendenze ineluttabili, progresso ed associazione, ch'oggi la distinguono dall'altre nature terrestri, ha scritto in fronte alla Umanità il codice, del quale la vita storica non è se non il commento, l'applicazione. Tolto Dio, non rimane possibile sorgente alla Legge, fuorchè il Caso e la Forza.
«L'interprete della Legge fu problema continuo all'Umanità. Ogni epoca storica lo sciolse diversamente. Un'epoca affidò l'interpretazione della Legge al Capo, qualunque si fosse: un'altra al sacerdozio, fatto casta e sommato nel papa: la terza a un numero definito di famiglie regali preordinate per diritto divino a dirigere l'Umanità. La formola italiana affida l'interpretazione della Legge al Popolo, cioè alla Nazione, all'Umanità collettiva, all'Associazione di tutte le facoltà, di tutte le forze, coordinate da un Patto.
«La formola Italiana, intesa a dovere, sopprime dunque per sempre ogni casta, ogni interprete privilegiato, ogni intermediario per diritto proprio tra Dio padre e ispiratore della Umanità e l'Umanità stessa.
«Tutte le caste desumono la loro origine dalla credenza in una rivelazione immediata, limitata, arbitraria. La formola Italiana, sostituisce a questa la rivelazione continua, progressiva, universale di Dio attraverso l'Umanità; re, papi, patriziati, sacerdozi privilegiati spariscono. La formola Italiana, generalizzata da una Nazione all'associazione delle Nazioni, dichiara fondamento d'una teoria della Vita: Dio è Dio, e la Umanità è il suo Profeta.
«La formola Italiana è dunque essenzialmente, inevitabilmente, esclusivamente repubblicana; non può uscire che da credenza repubblicana; non può inaugurar che repubblica.
«La formola Francese, non accennando alla sorgente eterna della Legge, ha potere per difendere, colla forza, col terrore, non coll'educazione, alla quale manca la base, le conquiste del passato; è muta, incerta, mal ferma sull'avvenire. Non definendo l'interprete della Legge, lascia schiuso il varco agli interpreti privilegiati, papi, monarchi o soldati. Quella formola potè nascere dagli ultimi aneliti d'una monarchia: sussistere ipocritamente in una repubblica che strozzava la libertà repubblicana di Roma: soccombere sotto il nipote di Napoleone, che dichiarava: io sono il migliore interprete della legge: io sarò tutore alla libertà, all'eguaglianza, alla fratellanza dei milioni.
«Nè papa nè re potrebbe assumere coi repubblicani italiani linguaggio siffatto. La formola inesorabile gli direbbe: non conosciamo interpreti intermediarî, privilegiati, tra Dio e il popolo; scendi ne' suoi ranghi ed abdica.
«Più altre differenze contrassegnano le due formole, che rappresentano l'iniziativa francese e l'iniziativa italiana: ma quest'una accennata parmi la più importante. Sgorga evidente dalle due parole. E nondimeno fu sin qui trascurata. Taluno propose di sostituire: Dio e Legge, ciò che vorrebbe dire: legge e legge. Tal altri affermò la formola identica a quella: Dio e Libertà; non s'avvedendo che la libertà non rappresenta se non l'individuo: che la parola dell'epoca nascente è associazione, e che il termine Popolo, termine collettivo e sociale, indica che solamente coll'associazione può compirsi la Legge, il Progresso. Ma è vezzo inconscio, tuttavia radicato nei nostri migliori, di serbare ogni potenza di sofismi e d'esame contro qualunque idea vesta forma italiana, e d'accettar ciecamente ogni formola che vien di Francia.
«Del resto, su tema siffatto occorrerebbero libri; ed oggi, a fronte delle fucilazioni di Mantova, ogni italiano che abbia sangue nelle vene e fremito di patria e coscienza del suo diritto e fede nel popolo, che confuse tutti i sistemi poco più di tre anni addietro, ha da far cartuccie dei libri.
«1.º febbrajo.»
[57] Precis de l'Art de la Guerre, Vol. I, Art. VIII.
[58] Vedi Vol. VIII delle Opere complete.
[59] Proclama del 6 marzo.
[60] Proclama dell'11 marzo.
[61] Ma part aux événements de l'Italie Centrale en 1831.—Par le général Armandi.—Paris, 1831.
[62] Processo verbale della sessione del 25 marzo.
[63] Byron, Childe Harold; c. IV.
[64] Uno straniero, Carlo Didier di Ginevra, scrittore caldo e valente, che guarda all'Italia con tanto amore che noi possiam dirla una seconda patria per lui, ha toccato, confutandole in un discorso intitolato I tre principî, ossia Roma, Vienna e Parigi, queste due ipotesi dell'Austriaco, e del Papa, regnatori unici in Italia per consenso italiano.—Noi non le reputiamo ipotesi pericolose in Italia; e però rimandiamo al discorso citato i pochissimi che le accarezzano. L'una è un anacronismo di secoli; l'altra è peggiore e frutterebbe infamia a chi s'attentasse di predicarla.—Il discorso verrà, spero, tradotto e pubblicato dal benemerito Ruggia e gl'Italiani vedranno il nostro simbolo uscire limpido e intero dalla bocca dello straniero. A me è dolce afferrare questa occasione per attestare affetto e riconoscenza al Didier. S'egli scorrerà queste pagine, io so che il core gli balzerà di gioja in veggendo che nella terra ch'egli ama le massime di rigenerazione da lui predicate germogliano nelle anime giovani e si tenta diffonderle, se non con l'ingegno ch'egli ha, con tutto l'ardore di religione, ch'egli può desiderare agl'Italiani. Son tanti gli scrittori francesi ed altri, che insultano, travedendo o deliberatamente, alla Italia, che quando ci vien fatto d'abbatterci in taluno che le porge una mano d'amore e un consiglio, noi proviamo una sensazione simile a quella che produce nell'esule l'ospitalità data senza fasto d'orgoglio, senza affettazione di pietà.
[65] Questo indirizzo, steso nella nostra favella, venne deliberato dal Comitato Polacco alla Giovine Italia. Dall'epoca di quest'indirizzo le persecuzioni dello Czar ottennero l'intento anche in Francia, e i membri del Comitato andarono dispersi per ordine ministeriale.
[66] Fu discussa più volte e da gravi uomini nell'America; ma per le condizioni particolari v'assunse aspetto singolarmente locale: i Federalisti in America combattono acremente per la centralizzazione; tra noi contro—e d'altra parte quegli scritti son poco noti. In Francia s'agitò la questione, ma combattendo: gli animi insospettiti delle molte insidie, irritati dai pericoli, erano tratti a vedervi questione di vita o di morte; però dove gli argomenti non soccorrevano pronti o non erano intesi, suppliva la scure. In Italia pochi la esaminarono a fondo. Melchiorre Gioia toccò, non certo esaurì tutti i punti importanti nella dissertazione: Quale dei governi liberi meglio convenga all'Italia, e opinò pel sistema unitario.
Il capitolo I del libro IX dell'Esprit des lois, dove Montesquieu sembra proporre la federazione come il miglior dei governi, è superficiale come sono pur troppo molti capitoli del suo libro nei quali ei tocca questioni d'ordine generale: alcune asserzioni non convalidate da prove, e un esempio che conclude forse a suo danno, forman quel capitolo: vedi più giù.—È cosa notabile che nè Voltaire, nè Elvezio, nè quanti hanno gremito di note e osservazioni minuziose e talora pur cavillose ogni linea del testo di Montesquieu, abbiano trovato in quel capitolo argomento d'una sola considerazione; e può trarsene come—da Rousseau in fuori—i critici del secolo XVIII s'addentrassero nella politica organica.
[67] Tranne Brizzot e pochissimi dei minori, gli uomini della Gironda non parteggiarono teoricamente e assolutamente pel sistema federativo. L'accusa data ad essi dalla Montagna dura tuttavia accettata senza esame dai più, forse perchè la condanna e il supplizio tennero dietro all'accusa, e i più danno giudizio sul fatto, non sul diritto. Ma la loro non fu opposizione di sistema, bensì opposizione di circostanza. A molti di quei che oggi ancora si citano federalisti, il pensiero di rompere l'unità della Francia s'affacciava delitto capitale. La questione tra gli uomini della Montagna e della Gironda era ben altra: due sistemi diversi di rivoluzione cozzavano in essi, e il federalismo non fu che un'arme di quella guerra. I Girondini contrastarono il dominio a Parigi, tentarono la sollevazione delle provincie; ma perchè Parigi era a quei giorni la Convenzione, e la Convenzione era la Montagna; perchè volendo pur combattere il sistema della Montagna, vinti in Parigi non potevano che cercare un rifugio nell'influenza onde godevano tuttavia nei dipartimenti. Predicarono Lione, ma perchè ivi si trasportasse una Convenzione come la volevano; nè ad essi cadde in pensiero di smembrare la Francia—nè ad alcuno mai fuorchè ai re della Lega, e a pochi illusi ed iniqui che v'intravvedono anch'oggi il ritorno dei Borboni cacciati. La sentenza pronunciata dalla Convenzione fu giusta, però che in essa risiedeva la rivoluzione—e la guerra tra la rivoluzione e chi s'attraversa, è guerra mortale. Ma il federalismo fu pretesto alla sentenza che i posteri non hanno a ratificare.
[68] L'ordinamento federativo non vieta e non inchiude la libertà, non ha che fare colla costituzione interna di ciascuna delle repubbliche unitarie che compongono la federazione. Dalla interna costituzione dipende la maggiore o minore libertà che spetta a ciascuna: dal sistema che le unisce tutte, la maggiore o minore durata della libertà stabilita. La questione della libertà interna s'agita negli attributi della potestà centrale, nel diritto d'intervento accordato al governo negli affari spettanti ai singoli membri dell'associazione: questione che non può sciogliersi se non colla Legge che provvede all'ordinamento dei comuni e dei municipî: questione estranea a questa del sistema unitario o federativo, che non tocca la costituzione interna. Le libertà comunali e municipali possono essere affogate o svincolate dalla centralizzazione in ognuno dei diversi Stati confederati. Soltanto quei che cercano nella federazione una più forte tutela a siffatte libertà, non s'avvedono che raddoppiano, invece di scemarli gli ostacoli. Ad ogni Stato, membro della confederazione, è forza infatti porsi in guardia contro gli abusi del governo centrale della federazione, e contro a quei del governo particolare a ciascuno laddove uno almeno dei due nemici è soppresso dall'unità.
Giova notar fin d'ora la confusione che molti fanno di due questioni radicalmente diverse, quella della centralizzazione e quella dell'unità—e ne toccheremo più giù.
[69] Il materialismo, che nei secoli di servaggio s'è abbarbicato, assumendo aspetto d'opposizione, alle menti Italiane, ed ha invaso, isterilendole, letteratura, storia, filosofia, ha generato una politica, pretesa sperimentale, vero mare morto, i cui frutti gettati qua e là sulle spiaggie si risolvono in cenere: politica che abborrendo dai vasti principî sintetici, stendardo dei grandi periodi d'incivilimento, s'aggira nei fatti, come l'anatomia tra gli scheletri, e li esamina freddi, muti, isolati, come la morte del passato li ha fatti, senza risalire dalle cagioni secondarie alle prime, senza risuscitarne la vita, senza pure intravvederne la connessione generale, e l'andamento progressivo; politica, il cui sommo risultato scientifico è quello della vicenda alterna delle sorti e dei popoli, il cui sommo risultato morale è quello d'indurre negli animi una rassegnazione asiatica che soggiace ai fatti senza pure attentarsi di romperli o modificarli. È dottrina, che vive quasi esclusivamente di passato, e rinega l'avvenire: guarda con amore ai miglioramenti materiali, non s'avvedendo che dove questi non derivino dall'applicazione d'un principio morale, si rimangono sempre precarî, sottoposti all'ineguaglianza e all'arbitrio; e i dotti che la versano nei loro scritti s'arrestano a Machiavelli in politica, a Condillac in filosofia, ai teoremi d'Obbes in diritto sociale, e deliziandosi nelle ipotesi della guerra connaturale all'uomo, della forza costituente diritto, del clima padrone assoluto delle nazioni, sorridono all'altre del progresso, della umana perfettibilità, della fratellanza tra' popoli, dell'abolizione della pena di morte, come a sogni di cervelli esaltati e superficiali. E se la dottrina che noi qui accenniamo abbia mai fruttato all'Italia altro che tiranni o misantropi, lo dicano i fatti ch'essi invocano onnipotenti. Per noi è dottrina spenta; il secolo la rinega, e contro il secolo non è forza che valga. Ma sentiamo il bisogno di protestare altamente, perchè presso alcuni, che si ostinano tuttavia a predicarla, veste aspetto autorevole dai nomi, e travia li inesperti, proponendosi dottrina italiana per eccellenza—Italiana la dottrina del materialismo politico filosofico sulla terra dove fremono l'ossa di Dante, di Bruno e di Vico!—italiana la dottrina ch'oggi ancora nel XIX secolo, pronuncia le assemblee deliberanti non convenire all'Italia per divieto di clima!—I giovani la indovineranno facilmente a un certo fare che piaggia, non emula Machiavelli, a un'affettazione della gravità non della semplicità antica, alla venerazione che trapela per le riforme principesche, pei consessi aristocratici, per le accademie, all'ira contro qualunque fa di sottrarsene, e più alle frasi prepotenza di cose, onnipotenza di fatti, sogni utopistici, e simili, che ricorrono ad ogni tanto nei volumi che le spettano.
Noi torniamo e torneremo sovente a quest'argomento, dovessimo anche esser tacciati di divagazioni, perchè più che discutere le questioni particolari, ci par giovevole d'adoprarci a che si formi dai giovani un criterio politico.—In politica non si sragiona impunemente mai. Tutte le delusioni che pesano sulla Francia del luglio, e le comandano una seconda rivoluzione, non derivano che da un errore di raziocinio politico, che indusse a credere conciliabili due elementi necessariamente discordi, re e istituzioni repubblicane.
[70] La Lega anfizionica, costituita fra dodici popoli del nord della Grecia, aveva un Consiglio che si riuniva due volte l'anno in Delfo e in Antela, presso le Termopoli. Ventiquattro membri, due per ogni Stato, ciascuno con diritto di voto, lo componevano: poi crebbero i membri, non i voti. L'autorità del Consiglio fu sempre riconosciuta dai deboli, sprezzata dai forti. 354 anni prima di Cristo, i Focesi furono dal Consiglio condannati, come sacrileghi, ad una ammenda per avere lavorato terreni consacrati ad Apollo. Era delitto religioso e dovea trovar tutti uniti. Ma i Focesi corsero all'armi: la Grecia si divise a favore e contro; e la guerra sacra durò dieci anni, spossò i Greci e li diede alle ambiziose tendenze del re dei Macedoni.
[71] Rarus duabus tribusque civitatibus ad propulsandum commune periculum conventus: ita dum singuli pugnant, universi vincuntur.—Tacito in Agric.—ed è la storia di tutte le federazioni.
[72] Neuchâtel apparteneva, quando fu pubblicato l'articolo, alla monarchia prussiana—1861.
[73] All'epoca in cui Gioia scriveva la sua dissertazione, i politici d'Arcadia prevalevano ancora di tanto, ch'egli, non osando quasi enunziare i suoi dubî intorno alla Svizzera, li cacciava in nota, e in bocca a un amico suo viaggiatore. D'allora in poi le storie narrate da Svizzeri rivelarono nuda la condizione della contrada. Vedi fra tutte quella dello Zschokke.
[74] In una lettera del 25 ottobre 1770: confesso che quanto ho veduto m'ha convinto della impossibilità di mantenere la libertà nostra.
E altrove, accennando alle istituzioni abbracciate in comune dai confederati a vantaggio della nazione, soggiunge: capitolo a farsi.
[75] Bruges, Anversa, Amsterdam toccarono l'apogeo della prosperità commerciale prima della indipendenza ottenuta. Vedi tutti gli storici, e segnatamente il nostro Guicciardini.
[76] Rousseau, come Montesquieu, non pensava, trattando la questione, che alle repubbliche pagane e all'intervento diretto del popolo. Ed è vero che l'Attica, a cagion d'esempio, era già troppo vasta per quell'intervento: il popolo non poteva concorrere ad Atene se non di rado, e cedeva quindi inevitabilmente gran parte della propria autorità. E questo probabilmente il vizio interno accennato da Montesquieu.
[77] L'estremo della politica materialista è toccato da chi desume, anche dopo i piroscafi e le vie ferrate, impossibile l'Unità dalla forma allungata dell'Italia, e in verità non merita confutazione.
[78] Inedito, 1861.
[79] Etudes sur les constitutions des peuples libres.
[80] Dalle Lettere sulle condizioni d'Italia, già citate. Lettera I, maggio 1839, nel Monthly Chronicle.
[81] Memoires de Napoléon.
[82] Dichiarazione di Principî e non di Diritti. E questa sola distinzione basterà, se intesa e svolta a dovere, all'iniziativa Italiana in Europa. Il nostro Patto assumerà carattere religioso ed esprimerà le condizioni d'un'Epoca il cui fine è l'Associazione. Le dichiarazioni di Diritti che tutte le Costituzioni s'ostinano a ricopiare servilmente dai Francesi non esprimevano se non quelle d'un'Epoca, compendiata—ed è gloria immortale per essa—dalla Francia, che avea per fine l'individuo e non accennava se non a mezzo il problema.
[83] Accenno appena come spazio e tempo or concedono: ma questa dell'Educazione Nazionale è questione vitale, frantesa finora dai più, e merita un lavoro speciale ch'io tenterò in seguito. La teorica invalsa nelle nostre file della libertà d'insegnamento e non altro, fu grido di guerra giusto e utile contro un monopolio d'educazione fidato ad Autorità rappresentanti il principio feudale e cattolico avverso da lungo al Progresso e incapace di dirigere le manifestazioni della vita nell'individuo e nell'Umanità. E anch'oggi dovunque importa rovesciare quella falsa autorità e riconquistare alla società il diritto di fondarne un'altra che sia espressione dell'Epoca nuova, noi ci appiglieremo a quel grido. Ma ordinata la Nazione a libera vita sotto l'ispirazione d'una fede che abbia a propria insegna la parola Progresso, il problema è mutato. La Nazione è un insieme di principî, di credenze e d'aspirazioni verso un fine comune accettato come base di fratellanza dalla immensa maggioranza dei cittadini. Concedere a ogni cittadino il diritto di comunicare agli altri il proprio programma e contendere alla Nazione il dovere di trasmettere il suo è contradizione inintelligibile in chi vuole l'Unità Nazionale, ridicola in chi sancisce unità di monete, pesi e misure per tutti. L'unità morale è ben altramente importante che non l'unità materiale; e senza Educazione Nazionale quell'Unità morale è impossibile: l'anarchia inevitabile. L'Educazione Nazionale è inoltre l'unica base di giustizia che possa darsi al Diritto Penale. Gli uomini che avversano il principio dell'Educazione Nazionale in nome dell'indipendenza dell'individuo non s'avvedono ch'essi sottraggono il fanciullo all'insegnamento de' suoi fratelli per darne l'anima e l'indipendenza all'arbitrio tirannico d'un solo individuo, il padre. La libertà e l'associazione sono, come dissi, ambo sacre, e ambo devono rappresentarsi: il Dovere sociale dalla trasmessione del Programma Nazionale: la libertà di progresso da quella di tutti gli altri programmi, la cui libera espressione deve essere protetta e confortata dallo Stato. All'individuo appartiene la scelta.
[84] Anche questo vorrebbe sviluppo, e farò di darlo in altro volume. Ricordo or soltanto che fin dalla fine dello scorso secolo, Vincenzo Coco avvertiva come una popolazione che non ha prodotto principale se non l'olio debba aspettarne il ricolto in novembre, un'altra vivente sulla pastorizia e sull'agricoltura raccolga i frutti del lavoro in luglio e, se in paese di fredde montagne, nel settembre, e mentre l'agricoltore ha in un solo giorno il prodotto delle fatiche dell'anno, gli incassi del manifatturiere sieno continui, e quei del commerciante si concentrino spesso ai pericoli delle fiere. E conchiudeva perchè fosse lasciato alle popolazioni il modo di soddisfare al tributo imposto.
[85] Oggi non so quanti più, mercè l'infausta annessione di Nizza e Savoja.
[86] Quest'articolo è stato in gran parte tradotto dall'Autore stesso, come indicano le virgolette che segnano quella parte.
(Nota della Trad.)
[87] Dall'Apostolato Popolare, aprile 1842.
[88] I fondatori dell'Atelier, della Ruche e del Travail, tre giornali che in Francia rappresentano i voti ragionevoli degli operai, hanno deciso, tanto sentivano la necessità che noi predichiamo, che i soli operai sarebbero ammessi a esprimere i bisogni degli operai nelle loro colonne.
[89] Frammenti, dico, poi che la necessità di non trarre a pericolo uomini buoni o di non tradire segreti da' quali può, quando che sia, escir benefizio al paese, mi costringerà sovente a mutilar quelle lettere. Ma dove non militano quelle cagioni, io non ho stimato diritto mio di cancellare una sola sillaba, anche dove quel senso di pudore ch'è ingenito in ogni uomo mi suggeriva di farlo. Le lodi che a me si profondono nelle lettere dei due fratelli sono troppo apertamente immeritate da una vita composta d'una serie d'aspirazioni senza potenza di tradurle in atti, perch'io, esecutore testamentario, potessi, senza peccato, crearmi, sopprimendole, un merito di modestia. Ma in essi la riverenza a un esule e all'espressione costante di certe credenze, non menomata pur dall'idea che la costanza in esilio non frutta pericoli gravi, era indizio d'indole, ch'io non potrei cancellare, per motivi individuali, senza rimorso.
[90] Gœthe.
[91] Era figlio di Côrso, ma nato in Cefalonia, da madre cefalèna.
[92] Sento tutta la gravità dell'accusa ch'io pubblico; ma questa mi sgorga da relazioni d'uomini informatissimi, non sospetti, e a' quali l'accusato, prima ch'essi raccogliessero dati positivi, era ignoto persin di nome. E nondimeno, io m'assumo fin d'ora l'obbligo, se potesse mai un giorno scolparsi, di fargli ammenda onorevole, ritrattandomi pubblicamente com'oggi accuso.
[93] Operajo. Era zoppo.
[94] Avrei vivamente desiderato trasmettere ai giovani il ritratto dei due fratelli, e ne ho fatto ricerca, ma invano. Attilio era di statura piuttosto alta; magro nella persona; calvo. Serio nell'aspetto, grave nei modi, pieno d'entusiasmo nel discorso, aveva del sacerdote nell'insieme: del sacerdote intendo come un giorno sarà. Emilio era piccolo e tendente al pingue: di modi semplici e volgenti a lietezza noncurante in ogni cosa che non toccasse che lui: d'indole indipendente, ma non col fratello ch'ei venerava.—Inserisco in calce allo scritto i loro proclami.
[95] Uomo inoltrato negli anni, avvocato, e figlio del Nardi che fu per pochi giorni dittatore in Modena nei moti del 1831.
[96] Rocca e Venerucci erano, come Miller, uomini del popolo, operai: rari per acutezza naturale d'ingegno: d'aspetto gradevole: di condotta esemplare. Rocca era stato cameriere del poeta greco Solomos, che lo trattava come un amico. Venerucci era fabbro espertissimo. S'erano ambedue negli ultimi tempi adoperati con zelo, in una corsa che fecero nel Levante, per disbrigarsi d'alcuni debiti anteriormente contratti, onde potersi cacciar nell'azione senz'alcun peso sull'anima e senza che alcuno potesse lagnarsi di loro.
[97] Uomo d'armi incanutito nelle battaglie di Napoleone.
[98] Forse da questa circostanza, dall'avere i martiri venerato più Cristo che non il prete, venne il rifiuto dato dai preti cattolici di Parigi ai nostri esuli, quando andarono a richiederli di celebrare un'esequie il 2 novembre ai nove sagrificati.
[99] «Pio nono, angelo deputato dal cielo... novello e dell'antico più sapiente e glorioso fondatore di Roma; restauratore immortale della civiltà cristiana, cui i popoli diffidenti volgono maravigliando lo sguardo vedendo che per lui il pontificato riassume, con non più saputa potenza, la tutela degli oppressi, e l'idea cattolica si svolge fautrice di ben ordinato civile consorzio, di equità, di giudizio, di nazionalità, di emancipazione e di riconoscimento dell'umana dignità ecc.»—Dragonetti.
«Egli s'è fatto profeta del popol suo non solo, ma dell'intera civiltà cristiana: egli ci dice quali saranno le sue sorti future: non son io degno d'unire l'umile mia voce alla potente parola del gran pontefice... che si sparge per l'intero mondo nunzia di giustizia... questa parola che ha in sè maggior potenza che non si ebber tutte insieme le antiche legioni, ha compito in brevi giorni la grand'impresa che costò tanti secoli all'armi romane, la conquista del mondo.»—Azeglio.
E basti per saggio. L'Azeglio è lo stesso che un anno innanzi scriveva: «Se anche salisse al pontificato un uomo dotato d'alta sapienza nell'arte dello Stato e d'ugual virtù per usarla ad utile pubblico e senza pensiero di sè stesso, se questo pontefice volesse risolutamente riformare gli abusi, che sono il profitto di tanti. . . . . costoro non glielo consentirebbero. . . . ed il minor danno a cotal pontefice sarebbe il non poter far frutto nessuno.»