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Memorie d'un disertore, vol. 1/3 cover

Memorie d'un disertore, vol. 1/3

Chapter 25: NOTE:
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About This Book

L'opera combina memorie personali e finzione per narrare la vicenda di una famiglia di patrioti, articolata in parti che insistono sul padre e sul figlio. L'autore alterna ritratti quotidiani e scene di vita semplice a riflessioni morali e politiche, offrendo la figura di un uomo virtuoso ispirata a un famoso condottiero vista nella sua intimità. Si criticano le storie che consacrano pochi eroi a scapito delle moltitudini, mentre emergono temi di onore, sacrificio e coerenza civile, il tutto con uno stile che mescola ricordo, meditazione e racconto.

XX. DUELLO DELLA PASSIONE.

La tomba di Battista era schifata. Nessuno avrebbe osato attraversare di notte la boscaglia accanto a quei cipressi che forse erano asilo di spettri infernali, e chi fosse costrette a passarvi col sole, giunto innanzi al terreno maledetto, accelerava il passo, stornava gli occhi e borbottava tremando la giaculatoria al suo santo. C’era naturalmente chi alimentava quei terrori e ne faceva suo pro; laonde all’Omelia domenicale di Don Spiridione non mancava mai la sua salsetta di allusioni «all’eretico», le quali poi interpretate e commentate dal satellizio del sindaco cavaliere, perpetuavano nel villaggio i rancori dell’intolleranza religiosa. In taluni men guasti o men arrabbiati la memoria del sagrificio che avea chiusa la generosa vita del Santafiori era più forte della sua creduta dannazione; ma non per questo nessun di loro aveva in pubblico il coraggio di dire il suo sentimento, e se aveva a parlare a Rosalia, si guardava prima d’attorno, e se incontrava Giorgio, o fingeva non vederlo, o lo salutava con un’amiccatina d’occhi, e dritto. Metà dei lavoratori della Calandrina si licenziarono, l’altra metà credevano in tutta coscienza d’aver fatta una transizioncella con Belzebù! dalla quale forse nemmen un secolo d’indulgenza li avrebbe potuti liberare.

Il maggior vuoto lo provarono i poveri, ma ahimè! più nella bisaccia che nel cuore. Essi perciò largirono senza paura e senza ritegno i lor Deprofundis al morto nella speranza di commuovere il vivo; ma sebbene Rosalia e Giorgio continuassero alla meglio la caritatevole tradizione della casa, a coloro non pareva ancora di tirare tutto il profitto dell’abbondante suffragio delle loro preghiere. Era una esigenza ladra certamente, ma se non si scusa si spiega forse col modo con cui la beneficenza era esercitata prima e dopo la morte del padre. Battista aveva il vero genio della carità e sapeva non solo provvedere ma prevedere e alleggerire l’onta — a tutti grave — della limosina con parole e affetti di cui egli solo possedeva il segreto. Giorgio era, prima d’ogni cosa, giovanissimo e soggetto alle impazienze e agli impeti dell’età; poi era uomo, come suol dirsi odiernamente con una parola tanto adoperata e riverita, più positivo.

L’Arena, al fato del Santafiori gioì tutto, ma non seppe, malgrado la vecchia arte, abbastanza contenersi, e si lasciò ire al satanico gesto di inviare, con una lettera di cordoglio alla vedova, il vile prezzo del lupo ucciso che l’editto famoso accordava a suo marito. Rosalia dovette gettarsi alle ginocchia di suo figlio che voleva strozzare lo sfrontato donatore.

Ciò che invece il sindaco cavaliere continuò a celare fu di possedere le cambiali del padre. — Se essi possono pagarle — rimuginava talvolta fra sè — la Calandrina mi sfugge! — Perciò aspettava dando di quando in quando un’occhiata a quei due o tre pezzi di carta, come un generale che medita un assalto ai magazzini delle sue munizioni.

Quanto a Michele, udito il caso del padrino, sia che un improvviso raggio di emozione fosse penetrato nella sua anima fino allora opaca, sia che avesse temuto per la sicurezza della sua pensione, o per l’una e l’altra causa insieme, il fatto sta che egli scrisse come seppe una lettera amorosa a sua madre, annunziandole che avrebbe chiesto un congedo temporario per venirla a visitare ed abbracciarla teneramente. E la credula madre — qual’è quella che nol sia? — pianse sulla lettera lagrime di gioia e sperò che il cielo la volesse ricompensata della perdita del marito restituendole il cuore d’un figliuolo.

Risposegli le cose più affettuose, e come la legge imponevale un curatore pe’ figli di cui essa era tutrice, così partecipogli che aveva scelto lui stesso nanti il tribunale. Essa però non tardò a rinunziare alla speranza, come Michele aveva tosto rinunziato alla tenerezza che fugacemente era venuta a visitarlo nella sua imbecille ed eunuca esistenza.

Una persona sopra ogni altra aveva inteso e condiviso l’alto dolore della perdita dei Santafiori; una persona che già pei vincoli dell’affetto era legata al loro destino ed apparteneva alla lor famiglia; vogliam dire Giusta.

Abbiam già detto che la fanciulla non aveva scoperto il genio segreto ed appiattato del suo cuore, se non quando, sorpresa da Giorgio nella foresta, aveva accettato la sua guida per rintracciare la via. Da allora essa capì che cosa fosse veramente quel turbamento arcano che l’assaliva ogni qualvolta udiva suonare al suo orecchio il nome del giovinetto e s’abbatteva per avventura nei suoi passi. Da allora seppe che quella attrazione invincibile che la forzava a seguitare da lungi le peripezie e ad ammirare la fortezza e la virtù era un sentimento tutto affatto diverso dai comuni, sentimento che non era amicizia o stima o carità soltanto, ma affetto nuovo, indefinibile, prepotente, che tutte le ore la invasava, che le popolava di vaghi sogni la notte, e di profondi pensieri il giorno, sentimento che le pareva fatale, contro cui, pur volendolo, essa non avrebbe saputo lottare, dal quale s’aspettava molti tormenti, è vero, ma che appunto per ciò le tornava più caro; sentimento, infine, che era amore, amore per Giorgio.

Però da quella sera dell’incontro, fino al giorno che la morte picchiò alla casa dei Santafiori, la giovinetta e vide e parlò qualche volta al giovane, a cui s’era anteriormente sacrata, senza che mai nè essa lasciasse tralucere un solo lampo della fiamma che dentro la bruciava, nè Giorgio cercasse con un solo atto innocente di farla divampare.

L’affetto di Giorgio era sbocciato più tardi e cresciuto più presto. In lui c’era un po’ della natura dello elettrico, e bastava il più breve strofinamento per strappargli la scintilla. Egli aveva spesse volte veduta Giusta, l’aveva anche adocchiata, s’era detto spesse volte «ch’era una simpatica creatura», ma d’amore vero mai nè un presagio, nè un proposito.

Fu proprio quando egli si trovò solo, perduto nel deserto con la giovinetta; quando osservò più davvicino le sue forme e respirò l’alito del suo seno; quando vide il virile atteggiamento di quella persona, che pur aveva la pudica compostezza di Beatrice; quando udì, infine, il nuovo miracolo gentile di quella voce profferire con tanta semplicità e tanto intenerimento: «Ve ne ringrazio con tutto il mio cuore»; allora sentì l’interior vulcano dell’anima sua rivoltolarsi e montare; allora amò come se l’avesse agognata e perseguita da dieci anni d’un amore profondo e già antico.

Ma quanto fu subitanea la esplosione, altrettanto fu virile la compressione. Giorgio fece tutto all’opposto di Giusta, e mentre questa si lasciava portar via dalla corrente del suo affetto, senz’altra sponda che il suo virgineo candore, il garzone durava la lotta più ostinata per domare la sua passione e soffocarla.

Qui non ci facciamo ad affermare un’eccezione che parrà strana, ma che non è men vera, ed è che Giorgio amava meglio dubitare sui sentimenti di Giusta che sapere la verità. Perciò tutte le volte che aveala scontrata, o l’avea sfuggita, o si era chiuso in un silenzio cui non mancava proprio nulla per essere zotico e scortese.

Giusta, per converso, aveva letto nella propria l’anima del giovine, e tutta la misteriosa battaglia ch’egli tentava celare era a lei manifesta. Onde se ne tormentava, non già perchè a lei premesse il volgare trionfo di strappare dal labbro stesso dell’amante la confessione della sua sconfitta, ma perchè dubitava che il giovine in quel conflitto soffrisse e aggiungesse volontariamente un altro tribolo ai tanti che seminavano il tramite doloroso della sua giovine esistenza.

Giorgio inoltre aveva una ragione possente per tacere alla fanciulla i sentimenti del suo cuore, e se la ridiceva sovente: «Se essa li accetta, povero e disgraziato qual sono, avvolgo nel mio lugubre destino la sua vita inconscia e tranquilla. Se li rifiuta, ne riceverei tal piaga nel cuore, che il morire sarebbe per me il danno minore».

Durante questo duello secreto della passione Battista soccombette. La di lui morte, oltre all’influsso diretto che ebbe sulle sorti di Giorgio e della sua causa, ne ebbe una possente e decisiva sopra il suo cuore.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

INDICE

Storia di questo libro. Pag. 5
 
PARTE PRIMA: IL PADRE
 
I. Odissea d’un giusto. 9
II. Il capitano Gordiglia. 15
III. Presagi di rivoluzione. 26
IV. Il terrore nero. 34
V. Ritorno in patria. 42
VI. Aborto morale. 48
VII. Mercato. 54
VIII. Con e senza corazza. 62
IX. Spettacolo al villaggio. 68
X. L’arrivo. 76
XI. Quod superest pauperibus. 82
XII. Chi era Salomone Arena?... 88
XIII. La famiglia del sindaco cavaliere. 104
XIV. Giusta. 110
XV. L’incontro. 117
XVI. Episodi. 120
XVII. La benedizione del tempo. 130
XVIII. Giorgio. 136
XIX. Uno dei prelodati lupi. 143
XX. Duello della passione. 154

NOTE:

1.  «V’è un fiume nel seno dei mari». Opinione di Maury.

2.  Trattato di Compiègne, 15 maggio 1768.

3.  Massa, nome dato ai padroni dai negri delle Antille.

4.  Monti.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato inserito un indice a fine volume.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.