CAPITOLO V. Politia ecclesiastica.

Non ricerchi alcuno una vera forma e faccia dello Stato ecclesiastico in questi tempi. La Chiesa era in uno stato compassionevole e in un orribil disordine ed in un caos d'empietà: furono scomunicati Papi da' loro successori, cassati gli atti, ed annullati i sacramenti ministrati da loro: sei Papi scacciati da quelli, che volevano mettersi in luogo loro; e due anche uccisi. Fu fatto Papa da Teodora, famosa meretrice romana, per la fazione che aveva in Roma, uno dei suoi pubblici drudi, che si chiamò Giovanni X. Fu anche fatto Papa in età di venti anni Giovanni XI, ch'era figliuolo bastardo di Papa Sergio morto diciotto anni prima. Papa Stefano VIII, fu da Alberigo fatto sfregiare nella faccia in tal maniera, che non si lasciò mai più vedere in pubblico. Nè i Papi erano più eletti dal Clero, ma la Sede di Roma era divenuta la preda della cupidigia e dell'ambizione. In breve, nacquero in questi tempi tali e tanti disordini ed inconvenienti, che tutti gli Storici convengono, non esservi stati Pontefici, ma mostri: ed il Cardinal Baronio scrisse, che la Chiesa allora stette senza Pontefice, non però senza Capo, restando il suo Capo spirituale Cristo in Cielo, che non l'abbandona.

Può ciascuno da se stesso giudicare, come fossero trattate le altre Chiese d'Italia, e quelle di queste nostre Province, considerando qual dee essere lo stato di tutte le membra nelle gravi indisposizioni del capo. Si è veduto in Capua Landulfo Vescovo insieme e Conte di quella città: in Napoli Attanasio Vescovo e Duca trattar l'arme, guidar truppe d'eserciti armati, far leghe co' Saraceni istessi contro il Papa e gli altri Principi cristiani, e mettere in iscompiglio queste nostre Province. Nè fuori d'Italia stavano meglio queste cose disposte: i Grandi davano i Vescovati a' loro soldati, ed ancora a' fanciulli d'età infantile: Eriberto Conte, zio d'Ugo Capete, fece suo figliuolo d'età di cinque anni Arcivescovo di Rems, e Papa Giovanni X, confermò quella elezione.

Non si mancò con tutto ciò nel decorso di questo nono secolo, e nel principio del decimo di stabilire de' canoni in vari Sinodi per far argine a tanto rilasciamento; ma il tutto in vano, e restarono senza successo e mal eseguiti. Alcuni Vescovi perciò ed eziandio alcune persone private si diedero a far raccolta di questi canoni; ma quasi tutti s'affaticarono sopra i libri penitenziali: surse il penitenziale di Teodoro, di Alitgario e di tanti altri[582]. Vi furono ancora alcune raccolte di canoni, come quella di Jarlando Crisopolitano, intitolata Candela: l'altra d'Isacco, soprannomato il Buono, Vescovo di Langres, di Erardo Vescovo di Tours e di Gualtero Vescovo d'Orleans; ma sopra tutte queste raccolte quella di Reginone Abate di Prom fatta nel 906 per comandamento di Ratbodo Arcivescovo di Treveri fu la più generale, che comprende tutta la legge ecclesiastica, e la più metodica, che si fosse veduta in questi tempi[583]; perciò Burcardo, Ivone di Sciartres ed altri compilatori de' canoni, che l'hanno seguito, se ne sono sovente serviti, e l'hanno quasi che trascritta nelle loro collezioni.

Ma se cotanto scadimento si vide nello Stato ecclesiastico, nella disciplina e nelle cose spirituali, non perciò fu punto scemato l'ingrandimento della giurisdizione e de' beni temporali. I Papi facevano valere la loro autorità non meno sopra i laici per le censure e per le dispense, che sopra i Metropolitani e sopra i Vescovi; fecero nuove disposizioni abbassando i diritti e preminenze de' Metropolitani e dei Vescovi, e vollero anche avere la soprantendenza di tutti gli affari ecclesiastici nelle loro Province e diocesi.

Si ricorreva spesso in questi tempi a Roma, non già per divozione, ma per ottener dispense d'ogni cosa; e l'ambizione e l'avarizia si copriva con la dispensazione appostolica: i divieti che si stabilivano dai canoni in tanti Concilj, servivano per far correre in Roma più gente per ottenerne dispensa; i gradi vietati per lo matrimonio furono stesi per ciò sino al quarto grado; e s'introdusse l'affinità spirituale fra 'l compare e la comare, il figliuolo e la bambina, che anche a' gradi più lontani fu estesa. Ma i Papi, essendo quali abbiam di sopra descritto, dispensavano ogni cosa, ancorchè fosse contro i canoni, e contro gli usi ecclesiastici, nè facevano distinzione di quello che potessero o non potessero, stimando aumento della loro grandezza ogni cosa, che fosse sostenuta da coloro, che vi ricorrevano: questi, se erano potenti, difendevano per loro interesse quello, che impetravano; il Popolo parte per sua semplicità, parte per lo terrore de' potenti, approvava quello che non poteva impedire; onde si stabilì un'opinione, che di qualunque cosa subito, che si avesse la conferma da Roma, ogni errore passato fosse coverto.

Non pochi crederebbono, che la piccola cura la quale si vedeva nell'Ordine ecclesiastico delle cose spirituali, e 'l rilasciamento della disciplina, avesse fatto raffreddar il fervore de' secolari a donar alle Chiese, ed ai monasteri, e si fosse posto fine a nuovi acquisti degli Ecclesiastici; nondimeno non fu così, perchè quanto era diminuita ne' Prelati la cura spirituale, tanto più erano intenti a conservare i beni temporali; ed aveano convertito le armi spirituali della scomunica, che prima s'usava solamente per la correzione de' peccatori, a difesa delle possessioni temporali, ed anche per ricuperarle, se per caso la poca cura de' predecessori l'avesse lasciate perdere. Non si tennero Concilj a questa età, ne' quali, fra l'altre cose, non si pronunziassero delle scomuniche contro coloro che s'impadronivano de' beni della Chiesa, ovvero gli alienavano. Il terrore, che a questi tempi portavano al Popolo le censure, era tanto, che nessuna cosa metteva maggior spavento; ed era cosa mirabile, che i Capitani, ed i soldati, del resto scelleratissimi e senz'alcun timor di Dio, che usurpavano quello del prossimo senza alcun risguardo d'offendere S. D. M., guardavano con gran rispetto, per timor delle scomuniche, le cose della Chiesa. Da questo nacque, che molti di poco potere, desiderosi d'assicurar il suo dalle violenze, ne facevano donazione alla Chiesa con condizione, ch'ella glielo tornasse a dare in Feudo con una leggiera ricognizione. Questo assicurava i beni, che da' potenti non erano toccati, come quelli, il cui dominio diretto era della Chiesa: mancando poi la successione mascolina de' Feudatarj, come spesso avveniva per le frequenti guerre e sedizioni popolari, i beni ricadevano alla Chiesa. Quindi nacque la differenza tra' Feudi dati, ed oblati[584] di cui ben a lungo trattarono Struvio[585], Tomasio ed Erzio[586]. Quindi l'origine delle nostre papali investiture, di cui tratteremo a suo luogo, e quindi finalmente s'introdusse il costume di ricorrere non meno agl'Imperadori ed a' Principi, che a' Pontefici romani, affinchè per mezzo de' loro precetti, detti altramente mundiburdj, difendessero le possessioni poste sotto la lor protezione e custodia, minacciando agli invasori e perturbatori di quelle anatemi terribili, condennando le loro anime in compagnia con quella di Giuda traditore a pena eternale, a' sempiterni incendj dell'Abisso in mezzo a' più neri e tristi diavoli dell'Inferno; servendosi perciò di formole le più spaventose ed orribili.

In tante confusioni e disordini erano ridotti a questi tempi non meno lo Stato politico e temporale, che l'ecclesiastico di queste Province e di queste nostre Chiese, finchè non potendo più i nostri Italiani ed i Papi stessi soffrire tante calamità e miserie, si risolsero alla fine ricorrere agli ajuti d'Ottone Re d'Alemagna, il Regno del quale, siccome degli altri Ottoni suoi successori, saremo nel seguente libro a narrare.

FINE DEL VOLUME SECONDO.

TAVOLA DE' CAPITOLI CONTENUTI
NEL TOMO SECONDO

LIBRO QUARTO pag. 5
 
Cap. I. Di Alboino I Re d'Italia, che fermò la sua sede regia in Pavia, e degli altri Re suoi successori 12
§. I. Di Clefi II Re d'Italia 16
§. II. Di Autari III Re d'Italia 20
§. III. Origine de' Feudi in Italia 22
Cap. II. Del Ducato beneventano; e di Zotone suo primo Duca 28
Cap. III. Di Agilulfo IV Re de' Longobardi; e di Arechi II Duca di Benevento 44
§. I. Di Arechi II Duca di Benevento 47
Cap. IV. Del Ducato napoletano, e suoi Duchi 51
Cap. V. Di Adalualdo ed Ariovaldo V e VI Re de' Longobardi 57
Cap. VI. Di Rotari VII Re; da cui in Italia furono le leggi longobarde ridotte in iscritto 60
Cap. VII. Di Ajone e Radoaldo, III e IV Duchi di Benevento 68
Cap. VIII. Di Grimoaldo V Duca di Benevento: delle guerre da lui mosse a' Napoletani: e morte del Re Rotari 70
Cap. IX. Di Rodoaldo, Ariperto, Partarite e Gundeberto, VIII, IX, X ed XI Re dei Longobardi 77
Cap. X. Di Grimoaldo XII Re de' Longobardi; di Romualdo VI Duca di Benevento; e della spedizione italica di Costanzo Imperador d'Oriente 80
§. I. Di Romualdo VI Duca di Benevento 83
§. II. Venuta de' Bulgari: ed origine della lingua italiana 89
§. III. Leggi di Grimoaldo, e sua morte 95
Cap. XI. Di Garibaldo, Pertarite, Cuniperto, e altri Re e Duchi di Benevento, infino a Luitprando 98
§. I. Di Grimoaldo II, Gisulfo I, Romualdo II, Adelai, Gregorio, Godescalco, Gisulfo II e Luitprando Duchi di Benevento 99
§. II. Di Luitperto, Ragumberto, Ariperto II ed Asprando Re de' Longobardi 101
Cap. XII. Dell'esterior politia ecclesiastica nel Regno de' Longobardi da Autari insino a Lione Isaurico 102
§. I. Elezione de' Vescovi, e loro disposizione nelle città di queste nostre province 111
§. II. Monaci 124
§. III. Regolamenti ecclesiastici 127
§. IV. Beni temporali 129
 
LIBRO QUINTO 140
 
§. I. Leggi di Luitprando 141
§. II. Novità insorte in Italia per gli editti di Lione Isaurico 144
§. III. Il Ducato napoletano si mantenne nella fede di Lione Isaurico 155
§. IV. Origine del dominio temporale dei romani Pontefici in Italia 158
§. V. Primi ricorsi avuti in Francia da Papa Gregorio II, e dal suo successore Gregorio III 168
§. VI. Costantino Copronimo succede a Lione suo padre, e morte di Luitprando Re de' Longobardi 171
Cap. I. Di Rachi Re de' Longobardi, e sue leggi 175
§. I. Translazione del Reame di Francia da' Merovingi a' Carolingi 176
§. II. Rachi abbandona il Regno, e fassi Monaco Cassinese 181
Cap. II. Di Astolfo Re de' Longobardi: sua spedizione in Ravenna e fine di quell'Esarcato 187
§. I. Spedizione d'Astolfo nel Ducato romano 191
§. II. Papa Stefano in Francia: suoi trattati col Re Pipino, e donazione di questo Principe fatta alla Chiesa romana di Pentapoli e dell'Esarcato di Ravenna, tolto a' Longobardi 194
§. III. Leggi d'Astolfo, e sua morte 206
Cap. III. Il Ducato napoletano, la Calabria, il Bruzio, ed alcune altre città marittime di queste nostre province, si mantengono sotto la fede dell'Imperadore Costantino e di Lione suo figliuolo 208
Cap. IV. Di Desiderio ultimo Re de' Longobardi 213
Cap. V. Leggi de' Longobardi ritenute in Italia, ancorchè da quella ne fossero stati scacciati: loro giustizia e saviezza 226
§. I. Leggi longobarde lungamente ritenute nel Ducato beneventano, e poi disseminate in tutte le nostre province, ond'ora si compone il Regno 241
Cap. VI. Della Politia ecclesiastica 247
§. I. Raccolta de' canoni 257
§. II. Monaci e beni temporali 259
 
LIBRO SESTO 268
 
Cap. I. Del Ducato beneventano, sua estensione e politia 273
Cap. II. Del Ducato napoletano, sua estensione e politia 286
Cap. III. Come Arechi mutasse il Ducato beneventano in Principato, e tentasse di sottraersi affatto dalla soggezione de' Franzesi 299
Cap. IV. Di Grimoaldo II Principe di Benevento, e delle guerre sostenute da lui con Pipino Re d'Italia 308
Cap. V. Carlo Magno da Patrizio diviene Imperador romano: sua elezione, e qual parte v'ebbe Lione III romano Pontefice 314
Cap. VI. Di Grimoaldo II, Sicone e Sicardo Principi di Benevento; della pace che fermarono co' Franzesi, e delle guerre che mossero a' Napoletani 333
§. I. Di Sicone IV Principe di Benevento 337
§. II. Prima invasione de' Saraceni in queste nostre contrade 340
§. III. Di Sicardo V Principe di Benevento 344
Cap. VII. Politia ecclesiastica delle Chiese e monasteri del Principato beneventano 350
§. I. Politia delle Chiese del Ducato napoletano e delle altre città sottoposte all'Imperio greco 363
 
LIBRO SETTIMO 378
 
§. I. Divisione del Principato di Benevento, donde surse il Principato di Salerno 380
§. II. Origine del Principato di Capua 389
§. III. Spedizione dell'Imperador Lodovico contro i Saraceni, e sua prigionia in Benevento 391
Cap. I. Carlo di Calvo succede nell'Imperio d'Occidente: nuove scorrerie de' Saraceni, accompagnate da altre rivoluzioni e disordini 398
§. I. Maggiori disordini e calamità in queste nostre province per la morte di Carlo il Calvo, ne' tempi di Carlomanno 406
§. II. Calamità nel Principato di Salerno 410
Cap. II. Dello stato nel qual eransi ridotte in questi tempi la giurisprudenza e l'altre discipline; e delle nuove compilazioni delle leggi fatte per gl'Imperadori di Oriente 416
§. I. Nuove compilazioni di leggi fatte in Grecia, e qual uso ebbero fra noi in quelle città, che ubbidivano ai Greci 421
Cap. III. Il Regno d'Italia da' Franzesi passa negl'Italiani: maggiori rivoluzioni per ciò accadute in queste nostre province, e rialzamento del Duca d'Amalfi 437
§. I. Stato di queste nostre province, e rialzamento d'Amalfi 444
Cap. IV. Del Principato di Benevento ritolto ai Greci; e come a quello si riunì il Contado di Capua 448
§. I. Nuove scorrerie de' Saraceni, e ricorsi perciò fatti agl'Imperadori d'Oriente 454
Cap. V. Politia ecclesiastica 463

FINE DELL'INDICE.