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La tragedia della pace

Chapter 46: INDICE
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About This Book

Una raccolta di saggi e brani di diario che analizza il dopoguerra europeo, denunciando l'inaridimento intellettuale, la caduta delle autorità tradizionali e la sostituzione del diritto con la forza economica e militare. L'autore ricostruisce come la guerra e la vittoria abbiano alimentato passioni di rivalsa e ambizione, favorendo anarchia politica, demagogia del suffragio universale e oscillazioni ideologiche. Pur senza offrire rimedi miracolosi, il testo cerca di comprendere la crisi morale e istituzionale e indica la necessità di un'autorità giusta, saggia e ponderata per ricostruire ordine, libertà e responsabilità civile.

VIII. La vittoria acefala e l’ora di Barabba

Domenico Giuliotti ha letto sull’orologio della storia che questa è «l’ora di Barabba». L’intuizione è profonda.

Questa cronaca di quattro anni narra una storia sanguinante di errori caparbi. Hanno sbagliato tutti e sempre, impantanandosi nel proprio errore: i governi, le diplomazie, la Banca, gli Stati maggiori, la Scienza, gli oracoli della pubblica opinione e perfino la Retorica! Sono stati delusi nelle loro speranze i popoli, gli Stati, i partiti, cosicchè tutti maledicono oggi la pace e si accusano a vicenda. Non è contenta l’Inghilterra, che invece di conquistar tutta l’Asia e tutti gli Oceani, ha perduto e sta perdendo l’Egitto, l’India, l’Irlanda, la parte migliore della sua clientela forestiera; ed è minacciata sul mare dall’America e dal Giappone. Non è contenta la Francia, che si sente in pericolo quanto più la Germania si indebolisce; non è contenta l’Italia, non è contenta la Polonia, non è contenta la Jugoslavia... Dei vinti non parliamo. L’Europa è tutta rancori, dispetto e rabbia. La pace è il lavoro di Sisifo. Ogni stagione arriva con una nuova promessa; ma il solleone uccide insieme con le rose anche le speranze della primavera, e l’autunno volta le spalle al solleone e alle sue promesse, per rincorrere un’altra illusione e delusione.

Sì, lo so: fare la pace era difficile, ma non più, e forse meno, che nel 1814. Quando Napoleone sprofondò con tutto lo scenario dipinto di quella sua spettacolosa coreografia a cui aveva dato il nome di impero, lasciò — monumento della sua sapienza — l’Italia, la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Spagna e una metà della Germania senza governo. E a quei tempi i popoli, quando si trovavano ignudi a quel modo, avevano ancora bisogno del sarto, che facesse loro il vestito, perchè non sapevano maneggiare la forbice e l’ago. La sartoria di Vienna dovette, nel 1814 e 15, tagliare e cucire molti abiti nuovi, ripulire rattoppare e rammodernare molti abiti vecchi, per tanti popoli che la rivoluzione e l’impero avevano lasciati in camicia e che aspettavano il vestito da quella famosa bottega. Ma ora i popoli sanno come si fa, quando un regime casca; sanno come in dodici ore si taglia nel panno di una rivoluzione un governo provvisorio, e in un mese o due, una costituente, una costituzione e una repubblica definitiva. Nel 1919, quando il Congresso di Parigi aprì le porte, tedeschi, polacchi, russi, ungheresi, boemi, austriaci, tutti i popoli che sul finire del 1918 avevano gettato la livrea della Corte, s’eran già tagliati da sè un casacca repubblicana. Il Congresso di Parigi doveva soltanto giudicare se la casacca era troppo ampia o troppo piccola, fare qua e là qualche ritocco al taglio, e cucire.

Se gli uomini nel 1814 seppero tagliare e cucire tanti vestiti, come mai gli uomini del 1919 non sono stati capaci neppure di cucirli alla meglio? L’arte della grande sartoria è così decaduta? Eppure nel suo piccolo studio nascosto in fondo a un giardino, senz’altro oracolo da consultare che pochi volumi nei quali era scritta la storia del secolo XIX, lontano dai conciliaboli dei grandi e senza partecipare ai loro segreti consigli, uno scrittore aveva capito, e giorno per giorno aveva avvertito i popoli e i governi, che quei trattati resterebbero in molte parti lettera morta, che in troppi punti deluderebbero le speranze e befferebbero gli ingenui propositi dei compilatori. Nè lo spirito di Ezechiele era entrato in lui: l’involontario profeta vuole essere il primo ad attestarlo! Gli era bastato conoscere che cosa è un trattato, come si osservi e si imponga; gli era bastato sapere che cosa è un governo, come si regga e donde attinga la forza di comandare e il diritto di farsi obbedire; gli era bastato possedere una nozione approssimativa dei limiti oltre i quali la forza non può essere adoperata con buon successo da uno Stato con i suoi e fuori dei confini; gli era bastato conoscere un po’ la storia dell’Europa prima e dopo il 1789 e applicare con buon senso e serenità queste conoscenze ai compiti differenti dei compilatori del trattato. Gli era bastato, insomma, avere un po’ di testa...

Senonchè qui appunto, nella testa, era il vizio. La vittoria, che per quattro anni noi abbiamo cercata ansiosamente con gli occhi in tutti gli angoli dell’orizzonte; la vittoria, che apparve all’improvviso un giorno, ad Oriente, dopo quattro anni di disperati richiami e di inenarrabili stragi, era acefala, come il marmo di Samotracia. Nessuno, lì per lì, nel tumulto della gioia, se n’accorse. Ed era acefala, perchè era apparsa, quando sull’orologio dei secoli batteva l’ora di Barabba.

Il male, di cui l’Europa muore, è questo. Non l’intelletto soltanto è tocco, ma anche, e più, la volontà. I vincitori hanno fatto male i loro conti allora; e oggi che si accorgono di averli sbagliati, non sanno rifarli, perchè hanno voluto e vogliono abusare di una forza che non posseggono se non nella eccitata fantasia; e hanno voluto e vogliono abusare di una forza che non posseggono, perchè non sanno e non vogliono più sapere che cosa è un trattato, un governo, un esercito; e non lo sanno e non vogliono più saperlo, perchè sono dominati da cattive passioni: ambizione, orgoglio, prepotenza, cupidigia, vendetta, fatuità. La catena che la vittoria acefala ha gettato al loro collo e con cui li trascina al macello, è questa.

Scampati alla disfatta quasi per miracolo, e soltanto per una abbondanza di uomini, di armi e di denaro così soverchiante, che tutti gli errori, le negligenze, le leggerezze, le inettitudini non hanno potuto annullarla, i vincitori tanto più si sono inebriati, perchè da un pezzo ormai, in fondo al cuore, disperavano di vincere; hanno dimenticato, sebbene fosse manifesto, che erano anch’essi spossati poco meno dei vinti e che la vittoria aveva accresciuto la sicurezza, ma diminuito la potenza di tutti i grandi Stati dell’Intesa; si sono invaniti, esaltati, inferociti. Tutte le passioni del dominio e dell’acquisto, che sonnecchiavano in questo o quel gruppo dei ceti governanti; tutti i vulcani che durante la guerra parevano spenti per sempre hanno ricominciato a fiammeggiare. Gli uni adocchiarono territori; gli altri sognarono vendette e rappresaglie, che amareggiassero agli avversari la disfatta quanto la loro tracotanza aveva inferocito la lotta; tutti furono invasi da una smodata smania di bottino e di preda; tutti si convinsero che erano stati i più valorosi che avevano fatto i sacrifici maggiori, che potevano rivendicare il merito più insigne e i trofei più smaglianti della vittoria, che il proprio interesse era diventato il fulcro dell’universo. Intanto i redivivi delle trincee si precipitavano affamati nell’orgia in cui già da tre anni tripudiavano i favoriti della guerra; e facevano della pace una gigantesca kermesse. Tutti credevano — o vivevano come se credessero — che la pace potrebbe continuare in eterno a liquidare il capitale, di cui la guerra aveva già divorato tanta parte: fabbricanti e mercanti, banchieri e accollatari, funzionari e giornalisti, ministri e diplomatici. Era opinione universale — perchè nessuno voleva pensare alle imminenti, fatali scadenze — che incominciava un’êra di straordinaria prosperità per l’industria ed il commercio; e questa sorridente ma un po’ sventata opinione si faceva forte, per rassicurare i dubbiosi, di ragioni sostanziose come questa: esserci nel mondo nazioni intere — la Russia, l’Austria, la Germania, l’Ungheria, la Rumania e via dicendo — bisognose di tutto, perchè avevano logorato nella guerra il proprio corredo! «Ma se domani io avessi bisogno del castello di Versailles, non per questo potrei acquistarlo — dissi una sera a Parigi, a tre banchieri, che si lusingavano a vicenda con questo bel ragionamento. Per comperare un oggetto, non basta averne bisogno; è necessario anche possedere i mezzi di acquistarlo, ossia qualche cosa da scambiare con colui che lo possiede!» Ma questo ragionamento, cascando in mezzo a quel crocchio di finanzieri, fece proprio il tonfo di un incredibile paradosso. Tutti comperavano, vendevano, giocavano, speculavano, spendevano, gozzovigliavano da un capo all’altro dell’Europa. Uno sgualdrinaggio impudente svergognava le strade, i caffè, i balli, i ritrovi privati; l’oro e i diamanti scintillavano, la seta luccicava, le pelliccie si gonfiavano pettorute in alto e in basso, in una ostentazione sfrenata che confondeva principesse e contadine, meretrici e matrone, in ogni paese. Lo Stato, stava al centro della kermesse, simile a un Gambrino ubriaco a cavalcioni di una botte gigantesca; e dominava dall’alto il baccanale, lo incoraggiava con la voce, con il gesto, con l’esempio, continuando a gettare alle folle ubriache il salvadanaio di tutti a manciate. Guai ad accennare che ormai gli impegni degli Stati erano tanti, da doversi pensare con prudenza non solo a ritornare all’antica parsimonia, ma a verificare se gl’impegni presi si potevano mantenere! Disfattismo della pace; crimine di lesa patria!

Il mondo era a tal punto impazzito, che mentre affilava i coltelli per scuoiare la Germania con il trattato di Versailles, le regalava miliardi e miliardi per premiarla di aver fatto la guerra all’universo. Proprio così: parlo sul serio. Un caso così straordinario non si era ancora veduto. «Non comprate marchi. La Germania è stata rovinata dalla guerra. Chi compera marchi, presta a un fallito».

Quante volte ho ripetuto questo consiglio, nel 1919, quando il marco di carta valeva ancora un mezzo marco d’oro! Non ho mai presunto di dare consigli al denaro in cerca di profitti. Ma mi pareva di dovere e di poter dare questo consiglio, non come uomo di finanza, ma come uomo provveduto di qualche grano di buon senso.

Ma anche questo savio consiglio, come tutti gli altri, è stato inutile. I miei amici, ricchi e poveri, uomini e donne, ammiratori e avversari del nome tedesco, comperarono marchi, marchi, marchi. E non i miei amici soltanto, ma tutta la città, in cui abito, ma tutta l’Italia, ma tutta l’Europa e l’America. «La Germania è intatta. La Germania lavora. La Germania è la Germania. La sua carta sarà domani oro di zecchino», dicevano e pensavano tutti. E ad ogni ruzzolone che il marco faceva, in folla e a precipizio, a comperare!

Chi potrebbe contare oggi i miliardi che l’Europa e l’America hanno regalati alla Germania, dall’armistizio in poi, speculando balordamente sul marco? Poichè le somme che i compratori hanno perdute sono state in parte guadagnate dalla Germania; sono dunque un dono del mondo a quella che ieri ancora era la «nemica del genere umano», fatto o in monete buone o in monete migliori della sua.

In quale Stato di Europa una favilla di civismo sincero sopravvisse a questo orrendo baccanale, celebrato su dieci milioni di tombe? Guerra e pace, forza e diritto, patria e umanità, conservazione e rivoluzione, ordine e disordine, bianco e rosso non furono più, dal giorno dell’armistizio, che bandiere di interessi e di passioni in guerra. Sulla rovina della monarchia e sulla inesperienza della democrazia, gli uomini e i partiti più avversi sognarono tutti il potere eterno e incontrollato, la dittatura; e se la disputarono, esaltando il sentimento popolare già delirante con una gara di folli promesse. I partiti e i gruppi che, per essersi trovati al potere quando finalmente la Vittoria era apparsa, si erano imaginati di averla essi chiamata, la presero in ostaggio e la costrinsero a promettere al popolo quel che non poteva dare: territori, corone, tesori, ricchezze. Ma i socialisti si erano accorti che la Vittoria era acefala; e stavan pronti a coglierla in fallo con le sue promesse bugiarde, e ad ammutinare le masse perchè la lapidassero.

I conciliaboli, in cui la pace fu tramata, erano infettati dalle esalazioni asfissianti di queste torve passioni nemiche. Immersi nella nebbia di quelle esalazioni, gli spiriti si sono ottenebrati, non hanno potuto più discernere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, il fittizio dal solido, il sogno dal reale. Per pensare rettamente, come per pregare, occorre una certa purezza di anima. La passione a volte fa incespicare, nonchè la logica, anche l’abbaco. Accadde così che i vincitori — popoli e governi — non intesero più nè i comandi del dovere nè i consigli della prudenza. Non hanno capito che, tolte alla Germania l’Alsazia e la Lorena, spolverato l’articolo del vecchio trattato di Praga ancora ineseguito dopo tanti anni che le faceva obbligo di indire i plebisciti nelle terre dello Schlesvig, strappate alla Danimarca, bisognava rispettare l’integrità della Germania, anche a costo di deludere qualche speranza; andar piano con il coltello ad oriente; sforzarsi di ottenere il suo consenso a quei mutamenti territoriali che la risurrezione della Polonia imponeva; in ogni caso non smembrare l’Alta Slesia ma lasciarla tutta alla Germania, dopo che il plebiscito aveva scelto. Non hanno capito che avevano il diritto e il dovere di dire alla Polonia: «tu sei resuscitata; e chi resuscita, può essere contento anche se resuscita con le sole ossa e la sola pelle. L’adipe verrà poi, se i tempi e la salute e il destino e la Provvidenza vorranno...». Non hanno capito che dovevano incoraggiare e aiutare la repubblica tedesca, mostrandosi con essa meno esigenti che con la monarchia, e offrendole in ogni caso una pace non umiliante ma decorosa, come quella che gli alleati avevano offerto nel 1814 a Luigi XVIII e alla monarchia legittima restaurata sul trono di Francia. Non hanno capito che, mettendo in un fascio, oltre il Reno, repubblica e monarchia con un trattato umiliante, toglievano alla repubblica la forza, nonchè di eseguire il trattato, di governare la Germania e la precipitavano nel caos. Non hanno capito che le riparazioni e le indennità non dovevano essere imposte in misura arbitraria e accettate senza discussione come l’espiazione di un delitto orrendo, di cui il popolo tutto fosse responsabile; ma presentate alla discussione e al consenso del vinto, come un pegno della sua sincera volontà di riconciliarsi con il mondo, contribuendo alla restaurazione di una pace umana per tutti. Non hanno capito che il disarmo della Germania o faceva parte di una tregua conchiusa con animo sincero dalle maggiori potenze d’Europa sulla terra e sul mare, simile a quella che le grandi monarchie avevano conchiusa a Vienna nel 1814, o non sarebbe che una maldestra imitazione di uno dei più barocchi impiastri dell’empirismo napoleonico. Non hanno capito che la Germania era stata rovinata dalla guerra; e che era ridicolo immaginarsela scintillante di oro e di raso quando era coperta di cenci, per non rinunciare alla speranza di spogliarla. Non hanno capito che la caduta della Russia mutilava la loro vittoria; che vincitori in Occidente, essi erano stati vinti in Oriente; che tra i due punti cardinali poteva intervenire soltanto un compenso parziale; che, caduta la Russia, tutta la dominazione europea nell’Asia vacillava e la Turchia poteva essere annoverata piuttosto tra le potenze vincitrici che tra le vinte, essendo stata liberata dal nemico implacabile che da due secoli la perseguitava a morte. Non hanno capito infine che, scioltosi il nesso dinastico da cui sino al 1918 popoli e genti di lingua e di razza diversa erano stati legati insieme, in vasti e potenti imperi, nel cuore dell’Europa, occorreva legarli con qualche altro nesso, se non si voleva che la Libertà si presentasse a questi popoli tenendo in mano, come primo regalo, delle catene di ferro; e che questo nesso nuovo non poteva essere cercato che nella volontà profonda dei popoli stessi, espressa dai plebisciti. Non inarcate le ciglia per lo stupore, o lettori. La volontà dei popoli, nella quale l’Europa cerca oggi affannosamente quel principio di diritto, senza cui un governo non è che un odioso atto di prepotenza, non può esprimersi e articolarsi, ossia farsi una realtà viva e operante, se non per plebisciti, lealmente fatti e osservati. Al di fuori di questa, per quanto rozza articolazione, la volontà dei popoli è soltanto una maschera, di cui si copre l’arbitrio del più forte, il quale si arroga di sapere quel che un popolo vuole, meglio del popolo stesso! Bisognava dunque concedere i plebisciti chiesti dall’Ungheria e dagli altri popoli vinti; bisognava moltiplicare i plebisciti su tutti i punti controversi, dal Montenegro all’Alta Slesia; farli e osservarli con quella lealtà, che un anno prima della guerra mondiale avevo già invocata come divinità tutelare dei tempi, i quali non credono più a nessun vero trascendente e assoluto, ma si reggono su principî convenzionali, limitati e facilmente rovesciabili. L’Europa non sarebbe, no, un Eden di pace oggi; ma ci sarebbe già, sotto questa mobilità universale, qualche punto fermo.

I vincitori non hanno capito nè queste cose nè molte altre, che li avrebbero aiutati a salvarsi. Senonchè mi pare che questo studio mancherebbe della sua conclusione e terminerebbe senza finire, se, giunti a questo punto, non ci proponessimo il quesito: per quale ragione queste cattive passioni sono state così forti, da spegnere addirittura il senso di conservazione in Stati e in popoli interi? Quale demonio è entrato in questi popoli e in questi Stati, che sembrano tutti usciti di senno e posseduti? Se noi riusciamo a sciogliere questo quesito, potremo abbracciar con una occhiata sola, da una specola dominante, tutte le osservazioni fatte via via e sparse nelle pagine di questo volume. E lo possiamo sciogliere con una risposta sicura. L’Europa non ha avuto, alla fine della guerra, la purezza d’animo necessaria a pensare rettamente e a discernere la realtà dalle allucinazioni, perchè dal 1848 in poi ha logorato la sua antica riserva degli ideali, senza rinnovarla, come un erede dissennato che divora il patrimonio degli avi.

Questa riserva ideale si componeva di tre tesori: il cristianesimo, l’umanesimo, l’umanitarismo liberale del secolo XVIII; e tutti e tre i tesori rigurgitavano di sentimenti, di dottrine, di tradizioni, di regole, di esercizi, di scuole e di precetti, che servivano a comprimere e contenere gli egoismi violenti e brutali della natura umana, a mansuefare la bestia, che sonnecchia in ognuno di noi. Ma tutti questi tesori sono ormai dispersi e... Sì: in ogni strada le chiese aprono le porte ospitali al passante, officiano, pregano, suonano le campane. Ma dove e quanti sono ancora i veri cristiani, i quali sentono che l’uomo è un Dio decaduto; e che non può lucrare la redenzione di cui ha bisogno più che dell’aria per vivere, se non riconosce tutta la depravazione della propria natura, per impegnare con quella un disperato duello? Dove sono e quanti sono in questa strana epoca, in cui ogni uomo è persuaso nel fondo della sua coscienza di essere un Dio perfetto; ed è soddisfatto di sè al punto, che non trova altra ragione di dolersi, se non della sorte e degli altri? Ci sono ancora delle cattedre da cui si leggono e si spiegano Orazio e Pindaro, Virgilio e Omero, Livio e Tucidide; ce n’è più che non ci siano mai state e che non occorra. Ma queste cattedre oggi pretendono di spiegare il vero Orazio e il vero Pindaro, il vero Virgilio e il vero Omero, il vero Livio e il vero Tucidide. Chi cerca più, in quegli avanzi di una civiltà morta, in parte anche falsandoli con una ammirazione che riconosce in essi soltanto bellezze e virtù, e le vuole esagerare di proposito per farne uno specchio di perfezione immacolato; chi cerca più il modello di una compostezza, di una sobrietà, di una eleganza, di una moderazione, di una nobiltà che temperi e raffini così lo stile delle lettere come il pensiero politico, il gusto delle arti come il costume privato? Dal secolo XVIII tre magiche parole erano venute a volo fino a noi, come tre arcangeli, attraversando le tempeste, e avevano messo il piede nel cuore dell’Europa: libertà, uguaglianza, fratellanza. Erano parole un po’ leggere, e leggermente vestite di un ottimismo iridescente un po’ frivolo; ma erano anch’esse maestre, anche se talora un po’ deboli e svenevoli, di buoni sentimenti, perchè insegnavano ai potenti a non abusare del potere, ai fortunati a non presumere della loro fortuna sino al punto di credersi migliori, agli uomini, alle classi, ai popoli ad aiutarsi ed amarsi. Volgete oggi gli occhi intorno: che scempio e che rovina! Chi crede ormai a queste parole, quando la nostra epoca le pronuncia, più che alle moine contrattate della prostituta?

Noi viviamo — fu detto — del profumo di un vaso vuoto. La civiltà quantitativa e l’ideale della potenza hanno bruciato a poco a poco le radici dei sentimenti nobili, dei gusti delicati, del pensiero disinteressato. A mano a mano che la popolazione cresceva, a mano a mano che crescevano i bisogni, l’avidità, la fretta di lucrare; a mano a mano che le ambizioni e le cupidigie si rincorrevano furiosamente a gara nel mondo, come in un immenso circo, per contendersi il premio, le masse acquistavano una certa istruzione e scioltezza di spirito, una alacrità, una prontezza, una agilità prima ignote. Ma le élites spirituali sparivano; tutte le eccellenze si livellavano in medie nè troppo basse nè troppo alte; dal monte alla valle la terra a poco a poco si spianava; si diffondeva vittoriosa una brutalità procacciante, a cui non importava null’altro fuorchè il lucro, il successo e il libro dei delitti e delle pene: non la carità e non il diritto, non la legalità e non l’urbanità. Lavorare, produrre, vincere i rivali, correre a rompicollo, non dormire, guadagnare, spendere, credersi Dio, non ricordare mai il passato, non pensare all’avvenire, viver solo nel momento presente, pensare solo e sempre all’interesse urgente e alla passione traboccante! Tutti gli istinti nobili e tutte le aspirazioni disinteressate si ottundevano, tutti i pensieri sostanziosi e profondi si volatizzavano in queste frenesie. L’uomo disimparava il pregare e il pensare; appunto perchè l’una e l’altra operazione richiedono un’anima non troppo impura. Sulla smania del lucro singolo si accavallò la ambizione della potenza e prepotenza comune. Tra il 1890 e il 1895 i grandi popoli dell’Europa parevano in procinto di dimenticare e di perdonare. Perfino la Germania sembrava voler nascondere i suoi recenti e troppo vistosi trofei di guerra. Ma l’ambizione delle conquiste si risvegliò in Inghilterra nell’ultimo quinquennio del secolo. Una sciagurata parola «imperialismo» contaminò il dizionario di tutta la civiltà occidentale. Il cattivo esempio dell’Inghilterra fece subito scuola, in America, in Germania, in Francia, in Russia, in Italia. Mentre meccanici e chimici inferocivano la guerra armando la Morte di mostruose falci a vapore, poeti, filosofi, pubblicisti incitavano i popoli ad abusare spietatamente della propria forza contro i popoli inermi o deboli; e i governi si impegnavano in una bassa gara di prepotenze e di perfidie per «etwas erwerben», come diceva Nicola II a Guglielmo II: per arraffar qualche cosa, poco importa che cosa e in che modo. Neppure i popoli fratelli di razza, di lingua, di civiltà, di storia, seppero più essere amici; Caino fu l’inconsapevole modello e maestro di una civiltà dilaniata; la prepotenza, il disprezzo dei trattati, lo spergiuro, l’inganno, la slealtà furono vantati come le carte di nobiltà dei popoli grandi. E venne il giorno in cui noi, figli primogeniti della civiltà europea, noi carichi di venticinque secoli di gloria, tripudiammo tutti per tre mesi — popolo e signori — e ci gridammo rinati all’antica grandezza, perchè, senza essere provocati, avevamo assalito un impero decrepito e gli avevamo strappato una provincia, che non poteva difendere!

Quando scoppiò la guerra il mondo, per un momento, ritornò in se stesso, scorse l’abiezione in cui era caduto, volle rialzarsi... Chi l’ha udito e veduto, non dimenticherà mai il silenzio religioso in cui, durante gli ultimi mesi del 1914, si avvolse Parigi: simbolo di un’epoca che capiva ad un tratto di avere troppo errato. Ma durò poco. Questa diabolica guerra esasperò in tutti, negli uni con il pericolo, la sofferenza, la schiavitù, negli altri con la baldoria, i piaceri, gli immeritati lucri, l’atroce egoismo del tempo. Quando la strage finalmente cessò, erano morte tutte le virtù, per cui la civiltà nostra era stata nobile e grande; la santità, la saggezza, la giustizia, la cavalleria, l’umanità, il senso del dovere, il disinteresse civico, la sobrietà del pensiero, la compostezza del sentimento, il rispetto dell’altrui diritto e dell’altrui dignità. Sopravvivevano ancora un po’ di carità nelle donne, e negli uomini il temerario eroismo di Icaro. Chi negherà all’ardore con cui tanti giovani delle classi alte e colte si sono sacrificati nella guerra, l’omaggio che merita ogni forma del sacrificio? Ma è forza riconoscere pure che questo spirito di sacrificio era facilmente trascinato dal suo impeto fuori dell’umano, talora perfino nel selvaggio; e che dopo aver moltiplicato gli eroi in mezzo alla mischia furente del genere umano, moltiplica ora nella pace i dervish urlanti del nazionalismo, che vanno in giro per l’Europa predicando la guerra eterna.

Ma qui odo una voce irritata interrompermi: «Lo confessate dunque. La guerra per la libertà e per la giustizia, che i governi dell’Intesa avevano bandito, era una impostura. Se ci avete creduto in buona fede foste degli imbecilli. Avevamo ragione noi di ammonire il popolo; si combatteva per il carbone e per il petrolio. Noi soli vedemmo chiaro». No: non vedeste punto chiaro. Il sentimento che mosse l’Europa a prendere le armi contro la soverchiante potenza della Germania era sincero; e non era punto, come troppi stolti che si credano savi ripetono, una romanticheria quarantottesca; era un moto improvviso e irresistibile dell’istinto di conservazione, finalmente ridesto. L’Europa aveva capito, in quel breve ma lucido intervallo, che la forza, di cui era così fiera, distruggerebbe alla fine la sua ricchezza, la legge equa e savia sotto cui viveva, i tesori più preziosi di una civiltà secolare. Quale era il dovere di chi conosceva, perchè era stato il solo ad esplorarlo nelle sue pieghe più riposte, il disordine morale e intellettuale in cui il Ferro e il Fuoco, il trionfo della civiltà quantitativa, la rozza ideologia del progresso avevano gettato la civiltà occidentale? Doveva dire all’Europa, proprio nell’istante in cui sembrava accorgersi dei suoi errori e dei suoi vizi e volersi emendare: «tu sei dannata; non sperare redenzione; ogni tuo buon proposito sarà vano; ritornerai dalla guerra come una Furia anguicrinita?» La civiltà occidentale è da un secolo tiranneggiata da alcune passioni violente e feroci che ormai, nelle generazioni viventi, non sentono più freno alcuno: nè la religione, nè la tradizione, nè la saggezza di qualche autorità rispettata, e neppur la nozione chiara del proprio interesse o l’istinto di conservazione, se si vuole adoperare una parola più corrente. Per questo ha combattuto la guerra più atroce della storia. Per questo non sa fare la pace, ossia non sa ricavare dalla guerra il solo frutto che avrebbe potuto compensare in parte i vincitori e salvare dalla disperazione i vinti. Per questo è minacciata di distruzione totale e rimbarbarisce; perchè civiltà è il prevalere di certe virtù difficili e di certi sentimenti generosi sulle passioni elementari della perversa natura umana. Si potrebbe definirla altrimenti? Ma la tirannia sempre più fiera di queste passioni non s’è stabilita in un giorno e non dura per caso, senza ragione profonda, anche se porta nel suo grembo una rovina apocalittica. Chi potrebbe presumere di indovinare quando questa tirannide cederà lo scettro a sentimenti più umani e a dottrine più illuminate? Forse domani, forse tra un secolo. Ed anche se ci fosse un genio così potente, da indovinare che il grande rivolgimento avverrà tra un secolo, sarebbe forse dispensato dal dovere di ripetere ai contemporanei che le loro passioni li accecano, e di incoraggiare tutti i tentativi, anche se timidi e saltuari, di detergere dalla propria vista questa cecità? Quale è il grande movimento della storia che non ha incominciato con parziali fallimenti? Chi ha una coscienza e una fede, consulta forse, prima di difendere un principio, il lunario del successo e tira l’oroscopo per sapere quando trionferà?

Scrivevo nel 1920: «tutte le autorità sono cadute; e perciò la sola forza governa il mondo; la forza sola e nuda, o coperta appena di qualche cencio rosso o di qualche brandello della bandiera nazionale; e governa il mondo come può, per accessi e sussulti, senza discernimento, straziandolo, perchè la forza è così debole, quando è sola e nuda! Non illudetevi, o uomini: in Europa i soli titoli di autorità che ancora valgono sono il ferro e l’oro. La libertà è morta, come il diritto divino. A volte a volte governerà chi riesca a farsi obbedire per un’ora da centomila baionette, e ad impadronirsi dei torchi ufficiali che stampano la carta moneta[16]». Questa pagina annunciava il fascismo e il suo avvento. Dovevo perciò mettermi alla testa anche io di spedizioni punitive o sovvenzionare squadre d’azione? Appunto perchè la libertà è morta, non voglio fare il becchino; ma preparare la resurrezione, prossima o lontana. Chi non è un commediante di dottrine così fa.

Sì: la guerra, incominciata come una crociata per la difesa di idee e di principî, termina in una furibonda rissa per i carboni della Ruhr e per i petroli di Mossul. I vincitori non sono stati degni nè della causa che difesero nè della vittoria che la fortuna aveva loro largito perchè ne facessero uso migliore. Sono forse per questo mutate le leggi che regolano il mondo e la pazzia è diventata ragione, il vizio virtù? È vero nel 1923, come era vero nel 1914, che l’Europa non avrà mai la pace finchè non la vorrà; ma l’avrà subito, intera, totale, sicura, il giorno in cui la vorrà, ossia il giorno il cui le torve passioni oggi dominanti cederanno il posto a un po’ di modestia, a un po’ di generosità, a un po’ di considerazione, a un po’ di saggezza. Ridotto a questi termini, che soli son veri, quanto è semplice e quanto è complesso il «problema» della pace! È semplicissimo, poichè un moto dell’animo, che mille volte si ripete nella vita dell’uomo più umile, basta a risolverlo. È complicatissimo, perchè un moto, che è così facile nell’animo del singolo, diffuso a tutta la civiltà occidentale, deve sollevare e capovolgere il peso di un secolo — e di che secolo!

I nostri tempi possono calpestare, vilipendere, fare scempio del cristianesimo, dell’umanesimo, dell’umanitarismo, quanto loro piace. Ma dovranno ritornare ad essi con un po’ di sincerità, se vorranno la pace, la prosperità e l’ordine; e sinchè non ci ritorneranno, si struggeranno nella guerra, nell’odio, nella miseria, nell’anarchia rossa o nella tirannia bianca. In questo sta il tutto.

Al lavoro, dunque. I quattro calamitosi anni che ci separano dalla guerra sono soltanto un momento della lunga storia che racconta gli inciampi, le cadute, gli errori, le emende, le riprese dell’uomo nella sua via tribolata. Non disperiamo; e se l’avvenire è oscuro, rivolgiamoci a contemplare il passato, poichè lì almeno vediamo più chiaro; e rallegriamoci che, a dispetto di tanti amari disinganni, il troppo sangue profuso non fu tutto sprecato, perchè un acquisto almeno è ormai assicurato: un acquisto immenso, di cui i secoli esulteranno a mano a mano che, allontanandosi dai nostri tempi, lo vedranno grandeggiare in cospetto della storia. La guerra ha spezzato nelle mani dell’Europa quell’arme mostruosa, che era il tormento, il terrore, l’orrore del mondo. Poco importa se dei governi spauriti impegnano gli ultimi arredi per vestire e mantenere soldati, soldati, soldati! Quella mostruosa elefantiasi della forza, che incominciò con la rivoluzione francese e con l’impero napoleonico, è finita, e per sempre. L’esercito tedesco, non è più. Non è più l’esercito austro-ungarico. Dell’esercito russo sopravive un’ombra. Esistono ancora o non esistono più un esercito inglese e un esercito italiano? Nessuno saprebbe rispondere con sicurezza. L’esercito francese è ancora in armi, smisurato; e molti eserciti minori, ma troppo grossi, luccicano tra le rovine dell’impero degli Absburgo, agitando coccarde e bandiere nazionali. Ma manca ormai a tutti questi eserciti, per mantenersi e per crescere, così il denaro come il modello; quel modello da imitare, francese prima, tedesco dopo il 1870, senza il quale non c’è e non ci può essere nè spirito nè tradizione che vivifichi dei corpi così massicci. Il sistema è stato distrutto dalle sue iperboli. Mole ruit sua. L’Europa non sarà più lo scandalo e il terrore del mondo con la elefantiasi militare, che l’aveva sformata.

Guardate l’America, guardate l’Asia: sono forse due selve di baionette? Non si reggono con poche forze armate? Tutte le civiltà che furono prima della rivoluzione francese, non professarono il principio che le armi, per servire, devono essere buone ma poche? La mostruosa parentesi, aperta con la rivoluzione francese, sta per chiudersi. Ritorneremo anche noi, Europei, nell’eterno passato, in quella che è stata — e sarà — la legge costante della vita, la regola indefettibile della saggezza: non solo per vivere e camminare, ma anche per poter combattere, esser necessario non caricarsi troppo di ferro.

E insieme con il sistema militare, agonizza anche l’imperialismo europeo. Si può ora ricominciare a sperare che il mondo, liberato da questo flagello, respirerà domani. Quella condizione di cose, per cui alcuni popoli d’Europa poterono negli ultimi due secoli conquistare così smisurati territori e assoggettare al prepotente loro dominio tanti popoli, dei quali parecchi avrebbero dovuto venerare e ammirare come maestri, volge al suo termine. Come le guerre della rivoluzione e dell’impero fecero perdere all’Europa la maggior parte dell’America, la guerra mondiale le strapperà l’Asia e una parte dell’Africa. Noi vedremo l’Asia madre e maestra, il continente che diede la luce a Confucio, a S. Paolo, a Maometto, dove si svolse il mistero della Redenzione, dove furono scritti i Vangeli, libero finalmente dal prepotente dominio dei barbari occidentali, adoratori del Fuoco.

Giorno memorando nella storia sarà quello in cui, scacciata dall’Asia, l’Europa rientrerà in se stessa e nell’«eterno passato»! L’orgoglio, per cui s’è creduta maestra e sovrana dell’universo, proprio quando smarriva la nozione stessa del governo e dell’autorità, sarà umiliato quanto merita.

Aspettiamo dunque quel giorno con fede. Quel giorno, forse, i sordi incominceranno ad udire.

FINE.

INDICE

Prefazione pag. 5
 
Parte Prima
L’ALBA TORBIDA DELLA PACE
 
I. Le baionette e l’idea 17
II. Il discorso e il pensiero di Clemenceau 25
 
Parte Seconda
IL CONGRESSO DI PARIGI
 
I. Il Reno 35
II. La nuova infanzia del mondo 53
III. L’America e il miracolo di San Gennaro 64
IV. Gli assenti presenti: Russia e Germania 68
V. Sfogo 72
VI. La radice del male 83
 
Parte Terza
I TRATTATI
 
I. L’America e i mari 95
II. Le garanzie 102
III. Le riparazioni 108
IV. Trattati di carta velina 115
V. Il Capovolgimento dell’Austria-Ungheria 119
VI. La Polonia e la Russia 127
VII. Il protettorato del Mondo 133
VIII. La politica realistica 140
 
Parte Quarta
VINTI E VINCITORI NEL CAOS DELLA PACE
 
I. L’Europa dopo due anni di pace 145
II. L’America e i mari 151
III. Guerra e pace al Congresso di Washington 156
IV. Concatenazione 163
V. La Germania e il suo riscatto 166
VI. La guerra e la ricchezza 172
VII. I debiti 179
VIII. I trionfi dell’imperialismo europeo: l’indipendenza dell’Egitto 183
IX. L’imbroglio orientale 190
X. I trionfi dell’imperialismo europeo: la riscossa turca 197
XI. Il nodo insolubile delle riparazioni 203
XII. Sisifo 211
XIII. La nuova guerra 218
 
Parte Quinta
PRIMO DISCORSO AI SORDI
 
Introduzione 227
I. Il suicidio della forza 229
II. L’eterno passato 234
III. Il culto del fuoco 243
IV. Il supremo fiore della Storia 253
V. Nè Cristo, nè Anticristo 258
VI. Il ritorno dei barbari 264
VII. L’idropisia del denaro 269
VIII. La vittoria acefala e l’ora di Barabba 277

Altre opere dello stesso Autore:
 
GRANDEZZA E DECADENZA DI ROMA.
 
Vol. I: La conquista dell’Impero L. 7.50
Vol. II: Giulio Cesare 7.50
Vol. III: Da Cesare ad Augusto 7.50
Vol. IV: La Repubblica di Augusto 5. —
Vol. V: Augusto ed il Grande Impero 5. —
 
FRA I DUE MONDI L. 6.50
LA VECCHIA EUROPA E LA NUOVA 5. —
MEMORIE E CONFESSIONI DI UN SOVRANO DEPOSTO 5. —
ROMA NELLA CULTURA MODERNA.
Discorso tenuto in Campidoglio il 21 aprile 1910, commemorando il Municipio il «Natale di Roma 3. —
IN MEMORIA DI CESARE LOMBROSO
(1910). Conferenza, con due ignorati scritti giovanili di Lombroso 3. —
 
In preparazione:
 
LA ROVINA DELLA CIVILTÀ ANTICA.